The postwar dream

In effetti innanzitutto e per lo più viviamo senza apparentemente aver bisogno di un fondamento, ci è ignoto e riusciamo ad esserci lo stesso, e le troppe domande sono un intralcio. A scuola insegnano ai bimbi a funzionare bene nel sistema reale, non a pensare, e nel lavoro ognuno di noi si sente sempre più come una valvolina del sistema, non una persona che collabora ad un progetto generale. Abbiamo forse smesso di chiederci consapevolmente il senso di ciò che facciamo, ma ciò non significa che sia cessata la domanda di senso, significa solo che è stata posta fuori dal focus della coscienza. Essa, la domanda, il bisogno di fondamento, continua ad agire nell’uomo, subdolamente, nelle zone d’ombra, e aleggia come una inquietudine di fondo, un’ombra nera incombente, e tanto più essa incombe, tanto più eludiamo il pensiero che ci propone la nostra morte come la possibilità più propria, e con essa eliminiamo tutte le possibilità più autentiche.

L’elusione del fondamento può dunque connotarsi come il carattere di un’epoca, in funzione dell’evento di un pensiero che riesce a trasformare il senso in operatività massimizzata secondo l’obiettivo pragmatico. A ciò corrisponde, sul piano strettamente ontico e soggettivo, l’elusione della possibilità della propria morte, l’eliminazione della morte, della fine, delll’irreversibilità assoluta.

L’abisso del fondamento diviene in modo distorto il fondo infinito in cui si identifica il mondo, il luogo delle risorse indeterminate a cui attingere nel costante imporsi nel tentativo di perdurare.

Ma quanto sia fragile questa “perduranza” lo dimostrano gli occhi dei sempre più numerosi anziani che affollano le nostre città. Non più l’occhio livido del saggio, ma l’occhio liquido del soccombente alla sua perduranza stessa.

Paradossalmente, più la vita perde di senso, più diventa insopportabile la sua fine.

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