Domande frequentemente senza risposta

Cosa ti hanno iniettato?

Cosa ti hanno fatto mangiare?

Come hanno arredato il tuo cervello?

Cosa ti hanno fatto vedere?

Cosa ti hanno spiegato?

Come te l’hanno fatto capire?

Dove sei stato?

Come ti hanno vestito?

Come ti hanno detto di essere?

Cosa ti hanno detto di avere?

In cosa ti hanno detto di credere?

E in cosa sperare?

Cosa ti hanno detto di volere?

E come ti hanno detto di ottenerlo?

Come ti hanno imposto di desiderare?

E cosa ti hanno fatto desiderare?

Come ti hanno insegnato a sopportare?

Quali strumenti ti hanno indicato per andare avanti?

Come ti hanno insegnato ad usarli?

Come ti hanno spiegato quale strada prendere?

Come ti hanno insegnato a scegliere?

Come ti hanno insegnato a controllare le tue emozioni?

Come ti hanno detto di accettarle, di distinguerle?

Come ti hanno fatto capire quelle importanti, quelle che ti fanno crescere, quelle che fanno bene e quelle che fanno solo male?

Forse è meglio ricominciare da capo.

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Sulla falsa relazione tra essere e apparire

1

Il logos è. La sua innegabilità consiste quindi nell’essere non esistenza, nell’essere non pensato, non finito: nell’essere dunque atto infinito di pensiero.
L’uso dossico pretenderebbe d’imporre all’innegabilità il significato di un apparire, nel quale si manifesterebbe l’essere; ma l’apparire non è, nega l’essere; dunque un essere che apparisse, con l’atto stesso dell’apparire immediatamente si negherebbe, si dissolverebbe cioè nel non essere: pensare l’apparire è quindi contraddittorio, non è pensare e non è essere. Dire che ciò che appare appare in quanto è, equivale a dire che ciò che è è in quanto appare, ovvero significa ridurre l’essere al non essere: apparire non è essere, pertanto l’essere non appare se non negandosi. L’innegabilità del logos, dell’essere, riduce infatti al non essere la falsa relazione tra essere e apparire, e l’apparire stesso: non può darsi per esso, che è già da sempre infinitamente, alcun apparire.
Il finito non manifesta dunque l’infinito, né l’apparire manifesta l’essere: il finito e l’apparire semplicemente non sono.

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Come si origina quindi la falsa relazione essere-apparire? Essa è generata dall’intelletto, dall’ego pensato (da non confondersi con l’io in quanto coscienza pura, o atto di pensiero), che non essendo pensiero ma (oggetto) pensato, non è. L’ego pensato, in quanto è un pensato, deve darsi un fondamento, e lo ricerca pensando il fondamento come proprio inizio, ovvero riducendo il fondamento a prodotto pensato e pensandolo pensandosi nel tempo e nello spazio, producendo cioè una relazione ad una rappresentazione, ad un riflesso, ad un’apparenza. Esso non sa, poiché non lo vede, che in quanto esistenza appare al di fuori dell’essere, e quindi non è, giacché il suo fondamento, il suo esistere, è uno stare al di fuori dell’essere: il fondamento (pensato) dell’ego è pertanto un fondamento nullo, privo di valore teoretico.

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Nello strutturarsi della *catena* dei vincoli dell’esistenza che l’opinione denomina “realtà di fatto” e pone già come presupposti, l’ego pensato si costituisce in molteplici essenti relativi, pensati cioè in base a relazioni. La differenza tra i molteplici essenti relativi è però di già relazione e, come tale, è apparenza, non è: ciò che per pensare deve porre relazioni non è il logos, il quale proprio in quanto atto pensante assoluto, non ammette altro da sé a cui relazionarsi. Il relativo non è l’intero: quindi non è. Se lo schema trascendentale della sostanza significa “permanenza-nel-tempo”, allora essa può essere pensata solo come ciò che sta sotto alla forma cronotopica in relazione alla quale è pensata, è ciò che può pensarsi solo in relazione ad uno spazio e ad un tempo e che solo in essi può sussistere e permanere; ma il tempo è impermanente, così come lo spazio che in esso si determina; la sostanza pensata è quindi una contraddizione, poiché significa un permanere impermanente, una sussistenza che non sussiste: non permane, quindi non è.

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Consideriamo ora due principi generati dalla falsa relazione essere-apparire.

Ciò che appare (A) e apparire (B) sono inscindibili.

Analizzando questo principio alla luce della pura teoresi, si scopre innanzitutto che esso è un principio dogmatico: si presuppone infatti che debba sussistere una relazione di inscindibilità tra l’essere (A) e l’apparire (B). Ora: posta (acriticamente) tale premessa, si danno tre possibilità. Tra essere ed apparire possono sussistere: a) una relazione di identità; b) una relazione di differenza; c) una relazione di differenza nella identità e identità nella differenza. a) Se essere (A) ed apparire (B) sono identici, allora solo A (l’essere) è, quindi B non ha ragion d’essere; b) se A e B sono differenti, allora B ≠ A, ovvero, essendo A = essere, B = non essere; se A e B invece sono differenti nell’essere identici ed identici nell’essere differenti, allora si pone nell’essere, nell’intero che è *uno* indivisibile, una (falsa) relazione tra l’essere e ciò che, essendo da esso differente, non è, ovvero si teorizza contraddittoriamente un qualcosa che, nell’essere, non è. Pertanto se A, il presupposto essere apparente, e B, il presupposto apparire dell’essere, sono inscindibili, allora significa che B = non A, ovvero che B non è.

L’essere appare in quanto è il suo apparire.

Con quest’altro dogma, come il precedente del tutto immaginifico (quindi non teoretico), si pretenderebbe di teorizzare che l’essere appare; l’apparire però nega l’essere, e non sarebbe teoreticamente sensato il sostenere che l’essere possa apparire (negarsi) in parte pur restando essere, giacché l’intero non ammette parti. A tutto ciò, s’aggiunge che l’apparire è addirittura condizione fondante dell’essere, ovvero che l’essere è in quanto appare, che è in quanto negazione di sé… Questo (illusorio) procedere dell’ego è, propriamente, uno “strafalcione teoretico”: l’ostinazione a presupporre relazioni laddove la relazione, non essendo pensabile in quanto contraddittoria, non è.

La piccola morte

Il vero amore non si trova facilmente, è raro, molti si separano perché sono insoddisfatti del rapporto che hanno col partner, ma poi si pentono subito di averlo fatto, il problema dev’essere dentro di loro, mica fuori, e fra me e mio marito non c’è più passione, e questo da tempo, ho passato un periodo in cui volevo separarmi, ma non posso, io non lavoro fuori, accudisco i miei figli e basta, il più piccolo ha quindici anni, è un ribelle quello, altro che!, ma non posso separarmi, a cinquantacinque anni, senza un soldo, senza un mestiere, non farei più la vita che faccio ora, noi viviamo nell’agio, abbiamo ogni cosa che vogliamo, soprattutto il superfluo, mio marito guadagna bene, non mi ha mai fatto mancare nulla, a parte se stesso, i primi anni no, come eravamo innamorati!, lui pendeva dalle mie labbra, e io dalle sue, eravamo una coppia bellissima, e ogni volta che facevamo l’amore, oh!, che ricordi!, era come morire tra le sue braccia, una piccola morte e poi!, poi io rinascevo ogni volta, sempre abbracciata a lui, ma ora, ora non c’è più nulla, nulla…, mi manca tanto quello che lui era per me, e io sono depressa, lo so, mi manca così tanto un lui, da amare, da pendere dalle sue labbra, che mi faccia ridere, gioire, godere, divertire insomma!, sì, sono tanto depressa!, stare in casa tutto il giorno senza un impegno, senza un obbligo!, il lavoro in casa lo faccio, ma mi pesa tanto, ma proprio tanto!, perché è sempre quello!, e poi c’ho anche una domestica che viene, tre volte a settimana, io ormai faccio il meno possibile, ma se mi assento da casa una notte, o anche due o tre notti dietro fila, basta che io lo avverta e lui si organizza, non ci sono problemi in questo, e anche lui può farlo e ogni tanto lo fa, non siamo mica gelosi l’uno dell’altro, no, tutt’altro!, lo ripeto, il vero amore, prima cosa, è difficile da trovare, poi, è impossibile che duri, questo ti dico, ma ora che sono in piena depressione, ecco che mio marito mi è vicino, la mia ansia ci ha riunito, io vorrei tanto che mi facesse un po’ di coccole, vorrei chiederglielo, ma non m’attento, lui si limita a starmi vicino e ascoltarmi, e in fondo mi sta bene così, ma se capita, però, che mi trovo qualcuno che mi offre una cena, io ci vado, e se alla fine mi porta a letto, ogni volta io muoio fra le sue braccia, esattamente come se fossi la sua innamorata, ma quando mi sveglio, io sono ancora morta, peggio, sono viva esattamente come prima, esisto, insomma, e in fondo mi va bene così, ma cosa mi manca a me, ho tutto, proprio tutto, cosa mi manca, a me, se non quell’amore che non c’è più?

 

Da “L’età dell’erba” di Ilaria Biondi

Pizzi d’argento
sul glicine setoso
nuvola muta

 

IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

You-Logos

IN-FINITO (SAPERE)   di Marco Cavaioni

In verità, a me pare che tutto si riduca a questo: a questa “tremenda e meravigliosa” negazione del finito (il *non*- ovvero *nel*- dello *in*-FINITO), negazione innegabile ossia assoluta necessità dell’infinito (necessità che “è” l’infinito) – unica abissale libertà da sempre aperta nel cuore del finito.
Ma il cuore del finito non è “atremes”, non è cuore che non trema.
Se lo fosse, semplicemente non sarebbe più “finito”, non sarebbe cioè quel costitutivo “non poter non tremare” ovvero – in termini ontologici – quel “non poter consistere”, “non poter stare” in se stesso, ma doversi spingere oltre sé verso ogni “altro” finito, proprio per esser “sé”: è, questo, il suo contraddittorio “essere-fuori-di-sé”, la necessità cioè che il finito “divenga” ciò che “non è” [non: “intanto essendo sé, e quindi divenendo altro”, bensì: “essendo in divenire”, essendo “puro divenire”… ed il divenire come tale –…

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Giovanni Romano Bacchin: Importo teoretico dell’espressione «Verum et esse convertuntur».

La ratio del loro convertirsi l’uno nell’altro è, ovviamente, l’identità di ciascuno dei due con l’altro; il che significa che essi nel loro essere idem, sono tali che è possibile ed anche necessario distinguerli tra loro come verum et esse.

Ma la congiunzione verum et esse suppone proprio ciò che la conversione stessa nega, e la conversione suppone quella congiunzione per cui, più che di identità, si dovrebbe parlare di identificazione, di processo, cioè, consistente nell’attuarsi del riconoscimento dell’identità; per il quale riconoscimento, l’identità preceda e condizioni la validità del processo (riconoscimento di qualcosa che è come viene riconosciuto) e, tuttavia, segua quel processo perché riconoscibile solo in esso e per esso.

Ma come è possibile che il verum e l’esse siano due se sono idem tra loro? E come è possibile dire che essi convertuntur se non sono tra loro idem?

Se penso l’esse e il verum come due, l’esse non essendo il «vero» è affatto impensabile e il verum, non «essendo», è parimenti impensabile. La contraddizione inerente a questa duplice impensabilità impone, dunque, una chiarificazione del termine «pensiero»: il pensare vi viene assunto equivocamente come riconoscimento di qualcosa che è e come aggiunzione di qualcosa che non è senza il pensiero.

  1. Se il pensare è lo stesso verum in cui l’esse si converte, pensare è semplicemente questo convertirsi e, tuttavia, è aggiunzione della conversione all’esse, parchè è appunto nel pensiero che l’esse si rivela verum.
  2. Se il pensare è il prendere atto di ciò che è, ossia semplicemente il riconoscere, il convertirsi dell’esse nel verum «è» a prescindere dal fatto che venga pensato; e cioè il convertirsi stesso è l’esse nel verum; ed anche, come convertirsi dell’uno nell’altro, non è questo né quello. E v’è così un’eccedenza del pensiero sul convertirsi nel pensiero dell’esse, eccedenza per la quale il pensiero è atto ed è procedimento; atto, ossia indivisibile consapevolezza di ciò che è, procedimento, ossia passaggio e quindi divisione dei momenti di quel convertirsi che domanda la dualità tra ciò che si converte e ciò in cui la conversione avvenga.

Il convertirsi è dunque una «dimostrazione», perché è un procedimento che suppone (come ipotesi) la possibilità della sua negazione: dire che il verum e l’esse sono uno equivale a dire che non è vero che siano due come appare dalla loro congiunzione; equivale a dimostrare cioè che la loro congiunzione è solo fittizia.

D’altro canto, la conversione potrebbe venire dimostrata solo come questione della legittimità del problema della conversione stessa e se il convertirsi dell’esse nel verum fosse da dimostrare, la dimostrazione stessa potrebbe valere solo in base a quel convertirsi, che una dimostrazione è vera solo in quanto v’è ciò che essa dimostra.

La formula di congiunzione «verum et esse», si chiarisce come formula di identità «verum est esse», identità che non abbisogna di venire dimostrata ed è tuttavia dimostrabile, dimostrabile nella forma della negazione del negativo che è l’impensabilità dell’ipotesi opposta: «verum non est esse», ossia «non verum est esse» e «non esse est verum», e «non esse est» (l’assurdo del nulla che è).

 

(Tratto da I fondamenti della filosofia del linguaggio)