Cara amica

Mia sorella ebbe un figlio da un poco di buono che ho mal giudicato appena l’ho conosciuto. Questo tipo, pieno di soldi ma senza cervello, non volle riconoscerne la paternità e non si fece più vedere. Mia mamma l’aiutò come poté, ma mia sorella non seppe sopportare l’affronto, entrò in crisi e, quando il bimbo aveva un paio d’anni, si uccise. Quando salimmo in casa, dopo la disgrazia, il bambino disse: “La mamma è uscita dalla finestra” e continuò a giocare con una macchinina. Fu una tragedia e ancora di più una vergogna per la famiglia, specie per mio padre, che si era sempre rifiutato di aiutare economicamente la figlia. I miei genitori erano già divisi, e mio padre si era risposato con la sua nuova compagna, che gli aveva dato un’altra figlia. La famiglia intera si incontrò quando ci fu una riunione per decidere la sorte del piccolo. Tutti si pronunciarono per darlo in adozione. Io sola mi opposi. Ero poco più che ventenne e fidanzata con un coetaneo. Gli chiesi, lo implorai di sposarmi, che se non andava bene c’era sempre il divorzio, ma lui non volle. Lo lasciai. Mia sorella aveva un lavoro che la costringeva a viaggiare per tutta l’Italia ed era impensabile che potesse gestire il nipote. E allora cercai di adottarlo, ma questo non mi era consentito dalle leggi, essendo io nubile. Chiesi e ottenni l’affidamento e il piccolo Alberto venne a vivere con me. Non fu un periodo facile. Non ero abituata a tenere un bambino e a pensare prima a qualcun altro e poi a me. Mi misi a lavorare, portavo il bimbo all’asilo, e mi occupavo di lui il pomeriggio e la sera. La notte dormivo in una stanza, tendendo l’orecchio verso la sua cameretta. Talvolta lui si svegliava, pigliava paura e mi raggiungeva in piena notte nel mio letto. A pensarci ora, fu un periodo duro ma felice. Quando gli amici mi chiedevano di andare in vacanza, io ricordavo loro che avrei portato con me un marmocchio piccolo piccolo. Se storcevano il naso, cercavo di perderli di vista. Rimasero alla fine in pochi, ma sono gli amici che frequento tuttora. Quando Alberto ebbe quattordici anni il padre si ricordò di lui e, tramite avvocato, m’impose di restituirlo. Mi fu detto che, se fossi andata in causa, forse l’avrei vinta, ma io non volli negare a mio nipote la possibilità di conoscere suo padre. Lo conobbe per bene e, a diciott’anni, lo lasciò, stufo del suo grande egoismo. Non mi disse quasi nulla di quei quattro anni. Si limitò a tornare da me. Finì il liceo e andò al DAMS a Bologna. Si laureò. Mio padre, come dissi, si era risposato e aveva avuto una quarta figlia. Con lei mi son vista poche volte e non l’ho mai considerata una sorella, ma un’estranea. L’altra mia sorella invece l’ha frequentata e le due sono sempre andate d’accordo. Io no. Mai ho accettato che mio padre si fosse risposato. E non ho mai accettato che avesse avuto un’altra figlia, lui che col suo egoismo avrebbe causato la depressione di mia sorella. Che l’avrebbe portata al suicidio. Adesso se vai a casa di mio padre, vedi che in soggiorno lui tiene una foto gigante della figlia morta. Ne venera così il ricordo. Io penso che si debba fare qualcosa per gli altri quando sono vivi e non quando sono morti. Io continuo ad andare a trovare mio padre, perché ha bisogno di aiuto, essendo molto malato. Fu mio marito ad avvertirmi che, se poi moriva, non avrei mai sopportato il rimorso di averlo abbandonato. Da bambina ero innamorata di lui. Ora soffro a stare in sua presenza. Sua moglie è ancora giovane, ma fa quel che può, non guida ed è un’incapace, una persona sempre vissuta nella bambagia. La figlia è spesso fuori per lavoro e io ci vado in casa quando sono certa di non vederla. Lo faccio perché l’ho promesso a mio marito, poco prima che morisse quattro anni fa. Un infarto fulminante. Uscì di casa e poco dopo morì. Fumava, questa era stata la causa, l’unica che i medici potevano indicare. Mi lasciò sola, sola in questa villetta, che era il nostro nido. Sola con la mia famiglia. Mio padre egoista e con un cancro lento e paziente, mia madre caratteriale e quasi cieca, una sorella in gamba che non ha figli, una sorella che non voglio avere. E c’è Alberto, che vive a Bologna, ma mi chiama tutti giorni. Io a volte penso a lui come a un figlio. Forse lui pensa a me come a una madre. A volte siamo un po’ duri fra di noi, perché siamo in grande confidenza. Il padre lo rivede forse una volta o due l’anno. Ha tentato di farsi accettare dal nonno, ma si vede che il vecchio non ci tiene troppo a vederlo. Ha sempre in mente la figlioletta morta, che è diventata una santa da adorare. E il ragazzo gli rammenta qualcosa che probabilmente cova da anni dentro di sé. Qualcosa di forse sconosciuto e di terribile.

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BACCHIN: Rapporto tra linguaggio e filosofia

Il rapporto tra linguaggio e filosofìa si pone teoreticamente in ordine al concetto di fuzionalità che, nel caso del linguaggio, è la comunicazione.
In termini di « comunicazione », ridotta la filosofìa al linguaggio, il linguaggio si trova nella condizione di comunicare se stesso, cioè di problematizzarsi indefinitamente o di assolutizzarsi come incomunicabile.
Mantenendo validità al concetto di comunicazione, si manterrà validità al concetto di «strumento » senza di cui il linguaggio, ipostatizzandosi, si costituirebbe come «funzione» di se stesso, cioè come forma in funzione della forma, contenuto in funzione del contenuto, incomunicabilità comunicabile e quindi comunicabilità incomunicabile: analiticamente, il linguaggio sarebbe assurdo.
Mantenendo validità al concetto di «strumento», si mantiene al criterio di significanza il carattere trascendentale rispetto al « significato»,  ponendo il «criterio» fuori (irriducibile) del campo che esso delimita. Condizione alla possibilità (ed all’uso) del criterio è infatti la sua  «autonomia» nei riguardi di ciò in funzione di cui esso si pone.
Ora, nel neopositivismo, tanto il criterio empirico di significanza (M. Schlick) quanto il principio del convenzionalismo (Carnap), corrispondenti rispettivamente alla prima e seconda fase di esso, si pongono, come criterii, fuori del campo di validità loro attribuito,
ma si pongono anche come « funzioni » (e quindi privi di autonomia)  dei rispettivi campi di validità.
Infatti a) ciò che verifica il criterio empirico di signifìcanza non può essere un fatto empirico e, tuttavia, il criterio empirico si formula in una proposizione e come tale va verificato ; b) analogamente: ciò che costituisce il criterio di scelta in se stesso non può essere oggetto di scelta, perché il convenire non può essere convenuto, la normatività del convenire non può essere convenzionale. Ciò significa, non soltanto che l’analisi linguistica della scienza non rientra nella scienza, ma che non rientrano nel linguaggio scientifico nemmeno le strutture di cui esso sembra fare imprescindibile uso.
Se il criterio empirico di signifìcanza si pone come il limite del discorso significante, da parte sua il criterio di scelta si pone come l’assenza di limite nella signifìcanza.
Di qui la possibilità di riesaminare i due criterii sotto l’aspetto duplice di limite e di assenza di limite.
A) Il limite posto alla signifìcanza non rientra ovviamente nella signifìcanza da esso limitata: nel caso della empiricità del limite deve potersi dare un limite ulteriore; infatti, fatto coincidere con il criterio empirico, postulerebbe un limite e, non fatto coincidere,
trascenderebbe se stesso. Del resto a) se il criterio empirico di signifìcanza limita un dato ambito, postulando in tal modo ambiti in cui altri criterii risultino validi, il fondamento di esso non può venire cercato nella signifìcanza come tale (perché la signifìcanza è ovviamente più ampia dell’ambito di signifìcanza empirica) e non può essere individuato nella signifìcanza empirica (perché ciò che compie la delimitazione non può essere ciò che viene delimitato) ; se poi b) il criterio empirico di signifìcanza esaurisse ogni ambito possibile di signifìcanza, esso non avrebbe un particolare significato, essendo semplicemente il significato (di cui non potrebbe darsi criterio empirico), cioè il concetto di significato.
B) l’assenza di limite nella signifìcanza (convenzionalismo) ripropone la medesima problematica in altri termini, perché la libera possibilità di scelta come assenza assoluta di limite non può venire scelta e quindi deve trascendere se stessa.
Una volta trasceso il criterio di scelta come limite a se stesso, si profila il problema della giustificazione del criterio di scelta, il quale invece si profila come « dato » e quindi come improblematizzabile. D’altra parte il criterio di scelta (il Toleranzprinzip) non è utilizzabile se non disponendo di criterii ad esso estrinseci ed apre quindi la possibilità ad ogni e qualsiasi criterio (e quindi anche al criterio empirico), perché una particolare scelta non può essere motivata dal criterio di scelta (per il quale ogni scelta equivale ad ogni altra) e, d’altra parte, il criterio di scelta esclude una scelta essenzialmente privilegiata nei confronti delle scelte possibili (e quindi esclude la possibilità di escludere una scelta in base ad un’altra). Se tale criterio è utilizzabile solo disponendo di criterii ad esso estrinseci, il rapporto tra esso e questi ultimi non può venire stabilito in base al criterio di scelta, perché ciò comporterebbe, oltre che la possibilità di scelta di un qualsiasi rapporto, anche la scelta della negazione di qualsiasi rapporto (la scelta nullificherebbe se stessa). È evidente che qualcosa risulta « dato » anche nel caso di una
apertura a tutte le possibilità (oltre, beninteso, alla « datità » dello stesso criterio), cioè qualcosa si pone al di fuori della possibilità di scelta, ovvero l’ambito della possibilità di scelta risulta limitato. Una volta recuperato il limite dell’ambito di significanza (come
limite alla possibilità), si ripropone il problema del criterio di tale limite, cioè il problema della semantica si profila anche all’interno del problema della sintassi logica, la quale sintassi logica, utilizzabile per convenzione nel significato dei termini, non lo è più per convenzione nelle «trasformazioni» od operazioni logiche su di essi, rimanendo in tal modo condizionata da una parte alla struttura di coerenza formale (ampia quanto la possibilità di pensiero) e dall’altra alla struttura di corrispondenza materiale (stabilita solo in base al «contenuto» semantico dei termini usati).
Questo duplice condizionamento costituisce il duplice limite gnoseologico della logica : il limite del pensiero a se stesso (i principii di non contraddizione e del terzo escluso) ed il limite del pensato in se stesso. L’essenzialità di tali limiti viene qui affermata prima di stabilirne la sufficienza o meno di essi alla logica.
Ora, tanto l’empirismo (criterio empirico) quanto il convenzionalismo (Toleranzprinzip), si profilano come pretese di trascendere tali limiti, non attribuendo ad essi il valore che ad essi compete : il criterio empirico, affermando l’empiricità come essenziale al « dato », non può considerare « dato » ciò che non è empirico (p. e. il principio di non contraddizione); il criterio di scelta, affermando tutte le possibilità, non può considerare data una possibilità a preferenza di altre. Tanto l’un criterio che l’altro pretendono effettivamente o di ridurre il «dato» ad un dato particolare, oppure di eludere il limite di questo eludendo il «dato» in genere.

Pertanto, il rapporto trascendentale tra linguaggio e filosofia, entro la nozione di «funzionalità» (comunicazione), si stabilisce come rapporto tra il «dato» comunicabile e lo strumento in grado di operare la comunicazione (non qualsiasi linguaggio può operare qualsiasi comunicazione).

 

(Si tratta del capitolo 2 paragrafo 3 di: Bacchin, Su le implicazioni teoretiche della struttura formale)

crac crac crac

Sto camminando solo per via Adua e non me ne frega nulla. Sto camminando per questa via come se niente fosse. Come se non succedesse nulla e infatti nulla succede. Nulla accade, nulla avviene, nulla occorre. Tempo fa ci scrissi una poesia su questa via. Tempo fa non è ora. Ora sto solo camminando. Me la sto godendo. Foglie per terra, è quasi inverno. Cammino su foglie rinsecchite di platani. Una bottiglia di birra vuota. Un fazzoletto di carta. Crac crac crac. Le foglie. Mi domando se mi resterà mai qualcosa di questa camminata. Crac crac crac. Nulla, spero. Una delle tante volte che le mie scarpe fanno crac crac crac su e foglie cadute dai platani. Nulla resterà se non ne scriverò. Fra un anno, due, cent’anni cosa rimarrà? Nulla, nemmeno il mio sorriso a meno che… non ne scriva da qualche parte. Ma perché dovrei farlo? Non è più bello camminare senza fretta né volontà alcuna questa fresca e ignobile mattina? Scrivere… e a che serve? A Nulla, scrivere è creare lavoro dove ce n’è già, c’è già tanta fatica voglio dire. Uno cammina, più o meno felice e soddisfatto, col sorriso vacuo di chi non cerca e non crea problemi, non ne vuole proprio sapere, di creare problemi, né di risolvere quelli vecchi, cammino e basta, sulle foglie, sorridendo, eh eh eh, crac crac crac, e non ho mica bisogno di uno che mi descriva e mi tramandi ai posteri, crac crac crac. E poi, perché non scrivere, se non serve a nulla, ma proprio a nulla, scrivere fa crac crac crac. Scrivere fa cric croc crac, si scrive per farlo leggere, altro che balle, chi?, ma gli altri!, chi se no, quando uno scrive occorre che qualcun altro lo legga, sennò è finita, lo dice sempre Jorge Luis, il lettore finisce ogni volta il lavoro dello scrittore. Ora cammino sulle foglie rinsecchite e noccioline, tutte incartocciate, che fanno crac crac crac, e nessuno mi può togliere dall’anima questa mia passeggiata che vorrei tanto definire innocente e forse lo è. Voglio soltanto camminare sulle foglie incartocciate, crac crac crac. Col tiepido sole sulla nuca, sereno e solo un po’ indaffarato nell’andare dove è la mia meta. Crac crac crac.

James e infiniti altri

Ieri, oggi o domani? …con l’eterno amico James sono andato in bici a Cavriago, direzione –> statua di Lenin, dono dell’URSS alla città di Cavriago. C’erano sette ragazzi ravennati venuti apposta dalla Romagna per ammirarla. Insomma, qualche speranza nei giovani c’è ancora! Li abbiamo fatti letteralmente scompisciare dal ridere sparando il nostro vasto repertorio di scempiaggini, inventando lì per lì una vera e propria montagnola di cazzate!, com’è nostra felice costumanza in questi casi. Avranno di certo pensato che a Reggio sono tutti matti come noi due. Ci siamo diretti poi al vecchio cimitero napoleonico, che sapevamo aperto in questi giorni. Bello, quieto e abbandonato. Zittiti i tamburi, sopite le armi, i morti ronfavano beati. Ho poi telefonato a Catia e l’ho finalmente rivista dopo trentatre (33) anni!, col paziente e simpatico maritino Lauro, a cui ho confessato la mia infatuazione per la moglie, finita, per mancanza di frequentazione, quando io avevo otto anni e lei sei. Gran bella coppia! Da oggi anche James rientra fra i cugini di Catia e di Lauro, James resta sempre il mio grande e insostituibile fratello. Dopo abbiamo approfittato dell’unico bar aperto di domenica, ovviamente cinese. Due ginseng e tre partite a bigliardino con dei ventenni che hanno dovuto darsi il cambio per spuntarla almeno una volta. L’unica cosa che mi è mancato oggi, per fare tombola, è incontrare te, Roby, fratello gemello separato alla nascita. Chissà se un giorno ci si rivedrà tutti, tu, Catia, James, i ravennati, i giocatori di calcio balilla e lui, il povero anziano, ma sempre lucidissimo, testa d’uovo Ilich Ulianovic! Dove non importa. Quel che vale è il nostro piccolo muscolo cardiaco, sempre così strambo, nudo e affamato di vita!

Il recupero del senso dell’essere

You-Logos

G. R. Bacchin: Intero metafisico e problematicità pura. Paragrafo 4: Il recupero del senso dell’essere

La formulazione dell’essere si presenta per se stessa come la più radicale aporia in cui si muova o si irrigidisca la metafisica: se l’essere è ciò in virtù di cui ciò che è  < è >, non è possibile dire che l’essere « è », ché se esso fosse, l’implicazione di esso da parte di ciò-che-è, dell’essente, aprirebbe un processo indefinito, un processo per il quale l’essere, essendo, domanderebbe se stesso, ossia non domanderebbe e sarebbe assoluto; o domanderebbe qualcosa che gli è inevitabilmente estraneo e sarebbe domanda senza risposta possibile, ancora domanda nulla. Il quale discorso può valere anche a partire dall’essere come assoluto o come estraneo all’assoluto: se è assoluto deve pur essere come un ente dagli altri diviso, se è estraneo all’assoluto non può mai essere veramente, consistentemente.

Ritengo che questa situazione…

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“Per amore” di Lisa Ginzburg -recensione di Ilaria Negrini

 

Un amore. Due mondi lontanissimi che si incontrano e si scelgono. Contro ogni scetticismo, ogni pregiudizio, contro tutto e tutti. Ostinatamente.
La protagonista – di cui conosciamo soltanto il nomignolo affettuoso datole dal suo amore: Vituca – lungo le pagine di questo emozionante romanzo autobiografico scritto in terza persona, è indicata con un pronome : “lei”.
È una donna forte e indipendente, ma con un bisogno estremo di amare, di donarsi, di dare.
Nata in Italia, vive a Parigi. All’inizio, nel momento della costruzione dell’ amore, pensa di trasferirsi in Brasile, compra una casa e cerca con tutte le sue forze di entrare a far parte della grande famiglia di Ramos, ma si accorge presto dell’impossibilità di questa impresa. Nonostante ciò Vituca continua a credere in questo amore. Segue Ramos ovunque. Si incontrano nei vari luoghi del mondo in cui lui lavora. Lo aspetta sempre, incurante dell’ostilità delle persone che lavorano con lui e della vulnerabilità che inevitabilmente mostra. “L’audacia, l’insistenza, il perseverare. Tutto era stato per istinto. Perché amava e non poteva fare in altro modo”.
Ramos è un artista, una grande anima con una forte spiritualità, ma quando torna a casa, in mezzo alla sua gente, si trasforma, la esclude, beve molto, nottate intere insieme a parenti e amici secondo le usanze di una vita a lei incomprensibile.
“Era un maestro Ramos… Per l’energia e l’intensità che sapeva dare alla vita: la sua e quella di chi gli era vicino”
Ballerino, attore, coreografo di condomblé (culto nato dall’unione sincretistica delle religioni africane con la religione cattolica in Brasile), Ramos sapeva creare architetture di corpi in cui tutte le emozioni, dolore, collera, allegria, potevano esistere insieme. Figure del corpo create per imbrigliare le energie della natura, quelle forze che in Brasile schiacciano gli esseri umani, lei stessa ne è stata travolta. “Ramos mai: lui nella sua terra, anche quando gli eventi rotolavano eccessivi, incontrollati sempre sapeva come muoversi. Proteggere, sé e tutti”
Ma c’era un altro Ramos, una zona segreta in lui: più lui opponeva resistenza più lo chiamava a sé.
Quell’amore che aveva lottato tanto per vincere, per cui loro avevano tanto sofferto, mostrò che non c’era più niente da fare. “L’amore restava intatto, ma le difficoltà e gli ostacoli avevano vinto”.
Dieci anni d’amore, dieci anni di immagini che scorrono, chiuse in un silenzio che brucia. Dolore come fuoco.
Ramos è morto, è stato ucciso nella loro casa in Brasile.
Vituca resta muta, soffocata da troppo dolore. Può solo pensare, ricordare, cercare di capire perché sia morto, ricostruire i suoi ultimi momenti. Fino a quando un mattino di aprile, camminando per Barcellona, comprende.
“Le sembrò in quell’istante di comprenderlo come mai prima. Era vicino. Distantissimo eppure così prossimo. Le era accanto, come può un alito di vita. Una vita che sottile rimane”
Distante e vicino, come nella loro vita insieme.
Quel giorno Vituca ha capito che poteva scrivere la sua storia con Ramos. Attraverso la scrittura rendere vivo questo amore per sempre.