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Si consideri il seguente stato di cose.

C’è una pista, un percorso stradale di 3,5 Km. Non è certamente rettilineo, ma tortuoso, delineato da sali-scendi, tornanti, contropendenze e così via. Il gioco consiste nel percorrerlo alla guida di un potente veicolo nel minor tempo possibile. Nulla di inusitato, dunque.

Proviamo a immedesimarci in colui che sta giocando questo gioco. Sto percorrendo il circuito; il giro precedente l’ho percorso col tempo di 1′ 20” 371”’. E’ un ottimo tempo. Il record della pista è 1′ 18” 989”’. Mentre guido non faccio calcoli. Solo a posteriori mi rendo conto dei tempi che faccio. Sto andando in progressione. Ho appena migliorato: 1” 19” 002”’. Sono vicinissimo al record.

Questo gioco ha un suo tempo reale, poniamo un’ora di prove cronometrate tra le 15 e le 16 del 10 Ottobre 1996. Ma per colui che sta giocando un altro è il tempo realmente vissuto: cioè il tempo che si è “fatto” e il tempo da raggiungere e superare.

Ora ho fatto il record: 1′ 18” 799”’. Nella realtà qui subentrerebbe il trionfo e le conseguenti magniloquenze. Ma il vero giocatore comincia a giocare solo adesso. Il tempo raggiunto non è più ciò a cui si doveva giungere, non è più il fine del gioco, ma è diventato il tempo da battere, il nuovo tempo da raggiungere, e quel tempo che deve essere raggiunto affinchè il mio precedente tempo sia battuto è l’unico fine del mio giocare attuale. Ciò che ho raggiunto con tormentosa fatica si spegne non appena viene raggiunto, diviene solo il parametro necessario per il proseguimento del gioco, e perde il valore finale che aveva prima di essere raggiunto.

Il vero giocatore gioca sempre e solo col tempo: per lui quel tempo è ciò che si deve superare, e ciò significa produrre un tempo che lo superi. Deve fare proprio quel tempo per lasciarne emergere uno ulteriore, che a sua volta diverrà mero parametro del gioco e sarà da superare nuovamente e così via.

E’ interessante notare che il tempo che attua il gioco non è mai un tempo reale: infatti non appena esso diviene reale perde il suo valore di obiettivo e diviene parametro. Questo dal lato oggettivo. Da quello soggettivo si può invece notare come il terminare dello sforzo per il raggiungimento del tempo, il compiersi di tale sforzo, stia nel dare ad essere un ulteriore sforzo diretto al raggiungimento di un ulteriore tempo presunto conclusivo, ma sempre e solo presunto. Il tempo raggiunto non è mai quello conclusivo.

La paradossalità dello stato di cose qui presente è evidente. Ma forse è paradossale solo in apparenza, solo al primo fugace sguardo.

Formalizzando, le cose possono essere così rappresentate: si dà l’intenzione A che trova riempimento nel tempo T. Nella misura in cui T adempie A, sorge A1 che mira a T1, e poi A2che mira a T2 fino ad arrivare ad An che mira a Tn.

Ma a ben vedere le cose non stanno in modo così semplice.

T chiama a sé A0 affinchè si produca T1, il quale chiama A1 verso T2 fino ad An verso Tn+1. Lo scarto, espresso simbolicamente con l’indice numerico, esistente tra T e A è il fondamento del gioco che stiamo descrivendo. Ciò rende esplicito quanto segue: fa parte dell’essenza del gioco produrre T1, T2, T3,…Tn, sebbene in nessun caso si potrà produrre “T”.

Fuori dalla formalizzazione si dà come effettivo, reale solo il tormentato tentativo di raggiungimento del tempo. Ma fuori dalla formalizzazione vale anche questa osservazione: il più delle volte il tempo a cui si mira non si raggiunge, e nel gioco in questione realmente giocato, storicamente giocato, talvolta qualcuno è anche morto nel tentare.

In conclusione si può osservare che, per fortuna, nessuno ci può imporre di giocare questo gioco, possiamo sempre evitare simili rischi. Ma se si eccettua il limite descrittivo costituito dal circuito e dal veicolo usato, non assomiglia molto questo gioco a quello a cui inevitabilmente siamo costretti a giocare senza sapere perchè, e che chiamiamo vivere, e nel quale è indiscutibile che in ogni tempo ne va del nostro essere stesso?

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