Rapsodie del fondamento 1. Il fondamento come apriori destinale.

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Il fondamento come apriori destinale

  1. Se noi ci rendessimo conto della complessità intensiva del pensiero, di ogni singolo, istantaneo atto di pensiero, dispereremmo di poter anche solo sfiorare il fondamento. Eppure qualcosa ci spinge in quella direzione. Qualcosa agisce sotterraneamente in noi, in ogni istante, anche in quelli apparentemente più lontani e banali, agisce attraverso strategie occulte, gettandoci in situazioni e presentandoci realtà impregnate di richieste, richieste di chiarificazione, di comprensione, richiedenti cioè “perché?”. E noi sempre ci troviamo vinti da tali meccanismi, e ci troviamo a dover rendere conto di un perché come se fossimo noi responsabili di tutto ciò. L’ansia del perché ci pervade e vince la paura dell’abisso. Ma la paura dell’abisso non è una paura irrazionale, immotivata, mera paura dell’ignoto, bensì si espande in maniera proporzionale alla consapevolezza, cresce con lei, con-cresce, dunque è concreta, conscia e reale.  

    Ansia del perché e paura dell’abisso costituiscono l’agone logico-emotivo in cui si trova il pensiero che pensa al fondamento.

  2. In via preliminare chiamiamo pensiero non-oggettivante una certa modalità di pensare, e cerchiamo in primo luogo di indicarlo nell’ambito della storia del pensiero. Il pensiero non-oggettivante è quell’ambito essenziale del pensiero che Husserl cercava attraverso la riduzione fenomenologica. Le formulazioni più acute di tale operazione logica fondamentale sono state proposte da Husserl stesso agli esordi del suo pensiero, come “principio di assenza di presupposti”, e da Heidegger verso la fine della sua riflessione come “salto del pensiero”. All’interno dell’idea di fenomenologia, la riflessione sulla riduzione, vale a dire sulla porta di accesso ad essa, costituisce l’ambito della logica pura in senso filosofico, cioè a dire il complemento essenziale della logica matematica, costituente insieme ad essa appunto la logica pura in senso assoluto. Anche Kant avevo colto la necessità di completare la logica formale con una nuova concezione della logica, la logica trascendentale. E Aristotele stesso introduce come compito fondamentale della filosofia prima lo studio dei principi per altri versi studiati dalla logica. Riavvolgendo, giungiamo all’identificazione di logica e filosofia prima, che si attuerà con Hegel: la logica per Hegel è il movimento di mediazione del pensiero in se stesso, movimento per cui il pensiero è quello che è, cioè l’essere in quanto assoluto. In questa considerazione non c’è spazio per le complementarietà: per Hegel la logica formale è mera tecnologia dell’intelletto, è pensiero staticizzato in una sua fase incapace di andare al fondo di se stesso, qualcosa che il pensiero filosofico deve superare. Per Heidegger invece la logica formale, in quanto espressione formalmente rappresentativa del pensiero oggettivante, non può considerarsi una tappa da superare da parte del pensiero che si eleva a pensiero di sé, bensì è espressione del pensiero imperante, vale a dire della distesa destinale in cui si distende attualmente il rapporto fra essere e uomo, ma che al contempo viene ad essere colto solo attraverso un pensiero che, poggiandovi bene i piedi, lo salta. Ciò mentre Husserl si limitava a porre una divisione del lavoro fra matematici e filosofi. Eppure in queste grandi differenze si cela l’anelito del pensiero alla sua cosa, espresso in ambiti differenti dai diversi pensatori, in pensieri alludenti ad una identità di fondo che è quella che ci interessa e che dobbiamo vedere più da vicino.
  3. Il pensiero non-oggettivante si definisce solo in rapporto negativo col pensiero dossico, positivo, oggettivante appunto? Si potrebbe dire: l’autocoscienza è il nome del pensiero non-oggettivante, l’analisi fenomenologica è il nome del pensiero non-oggettivante, il pensiero del fondamento, la decostruzione sintattico-semantica, la dialettica negativa, ecc. ecc. e ogni decorso di pensiero che seguirebbe sarebbe il darsi positivo di esso. Ma così tradiremmo in partenza il nostro obbiettivo, poiché toglieremmo ad esso il suo valore attuale staticizzandolo in uno schema rendendolo oggetto (sostanza o struttura trascendentale che sia). Allora dobbiamo necessariamente partire dal dato positivo del pensiero oggettivante e allontanarci piano piano da esso? Ma così facendo costringeremmo la negazione alla preliminare posizione, limiteremmo cioè il suo valore al negativo della prioritaria posizione. D’altra parte come si può porre il negativo prima del positivo? L’unico modo è renderlo positivo, come tentava il primo tentativo. Si potrebbe ancora pensare così: se il negativo è il negativo di un positivo, di quel positivo, allora necessariamente anche il positivo sarà positivo di un negativo, di quel negativo di cui è positivo. Il dato sarebbe l’identità di cui noi rintracceremmo la bivalenza positivo/negativo. Il pensiero sarebbe oggettivante e non-oggettivante a seconda del rispetto di volta in volta operativo. E ciò non può soddisfarci, perchè noi siamo alla ricerca del pensiero non-oggettivante in quanto luogo del pensiero del fondamento, diciamo “pensiero puro”, pensiero che sta alla base di ogni ulteriore manifestazione noetica, quindi non-oggettivante non indica un “rispetto-a-cui” noi lo cogliamo, ma il pensiero come tale, il pensiero in quanto pensiero. Va allora fatta la seguente osservazione: il chiamare ciò che stiamo cercando pensiero non-oggettivante occulta in partenza ciò che andiamo cercando, perchè in quel “non” noi non riusciamo a non pensare ad una correlazione ad una precedente posizione che comporta i paralogismi di cui sopra. In realtà dobbiamo pensare in altri termini, dobbiamo cioè pensare che è il pensiero oggettivante che si pone come modificazione essenziale del pensiero non-oggettivante, che non è quindi mera negazione del primo, ma base su cui il primo si modula. In altre parole, è piuttosto il pensiero oggettivante ad essere negazione del pensiero non-oggettivante, e il fatto che la formulazione di questo stato di cose una volta portato alla parola risulti contrastante con il suo significato immediato, è qualcosa che pretende chiarezza.
  4. Sulla base di quanto detto chiamiamo il pensiero non-oggettivante “pensiero puro”. Il problema ora è: può il pensiero puro fare epoca nel senso della storia dell’essere o esso rimane l’ambito in cui si staglia di volta in volta una oggettivazione particolare che per l’appunto è ciò che fa epoca? Inoltre, l’esigenza che si pone di enucleare il pensiero puro dall’interno dell’oggettivazione epocale dipende dal carattere dell’oggettivazione medesima? C’è un qualche nesso? In tal caso, qual è il carattere dell’oggettivazione epocale, della distesa destinale in cui compare l’esigenza del pensiero puro? Si sarebbe tentati di rispondere a quest’ultima domanda con una mera deissi, dicendo: “l’epoca presente è tale epoca”: l’epoca in cui l’oblio dell’essere ha trovato la massima realizzazione nel pensiero tecnocratico e nella sua funzione fondante l’intera struttura esistenziale, l’epoca in cui il valore ha preso il posto dell’ideale, la visione del mondo del progetto, e così via. Molti da Heidegger in poi lo pensano. Ma rimane perplessità intorno alla possibilità data ad un’epoca di parlare di se stessa tematicamente, come abbiamo visto vi sono problemi logici. D’altra parte come sarebbe pensabile un’epoca dominata dal pensiero puro? Si potrebbe in tal caso pensare all’epoca delle epoche, come condizione di possibilità dell’epoca come tale: e ciò si ricollega all’esigenza posta in atto da Husserl dell’”epochè” per raggiungere il livello del pensiero puro, cioè a dire l’esigenza di porsi al di sotto di ogni distesa destinale per coglierne i caratteri strutturali; ma qui torna la domanda: è possibile portarsi sotto la distesa destinale di volta in volta attuale? Si dà, per così dire, un apriori destinale? Questa è forse l’unica formulazione possibile del problema gnoseologico attualmente dotata di senso, vale a dire permanente alla fine dell’epoca moderna. In tale ottica si potrebbe intendere il fondamento come apriori destinale.
  5. Che tipo di logica può stare alla base del coglimento del senso dell’apriori destinale? Si tratta della dialettica empirica fra intenzione e riempimento prospettata da Husserl nella VI Ricerca. Secondo Husserl la vita della coscienza è un continuo e costante co-implicarsi di atti che in tanto che si coimplicano costituiscono oggettualità corrispondenti in quanto mondo dotato di senso; la coimplicazione stessa va intesa come atto e pertanto corrispettiva ad oggettualità. Ora, parliamo di conoscenza laddove il rapporto di coimplicazione, vale a dire atti complessi, atti “fondati” nel senso husserliano della vi ricerca, assume la configurazione di riempimento di una preliminare intenzione: una intenzione significante trova riempimento in particolari atti che in tanto che si pongono riempiono la significazione, confermandola o eludendola, in parte e gradualmente fino al limite della totale sovrapposizione. Isoliamo ora la relazione del riempimento: la significazione produce una intenzione di senso che rimarrebbe vuota se non subentrasse un’intuizione in grado di darle corpo; a sua volta l’intuizione permarrebbe mera datità cieca se non seguisse alla luce della significazione, del conferimento di senso; ma il rapporto che ora si instaura non può essere inteso come mera complementarietà, come identificazione del tipo chiave/serratura; in realtà assistiamo ad un rapporto dialettico in cui l’elemento apriori in tanto che guida la relazione di riempimento in quanto portatore della luce del senso, si ridefinisce ogni volta in funzione del riempimento avvenuto. Enzo Melandri, a cui fanno capo queste riflessioni, si rifà alla logica del cercare e del trovare, all’intima dipendenza dei due momenti. L’elemento empirico, nel nostro caso potremmo dire destinale, per quanto rimanga informato dall’elemento apriori, lo ridisegna ogni volta sulla base della colorazione da esso portata: i colori non potrebbero darsi fuori dalla luce di senso dell’apriori, questo rimane come elemento idealistico, ma il colore non è più un elemento secondario, bensì corporeità del vissuto di volta in volta in atto, vale a dire perimetro della distesa destinale che si instaura fra pensiero ed essere nel pensiero che pensa il fondamento.
  6. Quando il pensiero che scende nell’abisso trova identità fra vari pensatori per altri versi ritenuti distanti, si rincuora, trova energie nuove e ciò gli consente di procedere oltre. Ma ciò è anche pericoloso: per un attimo, calmandosi la paura dell’abisso, si calma l’ansia del perché, ci si accontenta dei dati a disposizione e ci si diverte a comporre nuove geometrie di senso possibili disperdendo la forza coercitiva del principium reddendae rationis che lo muove. In effetti la delineazione del fondamento come apriori destinale ci fa fare alcuni passi avanti, ma non può soddisfarci ancora per molto, già si sentono stridori logici quando si incontrano strutture concettuali come “natura” “io”, ma anche “necessità” – libertà. Niente di strano. Tutto ciò è solamente un segno del fatto che l’indicibilità del fondamento regge sopra ogni logica, e ciò proprio nel mentre ne costituisce di nuove costantemente al fine di autoraggiungersi.
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