Il recupero del senso dell’essere

You-Logos

G. R. Bacchin: Intero metafisico e problematicità pura. Paragrafo 4: Il recupero del senso dell’essere

La formulazione dell’essere si presenta per se stessa come la più radicale aporia in cui si muova o si irrigidisca la metafisica: se l’essere è ciò in virtù di cui ciò che è  < è >, non è possibile dire che l’essere « è », ché se esso fosse, l’implicazione di esso da parte di ciò-che-è, dell’essente, aprirebbe un processo indefinito, un processo per il quale l’essere, essendo, domanderebbe se stesso, ossia non domanderebbe e sarebbe assoluto; o domanderebbe qualcosa che gli è inevitabilmente estraneo e sarebbe domanda senza risposta possibile, ancora domanda nulla. Il quale discorso può valere anche a partire dall’essere come assoluto o come estraneo all’assoluto: se è assoluto deve pur essere come un ente dagli altri diviso, se è estraneo all’assoluto non può mai essere veramente, consistentemente.

Ritengo che questa situazione…

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“Per amore” di Lisa Ginzburg -recensione di Ilaria Negrini

 

Un amore. Due mondi lontanissimi che si incontrano e si scelgono. Contro ogni scetticismo, ogni pregiudizio, contro tutto e tutti. Ostinatamente.
La protagonista – di cui conosciamo soltanto il nomignolo affettuoso datole dal suo amore: Vituca – lungo le pagine di questo emozionante romanzo autobiografico scritto in terza persona, è indicata con un pronome : “lei”.
È una donna forte e indipendente, ma con un bisogno estremo di amare, di donarsi, di dare.
Nata in Italia, vive a Parigi. All’inizio, nel momento della costruzione dell’ amore, pensa di trasferirsi in Brasile, compra una casa e cerca con tutte le sue forze di entrare a far parte della grande famiglia di Ramos, ma si accorge presto dell’impossibilità di questa impresa. Nonostante ciò Vituca continua a credere in questo amore. Segue Ramos ovunque. Si incontrano nei vari luoghi del mondo in cui lui lavora. Lo aspetta sempre, incurante dell’ostilità delle persone che lavorano con lui e della vulnerabilità che inevitabilmente mostra. “L’audacia, l’insistenza, il perseverare. Tutto era stato per istinto. Perché amava e non poteva fare in altro modo”.
Ramos è un artista, una grande anima con una forte spiritualità, ma quando torna a casa, in mezzo alla sua gente, si trasforma, la esclude, beve molto, nottate intere insieme a parenti e amici secondo le usanze di una vita a lei incomprensibile.
“Era un maestro Ramos… Per l’energia e l’intensità che sapeva dare alla vita: la sua e quella di chi gli era vicino”
Ballerino, attore, coreografo di condomblé (culto nato dall’unione sincretistica delle religioni africane con la religione cattolica in Brasile), Ramos sapeva creare architetture di corpi in cui tutte le emozioni, dolore, collera, allegria, potevano esistere insieme. Figure del corpo create per imbrigliare le energie della natura, quelle forze che in Brasile schiacciano gli esseri umani, lei stessa ne è stata travolta. “Ramos mai: lui nella sua terra, anche quando gli eventi rotolavano eccessivi, incontrollati sempre sapeva come muoversi. Proteggere, sé e tutti”
Ma c’era un altro Ramos, una zona segreta in lui: più lui opponeva resistenza più lo chiamava a sé.
Quell’amore che aveva lottato tanto per vincere, per cui loro avevano tanto sofferto, mostrò che non c’era più niente da fare. “L’amore restava intatto, ma le difficoltà e gli ostacoli avevano vinto”.
Dieci anni d’amore, dieci anni di immagini che scorrono, chiuse in un silenzio che brucia. Dolore come fuoco.
Ramos è morto, è stato ucciso nella loro casa in Brasile.
Vituca resta muta, soffocata da troppo dolore. Può solo pensare, ricordare, cercare di capire perché sia morto, ricostruire i suoi ultimi momenti. Fino a quando un mattino di aprile, camminando per Barcellona, comprende.
“Le sembrò in quell’istante di comprenderlo come mai prima. Era vicino. Distantissimo eppure così prossimo. Le era accanto, come può un alito di vita. Una vita che sottile rimane”
Distante e vicino, come nella loro vita insieme.
Quel giorno Vituca ha capito che poteva scrivere la sua storia con Ramos. Attraverso la scrittura rendere vivo questo amore per sempre.

Sorella

 

 

Non stavo bene, la depressione mi mordeva l’anima. Per trastullarmi un po’, la sera uscivo col cane, questa era l’unica medicina che prendevo, e sbagliavo, eh, avevo disatteso tutte le raccomandazioni del medico che mi aveva in cura, ma ero fatto così, mi ero ribellato all’idea di essere malato, ma non stavo proprio bene.

Quella sera uscii con il cane, come le altre ventimila precedenti. Era freddo, erano i primi di gennaio, ricordo bene, sì, il due. Avevamo da poco festeggiato l’anno nuovo. Vita nuova?, mi chiedevo. Mah, intanto ero lì fuori, col cane.

Mi girai, no, che freddo!, sentii fortemente il bisogno di girarmi. Era un imperativo assurdo e innominato quello che me lo ordinava. Fu allora che la vidi, quella figura nera, alta, intabarrata, capii che era lei, la maligna, l’inesorabile, la fulgida di nera bellezza, la Morte.

E’ giunta l’ora le chiesi, mentre, girando del tutto, lei spariva.

Un’allucinazione, ho avuto un’allucinazione.

Una patetica allucinazione! Dio mio!

Mi rigirai, ma dalla parte opposta, la sinistra ora.

Era là, ferma, immobile, stupida, greve.

Mi girai del tutto ancora, non c’era più.

Mah!

Ma che era?!

Mi rigirai dalla parte dove stavo andando, ma di scatto mi rigirai a mezzo e la rividi, era lì, inconcludente, inoperosa, silente, come in attesa.

In attesa di cosa? Di me! Di me? Vuoi che venga da te?

No.

Perché devo venire da te? Vieni tu da me, vieni tu.

Vieni tu?

Dimmelo, se vuoi venire da me.

Sono qua.

No, il cane era tranquillo, non aveva visto niente, ma non vede mai niente lui, lui è sempre tranquillo, che gioca, che si trastulla anche lui.

Mi rigiro a metà dalla parte opposta. Sei sempre lì, eh?!

Giochi a nascondino?

Vuoi giocare a nascondino con me?

Non vuoi giocare?

Vuoi me?

E se io non voglio?

Io mica vengo da te.

Tu vieni da me!

Andai su un ponte e stavo per buttarmi giù.

No. Mi correggo. Stavo pensando a cosa sarebbe successo se io mi fossi gettato giù.

Oh, non lo so cosa avrei fatto se avessi avuto una corda in mano, non lo so, eh!

Decisi di voltarmi del tutto verso di lei, che era sparita ancora.

Una volta per tutte.

Non c’era.

E pensai di incamminarmi verso casa.

Il cane non disse niente.

Era tranquillo.

Come se niente fosse.

Niente fosse accaduto.

Lui.

Io invece…

Io morivo dentro di me, ci mancava poco insomma.

Ma non dissi nulla.

Ne parlai qualche giorno dopo.

A mia moglie.

Solo a lei.

Hai avuto delle allucinazioni.

Mi disse.

Quella sera presi le pillole.

Tutte quante.

Forse qualcuna in più.

 

Confutazione del principio fenomenologico di tutti i principi

La formulazione più  ingenua  – il che non significa qui pura, bensì prefilosofica – dello intento di quelle parodianti “filosofie” – che, stante  la comune ovvietà, aspirano ad essere LA filosofia –  è il si detto husserliano “principio di tutti i principi”. Che vi sia bisogno di un”principio”  è già in sé  esclusione che “principio” sia la intuizione, ma il  principio appunto dovrebbe essere  intuito, o,  facendo della “intuizione” UN principio, contraddice se stesso.

“Ogni intuizione che presenti originariamente qualche cosa  è di diritto fonte di conoscenza.  Ciò  che si offre originariamente nell’intuizione (che è presente in carne ed ossa, per dir così) deve essere assunto semplicemente cosi come è dato, ma anche soltanto nei limiti in cui è dato”. (Idee per una fenomenologia pura, par. 24).

Preso seriamente, questo  principio  NON PUO’ esercitare funzione alcuna senza  cessare di VALERE. Che una intuizione presenti originariamente qualche cosa  è tautologico (o che “intuizione” è?) , ma che la presenti “originariamente”  come si sa? Intuendolo.  Intuirlo è già “assumerlo come dato” sì che la SUA intuizione è di diritto  “fonte di conoscenza” perché  (un perché  intuito) è già conoscenza o non è intuizione-di-qualcosa. Che lo si assuma (anzi, per il “principio”, che lo si debba  assumere) “cosi come è dato, ma anche nei limiti in cui è dato” è impIicito  nell’assumerlo, che è appunto assumerlo “nei limiti” del suo darsi, che sono tutt’uno con il “dato” o non sono affatto.

Preso in funzione conoscitiva, questo principio  – tautologico – accredita ogni “asserzione”, ché non mi si può far intuire -per dimostrazione- che NON intuisco o che intuisco al di là dei limiti del “mio” (quale se no?) intuire.  Del resto, l’eventuale negazione della mia  intuizione verrebbe intuita o non sarebbe ‘originaria’.

Ma quel conclamato ‘principio’ – formulato da un filosofo che viene dalle matematiche –  è progettato in funzione di discutere le “teorie”, quelle superfetate sul dato, che è in funzione di discutere (senza più intuire?) lo “asserito” sulla BASE delIo “esperito”.

 

Bacchin, Teoresi metafisica par. XLVIII

Ieri pomeriggio, a Montecchio

Oh, sentite cosa mi è capitato ieri sera. Io ho sempre avuto una passione per il basket, fin da quando ero ragazzo e passavo ore a tirare a canestro. Io… non sono mai stato un campione, specie nell’uno contro uno, non ero… agilissimo, però nel tiro me la sono sempre cavata. Per forza, tiravo per interi pomeriggi. Non facevo altro. Era diventata una mia fissazione. Ore e ore da soli, io, la palla e il canestro.
Ci si vedeva ancora bene. Abbozzai un tiro. Ciuff! Un secondo tiro: ciuff! Però, mi dissi. Ne provai un altro: ciuff! Un quarto tiro: ciuff! Un quinto: ciuff! Un sesto: ciuff! Mi stavo esaltando! Buttai malamente il pallone, volevo sbagliare apposta. Volevo interrompere la serie. Quel continuo fare canestro mi stava preoccupando. Assurdo, ma sentivo che qualcosa di strano si era introdotto in me. Rincorsi il pallone, mirai: ciuff! Ritirai: ciuff! Non ricordo in tutta la mia vita una precisione così impressionante nel tiro. Ripigliai la palla e tirai, quasi senza mirare: ciuff!
Sentii che in quel momento non ero io a tirare, ma qualcosa che proveniva da chissà dove, da un punto lontano ma familiare, che avevo ritrovato dentro di me. Mi sentii un tutt’uno col canestro. La mia mano, il pallone e la rete del canestro erano un tutt’uno. Sentivo come se una divinità mi si fosse intrufolata al mio interno, non una qualsiasi: la mia divinità. Tirai ancora, assolutamente certo dell’esito: ciuff!
Stava venendo un po’ scuro. Mi sedetti sul cordolo di cemento che circondava il campetto di periferia dove stava avvenendo il mio piccolo, personalissimo, miracolo.
Non so quanto tempo dopo, sentii mia moglie che stava chiamandomi. Presi la palla e stavo per tirare, ma non lo feci. Sentii che Quel Momento era passato. Forse per l’Eternità.

Considerazioni teoretiche su tre passi dello Scaligero

Scrive lo Scaligero:

«V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. È il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere. Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza». (Trattato del pensiero vivente, §2)

Si teorizza qui un *pensare* (all’infinito) che non è stato ancora pensato, e ciò è senz’altro vero, giacché il pensare, cioè l’atto di pensiero infinito che è il logos, non è un pensato, il quale non è pensiero e quindi non è; poi però si afferma esplicitamente che tale pensare infinito non può darsi come pensiero; ma se il logos (il pensare) non può darsi come pensiero, allora è un pensato, pertanto sarebbe insieme pensiero e pensato, essere e non essere, il che è contraddittorio. Lo Scaligero giustifica ciò scrivendo che il pensare non può darsi come tale finché è *pensante* nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico che è determinazione. Ora: a) il logos (il pensare) non può essere pensante nel processo della riflessità, in quanto il movimento stesso della riflessione è già di per sé un pensato (un riflesso), non è pertanto pensiero: semplicemente non è; b) l’attualità del pensare, proprio in quanto infinita, non può essere limitata al momento dialettico, poiché l’infinito non può mai essere limitato: un infinito limitato non è infinito, ovvero non è; c) la dialettica non è semplicistica determinazione: determinare significa negare, mentre la dialettica, in quanto negazione della negazione, è affermazione assoluta.

Prosegue poi lo Scaligero scrivendo che il pensare (il logos) può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: ma se l’atto pensante è infinito, essendo tale da cosa mai potrebbe “sorgere” e da chi mai potrebbe essere contemplato? L’aporia non si risolve certo teorizzando un atto pensante infinito che, sorgendo da sé, pensa se stesso ed è reale in quanto esprime il proprio essere: a) il sorgere dell’infinito da se stesso implicherebbe l’essere di un infinito, altro dall’infinito, che precederebbe l’infinito stesso, il che è impossibile; b) se l’infinito pensa se stesso non è infinito, in quanto si porrebbe in relazione con qualcosa che non è infinito: il “se stesso” che l’infinito dovrebbe pensare limiterebbe l’infinito stesso, il che è contraddittorio; c) se l’infinito è reale in quanto esprimente il proprio essere di nuovo non è infinito, in quanto l’essere nel quale dovrebbe esprimersi la realtà dell’infinito porrebbe una differenza, nell’infinito, tra l’infinito e l’essere che ne esprime la realtà, il che è assurdo.

Lo Scaligero sostiene poi che il pensare infinito non è ancora conosciuto dall’uomo in quanto sperimentabile come originario potere di vita, ovvero come percezione dell’essere radicale del mondo. a) Il logos non sarà mai conosciuto (pensato), in quanto l’atto di ogni fondazione del pensiero nel pensato non è pensabile, non è atto poiché immediatamente si nega nel suo stesso porsi, come riduzione del pensiero al pensato (dell’essere al non essere); b) se il pensare è sperimentabile come “potere di vita”, come “percezione dell’essere radicale del mondo” non è pensiero ma, appunto, sperimentazione di vita e percezione (esistenza ≡ non pensiero): determinando il pensiero come sperimentazione e (addirittura) percezione dell’essere del mondo, lo si nega di necessità in quanto pensiero, lo si riduce cioè (di nuovo) al non essere dell’esistenza.

D’altronde, lo Scaligero stesso si contraddice già dichiarando che il pensare “non è imagine filosofica” e definendolo poi sperimentazione e percezione: se infatti è vero che il pensiero non è immagine di alcunché, ma atto pensante infinito, non si capisce innanzitutto come si possa qualificare la filosofia (la teoresi pura) come immagine, né come si possa, dopo aver giustamente negato l’identità di pensiero ed immagine, definire il pensiero stesso “sperimentazione” e “percezione”, le quali appunto, in quanto immagini sensibili legate all’esistenza, non sono pensiero.

Continua poi lo Scaligero:

«Il vero pensare non può essere il pensato, o pensiero riflesso, e, come riflesso, fissato in parole; ma neppure il pensiero riflettentesi, o pensante, comunque condizionato dalla forma del suo esprimersi. Il vero pensare è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il proprio contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero. […] È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori. Quando veramente si pensa, si attua il pensiero pensante, ma in quanto l’oggetto sia già un pensato che giunga a coscienza come percezione già involta di pensiero – la rappresentazione, tendente a farsi concetto – oppure come nostro o altrui pensiero: pensiero, comunque, di qualcosa. Non pensiamo mai qualcosa che non sia un tema, o un oggetto: ed un tema, un oggetto, è sempre un pensato. In quanto pensato e avuto come pensato, è astratto, non esiste, è segno, possibilità di pensiero o di ricordo, sapere». (Trattato del pensiero vivente, § 3)

Ora, se è senz’altro vero che il pensare non può essere il pensato, o pensiero riflesso, né può venire fissato in parole, che ne sedimenterebbero l’infinito fluire riducendolo al solo senso dossico (che non è pensiero), da ciò non segue affatto, se non contraddittoriamente, che il pensiero pensante, ossia l’atto perenne del pensare, si rifletta e sia quindi condizionato dalla forma del suo esprimersi; il logos infatti, proprio in quanto infinito, non si riflette né s’esprime in alcunché, meno che mai nell’illusorio se stesso che dovrebbe esserne la forma riflessa: il se stesso dell’infinito non è l’infinito, non è. L’espressione “essere del pensiero” poi, che viene *logicamente* attribuita al “vero pensare”, è priva di significato: a) il concetto di un pensare “vero” è in realtà un falso concetto, giacché implicherebbe in sé un pensare non vero (così come l’essere implicherebbe in sé il non essere), vale a dire un non pensare che, in quanto tale, non è; inoltre, essendo il pensare infinito, essendo tutto ciò che è, è già di per sé il vero senza che tale qualificazione debba essergli aggiunta; b) da ciò segue, ora sì logicamente, che un essere del pensiero è altro dal pensiero stesso, non è perciò essere, ovvero non è.

È chiaro che solo tali pesanti aporie consentono allo Scaligero di teorizzare «una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero», dalla quale altresì dovrebbe “scaturire” il cosiddetto pensiero vivente che, in modo del tutto immaginifico e fantasioso (cioè non teoretico), dovrebbe così pure esprimerla. Tale supposta corrente di vita superiore, è detta poi diversa da ciò che ordinariamente si conosce come pensiero; ma ciò che *ordinariamente* si conosce come pensiero di certo non è il pensiero, bensì la sua dossica determinazione, la sua negazione. La corrente di vita superiore dovrebbe quindi essere diversa da ciò che non è pensiero; ma ciò che è diverso dal non pensiero è di già il pensiero; ne risulta pertanto che la corrente di vita superiore, che si dovrebbe esprimere nel pensiero vivente essendone l’essenza infinita, non è pensabile: non è concetto, ma solo una suggestiva immagine esteriore all’atto stesso del pensare, aggiunta ad esso surrettiziamente. Il logos è già di per sé infinito: non può perciò darsi altro diverso da esso, né aggiungergli alcunché.

Proprio fondandosi su tali reiterati non sensi logici, vale a dire fondandosi sul non essere, lo Scaligero si spinge a teorizzare perfino una “percezione del sovrasensibile” in enti pensiero, equiparandola addirittura alla percezione sensoria di forme e colori, ossia una percezione “involta di pensiero”, una rappresentazione “tendente a farsi concetto”. Ma è ovvio che, e non sarebbe nemmeno il caso di sottolinearlo, una rappresentazione non è pensiero, giacché non è; quindi, dire che la rappresentazione tende a farsi concetto, equivale a dire che il non essere tende a farsi essere, il che è assurdo. Lo stesso vale per la percezione involta di pensiero (qualunque cosa possa mai significare questa bizzarra ed immaginosa espressione): una percezione involta di pensiero sarebbe non essere avvolto di essere; ciò vorrebbe dire che nell’essere ci sarebbe il non essere, il che è, se possibile, ancora più assurdo.

Tralascio l’analisi dell’espressione “percezione del sovrasensibile”, la cui totale estraneità ad una teoresi pura dovrebbe ormai essere manifesta.

Si legge poi: «Non pensiamo mai qualcosa che non sia un tema, o un oggetto: ed un tema, un oggetto, è sempre un pensato. In quanto pensato e avuto come pensato, è astratto, non esiste, è segno, possibilità di pensiero o di ricordo, sapere». Se è corretto sostenere che quando si pensa non si pensa mai un oggetto (un tema), in quanto l’oggetto di pensiero non è pensiero ma pensato, risulta però incomprensibile ricavarne la non esistenza dell’oggetto stesso: è ben vero che il tema pensato è un’astrazione ma, in quanto tale, di esso si può appunto dire che non essendo atto di pensiero non è; predicarne la non esistenza è di nuovo contraddittorio, poiché l’esistenza è già di per sé non essere. In tal senso, la proposizione “il pensato non esiste” equivale a “il pensato non è non essere”, ossia “il pensato è”.

In fine, equiparare il pensato al *sapere*, che è solo in quanto intero, equivarrebbe a dire che l’intero stesso è un pensato, che l’intero è determinabile come parte, ovvero che l’essere è non essere.

Veniamo ora al terzo passo:

«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece, fuori di ogni tema. L’osservazione del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema». (Trattato del pensiero vivente, §5)

Anche qui si parla esplicitamente di un pensiero vivente che è *prima* del pensiero pensante secondo un tema, nonché di “sperimentazione” e “percezione” del pensiero vivente stesso. Ora, se è vero che il pensiero è reale (non astratto) fuori da ogni tema, essendo cioè indipendente, in quanto infinito, da qualsiasi oggetto altro da sé (che non è pensiero e perciò non è), da chi dovrebbe essere sperimentato e percepito? Non certo dal finito, che in quanto pensato non è; ma nemmeno da se stesso: ciò produrrebbe nuovamente una differenza tra l’infinito e il se stesso che lo sperimenta/percepisce, il che (come abbiamo visto sopra) è impossibile; non può darsi un altro dell’infinito.