BACCHIN: Saggezza, astuzia, indifferenza.

In effetti, la saggezza che non accetta passivamente (= non subisce) il mondo è la medesima saggezza che si propone di non intervenire in esso per razionalizzarlo. Abbisogna di più saggezza chi più si immerge nel mondo. A rigore si dovrebbe dire che l’affermarsi del saggio (che è affermarsi di ideali che abbisognano dell’opera umana) è implicita affermazione del mondo in cui egli si afferma. Con che “saggezza” è realizzarsi, in uno, del mondo e della sua massima utilizzazione, nella storia che ne rappresenta via via esempio ed occasione. Il caso-limite, quello in cui la saggezza impone il rifiuto del mondo, concentra in questo rifiuto il mondo da rifiutare, nello stesso senso in cui concentra in esso l’attenzione del saggio. Il saggio che si svincola dal mondo concentra se stesso – si incentra – nello svincolamento e, quindi, negativamente sul mondo senza del quale non appare la sua saggezza. Inerisce, infatti, al sapersi orientare il divenire sempre più sapersi orientare, e, conseguentemente, il farsi sempre più mondo nel mondo. I movimenti che qui si impongono seguono una direzione unica, avente versi opposti ma equivalenti: il movimento verso il mondo, per dominarlo con il distacco; il movimento verso se stessa della saggezza per compiersi come pieno distacco.
Per il primo verso, essa si concreta in astuzia che vede il particolare nelle situazioni sempre più minute e circostanziate; per il secondo verso, essa si concreta nella indifferenza. Nonostante l’apparenza, si tratta di una medesima realtà: l’astuzia esperisce l’impossibilità pratica di tenere conto di tutte le situazioni particolari (= tutti i casi) sì che essa esperisce la possibilità costante di un’astuzia maggiore, quella capace di volgere a vantaggio il negativo, l’avverso, la sconfitta, l’errore, il male; l’indifferenza è l’atteggiamento per il quale, dove l’errore non venga riconosciuto se non per il mantenere in vita il suo opposto, non ha più senso cimentarsi per superarlo: se in una visione più ampia l’errore cessa di valere come tale, l’indifferenza è lo stato in cui si accompagna soggettivamente lo svanire della possibilità di errare. Allora, la saggezza come indifferenza coincide con l’astuzia somma, la quale non si oppone agli eventi perché presuppone un’astuzia in essi, che si denomina razionalità-del-mondo. L’astuzia, inizialmente particolare, si estende, per interna coerenza, oltre se stessa con il considerare per se stesso volto a vantaggio anche il male. L’astuzia della ragione, che opererebbe nella storia malgrado la volontà dell’uomo, si situerebbe, così, sulla linea dell’astuzia dell’uomo che perviene astutamente a deporre saggiamente l’astuzia.
Quella “ragione del mondo” varrebbe piuttosto come iperbole della ragionevolezza umana: nata con l’uomo, quale progetto di orientarsi, orienterebbe l’uomo oltre il mondo, poiché l’inerzia (o inattività) del saggio è radicata, per motivarsi, nell’attività universale della ragione. Il carattere pratico della ragionevolezza dell’uomo (= l’uso della ragione) si estende surrettiziamente alla ragione come tale. Così, il capovolgimento antropologico delle “teologie” avrebbe qui il senso del suo dover essere: nata nell’uomo dalla necessità-bisogno di orientarsi nell’esperienza, la ragione apparirebbe all’uomo come sovrana dominatrice dell’evento, onde l’uomo, alienandosi nell’iperbole della propria ragione, ritornerebbe, consapendolo, ad essere arbitro effettivo della ragione; consapendo la genesi della propria alienazione, l’uomo invertirebbe l’alienazione, disalienandosi. Se la hegeliana Weltweisheit si risolvesse nella ragione astuta, il vero senso di Hegel sarebbe Feuerbach; si dovrebbe concludere per il non senso effettivo di Hegel al di fuori di Feuerbach. Ciò che qui importa però è altro. Importa la logica interna della ragione come orientarsi-nel-mondo (sapersi orientare: astuzia-saggezza) da parte di un soggetto che progressivamente considera “mondo” ciò che non si risolve nella decisione-progetto di orientarsi.
Se in una qualche approssimazione, come è quella del senso comune, la nozione “mondo” sembra salda e fuori discussione, è bene il progetto del controllo in funzione dell’orientamento che svela progressivamente l’estrema labilità dei suoi confini, il carattere meramente strumentale di ciò che è irriducibile alla funzione logica (= logica della funzione) e, quindi, l’inconsistenza ontologica di tutto al di fuori dell’unico. Scienza, fede, cultura con le loro inevitabili generalizzazioni protese al controllo dell’individuale decadono, là dove generalizzano, nell’astrazione; allora la stessa indifferenza con cui l’unico si rapporta al mondo (motivata con la radicale indifferenza del mondo alla strumentazione) diviene, coerentemente, indifferenza dell’unico a se stesso ed alla propria indifferenza. L’unico è, come indifferente, il negativo di ogni differenza. La non identità del saggio con se stesso, che è la struttura dell’unico, si trasfigura nel sofista come di chi converte ogni valore nel suo opposto: l’indifferenza è, di volta in volta, uso pratico della differenza, retorica che sostituisce il sapere, conversione di ogni cosa in parola come nella più maneggevole delle possibilità operative. La figura oggi emergente – ma è un oggi perenne se, con Aristotele, si dice che “è vergognoso lasciare che parli Isocrate – dell’intellettuale incentra, ricorrentemente, quelle del “saggio” e del “sofista”, poiché esalta l’indifferenza teoretica come supporto del servigio in cui si concretizza il rapporto bisogno-soddisfazione, domanda-risposta.
L’unica coerenza è con la propria incoerenza. Se, anticipando l’esperire, si perviene a consapere l’impossibilità di un controllo effettivo – e demiurgico – del mondo, diviene mondo la rinuncia al controllo, diviene saggia la rinuncia alla saggezza, diviene sapere la rinuncia al sapere.

 

(Tratto da: Bacchin, Theorein, Aracne, Maggio 2017)

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Domande frequentemente senza risposta

Cosa ti hanno iniettato?

Cosa ti hanno fatto mangiare?

Come hanno arredato il tuo cervello?

Cosa ti hanno fatto vedere?

Cosa ti hanno spiegato?

Come te l’hanno fatto capire?

Dove sei stato?

Come ti hanno vestito?

Come ti hanno detto di essere?

Cosa ti hanno detto di avere?

In cosa ti hanno detto di credere?

E in cosa sperare?

Cosa ti hanno detto di volere?

E come ti hanno detto di ottenerlo?

Come ti hanno imposto di desiderare?

E cosa ti hanno fatto desiderare?

Come ti hanno insegnato a sopportare?

Quali strumenti ti hanno indicato per andare avanti?

Come ti hanno insegnato ad usarli?

Come ti hanno spiegato quale strada prendere?

Come ti hanno insegnato a scegliere?

Come ti hanno insegnato a controllare le tue emozioni?

Come ti hanno detto di accettarle, di distinguerle?

Come ti hanno fatto capire quelle importanti, quelle che ti fanno crescere, quelle che fanno bene e quelle che fanno solo male?

Forse è meglio ricominciare da capo.

Sulla falsa relazione tra essere e apparire

1

Il logos è. La sua innegabilità consiste quindi nell’essere non esistenza, nell’essere non pensato, non finito: nell’essere dunque atto infinito di pensiero.
L’uso dossico pretenderebbe d’imporre all’innegabilità il significato di un apparire, nel quale si manifesterebbe l’essere; ma l’apparire non è, nega l’essere; dunque un essere che apparisse, con l’atto stesso dell’apparire immediatamente si negherebbe, si dissolverebbe cioè nel non essere: pensare l’apparire è quindi contraddittorio, non è pensare e non è essere. Dire che ciò che appare appare in quanto è, equivale a dire che ciò che è è in quanto appare, ovvero significa ridurre l’essere al non essere: apparire non è essere, pertanto l’essere non appare se non negandosi. L’innegabilità del logos, dell’essere, riduce infatti al non essere la falsa relazione tra essere e apparire, e l’apparire stesso: non può darsi per esso, che è già da sempre infinitamente, alcun apparire.
Il finito non manifesta dunque l’infinito, né l’apparire manifesta l’essere: il finito e l’apparire semplicemente non sono.

2

Come si origina quindi la falsa relazione essere-apparire? Essa è generata dall’intelletto, dall’ego pensato (da non confondersi con l’io in quanto coscienza pura, o atto di pensiero), che non essendo pensiero ma (oggetto) pensato, non è. L’ego pensato, in quanto è un pensato, deve darsi un fondamento, e lo ricerca pensando il fondamento come proprio inizio, ovvero riducendo il fondamento a prodotto pensato e pensandolo pensandosi nel tempo e nello spazio, producendo cioè una relazione ad una rappresentazione, ad un riflesso, ad un’apparenza. Esso non sa, poiché non lo vede, che in quanto esistenza appare al di fuori dell’essere, e quindi non è, giacché il suo fondamento, il suo esistere, è uno stare al di fuori dell’essere: il fondamento (pensato) dell’ego è pertanto un fondamento nullo, privo di valore teoretico.

3

Nello strutturarsi della *catena* dei vincoli dell’esistenza che l’opinione denomina “realtà di fatto” e pone già come presupposti, l’ego pensato si costituisce in molteplici essenti relativi, pensati cioè in base a relazioni. La differenza tra i molteplici essenti relativi è però di già relazione e, come tale, è apparenza, non è: ciò che per pensare deve porre relazioni non è il logos, il quale proprio in quanto atto pensante assoluto, non ammette altro da sé a cui relazionarsi. Il relativo non è l’intero: quindi non è. Se lo schema trascendentale della sostanza significa “permanenza-nel-tempo”, allora essa può essere pensata solo come ciò che sta sotto alla forma cronotopica in relazione alla quale è pensata, è ciò che può pensarsi solo in relazione ad uno spazio e ad un tempo e che solo in essi può sussistere e permanere; ma il tempo è impermanente, così come lo spazio che in esso si determina; la sostanza pensata è quindi una contraddizione, poiché significa un permanere impermanente, una sussistenza che non sussiste: non permane, quindi non è.

4

Consideriamo ora due principi generati dalla falsa relazione essere-apparire.

Ciò che appare (A) e apparire (B) sono inscindibili.

Analizzando questo principio alla luce della pura teoresi, si scopre innanzitutto che esso è un principio dogmatico: si presuppone infatti che debba sussistere una relazione di inscindibilità tra l’essere (A) e l’apparire (B). Ora: posta (acriticamente) tale premessa, si danno tre possibilità. Tra essere ed apparire possono sussistere: a) una relazione di identità; b) una relazione di differenza; c) una relazione di differenza nella identità e identità nella differenza. a) Se essere (A) ed apparire (B) sono identici, allora solo A (l’essere) è, quindi B non ha ragion d’essere; b) se A e B sono differenti, allora B ≠ A, ovvero, essendo A = essere, B = non essere; se A e B invece sono differenti nell’essere identici ed identici nell’essere differenti, allora si pone nell’essere, nell’intero che è *uno* indivisibile, una (falsa) relazione tra l’essere e ciò che, essendo da esso differente, non è, ovvero si teorizza contraddittoriamente un qualcosa che, nell’essere, non è. Pertanto se A, il presupposto essere apparente, e B, il presupposto apparire dell’essere, sono inscindibili, allora significa che B = non A, ovvero che B non è.

L’essere appare in quanto è il suo apparire.

Con quest’altro dogma, come il precedente del tutto immaginifico (quindi non teoretico), si pretenderebbe di teorizzare che l’essere appare; l’apparire però nega l’essere, e non sarebbe teoreticamente sensato il sostenere che l’essere possa apparire (negarsi) in parte pur restando essere, giacché l’intero non ammette parti. A tutto ciò, s’aggiunge che l’apparire è addirittura condizione fondante dell’essere, ovvero che l’essere è in quanto appare, che è in quanto negazione di sé… Questo (illusorio) procedere dell’ego è, propriamente, uno “strafalcione teoretico”: l’ostinazione a presupporre relazioni laddove la relazione, non essendo pensabile in quanto contraddittoria, non è.

La piccola morte

Il vero amore non si trova facilmente, è raro, molti si separano perché sono insoddisfatti del rapporto che hanno col partner, ma poi si pentono subito di averlo fatto, il problema dev’essere dentro di loro, mica fuori, e fra me e mio marito non c’è più passione, e questo da tempo, ho passato un periodo in cui volevo separarmi, ma non posso, io non lavoro fuori, accudisco i miei figli e basta, il più piccolo ha quindici anni, è un ribelle quello, altro che!, ma non posso separarmi, a cinquantacinque anni, senza un soldo, senza un mestiere, non farei più la vita che faccio ora, noi viviamo nell’agio, abbiamo ogni cosa che vogliamo, soprattutto il superfluo, mio marito guadagna bene, non mi ha mai fatto mancare nulla, a parte se stesso, i primi anni no, come eravamo innamorati!, lui pendeva dalle mie labbra, e io dalle sue, eravamo una coppia bellissima, e ogni volta che facevamo l’amore, oh!, che ricordi!, era come morire tra le sue braccia, una piccola morte e poi!, poi io rinascevo ogni volta, sempre abbracciata a lui, ma ora, ora non c’è più nulla, nulla…, mi manca tanto quello che lui era per me, e io sono depressa, lo so, mi manca così tanto un lui, da amare, da pendere dalle sue labbra, che mi faccia ridere, gioire, godere, divertire insomma!, sì, sono tanto depressa!, stare in casa tutto il giorno senza un impegno, senza un obbligo!, il lavoro in casa lo faccio, ma mi pesa tanto, ma proprio tanto!, perché è sempre quello!, e poi c’ho anche una domestica che viene, tre volte a settimana, io ormai faccio il meno possibile, ma se mi assento da casa una notte, o anche due o tre notti dietro fila, basta che io lo avverta e lui si organizza, non ci sono problemi in questo, e anche lui può farlo e ogni tanto lo fa, non siamo mica gelosi l’uno dell’altro, no, tutt’altro!, lo ripeto, il vero amore, prima cosa, è difficile da trovare, poi, è impossibile che duri, questo ti dico, ma ora che sono in piena depressione, ecco che mio marito mi è vicino, la mia ansia ci ha riunito, io vorrei tanto che mi facesse un po’ di coccole, vorrei chiederglielo, ma non m’attento, lui si limita a starmi vicino e ascoltarmi, e in fondo mi sta bene così, ma se capita, però, che mi trovo qualcuno che mi offre una cena, io ci vado, e se alla fine mi porta a letto, ogni volta io muoio fra le sue braccia, esattamente come se fossi la sua innamorata, ma quando mi sveglio, io sono ancora morta, peggio, sono viva esattamente come prima, esisto, insomma, e in fondo mi va bene così, ma cosa mi manca a me, ho tutto, proprio tutto, cosa mi manca, a me, se non quell’amore che non c’è più?

 

Da “L’età dell’erba” di Ilaria Biondi

Pizzi d’argento
sul glicine setoso
nuvola muta

 

IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

You-Logos

IN-FINITO (SAPERE)   di Marco Cavaioni

In verità, a me pare che tutto si riduca a questo: a questa “tremenda e meravigliosa” negazione del finito (il *non*- ovvero *nel*- dello *in*-FINITO), negazione innegabile ossia assoluta necessità dell’infinito (necessità che “è” l’infinito) – unica abissale libertà da sempre aperta nel cuore del finito.
Ma il cuore del finito non è “atremes”, non è cuore che non trema.
Se lo fosse, semplicemente non sarebbe più “finito”, non sarebbe cioè quel costitutivo “non poter non tremare” ovvero – in termini ontologici – quel “non poter consistere”, “non poter stare” in se stesso, ma doversi spingere oltre sé verso ogni “altro” finito, proprio per esser “sé”: è, questo, il suo contraddittorio “essere-fuori-di-sé”, la necessità cioè che il finito “divenga” ciò che “non è” [non: “intanto essendo sé, e quindi divenendo altro”, bensì: “essendo in divenire”, essendo “puro divenire”… ed il divenire come tale –…

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