Il Neoimpressionismo nella musica. Il luogo.

Sono tanti i modi con cui l’uomo (e forse anche animali e piante) viene attratto dalla musica e credo che quando un certo tipo di musica piace non sia facile spiegarne esattamente il perchè. Qual è il motivo per cui la musica piace? Perché è allegra o triste. Perché fa pensare, fa cantare, fa ballare. Forse perché ci ricorda un momento passato della nostra esistenza. Forse, ma non sono risposte esaustive in quanto potremmo andare avanti e chiedere “perché questa musica ci fa emozionare e quella no?”. Non è facile affrontare il tema dell’universalità della bellezza della musica. Quando giudico una melodia che incontra il mio interesse lo faccio esclusivamente riferendomi a quella specifica melodia. Il gusto personale per un genere musicale, in quanto personale, è soggettivo, ma resta il fatto che quando proviamo una forte emozione nell’ascoltare un tipo di musica, quella emozione è tutt’altro che soggettiva. Se una melodia provoca allegria o malinconia, l’allegria e la malinconia sono sentimenti universali e questa grandiosità emotiva porta a sostenere il proprio gusto musicale come oggettivo e condivisibile perché tale sensazione è eclatante. Quindi forse non è corretto affermare universalmente che la musica piace all’uomo, ma è possibile capire perché tra noi e la musica può esplodere la più ideale e inafferrabile simbiosi estatica.

Non è mia intenzione iniziare una ricerca sulle caratteristiche che rendono la musica un piacere, sarebbe una strada disseminata di rischi e pericolosamente contorta. Non è semplice determinare quali caratteristiche della musica portino all’apprezzamento e quali all’indifferenza o al rigetto. E’ facile infatti identificare il sentimento piacevole con l’affermazione del proprio gusto e il sentimento contrario con l’indifferenza o addirittura il disprezzo. In realtà non è detto che una musica che suscita paura non piaccia, o che una musica allegra sia di gradimento. Ciò che si può veramente affermare è che una delle più grandi capacità della musica è quella di ghermire la mente umana e portarla ad uno scambio di flusso di stati d’animo, come se la musica prendesse il posto dell’io e lo liberasse da un fardello incomunicabile. Amo definire questa operazione svolta dalla musica col termine “soccorso”. Che sia ricerca di serenità, di sfogo, di divertimento o di intrattenimento, la musica svolge un’operazione di soccorso, sfogando rabbia, infelicità e ansia quando questi affliggono l’umore o donando serenità, tranquillità, gioia e benessere quando si è avvolti nell’apatia.

Quindi, mi viene da affermare che un certo tipo di musica ci cattura quando le nostre corde emotive entrano in risonanza con essa.

Però, esiste anche un momento in cui questa non prende in consegna nessuno stato d’animo, nessun sentimento, ma non per questo senza darci emozione. Come fa? E’ una caratteristica che non rende la musica inscrivibile in nessuna categoria emozionale umana, non è triste, non è allegra, non è ansiogena, non è rilassante. E’ semplicemente descrittiva, asettica e, nel liberarsi da questi stati d’animo, raggiunge uno stato di neutralità. La musica diventa neutrale quando si occupa della descrizione disinteressata di un luogo. Esattamente come fa un pittore impressionista, quando ritrae un paesaggio, anche il musicista con gli stessi strumenti di colore, temperatura, spazio e tempo può immortalare un ambiente interno o esterno, senza introdurre cambiamenti, descrivendolo obiettivamente come se lo fotografasse. Così come l’Impressionismo pittorico si contrapponeva al Romanticismo, anche la musica impressionista della fine dell ‘800 si contrapponeva al Romanticismo superando la categorie degli stati d’animo. Claude Debussy, Erik Satie, Maurice Ravel (Il famoso Bolero è un’opera impressionista) e molti altri erano musicisti classificabili come musicisti impressionisti, ma ancora oggi esitono, forse inconsapevolmente.

Questo è il primo esempio: Si tratta di un brano intitolato “Queen of Sydney” ed è’ la prima traccia dell’album Crossing degli Oregon uscito nel 1984.

Ascoltate questa melodia raccontata dall’oboe e dal pianoforte. E’ descrittiva nell’intento di fotografare una scena, un luogo, quindi è musica d’attesa, musica al servizio del visibile che prende sempre più corpo nell’immaginario dell’ascoltatore. La risoluzione di questa attesa avviene al minuto 4’:35”.

Qui non è la musica in sé a provocare uno stato d’animo, ma l’oggetto a cui si rivolge. Si può parlare di un ritorno di sensazioni, una reminiscenza nascosta della propria vita passata, ma anche di un risveglio della memoria atavica, forse tramandata geneticamente per millenni. Chiamerei questa caratteristica col termine “evocazione”. La potenza di questa evocazione si misura con la qualità della descrizione musicale in grado di portare l’ascoltatore a vivere la propria presenza in quel luogo in modo reale. Questa evocazione dell’io vivente in quel luogo, descritto dalla musica, può essere vissuta ascoltando brani di autori diversi tra loro, con generi diversi, quindi possiamo tranquillamente parlare di una poetica trasversale.

Ad esempio ascoltiamo Light mass Prayer, undicesima traccia dell’album Signify del 1996 dei Porcupine Tree. Immaginatevi un volo tra montagne rosse e alte, come foste un’aquila che osserva volteggiando  i particolari della valle, dei dirupi, delle cime e delle rocce, con tutte le trame della natura.

Questo brano è l’occhio e la mente di quest’aquila che, mostrando un quadro in movimento, evoca una sensazione quasi primordiale.

La costruzione, l’arrangiamento, la struttura di un brano composto con una determinata logica compositiva conduce al climax rilasciando sensazioni evocative tramite la descrizione visiva di un luogo.
Se questo tipo di musica potesse parlare con le parole e fare discorsi a livello lessicale, avendo così la possibilità di effettuare descrizioni in modo più convenzionale per l’orecchio umano, non lo farebbe lo stesso, come un uomo che sceglie altre forme di comunicazione, continuerebbe a descrivere e disegnare luoghi utilizzando sempre il suo potere evocativo di ritorno di sensazioni, cioè una energia evocativa, non parole.

Un altro esempio è il brano intitolato Visible World, quinta traccia dell’omonimo album di Jan Garbarek del 1996.

Dal primo all’ultimo minuto l’ambiente sonoro è un’attesa pura, musica al servizio di ciò che l’occhio vede, scambi tra luci ed ombre, colori e non colori, movimenti e forme statiche. Questo brano è un vero e proprio dipinto neoimpressionista.

Questa caratteristica che troviamo in musica è riscontrabile anche in altre forme d’arte. Non solo nella musica o nella pittura, ma anche nel cinema.

Nel film Cassandra Crossing, del 1976 diretto da George Pan Cosmatos, attraverso rapide inquadrature e qualche effetto sonoro, vengono mostrati a tratti i particolari di uno specifico ambiente, cioè un lungo e alto ponte su un fiume. Si tratta di un pretesto per far vivere allo spettatore un’anteprima del luogo in cui si concentrerà il climax dell’intera storia, un disastro ferroviario. Questa anteprima evoca scenari e aspettative oggettive in quanto rappresenta un luogo “conosciuto” cioè noto, non misterioso, un luogo che diventa semplicemente un campione presente nell’immaginario collettivo.

Qui il senso di evocazione diventa quasi paradossale, in qualche modo, attraverso la sensazione generata da questa descrizione visiva, il luogo a cui la scena rimanda la mente non è quello. Quel luogo è solo la descrizione generica di un qualsiasi ponte sul vuoto. Lo spettatore sa di cosa si tratta, capisce che è un ponte e che sotto c’è un fiume e che serve per collegare due sponde separate dalla natura che l’uomo ha ingegnosamente unito. La scena sembra voler quindi dire: “…poniamo un ponte in queste condizioni, in questo ambiente…”. Un luogo consueto che qui viene rivestito di solitudine, abitato da corvi e cornacchie, dal vento e da poche altre forme di vita, ed evoca il ricordo di un luogo altro da se stesso.

Dunque quello che intendo suggerire è la presenza di questa capacità della musica e forse dell’arte intera di neutralizzarsi, cioè spogliarsi da categorie di tipo emotivo, a favore di un’attività di descrizione oggettiva di un luogo capace di evocare sensazioni. Che sia musica, cinema, fotografia, pittura, esistono luoghi che evocano nel fruitore ricordi nascosti nel proprio spazio temporale, storico e primordiale.

Come nasce questa capacità? Non lo so. Lo chiedo al mondo, intanto porto altri esempi e se è vero che per due punti passa una e una sola retta per cinque brani e un film di sei autori diversi passa una ed una sola evocazione.

Ecco altri 2 esempi:

Out of this world (sinfonietta) dal album Skywards del 1997 di Terje Rypdal

Nel cielo e nelle altre cose mute dal album …Di Terra del 1978 del Banco del Mutuo Soccorso

 

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