Prolegomeni al naufragio del pensiero

naufragio logos

Un pensiero si volge a se stesso e si compie dicendo il fondamento, dicendolo in una “proposizione fondamentale”, e in ciò riposa come nel suo compimento, nella sua perfezione. Poi si rivolge a se stesso e si chiede come sia giunto al fondamento, quale via deve essere percorsa per portarsi al suo cospetto, e quale via è stata percorsa di fatto. Qui ha luogo la nascita del problema filosofico del fondamento, nasce necessariamente per un pensiero ri-volgentesi versò sé dopo il suo compimento. Si tratta dunque di un pensiero tornante a sé, ri-tornante, ri-volgente a sé, un pensiero che arretra rispetto alla posizione attuale, che fa della posizione attuale il punto da cui indietreggiare. Qui può darsi l’origine di un trattato di filosofia o l’origine di un naufragio logico. Il naufragio logico, per quanto pericoloso possa essere, è sempre preferibile al trattato, poiché se ben condotto è la condizione del prodursi del saggio del pensiero, un saggio che subito dopo il suo apparire già si estingue. Il trattato invece neutralizza inesorabilmente la vitalità del pensiero, costituendo sempre e solo un fossile logico, dunque mantenendo in parte utilità nella generale economia esistenziale del pensiero, ma solo come testimonianza e non come azione. Viceversa il saggio, per quanto fuggevole, istantaneo, è principio di azione, di metamorfosi, di conseguimento destinale, di compimento. Il saggio è l’unica condizione di movimento del pensiero, dunque sta alla base del darsi della storia del pensiero.

Da un certo punto di vista sembra che il pensiero, una volta colto il fondamento, non potendo riposare sui dati colti, essendo questi strutturati in modo tale da escludere la possibilità del riposo, torni costantemente su se stesso, esibendo con ciò l’inquietudine essenziale del fondamento, ma per così dire implicitamente, senza cioè poter esercitarsi dispiegandosi nella sua propria essenzialità. Nello stesso tempo si fa avanti un altro punto di vista, quello secondo cui l’inquietudine da cui viene investito il pensiero una volta colto il fondamento esprima il cogliere del fondamento, cioè sia diretta conseguenza dell’esperienza che il pensiero fa del fondamento. Dunque, secondo questo modo di vedere, il cogliere il fondamento da parte del pensiero non produce una situazione logica stabile, un sistema concettuale appianato su cui edificare l’azione a venire, non è da intendersi come l’ambito fondativo che sorregge il complesso di conoscenze e di principi di un edificio filosofico, non è qualcosa come una logica formale o una mathesis pura che funge da sostegno concettuale di un pensiero etico, o di un pensiero estetico, bensì è ciò che infrange il modello per cui il pensiero si esprime eticamente, esteticamente e così via, dando luogo, dando luce ad un pensiero libero da questi modelli, un pensiero che si esplica come essenziale pro-tensione verso la propria cosa, al di fuori di ogni richiesta di prestazioni produttive, nel senso di ciò che tradizionalmente viene detto fondazione. Il fondamento fonda in modalità differenti rispetto all’ontico fondare. Viceversa la prima modalità di visione delle cose accenna ad un cogli mento del fondamento per così dire di sbieco, perché del pensiero viene a porsi come contrassegno distintivo il suo non poter cogliere, e non poter dispiegarsi pienamente in questo cogli mento, del fondamento. L’ontico fondare rimane, secondo questa linea di pensiero, il limite essenziale del pensiero stesso, l’essenza del pensiero in quanto limite, limite che se gli permette di cogliere la struttura del fondamento, lo ricaccia ogni volta dentro il vortice produttivo, fondativo, che il fondamento stesso ha previsto per lui. In questo esibirsi nascondendosi del fondamento sta la vita del pensiero, per cui si trova costantemente a dover esercitarsi per un coglimento impossibile a priori.

Resta però un problema comune a queste due impostazioni: che ne è del pensiero che ha alle spalle l’esperienza del fondamento?

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