James e infiniti altri

Ieri, oggi o domani? …con l’eterno amico James sono andato in bici a Cavriago, direzione –> statua di Lenin, dono dell’URSS alla città di Cavriago. C’erano sette ragazzi ravennati venuti apposta dalla Romagna per ammirarla. Insomma, qualche speranza nei giovani c’è ancora! Li abbiamo fatti letteralmente scompisciare dal ridere sparando il nostro vasto repertorio di scempiaggini, inventando lì per lì una vera e propria montagnola di cazzate!, com’è nostra felice costumanza in questi casi. Avranno di certo pensato che a Reggio sono tutti matti come noi due. Ci siamo diretti poi al vecchio cimitero napoleonico, che sapevamo aperto in questi giorni. Bello, quieto e abbandonato. Zittiti i tamburi, sopite le armi, i morti ronfavano beati. Ho poi telefonato a Catia e l’ho finalmente rivista dopo trentatre (33) anni!, col paziente e simpatico maritino Lauro, a cui ho confessato la mia infatuazione per la moglie, finita, per mancanza di frequentazione, quando io avevo otto anni e lei sei. Gran bella coppia! Da oggi anche James rientra fra i cugini di Catia e di Lauro, James resta sempre il mio grande e insostituibile fratello. Dopo abbiamo approfittato dell’unico bar aperto di domenica, ovviamente cinese. Due ginseng e tre partite a bigliardino con dei ventenni che hanno dovuto darsi il cambio per spuntarla almeno una volta. L’unica cosa che mi è mancato oggi, per fare tombola, è incontrare te, Roby, fratello gemello separato alla nascita. Chissà se un giorno ci si rivedrà tutti, tu, Catia, James, i ravennati, i giocatori di calcio balilla e lui, il povero anziano, ma sempre lucidissimo, testa d’uovo Ilich Ulianovic! Dove non importa. Quel che vale è il nostro piccolo muscolo cardiaco, sempre così strambo, nudo e affamato di vita!

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Il recupero del senso dell’essere

You-Logos

G. R. Bacchin: Intero metafisico e problematicità pura. Paragrafo 4: Il recupero del senso dell’essere

La formulazione dell’essere si presenta per se stessa come la più radicale aporia in cui si muova o si irrigidisca la metafisica: se l’essere è ciò in virtù di cui ciò che è  < è >, non è possibile dire che l’essere « è », ché se esso fosse, l’implicazione di esso da parte di ciò-che-è, dell’essente, aprirebbe un processo indefinito, un processo per il quale l’essere, essendo, domanderebbe se stesso, ossia non domanderebbe e sarebbe assoluto; o domanderebbe qualcosa che gli è inevitabilmente estraneo e sarebbe domanda senza risposta possibile, ancora domanda nulla. Il quale discorso può valere anche a partire dall’essere come assoluto o come estraneo all’assoluto: se è assoluto deve pur essere come un ente dagli altri diviso, se è estraneo all’assoluto non può mai essere veramente, consistentemente.

Ritengo che questa situazione…

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“Per amore” di Lisa Ginzburg -recensione di Ilaria Negrini

 

Un amore. Due mondi lontanissimi che si incontrano e si scelgono. Contro ogni scetticismo, ogni pregiudizio, contro tutto e tutti. Ostinatamente.
La protagonista – di cui conosciamo soltanto il nomignolo affettuoso datole dal suo amore: Vituca – lungo le pagine di questo emozionante romanzo autobiografico scritto in terza persona, è indicata con un pronome : “lei”.
È una donna forte e indipendente, ma con un bisogno estremo di amare, di donarsi, di dare.
Nata in Italia, vive a Parigi. All’inizio, nel momento della costruzione dell’ amore, pensa di trasferirsi in Brasile, compra una casa e cerca con tutte le sue forze di entrare a far parte della grande famiglia di Ramos, ma si accorge presto dell’impossibilità di questa impresa. Nonostante ciò Vituca continua a credere in questo amore. Segue Ramos ovunque. Si incontrano nei vari luoghi del mondo in cui lui lavora. Lo aspetta sempre, incurante dell’ostilità delle persone che lavorano con lui e della vulnerabilità che inevitabilmente mostra. “L’audacia, l’insistenza, il perseverare. Tutto era stato per istinto. Perché amava e non poteva fare in altro modo”.
Ramos è un artista, una grande anima con una forte spiritualità, ma quando torna a casa, in mezzo alla sua gente, si trasforma, la esclude, beve molto, nottate intere insieme a parenti e amici secondo le usanze di una vita a lei incomprensibile.
“Era un maestro Ramos… Per l’energia e l’intensità che sapeva dare alla vita: la sua e quella di chi gli era vicino”
Ballerino, attore, coreografo di condomblé (culto nato dall’unione sincretistica delle religioni africane con la religione cattolica in Brasile), Ramos sapeva creare architetture di corpi in cui tutte le emozioni, dolore, collera, allegria, potevano esistere insieme. Figure del corpo create per imbrigliare le energie della natura, quelle forze che in Brasile schiacciano gli esseri umani, lei stessa ne è stata travolta. “Ramos mai: lui nella sua terra, anche quando gli eventi rotolavano eccessivi, incontrollati sempre sapeva come muoversi. Proteggere, sé e tutti”
Ma c’era un altro Ramos, una zona segreta in lui: più lui opponeva resistenza più lo chiamava a sé.
Quell’amore che aveva lottato tanto per vincere, per cui loro avevano tanto sofferto, mostrò che non c’era più niente da fare. “L’amore restava intatto, ma le difficoltà e gli ostacoli avevano vinto”.
Dieci anni d’amore, dieci anni di immagini che scorrono, chiuse in un silenzio che brucia. Dolore come fuoco.
Ramos è morto, è stato ucciso nella loro casa in Brasile.
Vituca resta muta, soffocata da troppo dolore. Può solo pensare, ricordare, cercare di capire perché sia morto, ricostruire i suoi ultimi momenti. Fino a quando un mattino di aprile, camminando per Barcellona, comprende.
“Le sembrò in quell’istante di comprenderlo come mai prima. Era vicino. Distantissimo eppure così prossimo. Le era accanto, come può un alito di vita. Una vita che sottile rimane”
Distante e vicino, come nella loro vita insieme.
Quel giorno Vituca ha capito che poteva scrivere la sua storia con Ramos. Attraverso la scrittura rendere vivo questo amore per sempre.

Sorella

 

 

Non stavo bene, la depressione mi mordeva l’anima. Per trastullarmi un po’, la sera uscivo col cane, questa era l’unica medicina che prendevo, e sbagliavo, eh, avevo disatteso tutte le raccomandazioni del medico che mi aveva in cura, ma ero fatto così, mi ero ribellato all’idea di essere malato, ma non stavo proprio bene.

Quella sera uscii con il cane, come le altre ventimila precedenti. Era freddo, erano i primi di gennaio, ricordo bene, sì, il due. Avevamo da poco festeggiato l’anno nuovo. Vita nuova?, mi chiedevo. Mah, intanto ero lì fuori, col cane.

Mi girai, no, che freddo!, sentii fortemente il bisogno di girarmi. Era un imperativo assurdo e innominato quello che me lo ordinava. Fu allora che la vidi, quella figura nera, alta, intabarrata, capii che era lei, la maligna, l’inesorabile, la fulgida di nera bellezza, la Morte.

E’ giunta l’ora le chiesi, mentre, girando del tutto, lei spariva.

Un’allucinazione, ho avuto un’allucinazione.

Una patetica allucinazione! Dio mio!

Mi rigirai, ma dalla parte opposta, la sinistra ora.

Era là, ferma, immobile, stupida, greve.

Mi girai del tutto ancora, non c’era più.

Mah!

Ma che era?!

Mi rigirai dalla parte dove stavo andando, ma di scatto mi rigirai a mezzo e la rividi, era lì, inconcludente, inoperosa, silente, come in attesa.

In attesa di cosa? Di me! Di me? Vuoi che venga da te?

No.

Perché devo venire da te? Vieni tu da me, vieni tu.

Vieni tu?

Dimmelo, se vuoi venire da me.

Sono qua.

No, il cane era tranquillo, non aveva visto niente, ma non vede mai niente lui, lui è sempre tranquillo, che gioca, che si trastulla anche lui.

Mi rigiro a metà dalla parte opposta. Sei sempre lì, eh?!

Giochi a nascondino?

Vuoi giocare a nascondino con me?

Non vuoi giocare?

Vuoi me?

E se io non voglio?

Io mica vengo da te.

Tu vieni da me!

Andai su un ponte e stavo per buttarmi giù.

No. Mi correggo. Stavo pensando a cosa sarebbe successo se io mi fossi gettato giù.

Oh, non lo so cosa avrei fatto se avessi avuto una corda in mano, non lo so, eh!

Decisi di voltarmi del tutto verso di lei, che era sparita ancora.

Una volta per tutte.

Non c’era.

E pensai di incamminarmi verso casa.

Il cane non disse niente.

Era tranquillo.

Come se niente fosse.

Niente fosse accaduto.

Lui.

Io invece…

Io morivo dentro di me, ci mancava poco insomma.

Ma non dissi nulla.

Ne parlai qualche giorno dopo.

A mia moglie.

Solo a lei.

Hai avuto delle allucinazioni.

Mi disse.

Quella sera presi le pillole.

Tutte quante.

Forse qualcuna in più.

 

Confutazione del principio fenomenologico di tutti i principi

La formulazione più  ingenua  – il che non significa qui pura, bensì prefilosofica – dello intento di quelle parodianti “filosofie” – che, stante  la comune ovvietà, aspirano ad essere LA filosofia –  è il si detto husserliano “principio di tutti i principi”. Che vi sia bisogno di un”principio”  è già in sé  esclusione che “principio” sia la intuizione, ma il  principio appunto dovrebbe essere  intuito, o,  facendo della “intuizione” UN principio, contraddice se stesso.

“Ogni intuizione che presenti originariamente qualche cosa  è di diritto fonte di conoscenza.  Ciò  che si offre originariamente nell’intuizione (che è presente in carne ed ossa, per dir così) deve essere assunto semplicemente cosi come è dato, ma anche soltanto nei limiti in cui è dato”. (Idee per una fenomenologia pura, par. 24).

Preso seriamente, questo  principio  NON PUO’ esercitare funzione alcuna senza  cessare di VALERE. Che una intuizione presenti originariamente qualche cosa  è tautologico (o che “intuizione” è?) , ma che la presenti “originariamente”  come si sa? Intuendolo.  Intuirlo è già “assumerlo come dato” sì che la SUA intuizione è di diritto  “fonte di conoscenza” perché  (un perché  intuito) è già conoscenza o non è intuizione-di-qualcosa. Che lo si assuma (anzi, per il “principio”, che lo si debba  assumere) “cosi come è dato, ma anche nei limiti in cui è dato” è impIicito  nell’assumerlo, che è appunto assumerlo “nei limiti” del suo darsi, che sono tutt’uno con il “dato” o non sono affatto.

Preso in funzione conoscitiva, questo principio  – tautologico – accredita ogni “asserzione”, ché non mi si può far intuire -per dimostrazione- che NON intuisco o che intuisco al di là dei limiti del “mio” (quale se no?) intuire.  Del resto, l’eventuale negazione della mia  intuizione verrebbe intuita o non sarebbe ‘originaria’.

Ma quel conclamato ‘principio’ – formulato da un filosofo che viene dalle matematiche –  è progettato in funzione di discutere le “teorie”, quelle superfetate sul dato, che è in funzione di discutere (senza più intuire?) lo “asserito” sulla BASE delIo “esperito”.

 

Bacchin, Teoresi metafisica par. XLVIII

Ieri pomeriggio, a Montecchio

Oh, sentite cosa mi è capitato ieri sera. Io ho sempre avuto una passione per il basket, fin da quando ero ragazzo e passavo ore a tirare a canestro. Io… non sono mai stato un campione, specie nell’uno contro uno, non ero… agilissimo, però nel tiro me la sono sempre cavata. Per forza, tiravo per interi pomeriggi. Non facevo altro. Era diventata una mia fissazione. Ore e ore da soli, io, la palla e il canestro.
Ci si vedeva ancora bene. Abbozzai un tiro. Ciuff! Un secondo tiro: ciuff! Però, mi dissi. Ne provai un altro: ciuff! Un quarto tiro: ciuff! Un quinto: ciuff! Un sesto: ciuff! Mi stavo esaltando! Buttai malamente il pallone, volevo sbagliare apposta. Volevo interrompere la serie. Quel continuo fare canestro mi stava preoccupando. Assurdo, ma sentivo che qualcosa di strano si era introdotto in me. Rincorsi il pallone, mirai: ciuff! Ritirai: ciuff! Non ricordo in tutta la mia vita una precisione così impressionante nel tiro. Ripigliai la palla e tirai, quasi senza mirare: ciuff!
Sentii che in quel momento non ero io a tirare, ma qualcosa che proveniva da chissà dove, da un punto lontano ma familiare, che avevo ritrovato dentro di me. Mi sentii un tutt’uno col canestro. La mia mano, il pallone e la rete del canestro erano un tutt’uno. Sentivo come se una divinità mi si fosse intrufolata al mio interno, non una qualsiasi: la mia divinità. Tirai ancora, assolutamente certo dell’esito: ciuff!
Stava venendo un po’ scuro. Mi sedetti sul cordolo di cemento che circondava il campetto di periferia dove stava avvenendo il mio piccolo, personalissimo, miracolo.
Non so quanto tempo dopo, sentii mia moglie che stava chiamandomi. Presi la palla e stavo per tirare, ma non lo feci. Sentii che Quel Momento era passato. Forse per l’Eternità.