La piccola morte

Il vero amore non si trova facilmente, è raro, molti si separano perché sono insoddisfatti del rapporto che hanno col partner, ma poi si pentono subito di averlo fatto, il problema dev’essere dentro di loro, mica fuori, e fra me e mio marito non c’è più passione, e questo da tempo, ho passato un periodo in cui volevo separarmi, ma non posso, io non lavoro fuori, accudisco i miei figli e basta, il più piccolo ha quindici anni, è un ribelle quello, altro che!, ma non posso separarmi, a cinquantacinque anni, senza un soldo, senza un mestiere, non farei più la vita che faccio ora, noi viviamo nell’agio, abbiamo ogni cosa che vogliamo, soprattutto il superfluo, mio marito guadagna bene, non mi ha mai fatto mancare nulla, a parte se stesso, i primi anni no, come eravamo innamorati!, lui pendeva dalle mie labbra, e io dalle sue, eravamo una coppia bellissima, e ogni volta che facevamo l’amore, oh!, che ricordi!, era come morire tra le sue braccia, una piccola morte e poi!, poi io rinascevo ogni volta, sempre abbracciata a lui, ma ora, ora non c’è più nulla, nulla…, mi manca tanto quello che lui era per me, e io sono depressa, lo so, mi manca così tanto un lui, da amare, da pendere dalle sue labbra, che mi faccia ridere, gioire, godere, divertire insomma!, sì, sono tanto depressa!, stare in casa tutto il giorno senza un impegno, senza un obbligo!, il lavoro in casa lo faccio, ma mi pesa tanto, ma proprio tanto!, perché è sempre quello!, e poi c’ho anche una domestica che viene, tre volte a settimana, io ormai faccio il meno possibile, ma se mi assento da casa una notte, o anche due o tre notti dietro fila, basta che io lo avverta e lui si organizza, non ci sono problemi in questo, e anche lui può farlo e ogni tanto lo fa, non siamo mica gelosi l’uno dell’altro, no, tutt’altro!, lo ripeto, il vero amore, prima cosa, è difficile da trovare, poi, è impossibile che duri, questo ti dico, ma ora che sono in piena depressione, ecco che mio marito mi è vicino, la mia ansia ci ha riunito, io vorrei tanto che mi facesse un po’ di coccole, vorrei chiederglielo, ma non m’attento, lui si limita a starmi vicino e ascoltarmi, e in fondo mi sta bene così, ma se capita, però, che mi trovo qualcuno che mi offre una cena, io ci vado, e se alla fine mi porta a letto, ogni volta io muoio fra le sue braccia, esattamente come se fossi la sua innamorata, ma quando mi sveglio, io sono ancora morta, peggio, sono viva esattamente come prima, esisto, insomma, e in fondo mi va bene così, ma cosa mi manca a me, ho tutto, proprio tutto, cosa mi manca, a me, se non quell’amore che non c’è più?

 

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Da “L’età dell’erba” di Ilaria Biondi

Pizzi d’argento
sul glicine setoso
nuvola muta

 

IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

You-Logos

IN-FINITO (SAPERE)   di Marco Cavaioni

In verità, a me pare che tutto si riduca a questo: a questa “tremenda e meravigliosa” negazione del finito (il *non*- ovvero *nel*- dello *in*-FINITO), negazione innegabile ossia assoluta necessità dell’infinito (necessità che “è” l’infinito) – unica abissale libertà da sempre aperta nel cuore del finito.
Ma il cuore del finito non è “atremes”, non è cuore che non trema.
Se lo fosse, semplicemente non sarebbe più “finito”, non sarebbe cioè quel costitutivo “non poter non tremare” ovvero – in termini ontologici – quel “non poter consistere”, “non poter stare” in se stesso, ma doversi spingere oltre sé verso ogni “altro” finito, proprio per esser “sé”: è, questo, il suo contraddittorio “essere-fuori-di-sé”, la necessità cioè che il finito “divenga” ciò che “non è” [non: “intanto essendo sé, e quindi divenendo altro”, bensì: “essendo in divenire”, essendo “puro divenire”… ed il divenire come tale –…

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Giovanni Romano Bacchin: Importo teoretico dell’espressione «Verum et esse convertuntur».

La ratio del loro convertirsi l’uno nell’altro è, ovviamente, l’identità di ciascuno dei due con l’altro; il che significa che essi nel loro essere idem, sono tali che è possibile ed anche necessario distinguerli tra loro come verum et esse.

Ma la congiunzione verum et esse suppone proprio ciò che la conversione stessa nega, e la conversione suppone quella congiunzione per cui, più che di identità, si dovrebbe parlare di identificazione, di processo, cioè, consistente nell’attuarsi del riconoscimento dell’identità; per il quale riconoscimento, l’identità preceda e condizioni la validità del processo (riconoscimento di qualcosa che è come viene riconosciuto) e, tuttavia, segua quel processo perché riconoscibile solo in esso e per esso.

Ma come è possibile che il verum e l’esse siano due se sono idem tra loro? E come è possibile dire che essi convertuntur se non sono tra loro idem?

Se penso l’esse e il verum come due, l’esse non essendo il «vero» è affatto impensabile e il verum, non «essendo», è parimenti impensabile. La contraddizione inerente a questa duplice impensabilità impone, dunque, una chiarificazione del termine «pensiero»: il pensare vi viene assunto equivocamente come riconoscimento di qualcosa che è e come aggiunzione di qualcosa che non è senza il pensiero.

  1. Se il pensare è lo stesso verum in cui l’esse si converte, pensare è semplicemente questo convertirsi e, tuttavia, è aggiunzione della conversione all’esse, parchè è appunto nel pensiero che l’esse si rivela verum.
  2. Se il pensare è il prendere atto di ciò che è, ossia semplicemente il riconoscere, il convertirsi dell’esse nel verum «è» a prescindere dal fatto che venga pensato; e cioè il convertirsi stesso è l’esse nel verum; ed anche, come convertirsi dell’uno nell’altro, non è questo né quello. E v’è così un’eccedenza del pensiero sul convertirsi nel pensiero dell’esse, eccedenza per la quale il pensiero è atto ed è procedimento; atto, ossia indivisibile consapevolezza di ciò che è, procedimento, ossia passaggio e quindi divisione dei momenti di quel convertirsi che domanda la dualità tra ciò che si converte e ciò in cui la conversione avvenga.

Il convertirsi è dunque una «dimostrazione», perché è un procedimento che suppone (come ipotesi) la possibilità della sua negazione: dire che il verum e l’esse sono uno equivale a dire che non è vero che siano due come appare dalla loro congiunzione; equivale a dimostrare cioè che la loro congiunzione è solo fittizia.

D’altro canto, la conversione potrebbe venire dimostrata solo come questione della legittimità del problema della conversione stessa e se il convertirsi dell’esse nel verum fosse da dimostrare, la dimostrazione stessa potrebbe valere solo in base a quel convertirsi, che una dimostrazione è vera solo in quanto v’è ciò che essa dimostra.

La formula di congiunzione «verum et esse», si chiarisce come formula di identità «verum est esse», identità che non abbisogna di venire dimostrata ed è tuttavia dimostrabile, dimostrabile nella forma della negazione del negativo che è l’impensabilità dell’ipotesi opposta: «verum non est esse», ossia «non verum est esse» e «non esse est verum», e «non esse est» (l’assurdo del nulla che è).

 

(Tratto da I fondamenti della filosofia del linguaggio)

Giovanni Romano Bacchin: I limiti teoretici delle asserzioni condizionate da interessi

Può essere utile, per compiere un’analisi della situazione logica che caratterizza le asserzioni condizionate da interessi, l’analisi della medesima situazione logica in un caso semplificato e tale caso può essere indicato, ad esempio, dall’asserzione «io domando il mio libro a te». Tale asserzione (che dice in forma assertoria un particolare stato di domanda) è, in effetti, un insieme di asserzioni, che vanno esplicitate, se si intende coglierne l’intera portata. Le asserzioni implicite sono, ad esempio: 1. esiste un libro; 2. questo libro appartiene a me; 3. qualcuno possiede questo libro; 4. questo qualcuno è colui al quale io mi rivolgo; 5. io intendo possedere questo libro che mi appartiene, ecc. (è evidente che l’esplicitazione potrebbe proseguire e, del resto, non è necessario esplicitare ogni implicito, poiché in effetti, la implicitezza è proprio il modo d’essere continuo dell’esperienza). Ciò che importa rilevare è che questo esplicitare tende a ridurre la linea obliqua  su cui si pongono i singoli termini del discorso a linea diretta, ossia a portare l’intero discorso a quella sua forma fondamentale che è quella del discorso oggettivo (la proposizione soggetto-predicato), il  logo apofantico del pensiero classico.

Questa riconduzione delle linee oblique a linee dirette rivela ad un tempo 1. che le linee nelle quali si situa il discorso non sono tutte dirette alla cosa (ossia la cosa non è sempre intesa direttamente come tale); 2. che le linee non dirette possono venire ridotte a linee dirette rispetto alla cosa (ma, in tal caso, si stabilisce che la cosa è sempre intenzionata sotto aspetti diversi che danno origine alle varie domande, ma che non possono valere come l’intero della cosa stessa).

Ora, nella interpretazione scientifica  dell’esperienza si rileva facilmente come l’interrogazione in cui essa si situa è rivolta obliquamente alla «cosa», perché direttamente essa considera della cosa un aspetto, che è anzi quella «parte» che è lanatura in quanto  «controllabile» in termini di misura: si interroga la cosa chiedendo ad essa solo ciò che di essa è controllabile, ossia si limita la cosa alla sua controllabilità con strumenti che la assicurano ; ed il controllo è senza residuo quando è misurazione.

L’atto pienamente critico scopre allora la necessità di non ridurre l’intero fenomeno ad un momento della serie in cui esso viene considerato; l’asserzione scientista nel senso del matematismo è condizionata dalla particolare modalità del suo porsi nella realtà, quella modalità che è propria del porre la domanda come estranea alla cosa (dove, invece, la domanda intorno alla cosa è interamente vera solo se sorge dalla cosa stessa, non appena la si dice), nel senso che, se non si adegua la nostra domanda alla intrinseca domanda della cosa, è già detto che ogni nostra domanda deriva dall’inserimento della cosa nel nostro uso di essa. Il che significa che la domanda che il matematico (o lo «sperimentatore») pone alla cosa potrebbe venire considerata come « teoretica » solo se risultasse teoreticamente che non c’è altro possibile atto di pensiero (= razionalità) all’infuori di quello matematico. Il che significa anche che l’orientarsi alla matematica da parte del filosofo potrebbe venire teoreticamente giustificato solo se non derivasse, come effettivamente deriva, dalla riduzione del «sapere» al «potere» che è commisurazione del sapere agli strumenti che garantiscono il «potere». Con ciò si stabilisce fin d’ora che i limiti propri delle asserzioni scientifiche (condizionate da interessi) sono da qualificarsi «teorici», nel senso in cui la scienza è, al più, «teoria», non mai «teoresi» o «teoreticità».

 

( da Bacchin, I fondamenti della filosofia del linguaggio, capitolo 3 paragrafo 8)

“Lettera d’amore” di Sylvia Plath

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.