Akt: la trama di Déntrokirtòs

Déntrokirtòs è il primo album ufficiale degli Akt, band bolognese di rock progressivo. Il lavoro, autoprodotto e pubblicato nel 2007, è scaricabile gratuitamente a questo indirizzo:

http://www.abstrakt.it/discografia/Dentrokirtos/download_dentrokirtos.html

Questo è il racconto e la trama del concept come riportata sul artwork del cd:

 

Akt - Déntrokirtòs (2007)Questo progetto è il diario del nostro viaggio a Déntrokirtòs. Questa parola deriva dal greco δέντρο(albero) e καμπύλος(curvo), ed è il nome di un arcipelago ideale ovunquestante. Qui cresce (spontaneo) l‘albero curvo, che radica come torre e germoglia come vegetale.
Si può arrivare a Déntrokiròs attraverso una confluenza di coincidenze propizie: ad esempio, tracciando una retta bluastra tra l’osservare un ragno e il disegnare un “cilindro”, almeno un punto di questa retta risiede necessariamente in Déntrokirtòs.
Qualche frammento rarefatto dell’arcipelago può coesistere in un luogo isomorfo a poca distanza da noi nel quotidiano ed è possibile (ma non scontato) notare la presenza simultanea di più luoghi nelle stesse forme. In questi rari casi, si avverte come la sensazione di visitare un territorio densamente popolato da abitanti che restano invisibili per la nostra abitudine all’approssimazione.

Dopo aver conosciuto una di queste “eclissi totali dell’ordinario”, involontario incontro con la solenne duplicità propria del miraggio, si dovrebbe sentire il desiderio di ritornare immediatamente in quei luoghi prima avvicinati per pochi istanti. Tale ritorno, però, è una coincidenza remota e non volontariamente attuabile.

I brani di Déntrokirtòs sono il tentativo cosciente di descrivere il mondo visibile, ma non immediatamente osservato; l’isola non esiste, ma è reale, come lo è il mare che la circonda, e l’ombra degli altopiani e i fiumi e gli alberi, ideale contrappunto alla geografia terrestre. Déntrokirtòs è quindi un’isola assolutamente possibile che per puro accidente non esiste.

Il nostro diario inizia con un’autentica depurazione dall’eccesso di informazione, più che giornaliera, addirittura oraria, che obbliga la mente ad un asfittico girovagare da pendolare. Ma ogni possibile reazione è vana se rimane ancorata alla stessa realtà circolare.

L’unica soluzione appropriata che abbiamo trovato è mettersi improvvisamente a volare. Ed eccoci (poco a poco a poco) sull’isola. La naturale indifferenza del ambiente circostante ci spinge a pensare di essere legittimi abitanti di questo luogo e  da subito il profumo diffuso nell’atmosfera racconta di un fiore che è sempre stato padrone dell’isola. E’ subito evidente che l’effluvio si colloca oltre la storia e ha sempre vissuto in questo luogo con un ciclo di vita eterno come il moto del sole e dei pianeti e come il vento.

E’ facile essere rapiti dalla bellezza di questi moti naturali e contemplarli fino ad illudersi di farne parte, ma così non è, i moti naturali stessi lo ricordano rigettandoci ineluttabilmente.
Perché noi non siamo sasso che può essere levigato dalle acque, o arbusto che può inaridirsi e rinascere, o vento che può tuffarsi dagli altopiani, no. Con questa consapevolezza si conclude il canto dell’Elicrisio, mentre il cielo si fa triangolare, si spalanca il gorgo ed inizia la lotta tra la nostra volontà e l’indifferenza del cosmo.


Siamo sconfitti, imprigionati nell’impossibile volontà di appartenere completamente ad una sola natura, che non può essere quella da cui abbiamo deciso di fuggire, ma nemmeno, pare, quella cui siamo appena giunti. Da qui la fuga nell’unica direzione possibile: dentro se stessi, con l’intento di annullarsi che però non si compie.

Quasi arrivati al centro del nostro essere, infatti, ci accorgiamo di aver oltrepassato confini che cingono vastità siderali, e che le distanze interiori e quelle esteriori segretamente coincidono.

In questo vasto immoto cosmo avvertiamo una presenza: infatti il viaggio che ci ha portato fino a qui è sempre stato osservato e giudicato da un abitante dell’isola. Comprendendo la nostra difficoltà, egli ci narra che non siamo i primi umani ad essersi smarriti nel tentativo di appartenere all’isola. Anzi, molti altri tuttora tentano di diventare quei fiori (che noi contemplammo e poi fuggimmo), con il grottesco risultato di rimanere imprigionati in un’essenza ibrida e irrimediabilmente contraffatta. Il loro tentativo di diventare abitanti di Déntrokirtòs è come il tentativo di ottenere la forma di un albero vivo intagliandola nel legno morto.


Rincuorati riguardo alla nostra condizione e incuriositi dall’abitante che ci ha giudicati (e che parlandoci assume le sembianze di un enorme scorpione, poi di un cervo, e infine umane) lo osserviamo meglio: gli sguardi si incrociano, si confondono, anzi sono gli stessi, lo erano fin dal principio. Nel comune desiderio di proseguire, i soggetti si riuniscono.


Ora ogni possibilità è esaurita. Vi è un’unica azione che non abbiamo ancora compiuto sull’isola: abbandonarla. Superato anche questo limite, ciò che vediamo e sentiamo non può essere descritto qui.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...