CONSIDERAZIONI TEORETICHE SU DUE PASSI DELLO SCALIGERO

Scrive lo Scaligero:

«V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. È il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere. Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza» (Trattato del pensiero vivente, §2).

Si teorizza qui un *pensare* (all’infinito) che non è stato ancora pensato, e ciò è senz’altro vero, giacché il pensare, cioè l’atto di pensiero infinito che è il logos, non è un pensato, il quale non è pensiero e quindi non è; poi però si afferma esplicitamente che tale pensare infinito non può darsi come pensiero; ma se il logos (il pensare) non può darsi come pensiero, allora è un pensato, quindi sarebbe insieme pensiero e pensato, essere e non essere, il che è contraddittorio. Lo S. giustifica ciò scrivendo che il pensare non può darsi come tale finché è *pensante* nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico che è determinazione. Ora: a) il logos (il pensare) non può essere pensante nel processo della riflessità, in quanto il movimento stesso della riflessione è già di per sé un pensato (un riflesso), non è pertanto pensiero: semplicemente non è; b) l’attualità del pensare, proprio in quanto infinita, non può essere limitata al momento dialettico, poiché l’infinito non può mai essere limitato: un infinito limitato non è infinito, ovvero non è; c) la dialettica non è semplicistica determinazione: determinare significa negare, mentre la dialettica, in quanto negazione della negazione, è affermazione assoluta. Prosegue poi lo S. scrivendo che il pensare (il logos) può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: ma se l’atto pensante è infinito, essendo tale da cosa mai potrebbe “sorgere” e da chi potrebbe essere contemplato? L’aporia non si risolve certo teorizzando un atto pensante infinito che, sorgendo da sé, pensa se stesso ed è reale in quanto esprime il proprio essere: a) il sorgere dell’infinito da se stesso implicherebbe l’essere di un infinito, altro dall’infinito, che precederebbe l’infinito stesso, il che è contraddittorio; b) se l’infinito pensa se stesso non è infinito, in quanto si porrebbe in relazione con qualcosa che non è infinito: il “se stesso” che l’infinito dovrebbe pensare limiterebbe l’infinito stesso, il che è impossibile; c) se l’infinito è reale in quanto esprimente il proprio essere di nuovo non è infinito, in quanto l’essere nel quale dovrebbe esprimersi la realtà dell’infinito porrebbe una differenza, nell’infinito, tra l’infinito e l’essere che ne esprime la realtà, il che è assurdo. Lo S. sostiene poi che il pensare infinito non è ancora conosciuto dall’uomo in quanto sperimentabile come originario potere di vita, ovvero come percezione dell’essere radicale del mondo. a) Il logos non sarà mai conosciuto (pensato), in quanto l’atto di ogni fondazione del pensiero nel pensato non è pensabile, non è atto poiché immediatamente si nega nel suo stesso porsi, come riduzione del pensiero al pensato (dell’essere al non essere); b) se il pensare è sperimentabile come “potere di vita”, come “percezione dell’essere radicale del mondo” non è pensiero ma, appunto, sperimentazione di vita (esistenza ═ non pensiero) e percezione: determinando il pensiero come sperimentazione e (addirittura) percezione dell’essere del mondo, lo si nega di necessità in quanto pensiero, lo si riduce cioè (di nuovo) al non essere dell’esistenza. D’altronde lo S. stesso, dichiarando che il pensare «non è imagine filosofica» e definendolo poi sperimentazione e percezione, si contraddice: se infatti è vero che il pensiero non è immagine di alcunché, ma atto pensante infinito, non si capisce innanzitutto come si possa accostare la filosofia (la teoresi pura) all’immagine, né come si possa, dopo aver giustamente negato l’identità di pensiero ed immagine, definire il pensiero stesso “sperimentazione” e “percezione”, le quali appunto, in quanto immagini sensibili legate all’esistenza, non sono pensiero.

Veniamo al secondo passo:

«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece, fuori di ogni tema. L’osservazione del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema» (Trattato del pensiero vivente, §5).

Anche qui si parla esplicitamente un pensiero vivente che è *prima* del pensiero pensante secondo un tema, nonché di “sperimentazione” e “percezione” del pensiero vivente stesso. Ora, se è vero che il pensiero è reale (non astratto) fuori da ogni tema, essendo cioè indipendente, in quanto infinito, da qualsiasi oggetto altro da sé (che non è pensiero e non è), da chi dovrebbe essere sperimentato e percepito? Non certo dal finito, che in quanto pensato non è; ma nemmeno da se stesso: ciò produrrebbe nuovamente una differenza tra l’infinito e il se stesso che lo sperimenta/percepisce, il che (come abbiamo visto sopra) è impossibile; non può darsi un altro dell’infinito.

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Don Aniello, zio Giannino e me

Questa notte, intorno ad una certa qual ora, per un certo qual motivo, mi ritrovai in una certa qual stanzina, da cui mi persi per qualche minuto a guardare dalla finestra in direzione nord-ovest. Lampeggiava di continuo o, meglio, dei bagliori giallastri si succedevano ogni pochi secondi, come se ci fosse una tempesta infinita. Il cielo era chiaro, ma secondo me non stava affatto piovendo in quella direzione, anche se si sentiva come un sordo e continuo borbottio del cielo.
Il fatto mi rimandò a una piccola discussione che ebbi anni fa con zio Giannino, al quale dissi, come se fosse un fatto assodato che, contrariamente all’opinione comune, la maggior parte dei fulmini andava dal basso verso l’alto e non viceversa. Al che zio Giannino disse, con voce un po’ strascicata: “No… dall’alto verso il basso…”, simulando con il braccio la discesa del nembo. E qui finì la discussione. Dalla mia avevo una fonte autorevole, una trasmissione televisiva molto quotata. Zio Giannino non aveva che se stesso. Ma, nel confronto, prevalse nettamente.
Zio Giannino era un duro, ma del tipo tenero quando aveva a che fare con un duro ancora più duro di lui.
Anni fa mia moglie sarebbe rimasta ad Amalfi con Michelangelo, allora criaturo di manco otto mesi, però mi costrinse, eh, mi convinse sulla necessità che io partissi immediatamente per Pixuntum, a raccogliere le olive di Marina Campagna. Mi avrebbe accompagnato Don Aniello, detto da giovane U Nutarieddu, mio suocero.
Mi appassionai alla raccolta. Dovevo tirar su le rezze, per accumulare le olive cadute. Poi, con un badile riempivo un sacco alla volta, che trascinavo dove c’era la macchina che toglieva le foglie. Poi si riempivano di nuovo i sacchi, e le olive erano pronte per il frantoio. Questo andazzo durò tutta la mattina, dopo di cui mio suocero, che mi aiutava un po’ svogliatamente, m’implorò di accettare l’invito a pranzo della sorella Carmela, moglie di Giannino. No! Dissi. Non c’è mica tempo, piuttosto, salga lei a scaldare l’acqua, che ci facciamo due spaghetti al volo! Mio suocero insistette per circa dieci minuti, fra i più inutili della sua vita. Io avevo la smania di finire per tornare ad Amalfi. Dopo un frugalissimo pranzo, tornammo all’opera nostra.
Alla sera, strematissimi, avevamo finito. Caricai su una Ritmo vetusta un quasi esangue Don Aniello e lo portai finalmente a cenare da zia. Ma si vedeva che al poveraccio gli si chiudevano gli occhi. La cena era abbondante, come sempre. E si guardava un po’ la televisione, tra una portata e l’altra. Era una trasmissione a quiz presentata da Pippo Baudo.
Ad un certo punto, Don Aniello, che aveva due enormi borse sotto gli occhi, che denotavano una certa stanchezza, affermò con piglio deciso: “Vedete? Pare Amalfi!”. In quel momento, in primo piano c’era soltanto un monitor azzurro con su scritto RAIUNO.
Giannino fissò Don Aniello e tacque. Al che Don Aniello insisté: “Pare proprio Amalfi”. Giannino abbozzò un timidissimo: “E’ RAIUNO”. Don Aniello lo zittì immediatamente: “Perché, Amalfi non può stare ‘n coppa a Rai Unoi?”. Sullo schermo continuava ad esserci soltanto il solito monitor azzurro con la scritta RAIUNO, con Baudo sullo sfondo, che esaminava i concorrenti. Zio Giannino non osò più contraddire il cognato. L’argomento era chiuso. Amalfi era ‘n coppa a Rai Uno.
Ma quell’altra volta dei fulmini, zio Giannino non ammise repliche. Stanotte mi domandai… Se veramente la maggior parte dei fulmini cadessero verso il basso, allora, in direzione Mantova – Cremona era successa un’Apocalisse! Ma quante case sarebbero state scoperchiate? Quanta gente sarebbe rimasta priva di alloggio?
A queste terribili domande né Don Aniello, né zio Giannino, potranno rispondere mai più, ormai assopiti per l’eternità!

Olide – sceneggiatura per film

Scena 0

 

Insegna di un ristorante: “Col che gh’è ghè”

 

All’interno del locale, due soli commensali

 

Il Tempo (un uomo sui 50 anni, d’apparenza umile) e la Storia (una donna elegante, non giovane ma fascinosa) a tavola, mentre mangiano spaghetti.

 

S: Io sono la Storia e cerco… la Verità (e lo dice con la bocca un po’ piena)!

T: No!, davvero?… E te la portano fino a casa ‘sta Verità?

S: E a te chi la porta a casa?

T: Oh, tutte le volte! – si tocca la camicia.

S: Poccione! Ti sei macchiato di sugo la camicia!

T: Capita!

S: A te capita spesso!

T: Vado a cambiarmi…

S: Tu sei come quella persona che capiva tutto lui!… che aveva sempre ragione lui… e sai che fine ha fatto quel tale?

T: Io ho detto che, essendo io il Tempo, ci convivo, con la Verità, non che la capisco.

S: Ci convivi, eh? E poi mi vieni a cercare quando lei non ti basta più!

T (facendo finta di guardare attraverso un finto cannocchiale formato dai due pollici e indici messi a circolo: E’ giunta l’ora! La sala è ormai piena!

 

Il Tempo si alza all’improvviso e abbandona il desco.

Si sente socchiudere la porta.

La Storia, rimasta a bocca aperta, si alza e comincia a gridare:
S: Tempo! Sei solo un miserabile quintale di sabbia che scorre inevitabile in un unico e maledetto senso!

 

Oste (esce a rincorrere il Tempo, e ricevendo la porta quasi in faccia): Signore… il conto!

 

Il Tempo riapre la porta.

T: Dai andiamo, cara, non è del Tempo lasciare in asso una bella Storia!

S: Sei un bruto! Prima mi offendi e poi…

 

Il Tempo fa un gesto amichevole nei suoi confronti e dice, molto dolcemente: “Su, andiamo, amore mio…”

 

Allunga una banconota grande sul bancone.

L’oste la piglia avidamente e la guarda esterrefatto.

 

Oste: Ma l’è troop… me non…

 

Il Tempo gli risponde, sorridendo:

T: Ed me e disen che a sun un mes galantom!

E poi, rivolta alla Storia: Dai andiamo, Cara, che ci stanno aspettando!

 

Si presentano in un luogo dove vi sono due microfoni e due cuffiette.

 

Scritta iniziale, prima dei titoli:

 

Voce del Tempo (overvoice fino a oppure…):

 

Non ci sono due colli uguali, ma in qualsiasi luogo della terra la pianura è una ed è sempre la stessa. Io percorrevo una strada della pianura. Mi domandai senza molta curiosità se mi trovavo nell’Oklahoma,o nel Texas oppure…                                                                                      “Borges – Il libro di sabbia”

 

Una macchina (moderna) avanza nei viottoli di Fodico, stradine strette che si incrociano con altre stradine strette.

La guida, vista dall’interno, sembra sempre più nervosa, il navigatore appeso al parabrezza; nel frattempo scorrono varie rilassanti immagini esterne della pianura: roto-balle di fieno, bianche garzette che si levano in massa e abbondano nei campi irrigati, o alberi solitari circondati dalla più deserta campagna, vecchi casolari ormai diroccati, case enormi e lontane che pullulano di gente nei campi.

 

La macchina continua ad avanzare a scatti, come se fosse un rally, magari al suono di una musica molto ritmata di jazz/rock/pop.

Dopo un bel po’, la macchina si ferma. Ne escono una coppia di giovani fidanzati. Lei sembra nervosa, lui rassegnato, con le braccia un po’ alzate, come a dire “e chi ci capisce niente; chissà dove siamo!”

 

Voce della Storia (overvoice):

 

In certi posti è arduo giungere.

Ma lo sarà di più abbandonarli.

 

Prima scena.

 

Una bici appoggiata al muro interno di una fattoria, del tipo antico, dove la stalla era a sinistra, la cucina a destra, in mezzo il lungo androne.

Nella sala da pranzo, primo piano sugli oggetti della stanza. Primo piano sulle numerose mosche, che abbondano vicino alla frutta raccolta in un vaso intorno alla tavola (mele, pere, sorbe, melograni, uva etc).

Una voce di donna: Quanti moschi! Per la ma’!!

Si rivolge a uno che sta uscendo nell’androne.

Donna: Renso, e dov’et adesa?

Renzo: A fer un gir!

Donna: A lavurer con to peder no, eh?

R: No, mama! E vagh dop da papà!

Donna: A t’è propria un fiol ed…

R: Ste’ ateinti a parler, mama! – dice ridendo. “Av salot, dai!”

D: Mascalsoun! – ma lo dice quasi ridendo.

Si vede solo ora il giovane Renzo che, inforcata la bici, se ne va fuori in strada.

 

Seconda scena.

Anche lì una bici, ma da donna, anch’essa appoggiata in un altro androne.

Sala da pranzo analoga, anche qui mosche.

La mamma sta facendo cuocere qualcosa sui fornelli (patate, o riso).

Adele: Mama!

Mamma: Sagh’è adesa?

Adele: Posia ander?

Mamma: “Ma indove?”

Mamma: A fer un gir!

Mamma: A st’ora… con cul chel che’?

Adele: Seh, agò bisogn ed sgranchir un po’ al gambi!

Mamma: Va’ un po’ a sciancher l’erba!

Adele: Mama, a sun stofa, am sun alveda a sinc or, ajò munt, ajò spase la stala, adesa agò voja ed fer dl’eter!

Mamma: Dl’eter?! – pausa: Oh! Ander mia a fer la putana… Am’arcmand!

Adele: Mama!

Mamma: Va bein, ma fra n’ora viin a ca’!

Adele: Va bein!

Si vede solo ora la giovane Adele che, inforcata la bici, se ne esce in tutta fretta in strada.

 

Anche ora immagini della pianura, le bici si vedono da lontano, prima una e poi l’altra.

Lui si volta indietro e fa un gesto di richiamo. E poi comincia a pedalare forte. Lei pure accelera. I due amanti raggiungono un luogo, dove abbandonano le bici contro a un albero.

E se ne vanno correndo e sparendo nell’erba alta.

 

Scena terza, che si alterna a Scena quarta:

 

Olide (O) che parla con un amico (Giuseppe), nel piazzale della chiesa.

 

III:

 

O: Va bein, adesa e vagh…

G: Ma resta un eter po… tant sa vet a fer a ca’?…

O: oh, agnè seimper…

G: Ma se anghet gnan na stala, gnan un pcoun d’un camp…

O: At ringrasi!

G: No, speta… ant’ vriva mia ofender!…

 

IV:

 

Dall’erba si sentono grida e ansimi…

 

III:

 

G: Ma, dim un po, l’è veira che l’an masee?

O: Ma chi?

G: To non!

O: Ma chi t’ha det ‘na caseda compagna?
G: As dis in gir…

O: In paes as nin dis tanti ed cujonedi!

G: E alora?

O: Alora, l’è stee truvee mort in carosa, dopa che a l’è caschee in dal caneel…

G: a l’è mort ‘nghee,insoma?

O: Frena. A l’è mort dopa aver picie’ cla soca… an priva mia ‘ngher in mes meter d’aqua…

(scena dell’incidente)

G: Ma l’è veira che anghìà mia lasee gninto?

O: ‘na carosa rota..e e du cavai…

G: Ma come l’è possebil?

O: A l’è stee un fes. Luigi, al set col che ag’à viva da aprire un negosi, a gh’a fat firmer dal cherti, carte d’avvallo am per che as ciamen, e akse’ a s’è impegnee per di debit d’un eter.

G: E dopa Luigi a l’è andee a Res, a lavurer sota padron…

O: Eh seh!

 

IV:

 

Scena del verde, si sentono le lontane voci dei due amanti, che ogni tanto rompono il silenzio.

 

III:

 

G: E ora siiv…

O: A sum armes con ‘na man davanti e una dree…

G: Che sfiga!

O: Gninto che an so mia risolver… occorr lavurer… a proposit… second te a ghè qualchidun ca gà bisogn d’un che fatiga in na stala?

G: Edmand a me peder! Ma te… anghet mia da spuseret?

O: Per al mumeint agò da penser a camper!

G: Beh… la to ragasa dla tera agn’à!

O: E second te a la dan a ‘na dona?

G: Che rapport a ghet coi so fradee?…

O: Mia tant boun…

G: Prova a fer un o’ al rufian…

O: An sun mia boun a fer certi cosi…

G: Ma va’ da lor ed dmanda che fagan a mood con la sorela!

O: An sun mia al tipo!

G: a t’è troop orgoglious!

O: A sun cme sun!

G: a t’è inamuree ed l’Adele?

O: Cme al prem de’!

G: E l’è ‘na persouna a mood?

O: E perché ‘sta dmanda?

G: Bela a l’è bela…

O: Ma a l’è anca… bouna, pasinta, un po’ riserveda forse… a sarà ‘na mojera tranquela che ‘spetta al marii che torna a ca’ dopa ch’è faat al cul tot al de’!

 

IV:

 

Scena del verde, si sentono ancora guaiti, gemiti, urletti:

 

Adele: Vocca ‘ste tremend!

Renzo: niin voot ancora?

Ad: Seh!

R: Dim te fin quant!

Ad: Fin che agn’et !

 

Le frasi sono dette a mozziconi, fra i suddetti guaiti e urletti

 

III:

 

G: Ne et sicur?

O: Sa voot river a dir? (sta quasi montando in collera)

G: agh’è chi dis che pies anca a un eter om..

O: A chi?!

G: As dis l pchee e non al pecator…

O: Am sa ed saveir chi po’ eser, un cuioun…

G: E se al doni piesen i cuoioun?

O: Adele a l’è mia akse’…

G: Seh… Ah l’è tot ‘n’etra cosa… (ironico)

O: Perché an l’è mia akse?

G: Tot al doni iin cumpani in dal piser!

O: E ‘sa vol dir?

G: A vol dir che…

O: Sent un po’… a ghè un pover semo che va in bici alla sira areint a ca’ sua e dla streda a taca a canter, e poi spares…

G: As ciama Renso?

O: Am peer… l’è al fiol d’un ed Castelnov… un che fa ed msteer al birroccer…

G: Olide! Al doni iin particuleri…

O: An preocuperet mia… s’agha da succeder, me mas sia loh che lee… At salot…

G: Ma no dai, frena, che a vein teegh!

 

IV: nel verde, si odono solo le voci.

Risolini.

 

Ad: E scapp!

R: Dai, ne… ne fomia n’etra?

Ad: Ma saghet in dal boss, la fabrica?

R: Seh, la fabrica del Vatican!

Ad: Miscredeint! Ag’ò da ander!

R: A t’è piasuu?

Ad: E te se peinset?

R: M’et lasee la voja…

Ad: Ancora?

R: Seh, adesa me vag a ca’ e me faag ‘na vaca!

Ad: Ohh, beata lee!

R: Ma se et voja ancora, dai… ne fomia n’etra!

Ad: Seh, delinqueint, ma dat ‘na mosa… la mama l’è la’ che m’aspeta!

R: Magara l’è la che ciola anche leh!

Ad: Strunz!

R: Troia!

Si sente uno schiaffo.

Ad: A t’è gustee?!

Si sente un altro schiaffo.

R: E a te? A l’ed ed to gradimeint, sgnoreina?

 

III:

 

I due amici sono in bici.

Sarà mezzogiorno.

Si vedono da lontano mentre percorrono i zigzaganti viottoli ghiaiosi.

Soggettiva.

 

G: Oh, agh’è del movimeint dree a cal pianti là!

O: Eh?

G: A ghe du polaster che ciolen!

 

Si vede subito dopo Adele che cammina impettita e tutta spettinata, con l’erba appicicata ai vestiti.

Giuseppe dietro, che dice: E so… dai… fermet!

 

Adele cammina dritto, poi sente arrivare le bici, le osserva e ha un moto di sorpresa, rimanendo a bocca aperta, con le mani sulla bocca!

G: Bon! La friteda l’è fata!

 

Giuseppe raggiunge la bici e scappa dalla parte opposta.

 

Adele rimane ferma, sbigottita, incapace di parlare.

 

La camera inquadra la campagna più avanti, da cui escono, tranquilli, mano nella mano, la Storia e il Tempo.

 

Scena quinta

 

Si vede Giuseppe che si sta allontanando, ormai distante alcune centinaie di metri.

 

Adele: Olide, me…

Olide: Va’ a ca’! (duro ma con voce appena un po’ alta)

Adele: Me… non…

Olide: Va’ a ca’! (durissimo e voce urlata in modo terribile).

 

Adele raggiunge la bici ancora appoggiata all’albero e se ne va.

 

Olide rimane immobile e segue il lento percorso della sua fidanzata.

 

Rimane immobile, anche quando Adele non si vede più.

 

Scena sesta

 

Adele nella sua stanza, a capo chino.

Si alza d’un tratto.

Gira per la stanza senza requie.

Dà un calcio all’armadio.

Si fa male: Ad: Ahi!

Si rimette a letto, supina, occhi chiusi.

 

Scena settima

 

La mamma e il fratello di Adele, di nome Abele.

Mamma, M: E adesa?

Ab: Adesa gninto!

M: Come gninto!

Ab: Adele… l’è gravida!

M: Cosa? E ed chi?

Ab: Come ed chi?

M: Ed… Olide?

Ab: L’è loh al peder!

 

Scena ottava

 

In bici Abele esce.

E’ sera.

Raggiunge una casa.

Appoggia la bici.

Suona.

 

Scena nona:

O: E second te me al saiva mia?

Ab: A t’è un disgrasiee!

O: Me?

Ab: Tot du!

O: L’è capitee… l’avre spuseda apeina l’era possebil!”

Ab: Cujoun!

O: Abele, noeter du a som mia due amigoun… e… a fom fatiga a suporteres…

Ab: E ‘sa vol dir?

O: Da un amig a pos tor ‘na morela, ma da te no. Te la morela la fet a to sorela!

Ab: Andom al sood. Adesa sa voot feer?

O: A nal so mia. Al putin l’è mio! E speta a me!

Ab: Ehi… Chelmet! An l‘è mia un videl!

O: Me l’Adele an la voi piò veder!

Ab: Te l’e da spuser, eter che bali!

O: Ah… seh. A s’è vest… l’è intereseda a un eter piò che a me!

Ab: Lesa ster col che la peinsa lee…

O: E quel che peins me siin faghia?

Ab: Nessun al sa col ch’è sucess!

O: I mee maron! Agh’era al me amigh! E ghera anca col mandrel cla la guseva!

Ab: Ed al to amigh egh peins me!

O: E second te me a spos ‘na ragasa cl’è gravida, prunta a sposeres e che intant a sfa trumber da un imbambii!

Ab: O tla toot, o t’mas!

O: Oh! Siiv ‘na bela famija…

Ab: Se t’la spos, et sare’ cunteint ala fin! Adele l’è ona che an sta mia con al mani in man…

O: Seh seh… al so.. an sta mia col mani in man!

Ab: Sa fer la sfoja. Sa fer i caplett. Lavoura in dla stala.

O: E s fa incaner…

Ab (dopo un primo momento di nervosismo, si tranquillizza e quasi sorride): Te aghet da sfogher! Sfoghet… ma se an tla spos mia, dopa am sfog me. Se tla spos saress cunteint, at dagh la me tera che an gh’et mia, se an sbali, avress ‘na ca’ da padreteren. Et lavour in di camp ch’iin too, c’me fag me. Et sares padroun ed te e mia piò servitour. Me e te dla stessa perta. E Adele sara’ tegh. E me an la voi piò difender se sbaja ancora! Et capii?… Iin cas so. Et po’ anca maserla, se al merita. Ma te adesa l’et da spuser, angh’ è mia manera!

 

Fuori, in bici, il Tempo, fermo, aspetta e, nell’attesa, si accende una sigaretta.

 

Scena decima

 

Adele nella sua stanza, sul letto, bocconi, immobile, come morta.

Si sente gridare una voce di anziana, dalla camera accanto.

 

Nonna: Na putana l’è to fiola! L’è seimper steda ‘na delinqueinta. E l’era anca incinta! ang basteva mia! An se sposa piò, et scommet!?

Mamma di Adele (MA): a l’è inotil! Ormai l’è fata! Al lat l’è stee versee!

Nonna: L’è stee versee al lat d’na troia!

 

Adele per non sentire comincia a cantare una canzone delle mondine. Le altre continuano a gridare:

 

Voce di Nonna: Seintla! E’ la che canta! An l’è mia nurmela! Canta por, desgrasieda!! Finiree in mes a ‘na streda!”

 

Scena undicesima:

 

Adele, sempre cantando, esce in bici dal portone e va dritta in una direzione, sa dove andare.

Scena dodicesima.

 

Adele e Olide.

 

O: Set gnuda a fer?

Ad: Et fagh schiva?

O: ‘Sa voot che et dega, la veritee?

Ad: La veritee a l’à scoperta chi aga viva da perder quel…

O: Sa vol dir?… me an’t ò mai capii a te!

Ad: Me pos diret tot al casedi che m’per, tant ang’ò mia piò gninto da perder!

O: Vabbè dai… Te tet fat fino alla quinta, me fino alla tersa!

Ad: Seh, a sun ‘na dotoresa!

O: A t’è solameint ‘na sioca!

Ad: Chi è m’è gnuu a dree, te a me o me a te?

O: E sa gh’eintra?

Ad: Vol dir che at piasiva, noh?

O: Taja curt ca ghò da fer!
Ad: E t’è piasu gnir ala foja megh!

O: A te no?

Ad: E a forsa d‘ander ala foja met mess incinta!

O: me a t’avree spusee, sema!

Ad: E dopa? An t’è piò caghee… cla sema che!

O: E alora… te t’è andeda con cul cuioun?
Ad: As pol der!

O: Me… an t’ voi mia ruviner la veta… me penseva che…

Ad: Che…? Laveda e sugheda e per gnan druveda!

O: Ma c’me ragionet?

Ad: Al dis seimper cla tacalit ed me nona!

O: A t’è mata!

Ad: Peinsa set spous na verginela che dop al matrimoni at rempiess ed coren!

O: E te tet mesa avanti col lavor faat!

Ad: Seh… al mio l’ò bele faat! Adesa son a post. Pos feer la mujera.

O: Ant’ò mai capida te, Adele… et me seimper piasuda per col motiv le’!

Ad: Se t me spos, me saress seimper fedeila!

O: No, Adele, me am ricurderò seimper ed te… ma adesa va’ fora, sparess… che ant voi piò veder la toh facia!

(la voce di Olide ora è tremante, quella di Adele sempre dura).

Adele è come presa in contropiede, rimane allibita, indietreggia, tocca la porta con la schiena. Continua a fissare Olide.

Ad: Se am me spos mia, tla faran pagher i mee fradee!

O: E chi al dis dis, Abele?

Ad: Chisà! Magara a sun ‘na putana, ma anca ‘n’indovina!

 

Poi esce dalla stanza, senza parlare.

 

Va in bici.

 

Si allontana.

Dietro, la Storia la segue in bicicletta.

 

Scena tredicesima

 

Adele è in bici, primo piano con lacrime di rabbia, faccia irata.

 

Scena quattordicesima

 

In bicicletta, Abele va a casa e monta su un trattore.

 

Scena quindicesima

 

Olide parte quando è ancora scuro a casa e arriva in un vecchio caseificio.

Entra.

Camera fissa sulla bici, mentre il giorno tende alla sera e al buio.

Col buio Olide esce e va in bici, fanale acceso.

 

Scena sedicesima

 

Adele in casa comincia a tessere scalfarotti di lana per il nascituro.

Posa l’ago e si alza, va fuori dalla stanza.

 

Scena diciassettesima

 

Abele ancora sul trattore che gira per i campi.

 

Scena diciottesima

 

Olide torna quando è ancora buio al casello. Entra.

Ne esce quando è già buio.

Va in bici, sereno.

 

Scena diciannovesima

 

Adele sta in camera con un ragazzo molto timido, un po’ più giovane di lei, Mauro, con cui si scambia alcune frasi, educatamente. E’ un villano giovane e alla buona. Non si sente nulla se non un (di lui):

Mauro: E quand nasrà?

Adele: Quand a gsra’ a dree.

M: E come al ciamom?

Ad: E te, Mauro, come at piasrè ciamerel?

M: A nal so mia! – detto con un filo di voce.

Ad: A l’è propria un bel nom “Analsomia!”, ma seh, al ciamom akse’!

M: Am tot seimper in giir!

Ad: No, ant’al merit mia, nano!

M: Am piasre’ ciamerel come al pover papà!

Ad: E cme as ciameva al to pover papà?

M: Cristofor, ma al ciameven Stufanein!

Ad: E akse’ al ciameromm, Cristofor det Stufanein!

M: Ma se è po’ ‘na femna?

Ad: No, Dio mama! Cristofora deta Stefaneina!

M: No! Palmina, come la me mama!

Ad: Va bein, cme et voot, ma adesa… lasom in peis… stag mia tant bein!

M: Obbedesc!

Ad: Avanti Marsh!

M: Ma at’è propria tremenda! – lo dice mentre esce quasi a passo di marcia.

 

Scena ventesima.

 

Olide e Clara fanno la fuitina e vanno a Parma a vedere la città.

 

Scena ventunesima

 

Olide staziona nervoso su una vecchia vespa o simile del tempo (anni 35), ogni tanto si posta di qualche metro. Sta arrivando Clara.

Olide, nervoso: “Quant teimp!, dai!, monta sò!”

 

Scena ventiduesima

 

Olide e Clara vanno a casa di Olide, dove c’è la mamma che accoglie la nuora festosa.

Savina, madre di Olide: beh, stasira e per un po’, Clara la dorom megh! A som d’acordi?

Clara: Seh, sgnoura…

Olide: Seh, mama…

 

Scena 23esima

 

Clara e la mamma di Olide dormono insieme, nel lettone matrioniale.

 

La cinepresa gira per la casa fino a che trova Olide, nel letto, che ride da solo.

 

Scena ventiquattresima multipla

 

Scene di vita contadina.

Ballo di contadini e contadine nella stalla.

Ballo di contadini e contadine nell’aia.

Feste popolari su momenti agricoli, aratura, trebbiatura o simili.

Musica contadina, miscellanea.

Galline e papere starnazzanti a suon di musica.

Con la musica alta: scena di parto di una scrofa.

Con la musica alta: scena di parto di una vacca.

Con la musica alta: scena di parto della figlia di Adele.

Primo piano della neonata.

Ritorno alla “festa”, musica sempre alta.

Crescendo.

Sera, dopo il tramonto, silenzio.

 

Nel buio si intravedono le figure del Tempo e della Storia.

 

Scena venticinquesima

 

Clara ha i dolori del parto.

Viene chiamata una levatrice anziana, armata di forcipe.

La cosa si fa grave.

Visi preoccupati.

 

Scena 26esima

 

La levatrice esce dalla stanza e dice: Angl’à mia fata! L’è mort!

Olide stoico, trattiene le lacrime.

Primo piano della puerpera: affranta.

 

In un angolo dell’androne, seduto, il Tempo assiste, tranquillo.

Al suo fianco la Storia si mette le mani nei capelli.

 

Scena 27esima

 

Olide cammina. Incrocia il solito Giuseppe, che gli dà una pazza sul braccio.

I due parlano, ma non si sente niente essendo lontani.

Rumori di cicale.

 

Con la musica alta: scena di parto della figlia di Olide.

 

Scena 28esima

 

Olide in bici. Lo affianca Giuseppe, anche lui in bici.

 

G: An vet mia al matrimoni dla to bella?

O: La me bella l’è a ca’!

G: Al seet che agh’an compree un bel marit all’Adele?

O: Ah se’?

G: Insoma… A regola… a l’è un servitor ed so fradell!

O: Giuseppe, me agh’ò da lavurer, e vagh ed pressia!

G: Anca la domenica?

O: Per un caser la domenica l’è eguela al venerde’!

G: At salot! Brev om!
O: At salot! Bon da gninto!

 

Olide accelera, lasciando quasi sul posto Giuseppe.

 

Scena 29esima

 

Olide incontra Abele.

O: Me fiola dovela?

Ab: Chi?

O: l’ev ciameda Caterina, ahn?

Ab: Chi? Ah! Me nvoda?… l’è… l’è morta!

O: Beda bein che a me m’interesa mia gninto ed la toh fameja…a me am prem sol…

Ab: L’à parturii a Perma… ma la putina l’è morta!

O: An gh creed gnan!

Ab: Fa’ col che t peer, ragasol…

Passa il Tempo e urta involontariamente Abele:
Ab: Ohhh… Sta’ ateinti!

Il Tempo, senza scusarsi, prosegue.

Ab: Ma chi el, col lè?

Abele si volta verso Olide, che però è sparito.

 

Scena 30esima

 

Clara dice a Olide.

Cl: A prans e voi fer al cunii, va’ a torn’un e masel col baston…

O: Macche’bastoun, em basta un colp in cò con la man!

Cl: Brev marii!

O: Ma an t’è mia bouna te?

Cl: Se aghè da sciancher al cool a ‘na galeina (e qui si vede la scena di Clara che insegue una gallina, la cattura e, senza farlo vedere espressamente, agh tira al cool), a sun bouna, ma se aghè da meser un cunii ag vol un omen!

O: Oh, n’etra volta dmanda a to fradel Mario, lo al drova la sfrombla, prima li mola e poi agh tira i sass!

CL: Al so bein che l’è un delinqueint!

Si vede fuori un ragazzino che nell’aia con una fionda che “punta” contro un coniglio.

 

Scena 31esima

 

Si vede Olide che toglie un coniglio dalla gabbietta e si sposta. Camera sulla gabbia. Si sente un colpo in testa. E un commento del marito:

“Bon, vest?, a l’è bastee un colp secc! An’tl’è gnan sintuu!”

 

Si può far vedere, sempre in modo soft e non sanguinolento, l’avvenimento dell’arrivo in casa di Olide del masein (uccisore, scuoiatore etc di maiale).

 

Olide va a caccia e a pesca. Scene senza dialogo.

 

Olide, ripreso all’interno di un caseificio, dà ordini a destra e a manca: è ormai il capo casaro.

 

Scena 32esima

 

A casa, Olide, chiama a raccolta la famiglia e dice loro, come se fosse il capo famiglia:

I capi mi hanno chiesto di sostituire Bruno che andrà a lavorare a Cadelbosco, insieme a Paolo e Carlo. Ve lo chiedo solo una volta ma voglio una risposta subito e sincera. Ve la sentite di aiutarmi, tu, Rico, saresti il mio vice, tu, Dino, il garzone. Insieme a te lavorerà Enzo.

I due fratelli fanno sì con la testa.

Olide: Seh, alora?

I fratelli: “Seh!”

Olide: Luigi, che era minore al tempo della morte del nonno, ha i soldi necessari per andare in collegio. E ci va.

Almeno uno di noi studierà. Luigi? Che dici?

Luigi (un ragazzone di tredici anni): Va bein!

 

In una poltroncina a lato, siede il Tempo, che fuma una sigaretta.

 

Scena 33esima.

All’interno del caseificio.

 

Olide mostra ai fratelli i vari lavori del caseificio.

Poi si vede gli stessi che lavorano.

 

Scena 34

 

Ennesima riunione di famiglia:

Olide: Non si sa se ci daranno gli stipendi per questo mese, i capi sono andati a Milano e non so se torneranno. Quindi per cui, domani andremo in caseificio e ci prendiamo le cose nostre.

Fratello di Olide: dovremmo prenderci anche il grana che ci spetta.

Olide: No, a som mia di leder noeter!

Fratello: Ala fin iin noster, at degh!

Olide: No.

Fratello: Ma se iin scapee via seinsa pagher gli operai!

Olide: fa gninto!

Fratello: Ma perché?

Olide: Perché agh’è la guera!

L’altro fratello: E noeter, sa magnomia, i sas?

Olide: Venerde’ e vagh a Rez, alle Reggiane a sercher un lavor, per me e per voeter du. Adesa stom tot in paes e as fa l’ort tot quant. Al pan al fom in ca’. Anca al vein e la grapa.

Olide si alza e se ne esce di stanza.

Primo fratello che ha parlato, ora con un po’ di acrimonia: “Cme seimper al decis tot loh, al noster cap!”

Secondo fratello: Oh! Olide l’è fatt acsé!

Primo fratello (incattivito): Beh, a l’è fatt meel!

Al che Olide, che, probabilmente, ha sentito tutto, dice: “Seh, a sun fatt acsé… e av dirò anca che me a non voi mia fer la fin dal barboun a Res, quindi per cui io… ricomincio a studiare fino alla licenza, capito?

Fratello primo: sa perlet, adesa, in italian?

Olide: An pos mia?

Fratello primo: At met a studier?

Olide: Seh, perché a te fa schiva?

Fratello Primo: A me seh!

Olide: Quand e ved la Dirce, la me vecia maestra, egh dmand s’am prepera lee! Se vrii… anca vueter… – lo dice mentre esce di stanza. Si riaffaccia poi dicendo: Del teimp leber agnè!

Al che il primo fratello fa il gesto dell’ombrello con una certa violenza.

 

Scena 35esima

 

Scenette varie di Olide con la maestra Dirce mentre usa goniometri, righe, calamai e inchiostro. Magari mentre si sprizza tutto di inchiostro.

 

Scena 35esima bis

 

Maestra Dirce: in Matematica siete svelto a far i conti, Olide…

O: Ho dovuto imparare sennò mi fottevano.

D: Non si dicono parolacce!

O: Scusem, sgnoura Dirce, a m’è scapeda!

D: E non si parla in dialetto, almeno qui, quando siete a lezione.

O: Scusatemi!

D: Va bene, Olide, avete studiato le pagine di Storia che vi ho dato ieri?

O: Seh, ma vorrei essere interrogato domani!

D: Qualcosa vi è poco chiaro e…

O: No, tutto chiaro ma non ho imparato a memoria i nomi!

D: Non vi piace la Storia, Olide!

O: Me medra… ehm… mia madre diceva che era una gran brutta bestia la Storia.

D: Si dice così della politica!

O: sì, maestra, ma la Storia da cosa è fatta, se non dalla politica…

 

La Dirce lo guarda perplessa.

 

Davanti a lei la Storia che, indispettita, rovescia un po’inchiostro sulle mani e sul maglione di Olide.

 

D: Olide, anche oggi vi siete sporcato le mani di inchiostro… guardate… anche il maglione…! State più attento…. Parete quasi un bambino!

 

Olide è avvilito.

 

Scena 36esima

 

Scene di lavoro in fabbrica di Olide e dei suoi fratelli.

 

Scena 37 esima:

 

Bombardamenti su OMI Reggiane.

 

Scena 38esima

 

Olide dice ai fratelli, sotto un capannone:

 

Han bombardato anche la casa dell’avvocato, non so dove andare a dormire stanotte, ci arrangiamo qua (si intravedono anche la moglie e un bambino di 8 anni), domani partiamo per Poviglio.

 

Scena 39esima

Olide torna a casa, sudato e in canottiera.

Clara: Olide!

Olide: Sagh’è?

Clara: Et sintuu se è success ai Piccinini?

Olide: A chi?

Clara: Ma seh, cla ginta che viin da Modna.

Olide: Ah, se gh’è success?

Clara: An masee un tedesc e i fasesta an radunee dla ginta in piasa.

Olide: In dove?

Clara: In piasa, dvant ala cesa! E dopa… un a un ian mandee a ca’ la ginta!

Olide: Tot quant?

Clara: No! Mia Piccinini, al peder, e i due fioo che in mia ancora partii militer…

Olide: Alora… sa gani faat?

Clara: Eren leghè cme conii! Po’ agh’an det… prii ander… e gh’an sparee in dla schina!

Olide: Boia d’un can! An’s pol mia ander Avanti aksee!

Clara: No! An’s pol mia!

Olide: me fag i mee!

Clara Seh! L’è al miglior partii!

Olide: sperom ca basta!

 

Scena 40esima

Olide alla moglie: A sun disperee, ragasola, aio faat e faat e guerda adesa! Aghò gninto in saca e angò gnan ‘na ca’ mia.

Clara: An l’è mia veira che angh’et gnint in saca. A fom un prestit e gla fom a cumprer ‘na ca’!

Olide. Bah! Sperom!

 

Scena 41:

 

Un ragazzo sui 17 anni, nel buio, corre disperato, cade, si rialza, corre ancora.

 

Un uomo in bicicletta si ferma e gli chiede:

 

Uomo: Se è success?

Enso Iori: E m’an bruse tot quant!

Uomo: Ma chi?

 

Enso sviene.

 

Scena 42:

 

Uomo: Alora dutour?

Doc: A ghan fat un bel servesi!

Enso: Iin stee I fasesta!

Doc: Con al sigareti apiedi?

Enso: Seh!

Doc: Aio capii…

Enso: Me peder li masa, adesa!

Doc: Parlerò io a tuo padre!

Enso: Vagh fer al partigian!

Doc: Quant ann agh’et?

Enso: Derset!

Doc: Sa vot fer da grand?

Enso: Al dutour!

Doc: Allora pensa prima a studiare!

Enso: No, prema e vagh a fer al partigian!

Doc: Fa’ quello che ti pare.

Enso: E voi… e voi… e sviene.

Uomo: è morto?

Doc: No… non l’ammazzo mica io il mio futuro sostituto!

Uomo: Ah, l’è svnuu…

Doc: Se no, cme faghia ad ander in pensioun!

 

Il dottore si lava le mani.

 

Scena 43

 

Inaugurazione della casa nuova.

 

Olide tutto scoppiettante dice al figlio:

Dai Sandro! Aiutom a porter cul cancher che in canteina!

E prende una serie di arnesi e, insieme li portano in cantina. O, meglio, Sandro apre le porte a Olide. E lo segue.

 

Scena 44esima

 

Clara: Olide! Agò ‘na novitee!

Olide: Nooo!

Clara: Seh!

Olide: Sperom che sia femna, dai!

Clara: Tulom col ca viin!

Olide: Come diceva la mamma: Pianser fa trii…

Clara: “… e reder fa trii!”

Olide (la scena si sposta fuori) e si sente solo la sua voce:
Esatt!!!

 

Scena 45esima

 

Clara sempre più incinta.

Olide l’abbraccia forte.

 

Null’altro che questo.

 

Scena 46:

 

(sono a tavola: mangiano minestra con verdura varia senza pasta)

 

Olide: Han ciapè Ugo, Sergio e Renato!

Clara: Chi?

Olide: Chieter!

Clara: Come chieter?

Olide: Chi à vint a guera!

Clara: Ah! E seg fan?

Olide: Boh! La ved brotta!

Clara: Per lor?

Olide: No, per noeter?

Clara: E noeter sagh’entrom?

Olide: In cal gir lè egh fan entrer chi volen!

Clara? Eh?

Olide: Soquant de fa an fermee Rolando…

Clara: Chi?

Olide: Dla ginta che gniva da Modna, angh’era anca Mignola…

 

Scena 47

 

Un gruppo di facinorosi fermano un uomo sui 30 anni.

 

Mignola: Cuschè l’è un di lor!

R: Sa vri da me, saio faat?

M: …L’è un cuioun che va seimper a messa!

Capo: E se gh’eintra se va a messa?

M: An l’è mia un di noster!

C: Agh’n’è di noster che iin ed cesa!

M: Cusché a l’è dla perta dal padroun!

C: Sent un po’, zuvnot: da che perta steet?

R: Dla perta dla me fameja!

C: Ant’saree mia un partigian?

R: No!

M: Masommel!

C: Tees, Mignola! Ant’saree mia un fasesta!

R: Sun un che fa i soo!

M: At degh ed maserel!

Amico: Al cnioss, as ciama Rolando, a fa l’impieghee alle Reggiane, e l’è na breva persouna!

M: Ma sl’è un clerichel ed merda!

C: Sa fomia, al mulom, ste bisouch?

A: Seh, dai, sagh’entra loh col fasisom!

Il capo spara per aria ridendo.

Si vede Rolando che, quasi correndo, si eclissa dopo un voltone della strada.

 

Scena 48

 

M: Me l’avres masee!

A: Me al so perché!

M: E perché, sintom!

A: Perché at da seimper la pega a zugher al boci!

M: Ma tola in dal cul, semo!

A e C: ridono.

 

Ritorno a scena 46 (i due sono alla frutta; Olide mangia l’uva col pane).

 

Cl: Pover Rolando, a s’l’è vesta brota!

O: Ieri an masee al peder dla Maria!

Cl: Chi?

 

Scena 49: si sente un urlo: “Mott! Viin szo!” – si vede un uomo sui cinquant’anni che si affaccia al dal vetro aperto di un secondo piano, stanza buia.

 

Scena 50: “Mott”scende le scale borbottando un po’ furente: “Se peinsen c’abia paura!”

Si vede che apre il portone. Si sentono due spari.

 

Ritorno a scena 46

 

O: Quelchidun, a n s capess mia chi, l’à ciamee zo!

Cl: Un so amig?

O: Seh, un so amigh… aghan sparee set colp ed s-ciopp!

Cl: Dio mama!

O: E per col motiv l’è che a sun preoccupee!

Cl: T’è seimper lavuree onestameint!

O: Anch al peder dla Maria!

Cl: An’t’è mai ocupee ed poletica!

O: No, me no, ma chieter seh!

Cl: E chi?

O: Chi a gl’à megh per un fatt antig! E che m’la giureda!

Cl: Ancora per col fat là?

O: Ahn ahn! (nel senso di assentire, non di ridere)

Cl: Ma va….

O: At vedree se an gh prouva!

Cl: Dai, l’è un semo ma an l’è mia un delinqueint!

O: La guera cambia al persouni e in pes!

Cl: Va bein, però!

O: I semo dveinten facilmeint delinqueint!

 

Scena 51esima

 

Urla.

Clara, alla finestra: Oh Dio, adesa sa volen!

Olide è nell’orto che zappa.

 

Una decina di uomini lo attorniano, lo prendono e portano via.
Clara esce di corsa dalla casa e grida:

Olideeee!

 

Scena 52

 

Clara esce con la bicicletta come un missile.

Viene fermata da una donna, che le chiede: Ma dove l’han portato?

Cl: A Castelnoov!

Donna: Ma indove?

Cl: Nla caserma di carabineer!

Don: Iin d’acordi coi carabineer?

Cl: Macché! La caserma l’è voda. L’han ocupeda chi viiacc!

Don: E adesa…?

Cl: Adesa ag’ò da scaper!

 

Scappa via come un fulmine in bici.

 

Scena 53esima

 

Clara appoggia la bici a una caserma mal ridotta, bombardata da un lato. Clara sente delle voci, delle grida, dei rumori. Si avvicina con una certa cautela. La caserma ha vari squarci. Entra in uno e dà uno sguardo dentro la stanza attigua, attraverso il vuoto fra i cardini e la porta: tre uomini seduti e legati mani e piedi. Torna indietro. Fa il giro dell’edificio. Entra in un altro squarcio, ma qui la porta è chiusa e lei prova a tirarla lentamente: chiusa. Continua il giro. Entra con grande circospezione da una porta socchiusa. La stanza è vuota. Si avvicina ad una porta chiusa. L’apre lentissimamente con una certa trepidazione. Vede Olide e un altro, ambedue legati mani e piedi e girati di schiena.

Cl: Olide…! – bisbigliando

Cl: Olide…! – un po’ più forte.

Olide fa fatica a girarsi e quando ci riesce mostra una maglietta insanguinata.

O: Clara! Ma sa feet che’! Va’ a ca’!

Cl: Ma sa t’han fatt… – tono addolorato ma non piangente.

O: A m’an quesi masee!

Cl: Olide caro!

O: Guerda san fat a Ugo!

Ugo si volta e ha il viso completamente tumefatto.

Cl: Ugo!

O: Adessa va’…

Cl: vagh e vein, con ‘na majeta pulida, anca per Ugo!

Ug: An dir mia gninto a me mujer ed cme m’et vest!

Cl: Sì! Sta’ tranquel… Alora vad e torn con maii subeet… A togh dl’aqua da bever!

O: Seh cola l’è la va seimper bein, al maj e cred ed no, fra chi cancher aghè anca Abele…

Cl: Al fradel ed cla disgrasieda…

O: Seh, propria loh!

Cl: A som a post!

O: E l’è un di piò catiiv!

Cl: Vagh a parleregh!

O: Va a ca’, basta un in fameja in dla merda!

Cl: Vagh e vein!

O: No… dmateina!

Cl: Anca dmateina!

O: No! Sol dmateina… ora l’è trop pericolos! A l’è bele sira!

Clara esce di corsa.

O: E vagh e vein e fagh du giir dgiva me medra!

Olide piange sommessamente…

 

Scena 54esima

 

Clara va in bici verso casa…

Arriva a casa.

Sandro, il figlio, le corre incontro:

Sa: Dovet andeda?

Cl: Da papà!

Sa: E adesa dovel papà?

Cl: L’è armes fora a lavurer…

Sa: Tot la not?

Cl: Seh, tot la not!

Sa: Ma dman viin a ca’?

Cl: Seh, dman a vin a ca’… (voce un po’ rotta dal pianto)

Sa: Adesa set sa voi fer? E vagj a lett, e dorom e quand me svej aggh’è papà!

Cl: Breve, Sandro, fa’ akse’!

 

Scena 55esima

 

La Storia grida: Noooo!

 

Un camion guidato da un tipo che ridacchia, al suo fianco un altro che pure ridacchia ed ogni tanto guarda indietro. Scena senza voci e senza rumori. Lunga due-tre minuti.

 

Scena 56esima

 

Il corpo di un uomo attaccato con i piedi al camion, supino, si muove appena.

Il grido di un bambino, non inquadrato: Papà!

Pianti di bimbi e di una donna.

 

Il Tempo e la Storia ripetono le parole di un certo Graziano Dall’Aglio, memoria storica del paese, da contattare), in overvo

 

La mattina dell’8 maggio 1945 mezzo paese vide e non fiatò. Il Biro entrò alla guida del suo mezzo nella piazza; dietro, legato ai piedi con una corda come in certi film western, strisciava nella polvere Ugo Pelicelli, il papà di Ettore e di altri sei figli. «Ero un bimbo, ma quella scena me la ricordo bene: la testa, insanguinata e gonfia, sbatteva sul selciato, il corpo ricoperto di lividi, la gente, ebbra, gridava e lo ricopriva di insulti, un occhio, ma il dettaglio se lo ricordano solo gli anziani, penzolava fuori dall’orbita. Lo spettacolo durò un minuto, forse più. Mio padre mi portò via, ma presto anche il camioncino sparì e la gente sentì gli spari alla periferia del paese».

 

Scena 57esima

 

Un fucile spara verso il basso, presumibilmente verso un corpo disteso.

 

Scena 58esima

 

L’autista del camion, un po’ più invecchiato, dice, con le palme rivolte alla camera:

Me era ala guida del camion ros, a val giur!… me an so eter!

 

Scena 59esima:

 

Vari volti, uomini. Donne, ragazzi, vecchi, atterriti e ammutoliti. La faccia (ora di nuovo giovane) del camionista che ride e che dà un calcio al cadavere.

Il Tempo guarda la scena con sguardo privo di paura.

La Storia lancia un grido e poi gira la testa, sulle spalle del Tempo.

 

Scena 60esima

 

Clara in bici. La camera la riprende a lungo. Arriva alla caserma quando il sole è ormai alto. Ha nel cesto del cibo e un paio di magliette pulite.

Non c’è più nessuno. Caserma vuota. Tracce di sangue per terra.

Esce chiede alla gente che scuote il capo e non sa dirle nulla. Scena rivolta a lei che entra in qualche casa lì nei pressi, raggiunta in bici ma o non c’è nessuno o se c’è qualcuno scuote il capo. Nessuna voce si deve sentire in tutta questa scena.

 

Scena 61esima

 

Sandro nella campagna, presso un bosco di alberi lunghi e smilzi. Raccoglie una specie di scatoletta di ferro. Per aprirla ci butta sopra una pietra sopra e questa esplode.

 

Scena 62esima

 

Clara, che è incinta grossa, parla con un medico.

Cl: Alora, dotor?

Med1: secondo me, bisognerà amputare le due mani.

Cl: No….

 

Scena 63esima

 

Clara parla con un altro medico.

Med2: forse riusciamo a salvare le mani, ma tre o quattro dite dovranno essere salvate!

Clara: Feev al possebil, signor dottore! Om paghee a suficinza per stan!

Med2: Lo so, signora. Lo so.

 

Scena 64esima

 

Il bimbo gioca nell’aia con le mani bendate.

Clara: Sandro! Vieni che è pronto!

  1. Seh, mama!

 

Scena 65esima

 

Dalla porta chiusa escono delle grida di Clara.

Spingi, cocca! Su… Brava…! Spingi che è quasi fuori!

Oh! Ecco! Brava! Non si muova adesso! Stia tranquilla! Tutto bene. E’ bellissima. Sì. Una bambina! Che bella biondina! Come la chiamerete?

Cl (con un filo di voce): Olide!

 

Scena 66esima

 

Il tempo (overvoice):

 

Quando nacque la nuova Olide tutto il paese venne a trovarla per vedere se tutte le disgrazie avessero causato qualche problema.

Si vede un via vai di persone che entravano ed uscivano di casa.

 

Esce una donna che dice: A gh’è tota, angh manca gninto!

Ed un’altra, più vecchietta: Seh… l’è perfetta!… E l’è anca bleina!

Ed un’altra ancora: Degh che ne à pasedi dal disgrasie, povra dona!

 

Scena 67esima

 

Adele porta a tavola al marito e alla figlia, quasi decenne, Ketty i piatti di cappelletti.

Scena serena. Adele seria. E un po’ severa dice:

 

“Aspettee che s’arsora!”

 

Scena 68esima

 

Clara che porta a tavola della minestra in brodo, con Sandro che ha alle mani due proteggo dite nero, che nascondono le mutilazioni. Sul seggiolone, Olide che ride e scherza con Sandro, che gioca, ma è triste.

 

Scena 69esima

 

Il Tempo (overvoice):

 

Olide, a cinque anni, giocava molto con Grazia, una coetanea, anzi, che aveva un anno in più, che era in prima elementare, la cui casa era adiacente all’asilo. Di pomeriggio, fino a che la zia non la veniva a prendere, Olide e lei giocavano tra di loro, senza mai litigare, o quasi.

 

Si vedono le due bambine che giocano tra le reti divisorie. Olide ha 5 anni, Grazia uno di più.

 

Grazia dà ad Olide un pomodoro bello caldo. Lo apre e toglie i semi.

 

O: Ma cosa fai?

Gr: Tolgo i semi che fanno male!

O: Ma cosa dici!

Gr: Lo so!

O: Ma cosa vuoi sapere tu che non sai neanche che tuo padre ha ucciso mio padre!

Gr: Tu sei una cretina!

O: E tu sei la figlia di un assassino!

Gr: Coosa?

O: Lo sanno tutti che tuo padre ha ucciso il mio papà!

 

Grazia scappa via piangendo.

 

Scena 70esima

 

Un camioncino parte con tutta la roba della casa di Grazia.

 

Scena 71esima

 

Dietro una macchina attende. Dopo un po’ entrano i genitori di Grazia, Grazia e un fratellino più piccolo (due o tre anni) che piange come una fontana.

 

Voce del Tempo (overvoice):

 

Tutti in paese sapevano chi ero,

ma solo la bimba seppe riconoscermi.

 

Voce della Storia (overvoice):

 

In quel Tempo più che strano assurdo,

non c’entrava il fatto di essere

fascista o partigiano, o chissà.

Ma occorre ora capire se chi

si credeva uomo od anch’eroe

avesse ancora l’Anima o se

l’avesse violentata la Paura.

 

Intanto scorrono immagini rurali che ispirano serenità, speranza.

Il Tempo (overvoice):

 

Chi sono io? Son il Tempo?

Quella cosa che va e a

volte ritorna. Quello che

c’è ora e che c’è stato,

e che ci sarà. Il Tempo

dei vivi, perché quello dei

morti è, forse, altrove.

 

La Storia (overvoice):

 

…e io sarò sempre quell’infida e misera madre…

L’unica ad esser partorita dai suoi stessi figli!….

 

Il Tempo (overvoice):

 

E io sarò ognuno di quei figli.

L’anima di ognuno di voi, brevi

voci che si sommano, che non sanno

mentire, e che la Storia non sempre

sa ascoltare, che tutto sanno e

non sempre sanno dire nemmeno

a se stesse.

 

Scene di visi muti, chini, quasi vergognosi.

 

Il Tempo (di persona, dopo l’interruzione):

 

Io sono di…

 

La Storia, appena un attimo dopo (di persona):

 

Se mi cerchi…

 

Il Tempo (overvoice)

 

La prego, Signora Storia, Le lascio la parola… Io sono me stesso e ho tanto Tempo…

 

La Storia (overvoice), si schiarisce la voce e dice:

 

“Molto gentile, signore…”

 

La Storia (overvoice):

 

Se mi cerchi,

mi troverai,

non son così

lontana dai

sogni tuoi.

 

Il Tempo (overvoice):

 

Io sono di tutti,

e non di Qualcuno,

e mai nessuno mi

capirà… del tutto…

 

Ancora il Tempo (overvoice):

Clara era convinta di saper riconoscere il marito dalla dentatura, che era perfetta.

Andò a verificare parecchie fosse comune e mai trovò il corpo che cercava.

Ma non smise mai di sperare.

 

Scene di ricerca, di scavi.

Primo piano finale di Clara. Intenso, dignitoso, deciso.

 

Scene (72 varie) di vita di campagna, poi di città, immagini moderne, con macchine e fumi che escono dalle ciminiere.

 

 

 

 

 

 

Rex e il Cobra Reale

Ti ricordi di quella volta che Rex andò a Calcutta per catturare quella tigre di cui divenne poi amico?
– Sì!
Dopo quell’avventura Lion dovette rientrare in America perché stava iniziando la stagione della caccia e la tribù aveva bisogno di tiratori esperti come lui. Rex invece rimase in India per qualche settimana, perché fu organizzata una breve tournée di spettacoli con la tigre, allo scopo di raccogliere dei fondi per i bambini orfani. Una sera, alla fine di uno spettacolo nella città di Benares, Rex stava camminando tranquillo in uno di quei vicoletti insidiosi e sporchi della celebre Città Sacra, quando udì delle improvvise e variegate urla:
– Aiuto! Adiuva me! Socorro! Hulp! Hilfe! Help me! A’ l’aide!
In un baleno Rex piombò sul posto, scorse un vecchio brahmino assalito da due tipi muscolosi, si buttò nella mischia e riuscì subito a stendere con un pugno uno dei due energumeni. L’altro, assai rapido, vista la mala parata ed avendo forse notato le grosse colt del ranger, si diede ad una salutare fuga. Rex rinunciò ad inseguirlo poiché tutt’intorno v’era tutto un dedalo di viuzze male illuminate ed assai intricate, che facilmente si prestavano ad imboscate. Si avvicinò quindi al brahmino che, per fortuna, non aveva subito grosse ingiurie da parte dei due criminali.
– Ti ringrazio, sahib! Che la Trimurti sia con te!
– Papà, cos’è la Tlimulti?
Sono le tre divinità indiane: Brahma, Shiva e Visnù.
– Come ti senti, vecchio?
– Bene! Senza il tuo intervento mi avrebbero derubato e ucciso!
– Le vie di Benares sono un po’ insicure, specie di notte!
– Specialmente da quando agiscono questi fanatici del Cobra!
Rex, in quegli attimi concitati, era riuscito appena a notare che, sul braccio dei due teppisti, faceva bella vista uno strano tatuaggio con un cobra.
– Guarda, sahib! Il segno del cobra è stato impresso col fuoco!
– Quanti ce ne sono in giro di questi baldi gentiluomini?
– Non lo si sa di preciso… Parecchi!
– E la polizia che fa?
– Ha paura di loro! Ti sei forse imbattuto in qualche agente di ronda che perlustrava queste vie?
– Ora che mi ci fai pensare non ne ho visti!
– Guarda, sahib, si sta scetando!
– Sveglia bello mio! Lo vuoi un bel caffettino con la cioccolata?
– Ough!
– Come ti chiami?
Il tipo aprì la bocca solo per mostrare al ranger che la sua lingua era stata recisa a metà.
– Ah! Sei davvero un tipo di poche parole!
– Ough!
– Portami dal tuo compare, Ough!
Ough fece cenno di no. Rex lo minacciò con un pugno, tenendolo sollevato con un braccio solo. Gli occhi dell’Indiano si sbarrarono all’improvviso. Il ranger intuì che c’era pericolo nell’aria e si girò di scatto in direzione di quello sguardo terrorizzato. Sentì un sibilo e vide Ough stramazzare a terra. Una freccina, sicuramente avvelenata, l’aveva spacciato. Stavolta Rex non ci pensò due volte a gettarsi all’inseguimento del responsabile di quel nuovo delitto, ma i meandri della città erano troppo oscuri per consentire al ranger di raggiungere l’assassino. Presto Rex rinunciò a catturarlo e tornò dal brahmino.
– Dimmi tutto quel che sai di questa storia!
– So tanto e so poco, sahib, come tutti. L’organizzazione del cobra ha messo le mani su tutta la criminalità della città. In città non si muove foglia, che l’organizzazione non voglia.
– Si conoscono i suoi capi e si sa dove sia la sua base?
– In questo ti può essere utile Kim, il mio nipotino di cinque anni. Qualche sabato fa per caso incocciò in un individuo vestito stranamente, che si stava dirigendo verso un antico mulino abbandonato, da dove pare che escano i fantasmi di notte, e che perciò nessuno frequenta da anni. Quel mio nipotino è un bimbo che non tiene paura di nulla. Seguì il tipo misterioso, finché lo vide sparire all’improvviso dietro ad un muro. Kim è ‘na criatura sveglia e presto capì che ci doveva essere una leva o qualcosa del genere che permetteva di entrare nell’edificio. La trovò: era un finto ramo di una quercia la cui chioma lambiva il mulino. Vi entrò attraverso un muro girevole e, dopo aver percorso un breve corridoio, raggiunse l’entrata di una stanza, dove stava accadendo di certo qualcosa di losco. Ad un certo punto distinse un sibilo fortissimo di un serpente e una voce strozzata di un uomo e poi tanta gente che inneggiava al Sacro Cobra Reale che…
– Portami da Kim!
Nonostante l’ora tarda, Kim era scetato come nu grillo e accettò con immenso piacere la richiesta di Rex di condurlo al vecchio mulino.
– Se vuoi vedere quella gente cattiva dobbiamo andarci di sabato!
– Sicuro?
– Sì! Non ho detto nulla al nonno, ma ci sono tornato altre volte in quel posto, ed ho visto venire qualcuno solo di sabato.
– Papà, pelché ci andavano solo di sabato?
Forse perché il giorno dopo, che è festa, potevano rimanere a letto!
Il sabato successivo Rex e Kim si recarono al mulino, quand’era già scoccata l’una di notte. Entrarono nel muro girevole e, silenziosi come gatti, si avvicinarono all’entrata della stanza destinata al culto del Cobra Reale. Non potevano sporgersi granché, per timore di essere scorti da qualche adepto della setta. Rex fece montare sulle proprie spalle il mocciosetto che, in quella maniera, poteva osservare la situazione attraverso uno spioncino, senza essere scorto, anche per via dell’oscurità.
– Rex! Saranno un centinaio!
– Bene! Che altro mi dici?
– Hanno delle facce assai brutte!
– E che altro?
– In mezzo a loro, al centro di una specie di piattaforma, ci sta quello spaventapasseri che ho pedinato l’altro giorno. Sembra lui il Grande Sacerdote di chilli scemi.
Tutto accadde in un attimo. Kim si sentì girare all’improvviso di centottanta gradi e scorse un indio seminudo emettere un gemito e poi scivolare a terra, trafitta la fronte dal coltello di Rex, tenendo ancora in mano un lungo laccio bianco che serviva di certo a strangolare.
– Dimmi che altro vedi! – chiese Rex, ruotando di nuovo, come un perno bel oliato, su se stesso.
– Sì, Rex… Per la Peppa! Ora stanno portando un uomo al cospetto del Grande Sacerdote. Poverino, trema come una foglia. Si è messo ora in ginocchio.
– Alzati disgraziato!
– E’ il sacerdote che parla, Rex!
– Pietà! Nu vogliu murì!
– Taci, stupitu! Nu teni più dirittu, né ri vive né di sbarrià!
– Sonu veduvu e tengu sette figli affamati che mi aspettanu a casa!
– Anche Lui… è affamato! . disse il Sacerdote tendendo l’indice in una direzione ben precisa.
– Rex! Là dietro, in fondo, è spuntata una gabbia di vetro con dentro un cobra. Ostrega! Sarà lungo venti piedi!
– Noooo! Pietà!
– Non puoi più implorare, perché sei già un pezzente morto! Ah ah ah ah ah!
Rex, che aveva ascoltato pazientemente le varie battute del dialogo tra il carnefice e la vittima, decise che doveva intervenire subito per salvare la vita di quel pover’uomo. Non aveva abbastanza pallottole per tutta quella gente, ma la cosa non lo impensierì più di tanto. Fece scendere Kim e gli ordinò di tornarsene a casa, che gli avrebbe poi raccontato con calma ogni cosa. Kim finse di volergli obbedire, ma in cuor suo intendeva vedere di persona come sarebbe andata a finire. Rex aprì l’uscio, si affacciò all’ingresso e, col suo miglior sorriso, ma con voce tonante, sbraitò:
– Ehi!… brava gente!
I fanatici si voltarono tutti verso il ranger. Il Grande Sacerdote urlò, di rimando:
– Chi sei tu miserabile, che osi profanare questo tempio sacro?
– Chiedo scusa, corvaccio niuro dei miei stivali. Non è un tempio, questo, ma nu vecchiu mulinu sgarrupatu!
– Pagherai anche questa offesa!
– Appunto. Fai tornare quel padre dai suoi sette marmocchi. E’ mia intenzione affrontare al suo posto il brucone cresciutello!
– Sei pazzo! E al Dio dei Serpenti piacciono i pazzi, assai più che i poveri diavoli. Guardie. Sciogliete i lacci a questo miserabile e fatelo andar via. Bada a te, uomo! Se solo oserai spifferare a qualcuno l’ubicazione del Tempio distruggeremo la tua famiglia!
– Vi ringraziu, Eminenza! Lo sapite! Tengu puri na mugliera zuppa! Ce virimmu!
Il padre dei sette bimbi non più orfani fuggì alla velocità di un razzo!
– Come Supelman, papà?
Quasi. Rex si rivolse ancora al Grande Sacerdote.
– Cosa ci scommetti, bacuccu, che riuscirò a neutralizzarlo in meno di un batter d’occhio?
– L’affronterai senza usare armi!
– Un momento! Proprio perché sei tu, ti voglio dimostrare che mi sbarazzerò del pennellone senza usare le pistole!
– Non ti lascerò nemmeno il coltello!
Rex posò per terra armi, cinturone e coltello. Si tolse poi la camicia.
– Non vorrei impolverarmela, capisci!
– Sei sempre più pazzo, gringo!
– Voglio vedermela con quel biscione senza usare le braccia.
– Sì! Buonanotte!
Rex scostò con un braccio l’incredulo Sacerdote e ordinò ai fanatici, quasi fosse lui il loro nuovo capo, di aprire la gabbia.
– A me gli occhi, bel ramarrino!
Il cobra sembrò quasi catturato dal fluido che pareva uscire dagli occhi di Rex che, sempre senza smettere di fissarlo, si accese una sigaretta, che cominciò a fumare avidamente. Questo era l’unico suo gesto che sembrava tradire una certa insicurezza, poiché egli manteneva per il resto un costante sorriso, teso agli angoli della bocca. Anche il cobra fissava Rex con sguardo intenso, restando del tutto immobile davanti a lui.
– Papà, se il cobla molsica Lex, poi Lex muole?
Il cobra reale ha tanto di quel veleno nelle ghiandole che potrebbe stroncare un elefante. Il serpente tirò indietro il capo, formando col collo una “S”, ed aprì la sua bocca gigante, come se volesse colpire proprio in quel momento. Rex gli espirò addosso tutto il fumo che aveva inspirato. Il cobra cominciò a tossire come un povero tisico, silacchiando tutto quell’acido giallastro sul pavimento. Quand’ebbe finito, Rex gli acciuffò con una mano la testa dilatata e con l’altra la coda ed introdusse quest’ultima nell’antro della bocca. Il serpente si tramutò così in una specie di cerchione gigante. Il Grande Sacerdote sbraitò:
– Catturate l’infedele! Ha profanato questo luogo ed ha umiliato il nostro Dio!
– Non statelo ad ascoltare! Quel vile approfitta della vostra ignoranza per perseguire dei fini di lucro. Dove sono finiti i frutti delle vostre ruberie? Li ha forse mangiati questo salvagente che ho in mano? Esso non è altro che un volgare salsicciotto da quattro soldi, che manco sopporta un anelluccio di fumo. D’ora in poi sono io il vostro capo. Io, che vi ho dimostrato di aver tanto coraggio da vincere un cobra senza usare le mani!
– E’ vero! Il sahib ha ragione! – era la voce di Kim che, preso coraggio, apparve sulla soglia gridando:
– Conosco quel tipaccio. Coi soldi che voi avete rubato si è costruito la Reggia di Calcutta!
La folla di uomini-cobra rimase senza parole per quasi un minuto. Poi, uno di loro, forse il più anziano, prese la parola:
– Compagni! A me il sahib piace, perché non ha mostrato paura davanti a nulla. Ci ha affrontati da solo ed ora se ne sta lì con un cobra di venti piedi in mano! Ma noi non possiamo avere due capi! Che il Grande Sacerdote possa perire! Ho detto!
– Ugh! – confermò Rex Miller.
L’anziano lestofante, non più Grande, e nemmeno più Sacerdote, vista la mala parata, prese a fuggire in direzione di Kim. Rex, senza scomporsi, gli gettò il pesante cobra, manco fosse un lazo, centrandolo perfettamente.
– Mi spetta un orsacchiotto, gente!
– Papà! E il cobla cos’ha detto al Glande Saceldote?
Era ancora imbambolato e non riusciva a staccarsi la coda dalla bocca…
– E Lex cosa fece al cobla?
Lo portò lontano dalla città, rinchiuso in un sacco di iuta. Poi lo mollò nell’aperta campagna.
– Ma i cobla… sono semple cattivi?
Solo quelli velenosi, figliu miu.

Il “pensiero debole” di Diego Fusaro

di Ermanno Vergani

Le critiche di cui Fusaro si fa portavoce all’attuale sistema capitalistico sono prive di un fondamento che possa dirsi filosoficamente incontrovertibile e proprio a causa di ciò il suo pensiero non può essere in grado di elaborare alcuna “pars construens”, ma soltanto una “pars destruens”, la quale peraltro è assai debole.

Egli in ultima analisi si illude di esprimere un pensiero “forte” di critica, laddove, di fatto si fa portavoce di un pensiero “debole” che non può avere alcuna “speranza” di riuscire a “modificare l’esistente”.

Non a caso ho fatto riferimento ad espressioni quali “speranza”, e “modificare l’esistente” in quanto sono assai ricorrenti nel lessico di Fusaro.

Spiego quindi sinteticamente le ragioni del mio “severo” giudizio sul pensiero di Fusaro, tenendo ovviamente a precisare che la mia critica è fondata soltanto su ragioni filosofiche e non su ragioni di natura ideologica.

Per la comprensione dei rilievi filosofici che sono necessitato ad avanzare a Fusaro, alla luce dell’apertura di senso che sono solito chiamare “amebistémica”, occorre anzitutto considerare l’intrinseca debolezza del marxismo ortodosso, la quale ha determinato il farsi innanzi della critica di stampo marxista eterodosso all’utopia positivistica.

Tra i marxisti eterodossi più significativi in particolare va ricordato Ernst Bloch ed i suoi numerosi epigoni (tra cui in Italia vi è, tra gli altri, Diego Fusaro), i quali si appellano tutti alla speranza in un futuro migliore.

Vi è poi da rilevare che i marxisti eterodossi, si spingono addirittura oltre Marx, in quanto, rispetto a quest’ultimo, considerano il futuro come pienamente dotato di un proprio statuto ontologico, con l’aggiunta dell’ulteriore aggravante che oggi le stesse scienze positive hanno rinunciato al concetto di “legge universale” e di determinismo. Infatti i marxisti eterodossi, non fanno previsioni per il futuro, ma, sulla scorta di Bloch, addirittura lo ontologizzano, riponendovi una fiducia che fanno derivare dalla speranza.

Sicché all’astrazione del futuro come “luogo” di realizzazione del progresso di stampo marxiano ortodosso che pretendeva di dedurre per necessità deterministica l’avvento del comunismo, i marxiani eterodossi vi sostituiscono l’astrazione persino più ingenua del futuro come epoca della realizzazione della speranza, rivelando la propria concezione storica come teleologia, in senso messianico-progressista.

Il concentrarsi del pensiero dei marxisti eterodossi alla Bloch-Fusaro sul tema della speranza, determina come propria inevitabile conseguenza la marginalizzazione della prassi, la quale, come ci ha insegnato Hegel, è agire consapevole che si attiva qui ed ORA, sulla base delle verità derivabili unicamente dal presente e dal passato e che concepisce necessariamente il futuro come pura possibilità progettuale, ovvero, niente affatto come speranza, ma come “luogo” dove ogni esito è possibile: dalla catastrofe, alla possibilità di cambiamento radicale, a quella di un cambiamento civilmente gestito, ma, in ogni caso, nella più totale assenza di qualsivoglia “legge storica”, che assicurerebbe la prevedibilità degli esiti futuri, o di qualsivoglia astratto “principio speranza” che renderebbe il futuro il luogo del realizzarsi escatologico di una “terra promessa”.

Naturalmente una filosofia della prassi che concepisce il futuro come pura possibilità progettuale da un lato è totalmente hegeliana e dall’altro non può essere confusa né con la teoresi marxiana ortodossa del “materialismo storico”, né con quella di Bloch-Fusaro del “principio speranza”.

Ciò non significa ovviamente che la speranza sia “spazzatura”: ho profondo rispetto per chi abbia speranza, così come ne ho per chi abbia una qualsivoglia fede.

Tuttavia, altro è avere rispetto per la valorizzazione delle forme in cui si esprime la condizione umana, e per le istanze psicologistiche che afferiscono all’umano, altro è l’assolutizzazione di tali istanze le quali, seppure meritino il massimo rispetto, non possono venire assolutizzate a prescindere dall’essere in grado di dar ragione della fondazione filosofica delle stesse.

Ogni tesi che non sia in grado di mostrare la propria fondazione incontrovertibile (in senso filosofico) infatti non può che ridursi di necessità ad una qualsivoglia forma di volontà che intende tenersi ferma, soltanto a parole.

Se infatti non ci facciamo semplicemente incantare dalla retorica che è legata alle belle parole quali “speranza”, “solidarietà”, “eguaglianza”, “equità”, e teniamo desta la nostra attenzione, emerge immediatamente la domanda seguente: il contenuto di tali principi, nelle conseguenze PRATICHE che esso determina, mantiene davvero ciò che promette?

Con tutto il rispetto per Bloch e per chiunque sostenga e valorizzi un principio sacrosanto come quello della “speranza” mi chiedo se, al di là del declamarlo, chi vi costruisce sopra un’ontologia, sia in grado di mostrare fondatamente in cosa consista la speranza e soprattutto la consistenza degli effetti positivi che essa sarebbe in grado di produrre, oppure se sostiene tale principio sulla base di un’opinione personale.

Se si tratta di un’opinione allora merita la nostra attenzione nella stessa misura in cui la merita chiunque esprima le proprie legittime opinioni al bar.

Le opinioni tuttavia, pur essendo legittime, valgono quel tanto che valgono nel corso di una chiacchierata per far passare il tempo poiché, fino a che non vengono chiariti e mostrati gli elementi su cui esse si fondano, la loro validità non è in alcun modo verificabile e dunque, in ultima analisi, il loro contenuto non è rilevante, al di là della situazione contingente in cui viene espresso, sull’onda di un’emozione, che, se da un lato, merita di essere accolta e rispettata, dall’altro, non implica necessariamente la nostra incondizionata condivisione.

Ciò poteva accadere in epoche precedenti alla nascita della filosofia, tali per cui, le opinioni venivano assunte come verità assolute, semplicemente perché a proferirle era il sovrano, l’imperatore o il sacerdote.

Evidentemente, ragionando in questo modo, saremmo ricondotti allo schema tale per cui soltanto chi dispone dell’autorità conferita dal Dio, esprime la Verità.

Se invece questo contenuto dell’affermazione intende sostenersi come qualcosa che va al di là della mera opinione personale, allora deve mostrare su cosa si fonda e siamo daccapo ricondotti al problema di come pensare il fondamento che sta alla base del contenuto che intendiamo affermare.

Quindi per questa via, con tutto il rispetto per coloro che fondano le proprie aspettative sulla speranza in un futuro migliore e per chiunque altro, è molto semplice rendersi conto che non si esce dal paradosso e dalla superficialità di un pensiero che non ha pensato davvero ciò che afferma.

Il tema del fondamento incontrovertibile non va superficialmente “saltato” in modo dogmatico, ma occorre confrontarsi con esso, muovendo dalla circostanza tale per cui l’incontrovertibile è ciò che non può essere negato, poiché per poterlo negare, lo si deve in ogni caso presupporre.

Chi intende tematizzare la questione dell’incontrovertibile tuttavia non può fermarsi a questo livello, perché avrebbe gioco facile a smarcarsi dalle posizioni caratterizzate da un pensiero pigro.

In filosofia occorre portare a rigore il pensiero ed essere coraggiosi, quindi ci si deve confrontare con le posizioni più rigorose, lasciando anzitutto da parte le fragili ontologie di Bloch e di Fusaro, che pretendono di fondarsi sul “principio della speranza”.

Confrontiamoci piuttosto con la posizione più rigorosa e coraggiosa della filosofia del Novecento, ovvero, quella di cui Nietszche si è fatto incontrastato alfiere.

Scrive Nietszche annunciando la morte di Dio, nel celebre aforisma 125 della “Gaia scienza”: «Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!»

Integriamo tale aforisma con la riflessione di Nietszche sulla decisiva figura di Copernico, laddove nella Genealogia della morale scrive: «Da Copernico in poi si direbbe che l’uomo sia finito su un piano inclinato – ormai va rotolando, sempre più rapidamente, lontano dal punto centrale – dove? Nel nulla? Nel “trivellante sentimento del proprio nulla”?»

Siamo cioè di fronte alla forma più rigorosa ed alta con cui il pensiero occidentale ha tentato di confrontarsi con il nichilismo, ovvero, con la situazione in cui l’uomo si trova necessitato a dotarsi di significati nuovi per orientare la propria azione, quando tutti i significati precedenti, compresa la speranza tanto cara a Bloch e a Fusaro, non sono più di alcuna utilità ad orientare l’azione.

Questo è il nodo che Nietszche tematizza ed è difficile sostenere che non sia esattamente il nodo con cui nella nostra situazione attuale, di crisi e di transizione epocale, siamo necessitati a confrontarci.

Allora, anche di fronte a un pensiero di questa forza, una volta che ne abbiamo metabolizzato il contraccolpo, non dobbiamo subirne la fascinazione, ma dobbiamo ragionare per comprendere a cosa si sta riferendo Nietszche laddove pone la questione del nichilismo.

Siamo davvero sicuri cioè di trovarci nella situazione dell’annichilirsi della totalità dei riferimenti e quindi della totale assenza di fondamento?

Lo stesso Nietszche infatti, se da un lato ci invita ad abbandonare i nostri superficiali preconcetti e a considerare quindi, senza infingimenti e ipocrisie, l’esperienza della totale incertezza con cui ci troviamo a dover fare i conti quando siamo sulla soglia di dover decidere come agire, pur in assenza di punti di riferimento saldi, non sta comunque negando che co-originariamente a tale situazione di incertezza e di instabilità, si dà anche ed inscindibilmente la situazione della nostra presa di coscienza relativamente alla circostanza che siamo gettati nell’infinito copernicano (e si dovrebbe dire soprattutto bruniano e spinoziano), dove non vi è centro e non vi è periferia, ma tutto è centro e tutto è periferia.

Ma se riusciamo a cogliere questo tratto, e vi riusciamo anche restando fedeli all’invito di Nietszche, dobbiamo constatare che non siamo SOLTANTO spinti verso il nulla assoluto, ma siamo piuttosto necessitati a guardare ciò che si mostra nella sua innegabilità come l’esperienza dell’infinito inter-retro-agire che tra le proprie infinite manifestazioni comprende in sé anche quella che Nietszche ha portato ad espressione nel linguaggio nelle proposizioni che ho citato.

Ogni manifestazione inter-retro-agente infatti è comunque una manifestazione del fondamento amebistémico, poiché, laddove vi è esperienza di qualcosa che dà segno di sé, in qualsivoglia forma, negli effetti che produce, lì vi è l’innegabilità della manifestazione del fondamento, poiché in principio vi è l’agire.

Sì che far segno a ciò che vi è di più originario significa rilevare che non vi è alcunché di agibile, di pensabile o di dicibile al di là di ciò che, producendo effetti, modifica sé e l’altro da sé e, per tale via, dà continuamente segno di sé.

In particolare, se ci atteniamo rigorosamente agli effetti che ogni manifestazione incontrata nell’esperienza produce, e svolgiamo un’analisi riguardante la fenomenologia degli effetti che possono essere rilevati, e riducendo per quanto possibile preconcetti e pregiudizi infondati (anche quelli presenti nell’operazione dell’analisi che qui si sta svolgendo), ne dobbiamo rilevare la fondamentale caratteristica nell’inter-retro-agire.

Ogni fenomeno infatti si relaziona con gli altri fenomeni, non genericamente, ma in modalità tali per cui esso, non semplicemente “agisce”, ma più determinatamente inter-agisce, ed al contempo retro-agisce.

In sintesi, il generico agire va piuttosto considerato in modo più rigoroso nei termini di un inter-agire con l’altro da sé che, a sua volta, retro-agisce, riflettendo gli effetti subiti anche sull’inter-agente originario, propagando ulteriori effetti sia su se stesso sia sull’inter-retro-agente che li ha prodotti.

Sì che non si deve pensare che il nichilismo di cui parla Nietszche intenda porre a fondamento di ogni esperienza l’annichilimento di ogni manifestazione.

Questo modo di intendere Nietszche si risolverebbe in un mero paradosso privo di qualunque consistenza, perché significherebbe ritenere sensato pensare che possa darsi la negazione dell’inter-retro-agire.

Ma per poter concretamente negare l’inter-retro-agire lo si dovrebbe fare senza inter-retro-agire, ma questo è impossibile perché non esiste alcunché di non-inter-retro-agente, in quanto, se esistesse, lo sarebbe come il proprio non manifestarsi in alcun modo, ma ciò costituisce semplicemente una mera astrazione dell’intelletto che contravviene sia alla pensabilità logica, sia all’esperibilità fenomenologica.

L’inter-retro-agire è quindi un’esperienza che non va ridotta all’ambito del puro pensiero, perché il puro pensiero non vieta di ipotizzare astrattamente “il non manifestarsi in alcun modo”, ma questa mera astrazione che l’homo sapiens può produrre (mentre degli altri inter-retro-agenti sappiamo certamente che non possono produrre astrazioni di questa forma), non può tuttavia riguardare l’ambito dell’inter-retro-agire concreto, sicché dobbiamo necessariamente riferirci a quest’ultimo ambito per garantire la concretezza del nostro pensiero, al fine di evitare ogni astrattezza a cui il pensiero puro può inavvertitamente condurci.

Sì che quando si sostiene che l’annichilimento consista in un “che” di concretamente esperibile, in realtà non ci si sta riferendo alla consistenza concreta del paradosso in cui consisterebbe l’annichilimento, ma piuttosto al manifestarsi concreto della fede che possa darsi l’esperienza dell’annichilimento, laddove, a ben vedere, nessun paradosso che neghi il fondamento può essere oggetto di esperienza.

Ciò premesso, si deve riconoscere a Marx di essere stato per primo in grado di cogliere le contraddizioni del sistema capitalistico con una lungimiranza ed una lucidità impressionanti.

Mi riferisco in particolare al III libro del Capitale dove Marx smaschera magistralmente la grande illusione tanto cara ai liberisti, tale per cui il sistema capitalistico avrebbe come proprio propulsore principale la crescita del benessere in termini di aumento di disponibilità di beni e di servizi.

Niente affatto. Come giustamente dice Marx la vera crescita che il capitalismo determina e sul quale si fonda ogni possibilità di determinare il continuo rilancio degli investimenti è la crescita del capitale finanziario, la quale tuttavia genera quell’ipertrofia della finanza speculativa, la quale si ritorce contro l’economia reale e finisce per fagocitarla, sì che la vera contraddizione intrinseca del capitalismo è costituita dalla sua stessa capacità di produrre ricchezza finanziaria.

La lotta di classe e lo sfruttamento, che sono certamente presenti nel capitalismo, non costituiscono la vera contraddizione che lo farà implodere, sì che, per riequilibrare le sperequazioni che determinano lo sfruttamento, generate inevitabilmente dal mercato quando esso è lasciato a se stesso, senza regole e senza interventi statali, basterebbero le ricette keynesiane orientate a riequilibrare la forbice tra i pochi ricchi che diventano sempre più ricchi e i molti poveri che diventano sempre più poveri,

Ma l’ipertrofia del circuito finanziario è molto più problematica di quanto pensava Keynes: oggi ce ne stiamo rendendo conto poiché siamo arrivati al punto in cui, come si suol dire, i nodi che Marx aveva scorto sono venuti al pettine.

A dire la verità chiunque abbia un minimo di buon senso e abbia studiato un buon manuale di macro-economia si può rendere conto senza troppa difficoltà che la finanza va sottoposta a rigorosissimi controlli e che il capitalismo non può più essere riformato sottoponendolo ai correttivi di cui parlava assai giustamente Keynes.

Le ricette keynesiane sono ottime per risolvere crisi gravi e ridare un po’ di respiro a coloro che hanno subito le conseguenze della crisi, ma poi ci vuole altro.

Oggi né Keynes, né Marx possono aiutarci più di tanto perché non è più possibile mantenere invariato il modello di vita improntato all’iper-produttivismo e all’iper-consumismo, come se non fosse ormai definitivamente acquisito che in un sistema a risorse finite come il pianeta Terra, uno sviluppo infinito è impossibile.

Il cambiamento quindi dal mio punto di vista non può accadere se anzitutto non si parte da un’analisi in grado di comprendere le dinamiche della contemporaneità con rigore e fondatezza.

Il problema è tutto qui: se non si fanno sul serio i conti con le superstizioni della cultura occidentale da Platone sino a noi, che costituiscono le categorie con cui il 90% degli occidentali (che sono ormai anche coloro che si sono adattati volenti o nolenti allo stile di vita occidentale) continuano a interpretare il nostro tempo, coltivare la speranza che vi sarà un cambiamento in meglio, è una pia illusione.
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“LE DEE DEL MIELE” di Emma Fenu – Recensione di Ilaria Negrini

 

“Ho voluto raccontare la storia della mia famiglia, di quattro donne inconsapevolmente Dee, che si nutrivano di se stesse e di miele, ossia del cibo per eccellenza”
Un canto del miele intriso di poesia e di profumi che mi ha ricordato le estati della mia infanzia in Sardegna. Un profumo unico, quello della Sardegna, odore intenso di sole e di erba, di miele e di sale, di mirto e di magia.
Le quattro protagoniste di questo romanzo, che si svolge lungo tutto il Novecento, sono Caterina, Lisetta, Marianna ed Eva.
Caterina si è sposata giovanissima con il suo amato Pietro e ha dedicato la sua vita ai figli. Fra questi c’è Luigi, che da bambino viene colpito dal malocchio e lei riesce a salvarlo grazie ad una sapienza antica.
Lisetta, figlia di una “panas”, giovane mamma morta di parto, viene cresciuta dalla zia paterna, Marta. Deve rinunciare all’uomo che ama e sposarsi senza amore, lei che è un’anima piena d’ amore. E lo donerà alla figlia adottiva Marianna, dopo aver perso la sua prima bambina.
Marianna è affascinata dalle creature femminili che abitano la sua casa “alcune vive, alcune morte, alcune site in una zona di confine”.
In collegio deve imparare a reprimere gli istinti e a rinunciare ai piaceri per fortificarsi. Ma la forza per sopportare gli anni del collegio e poi la sua malattia, l’endometriosi, le viene dall’insegnamento di sua madre: “Nulla è più sacro dell’amore”. Lisetta infatti, pur vivendo una tristezza che le faceva assaporare e desiderare la morte, sapeva davvero amare e comprendere.
Marianna sposa Luigi e dal loro amore nasce Eva.
Bambina matura e intelligente, Eva è attratta dal numinoso. Da piccola vedeva anime e fantasmi. Crescendo ha perso questa capacità, ma ha ereditato il dono di famiglia, quello di “andare oltre le cose” e di “muoversi verso l’infinito”.

Sono tante le tematiche di questo romanzo intenso e affascinante. Diversi strati, diverse prospettive.
C’è la magia e la tradizione di una terra antica e profonda. C’è la forza e la bellezza di donne magiche, donne madri, non solo di figli.
E ci sono sofferenze sotterranee, personaggi che incarnano grande dolore come Lisetta, come Marta, come Monica.
Eva sente questo dolore, lo vive anche senza capirlo. Fino a quando scopre la parola, la scrittura. “I simboli lentamente si disvelavano e la storia iniziava”.
Attraverso la scrittura Eva dà un suono ai silenzi assordanti della sua infanzia e illumina con le parole ciò che non poteva essere detto.
La parola scritta, come le tele tessute dalle Janas, è il ricamo che rivela il senso e la bellezza del dolore.