IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

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IN-FINITO (SAPERE)   di Marco Cavaioni

In verità, a me pare che tutto si riduca a questo: a questa “tremenda e meravigliosa” negazione del finito (il *non*- ovvero *nel*- dello *in*-FINITO), negazione innegabile ossia assoluta necessità dell’infinito (necessità che “è” l’infinito) – unica abissale libertà da sempre aperta nel cuore del finito.
Ma il cuore del finito non è “atremes”, non è cuore che non trema.
Se lo fosse, semplicemente non sarebbe più “finito”, non sarebbe cioè quel costitutivo “non poter non tremare” ovvero – in termini ontologici – quel “non poter consistere”, “non poter stare” in se stesso, ma doversi spingere oltre sé verso ogni “altro” finito, proprio per esser “sé”: è, questo, il suo contraddittorio “essere-fuori-di-sé”, la necessità cioè che il finito “divenga” ciò che “non è” [non: “intanto essendo sé, e quindi divenendo altro”, bensì: “essendo in divenire”, essendo “puro divenire”… ed il divenire come tale –…

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Giovanni Romano Bacchin: Importo teoretico dell’espressione «Verum et esse convertuntur».

La ratio del loro convertirsi l’uno nell’altro è, ovviamente, l’identità di ciascuno dei due con l’altro; il che significa che essi nel loro essere idem, sono tali che è possibile ed anche necessario distinguerli tra loro come verum et esse.

Ma la congiunzione verum et esse suppone proprio ciò che la conversione stessa nega, e la conversione suppone quella congiunzione per cui, più che di identità, si dovrebbe parlare di identificazione, di processo, cioè, consistente nell’attuarsi del riconoscimento dell’identità; per il quale riconoscimento, l’identità preceda e condizioni la validità del processo (riconoscimento di qualcosa che è come viene riconosciuto) e, tuttavia, segua quel processo perché riconoscibile solo in esso e per esso.

Ma come è possibile che il verum e l’esse siano due se sono idem tra loro? E come è possibile dire che essi convertuntur se non sono tra loro idem?

Se penso l’esse e il verum come due, l’esse non essendo il «vero» è affatto impensabile e il verum, non «essendo», è parimenti impensabile. La contraddizione inerente a questa duplice impensabilità impone, dunque, una chiarificazione del termine «pensiero»: il pensare vi viene assunto equivocamente come riconoscimento di qualcosa che è e come aggiunzione di qualcosa che non è senza il pensiero.

  1. Se il pensare è lo stesso verum in cui l’esse si converte, pensare è semplicemente questo convertirsi e, tuttavia, è aggiunzione della conversione all’esse, parchè è appunto nel pensiero che l’esse si rivela verum.
  2. Se il pensare è il prendere atto di ciò che è, ossia semplicemente il riconoscere, il convertirsi dell’esse nel verum «è» a prescindere dal fatto che venga pensato; e cioè il convertirsi stesso è l’esse nel verum; ed anche, come convertirsi dell’uno nell’altro, non è questo né quello. E v’è così un’eccedenza del pensiero sul convertirsi nel pensiero dell’esse, eccedenza per la quale il pensiero è atto ed è procedimento; atto, ossia indivisibile consapevolezza di ciò che è, procedimento, ossia passaggio e quindi divisione dei momenti di quel convertirsi che domanda la dualità tra ciò che si converte e ciò in cui la conversione avvenga.

Il convertirsi è dunque una «dimostrazione», perché è un procedimento che suppone (come ipotesi) la possibilità della sua negazione: dire che il verum e l’esse sono uno equivale a dire che non è vero che siano due come appare dalla loro congiunzione; equivale a dimostrare cioè che la loro congiunzione è solo fittizia.

D’altro canto, la conversione potrebbe venire dimostrata solo come questione della legittimità del problema della conversione stessa e se il convertirsi dell’esse nel verum fosse da dimostrare, la dimostrazione stessa potrebbe valere solo in base a quel convertirsi, che una dimostrazione è vera solo in quanto v’è ciò che essa dimostra.

La formula di congiunzione «verum et esse», si chiarisce come formula di identità «verum est esse», identità che non abbisogna di venire dimostrata ed è tuttavia dimostrabile, dimostrabile nella forma della negazione del negativo che è l’impensabilità dell’ipotesi opposta: «verum non est esse», ossia «non verum est esse» e «non esse est verum», e «non esse est» (l’assurdo del nulla che è).

 

(Tratto da I fondamenti della filosofia del linguaggio)

Giovanni Romano Bacchin: I limiti teoretici delle asserzioni condizionate da interessi

Può essere utile, per compiere un’analisi della situazione logica che caratterizza le asserzioni condizionate da interessi, l’analisi della medesima situazione logica in un caso semplificato e tale caso può essere indicato, ad esempio, dall’asserzione «io domando il mio libro a te». Tale asserzione (che dice in forma assertoria un particolare stato di domanda) è, in effetti, un insieme di asserzioni, che vanno esplicitate, se si intende coglierne l’intera portata. Le asserzioni implicite sono, ad esempio: 1. esiste un libro; 2. questo libro appartiene a me; 3. qualcuno possiede questo libro; 4. questo qualcuno è colui al quale io mi rivolgo; 5. io intendo possedere questo libro che mi appartiene, ecc. (è evidente che l’esplicitazione potrebbe proseguire e, del resto, non è necessario esplicitare ogni implicito, poiché in effetti, la implicitezza è proprio il modo d’essere continuo dell’esperienza). Ciò che importa rilevare è che questo esplicitare tende a ridurre la linea obliqua  su cui si pongono i singoli termini del discorso a linea diretta, ossia a portare l’intero discorso a quella sua forma fondamentale che è quella del discorso oggettivo (la proposizione soggetto-predicato), il  logo apofantico del pensiero classico.

Questa riconduzione delle linee oblique a linee dirette rivela ad un tempo 1. che le linee nelle quali si situa il discorso non sono tutte dirette alla cosa (ossia la cosa non è sempre intesa direttamente come tale); 2. che le linee non dirette possono venire ridotte a linee dirette rispetto alla cosa (ma, in tal caso, si stabilisce che la cosa è sempre intenzionata sotto aspetti diversi che danno origine alle varie domande, ma che non possono valere come l’intero della cosa stessa).

Ora, nella interpretazione scientifica  dell’esperienza si rileva facilmente come l’interrogazione in cui essa si situa è rivolta obliquamente alla «cosa», perché direttamente essa considera della cosa un aspetto, che è anzi quella «parte» che è lanatura in quanto  «controllabile» in termini di misura: si interroga la cosa chiedendo ad essa solo ciò che di essa è controllabile, ossia si limita la cosa alla sua controllabilità con strumenti che la assicurano ; ed il controllo è senza residuo quando è misurazione.

L’atto pienamente critico scopre allora la necessità di non ridurre l’intero fenomeno ad un momento della serie in cui esso viene considerato; l’asserzione scientista nel senso del matematismo è condizionata dalla particolare modalità del suo porsi nella realtà, quella modalità che è propria del porre la domanda come estranea alla cosa (dove, invece, la domanda intorno alla cosa è interamente vera solo se sorge dalla cosa stessa, non appena la si dice), nel senso che, se non si adegua la nostra domanda alla intrinseca domanda della cosa, è già detto che ogni nostra domanda deriva dall’inserimento della cosa nel nostro uso di essa. Il che significa che la domanda che il matematico (o lo «sperimentatore») pone alla cosa potrebbe venire considerata come « teoretica » solo se risultasse teoreticamente che non c’è altro possibile atto di pensiero (= razionalità) all’infuori di quello matematico. Il che significa anche che l’orientarsi alla matematica da parte del filosofo potrebbe venire teoreticamente giustificato solo se non derivasse, come effettivamente deriva, dalla riduzione del «sapere» al «potere» che è commisurazione del sapere agli strumenti che garantiscono il «potere». Con ciò si stabilisce fin d’ora che i limiti propri delle asserzioni scientifiche (condizionate da interessi) sono da qualificarsi «teorici», nel senso in cui la scienza è, al più, «teoria», non mai «teoresi» o «teoreticità».

 

( da Bacchin, I fondamenti della filosofia del linguaggio, capitolo 3 paragrafo 8)

“Lettera d’amore” di Sylvia Plath

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.

Il Cairo

Il Cairo era un quartiere quasi disabitato. Resistevano poche famiglie all’interno, cinque o sei, o forse meno. All’interno del Cairo, dove abbondavano case diroccate, lucertole e qualche sparuta serpe, c’era il famoso campetto di calcio, privo di porte, ma in cui io con i miei amici ci saremo battuti qualche migliaio di volte contro le squadre avversarie, per anni, nei mesi estivi. Io ero nella squadra di Emilio Iotti. Un certo Paolo, Paul per gli amici, giocava con la squadra di Claudio Vacondio. Paul era un difensore assai ben piantato sulle cosce, che io vedevo come il fumo negli occhi, poiché era tanto bravo quanto scorretto e pesante fisicamente, un avversario che si poteva battere soltanto in velocità. Una delle tattiche era cercare un fallo laterale nei pressi della porta avversaria. Smarcarsi sulla ripresa immediata e fare gol di testa, giungendo come un fulmine dalle retrovie. Tieni presente che il campo era largo come questa stanza, ma lungo più del triplo. In più, sul lato di via Agosti, c’era il muro che dava sulla strada, esteso come il campo stesso. Ed ecco che, per superare l’avversario, bastava far rimbalzare il pallone contro il muro, e lo si dribblava. Il campo era un immenso calcio balilla del tipo di quello che avevo a casa, che mi ero assicurato dopo un paio di annetti di raccolta dei punti VDB, quando avevo sei o sette anni. Sì, il campo del Cairo era proprio così. Il gioco di sponda richiedeva una certa abilità, uno scatto felino, e un felice tentare la sorte con dei tiracci a volte sparati alla meno peggio. Nulla di più anarcoide e divertente. Emilio però aveva la tattica impietosa e terribile del fallo laterale. Era dotato di una buona rimessa con le mani. Il pallone magicamente mi arriva all’altezza della testa che veleggiava all’improvviso, a due passi dalla linea della porta, e il gol era fatto. Non era però facile attestare il gol, in quanto il limite della porta era fissato con delle pietre, messe una sull’altro e non c’era un limite in altezza. A volte la difesa gridava alto!!, a prescindere, senza manco guardare la traiettoria del pallone, oppure la palla colpiva le pietre, palo interno o palo esterno? Da qui nascevano infinite questioni. Così una partita era capace di durare anche quattro o cinque ore, pure in assenza di invenzioni recenti come il VAR. il VAR era allora il Vox Anarchica Ragazzi e basta. Alla fine, o il gol era netto o quasi mai valeva.
Io ero il secondo di Emilio e, quando non segnavo, qualcuno ironizzava dicendo: Oh, oggi Pelè non segna!” Paul era il secondo di Vacondio. Una volta i due amici bisticciarono. Paul smise di giocare e s’eclissò dietro la selva delle case diroccate. Continuammo a giocare. Uno dei ragazzini arrivati a partita iniziata, allora ce n’era un sacco e una sporta, di giovani vogliosi di giocare, prese il posto di Paul e cominciò a marcarmi con la ghigna ringhiosa e assetata di sangue. Ma Paul, intanto, dove diavolo s’era cacciato?
Lassù!
Era salito su quelle scale in disuso da anni e si era piazzato in piedi davanti all’apertura, probabilmente il vuoto di una veranda crollata, al terzo piano, il più alto dell’edificio diroccato, che dava direttamente sul vuoto. Ehi, guardate dov’è Pedro (altro nome di Paul)! Tutti alzammo il naso e rimanemmo sorpresi da un coraggio che rasentava la follia. Appena si accorse che il gioco s’era fermato per causa sua, si sedette sfrontato sul ciglio con le gambone penzoloni, sguardo perso, irato e maledicente nei nostri confronti, che manco avevamo capito le ragioni del suo dissidio da Claudio, e come pronto a buttarsi nel nulla da un momento all’altro.
Digli qualcosa, Vacca! (soprannome di Claudio). Vacca disse di no, che si buttasse pure, non erano affari suoi e si riprese a giocare. Ma io resi pochissimo, perché soffrivo quelle vertigini che Pedro non mostrava di avere. Avevo paura per lui e per me, pensa se io fossi lassù con le gambe sospese nel vuoto!
La partita finì, forse ventitré a diciotto, o quarantacinque a trentasette, eravamo molto prolifici in attacco, un po’ scarsini in difesa, e Pedro, fino ad un attimo prima della fine (erano le sette e dovevamo rincasare) era là, ma, quando fu deciso che era ora di finirla che si era tutti esausti, Pedro era sparito. All’improvviso. Non avevamo sentito nessun urlo disperato da suicida e ne deducemmo che il tipo aveva scantonato per conto suo. Già le prime ombre della sera, con quel che segue… era forse fine settembre… o agosto… o chissà che…
Non ho mai saputo né se Pedro avesse mai finito le scuole o lavorato almeno un giorno in vita sua. Forse sì, “e disen” dicono i più informati, per poco tempo, forse, e in un lontano e magico passato… ma non me ne frega proprio.
Pedro da ragazzo non era brutto, aveva solo dei grossi brufoli che celavano la sua vera espressione.
Spesso lo vedo ancora che scommette alle corse presso la ricevitoria di via Adua. Una volta o due lo vidi che stava facendo rifornimento col bancomat presso uno sportello esterno di una banca, vicino a via Regina Elena. E’ sempre in bici, mai visto guidare un’auto. Chissà cosa gli rimase mai di quell’esperienza temeraria. La sua vita è stata di certo un unicum, come quella sua ardita protesta, rappresentata una volta per tutte per la nostra generazione di ragazzetti, ognuno con la sua vita futura e qualcuno anche, come Vacca, con la sua morte puntualmente occorsa. Ogni tanto ripenso a quella casa più alta rimasta in piedi al Cairo. E Pedro è ancora là, coi suoi brufoli perenni, la barba bianca che li dissimula, e lo vedo sempre lassù, se chiudo gli occhi e soltanto ci penso. Ora la sua chioma è grigia, ma folta come quando aveva sedici anni. Ma, caspita, e scendi una buona volta, Pedro, per la ma’! Che, causa tua, non ho ancora combinato un fottuto tubo, oggi!

Bacchin sul fondamento della negazione

Si pensa dunque negando. Il pensiero è negazione, ma essere e pensare sono lo stesso, dunque la negazione “è “.  Se la negazione è, nasce la questione del suo fondamento, nasce la questione (ma è veramente “questione”?) della ricerca del fondamento della negazione: non nell’essere il quale semplicemente “è”, è tutto essere, non nel pensiero se essere e pensare sono lo stesso.

Ciò che ad Hegel forse non è sfuggito è appunto che tale questione non è una questione, che tale problema non è se non l’importo della parvenza nel pensiero, importo del  “rappresentare”  per termini che stiano, l’essere e il pensare. Alla base della questione, infatti, ancora sta la confusione tra “essere” e “stare”, quella che è motivo della sostantivazione, la sostantivazione che sostanzializza la cosa, facendo di essa un “individuo” senza l’universalità attuale del suo essere, che è il suo essere tutta e solo pensiero, atto del pensare.

Forse ad  Hegel non è sfuggito che della negazione non si può  “cercare”  fondamento, e non è possibile, sia perché la stessa ricerca del fondamento è, in quanto ricerca, ancora negazione, sia perché il fondamento della negazione sarebbe determinabile solo come la negatività di ciò che non è e che, essendo negatività, è nel suo non essere. Cercare il fondamento della negazione significa fare della negazione il negativo, significa sostantivare la negazione come  “qualcosa”  che sia tale essendo e non essendo, che sia senza essere. Ma appunto perché se essa è qualcosa non è più negazione, ma “altro” e quindi da un canto lascia fuori la negazione onde essa stessa si costituisce, dall’altro nega la negazione, contraddicendosi, il cercare di essa il fondamento si converte nell’affermare che essa è tale solo “esclusivamente”  nel processo, è tale solo nell’affermare in cui v’è necessariamente il “negare”. Affermare infatti vale tenere fermo e quindi escludere e quindi negare ciò che fermo non lascia essere ciò che si dice, negare di modo che tale negazione sia la cosa che veramente, incontraddittoriamente si pone e si dice, che dice se stessa, che  “è”  se stessa in questo suo  “dirsi”. La negazione sarebbe problema (problema del fondamento della negazione, come è implicitamente per Hegel se egli afferma il negativo; problema della genesi della negazione per chi si limita, ma a quale titolo? alla constatazione, alla fenomenologia empirica) solo se negazione e problema non fossero tutt’uno, solo se la problematicità dell’esperienza non fosse, come invece è, la stessa negazione, cosi che l’impossibilità di negare la negazione è di per se stessa  l’impossibilità di problematizzare il problema, di negarlo ed equivalentemente di assolutizzarlo.

Ma se essere e pensare sono lo stesso, e se l’identità tra essere e pensare ha carattere processuale, essendo piuttosto nell’identificarsi, l’identità tra essere e pensare si attua nella negazione della non identità, negazione che è la continua necessità di togliere l’attribuzione di necessità alla negazione, la continua necessità di escludere che l’esperienza (problema, processo) in cui si attua la negazione sia l’assoluto. La negazione è nel processuale essere identità dell’essere e del pensare, l’identità della logica con la metafisica; poiché la logica è essenzialmente il processo della negazione, la metafisica è la negazione come processo, è tutt’uno con la negazione di una logica assoluta, la negazione stessa di Hegel, quella che Hegel compie di se stesso.

 

(Tratto da Bacchin, L’immediato e la sua negazione, paragrafo XVIII )