La sostenibilità come ritorno dell’oikos nell’economia, di Franco Armieri, Paolo Frigo e Alessandro Negrini

Come un buon vino rosso, il linguaggio non mente. Per quanto a noi uomini dell’attualità possa sembrare poco credibile, quasi ridicolo, l’economia e l’etica condividono una origine comune. Il termine economia, infatti,  trova la sua etimologia nel greco: oikos, casa, e  nomos, legge, dunque  la legge della casa.  Ma non lasciamoci influenzare da questa traduzione meccanica, ascoltiamo le parole in modo “relazionale”, non ricercando una “discendenza” da parola a parola, ma lasciando risuonare fra loro i rispettivi ambiti semantici in modo che sia l’insieme a parlare, e non una supposta ed artificiosa “origine”.

Andiamo  oltre la  traduzione meccanica e  ascoltiamo le parole in modo “relazionale”: in ogni nostra parola ne risuonano altre  nelle quali gli uomini hanno pensato e costruito  gli stessi concetti che ora crediamo nostri. Se si cessa di cercarne l’origine in modo deterministico e si lasciano risuonare  fra loro i rispettivi ambiti semantici, le parole ci rimandano l’eco di qualcosa su cui i nostri stessi pensieri hanno preso forma

I)                    ANALISI SEMANTICA ED ETIMOLOGICA DI ECONOMIA – OIKOS-NOMOS

NOMOS

L’Antico Indiano nāma, l’Ittita āman, l’Antico Armeno Anum, il Gotico Namo, l’antico Tedesco Namo hanno il medesimo significato: Nome. Nome è inteso qui nel senso di Potenza, Stato, come nell’Umbro Numen. Il Sumero Numum significa Stirpe, Seme. Il Sumero Nam-en-na indica la Signoria.

Il Nomen risale ad una base Accadica,  Nabûm che significa Nominare, chiamare.

 

Vi sono diversi ambiti in cui si è andata a collocare l’antica parola da cui proviene il Nomos:

 

 1 – Nomos come sottomissione

 

Il Sanscrito NAM, NAMATI  indica il Piegarsi: NAMAS è l’obbedienza, l’adorazione, NAMASYA l’esser umile, il rendere omaggio.

Il greco NOMINOS  indica colui che è rispettoso della legge.

Il Latino NUMEN, forma allotropica di NOMEN, è la potenza non configurata, extra-razionale, che ispira terrore ed attira.

 Il NUMEN è la potenza divina, che ha base nell’accadico NABU che significa Proclamo, Comando.

Ci si sottomette perché si ha timore: Il termine Greco  NEMESIS è il castigo, la vendetta divina, è la dea che impartisce il destino agli uomini, la dea della vendetta.

Il NEMETOR è il vendicatore.

 

2-  Nomos come Lo Spazio oltre la Casa

 

Il Greco NEMOS è il bosco.

NOMAS è il pastore errante, il nomade: che appunto è errante come la scrittura celeste, il percorso degli astri nel cielo che indica la legge della vita sulla terra.

Il Latino NEMUS è il bosco sacro in cui si celebrano i riti sacri ( lo spazio sacro è spazio separato dall’Oikos, è spazio di intermediazione, appartiene al NOMOS dunque)

L’Accadico NAB’U , da cui viene il Greco NEMOS , è la vegetazione selvaggia , che sfugge all’ordine in cui si mantiene l’Oikos.

 

3 –  Nomos come Il distribuire

 

Il Greco NEMO  –  distribuisco (parti di cibi e vivande), pascolo, posseggo, abito, curo, amministro, governo, stimo, ritengo.

Indica l’assegnare a ciascuno una parte secondo le regole.

Il passaggio dal Chinarsi indicato nel sanscrito nam al  Distribuire secondo le regole, presente nel greco nemo  indicherebbe,  la progressiva laicizzazione del gesto sacro, oppure  l’esito dell’intermediazione fra il NOMOS e l’OIKOS  che muta il NAB’U – NEMOS  da luogo di vegetazione selvaggia, in OIKOS.

Muta il NOMAS  errante in OIKISTES, colonizzatore.

 NEMOMAI è l’attribuire a sé stessi. L’attribuirsi, aggiudicarsi,   presente nel greco némomai ha un senso soprattutto pastorale, indica una attribuzione di terreni, ma si riferisce anche ad abitazioni, vi è dunque anche il senso dell’abitare.

Anche NEMESI è una attribuzione legale.

NOMEUS  è,  oltre che  il Pastore, Colui che Distribuisce.

 NOME’ significa Distribuzione, Pascolo: nell’Oikos, nella Casa, i pascoli sono assegnati, distribuiti secondo un Nomos. Nel momento in cui il Nemos selvaggio è assoggettato secondo le regole dettate nel NOMOS,  NOME’, esso diventa Nomós  terreno da pascolo: OIKADE, Patria, Casa.

 

 4 –  Nomos come Legge, Norma.

 

NOMIZO è il seguire un’usanza

NOMISMA è la Tradizione, e la Moneta. Il Latino NUMMUS è la moneta d’uso, da cui il NOMISMA Bizantino.

NOMOS è il costume, l’usanza, la legge ed ha origine nell’Accadico Nabum , Decretare.

NOMOS è anche la Misura, oltre che il Modo Musicale

MODUS è la Misura come  l’Accadico NAMADDU o MADADU che indica una Misura di Capacità.

Il Latino MOS è il Costume

 

In certa misura attraverso il Greco NEMO, si potrebbe far rientrare anche il NUMERUS  che però deriva dall’Accadico NAMARU che indica il Farsi chiaro, l’illuminarsi degli Astri: ciò che accade nella lettura della Scrittura Celeste fatta dai sacerdoti che mediante la distribuzione del Nomos e fanno esistere l’Oikos.

 

 

  OIKOS

 

Vesa – oikos – vicus   derivano dal termine indoeuropeo  “vesa” = casa

Radice VIŚ = separarsi da (vi) e legarsi con (Ś)   – Entrare dentro – pervadere – essere attivi   – vivere in comunità

 Oikos: la radice è VIŚ che indica il “separarsi da qualcosa per legarsi con qualcos’altro” ma anche “l’entrare”, il “pervadere”o il “vivere in comunità” . Quel che la radice sembra suggerire è  uno “stare in un ambiente” in un particolare Habitat. Però indica anche un “essere attivi”: l’abitare la casa che la radice sembra suggerire è un “abitare attivo”, un aver attivamente cura del luogo in cui si vive.

Il sanscrito VIŚ, VIŚATI è l’entrare , il pervadere.

VEŚA è la casa, la fattoria VIŚA è la comunità. Nel greco OIKOS vi è sempre l’abitare, la casa, ma anche la patria (oikade), sia come struttura materiale (oikodomos è l’architetto) sia come ambiente famigliare (oikogenes). Il Latino VICUS indica l’isolato, il VICINUS è colui che abita lo stesso quartiere o villaggio, mentre il VICULUS è la borgata, il vicolo appunto.

L’Accadico WASABU indica l’abitare

E su questa base si trova il Russo VESB che è il Tetto, da cui deriva IZBA. OIKOS ha inoltre relazione con il culto, infatti l’Antico Babilonese (W)JAKU, (W)AJAKU è la Casa, la Stanza del Dio, il Tempio (corrisponde al latino AEDES, la dimora degli déi).

Il Latino VICUS però coglie nel suo senso fondamentale la propria base originaria: l’Accadico IKU indica un terreno delimitato da un fosso, difeso da una diga. Da IKU deriva anche BIT IKI che significa Tettoia.

 

Oikos dunque indica la casa non come semplice stare, ma come  luogo in cui si entra separandosi da tutto il resto, qualcosa che non si mantiene passivamente: è la casa,  ma anche la fattoria luogo in cui si lavora per il pane quotidiano. Non è la casa che si abita in solitudine, ma la casa della famiglia e della comunità. Il Latino VICUS inoltre suggerisce una casa diffusa, che implica il VICINUS. Nel russo VESB vi è la protezione verso le insidie celesti, per cui nell’IZBA ci si rifugia e si è accolti in uno spazio protetto. La Casa che è in Oikos, è un habitat costruito e curato artificialmente, che attivamente occorre mantenere distinto dalle avversità della natura. IKU infatti è la Terra  protetta da un fosso, difeso da una diga. Contro il dilagare insensato delle acque. BIT IKI, la Tettoia infatti non è che la diga che argina le acque che cadono dal cielo.  

 

Conclusioni.

 

La radice NAM da cui viene il NOMOS, indica il limite concesso all’uomo dalle acque cosmiche, NA. “NAM è la misura di quanto è stato destinato a ciascun uomo dalle acque”.

Nell’ Oikonomia dunque confluiscono tutte queste suggestioni. L’assegnazione della casa e della terra a partire dal Nomos inscritto nel disegno che si mostra nello Spazio Celeste. L’assegnazione dell’Onoma, del nome, in cui è inscritta la stirpe e la potenza, circoscrive lo spazio della Casa di cui occorre aver cura attivamente.

L’oikos-nomia è l’assegnazione del nome e dunque dell’identità alla casa, a partire da quanto sta scritto ed è assegnato ad ognuno dalla scrittura celeste e che le acque cosmiche delimitano. Il Tempio, e i sacerdoti che si incaricano della lettura, conoscendo i limiti che le acque celesti assegnano ad ognuno istruiscono gli uomini sulla costruzione degli argini e delle dighe affinché le acque siano convogliate e rese benefiche, sui tempi delle semine e dei raccolti, sull’apertura e chiusura delle dighe a seconda delle siccità o delle alluvioni. Economia dunque è la sapiente ed attiva azione di contenimento e distribuzione delle acque, onde sfruttarne al meglio i benefici, le cui eccedenze devono essere sapientemente distribuite nei tempi e nei luoghi in cui ciò si rende necessario affinché l’intera comunità non sia sommersa e spazzata via dalla potenza distruttrice del Numen cui non si è resa la dovuta obbedienza. Affinché il Nomos non diventi Nemesis. Affinché il Nab’u non torni ad impadronirsi dell’Oikos.

Dunque occorre che la Casa, la Terra, l’Ambiente della Vita, torni ad  essere Iku: terreno delimitato da un fosso, difeso da una diga. Contro il deragliare delle acque senza più Sacerdoti a leggere e ad irreggimentare  il Nomos Celeste.

 

II)                  L’oikos   come orizzonte dell’agire sostenibile

Se l’origine semantica, dunque l’intenzione originaria con cui si affronta l’economia conduce nell’alveo della dimensione etica, ancorché si possa relativizzare al massimo la nozione di etica, la realtà storica ed attuale, cioè vissuta in prima persona nella quotidianità, smentisce  questa posizione.  Nell’osservazione della realtà attuale, infatti, pare molto più appropriato leggere un po’ forzosamente sul piano etimologico ma molto linearmente su quello semantico, che eco-nomia indichi e descriva l’ambiente (eco, oikos, casa) della moneta (nomos, nomisma, moneta). Il luogo in cui la “moneta” si prende cura di se stessa e si moltiplica. L’economia non è tanto una posizione di cura dell’ oikos, e strategia volta al benessere continuativo della casa, cioè “sviluppo”, ma riducendosi alla sorte della “moneta”, intesa come simbolo dell’unità quantitativa dell’economia, si pone come cura della moneta, della produttività, del profitto,  cioè come “crescita”.

Rimandando a studi di economia che ruotano attorno al concetto di decrescita per comprendere la storia del tentativo di uscire dal paradigma quantitativo, nonché lo stato dell’arte in merito, qui interessa far notare che questo destino dell’economia ripercorre le medesime sorti del sapere  occidentale, che si configura sul piano ontologico come un graduale oblio dell’essere in favore dell’ente e sul piano conoscitivo nel primato del pensiero come calcolo sul pensiero come significazione.

Ciò che sul piano logico è avvenuto nello sviluppo del pensiero occidentale consiste nella creazione di un modello conoscitivo fondato sulla matematica che consente di leggere l’esperienza e formalizzarla ed avere sempre la possibilità di verificarla. La matematica è la scienza della quantità pura: l’essere di cui essa si pone come conoscenza è la quantità pura, mentre il sapere su di essa fondato riesce a cogliere della realtà solo l’aspetto quantitativo e formalizzarlo, obliando al tempo stesso tutti gli aspetti non quantitativi. In tal modo a fronte di un sapere certo, verificabile, si perde definitivamente l’essere nella sua complessità.  In termini di pura logica fenomenologica, le scienze matematiche hanno un primato su ogni forma di sapere conoscitivo: potendo formalizzare i contenuti conoscitivi in equazioni matematiche esse raggiungono, entro i limiti ontologici della categoria della quantità, un sapere incontrovertibile. Ogni altro pensiero conoscitivo, le “scienze dello spirito”, possono certamente pretendere il rispetto di una forma di sapere , ma non incontrovertibile, a meno di non dotarsi del “dispositivo” matematico.  Il problema è serio: perché  la riduzione della verità al solo elemento dell’incontrovertibilità riduce l’essenza alla quantità.

Lo stesso accade in economia. Se consideriamo un parametro importante dell’economia come caso esemplificante, la coppia di concetti “sviluppo” e “crescita” rappresenta  il primato del quantitativo sul qualitativo. Perché ciò che solo è misurabile quantitativamente dello sviluppo è l’aspetto numerico, il pil, cioè la crescita. La riduzione dello sviluppo a crescita toglie ed oblia dall’economia tutti gli elementi non quantitativi, e dunque in primis gli elementi etici.

Cosa significa ciò sul piano empirico?  Stando alle discussioni in merito il nocciolo della questione viene individuato nel fatto che ingrandendosi progressivamente la scala di riferimento, la realtà della “casa”, dell’oiKos, l’economia si dota di una tecnica sempre più affilata, si formalizza in metodiche generali che mettono sempre più in secondo piano le peculiarità, le singolarità delle problematiche, lasciando per così dire la responsabilità della risoluzione delle problematiche ad un algoritmo generico, formale, allontanando da sé la cura originaria del nomos.   La nozione originaria, etica, di economia non ha saputo gestire la complessità, non ha potuto dominare una logica reticolare per armonizzare le singole case, permanendo nell’ambito di una economia eticamente diretta, ovvero responsabile, dunque autenticamente volta allo sviluppo della casa, ma ha dovuto cedere ad una estrinseca strumentazione tecnica che consente di misurare quantitativamente i fenomeni aprendo però ad una mistica quanto ambigua nozione di “mercato” come principio regolatore, non più il Nomos, o la propria responsabilità.  Si porta fuori il senso dell’agire economico da sé stesso, lo si deposita in una istituzione altra, e l’etica come principio di senso dell’economia scompare, resta nell’oblio. La dinamica che si mette in atto è il trovare un principio esterno che dia senso: e lo si trova nel concetto di produttività. L’economia trova una fondazione forte quando impone il valore della crescita come proprio fine, e costruisce una tecnica quantitativa di controllo e misurazione, che mentre garantisce un piano universale di lavoro, riduce inesorabilmente lo sviluppo a crescita, la “casa”, l’oiKos,  a merce  di scambio, il bene comune a pil.

Dunque, l’ampliamento dell’ambito d’azione economica da una dimensione contenuta, potremmo dire “locale”, ad una sempre più ampia, fino a divenire “globale”, induce l’utilizzo di sistemi certi e algoritmi verificabili per l’effettuazione delle decisioni: l’economia si trova a disposizione un apparato concettuale sistematico fatto di matematica finanziaria, sistemi di previsione di realtà complesse, metodi di sperimentazione ecc. che in sostanza consentono al decisore economico di porre fuori di sé la responsabilità delle applicazioni, forte del fatto che ciò a cui viene affidato è un metodo scientifico.

Il porre la responsabilità, cioè il dare il responso alla problematica in questione, attraverso una metodologia estrinseca fondata sul calcolo quantitativo consente di dominare il fenomeno economico poiché di esso si considera solo la parte dominabile, cioè si piega il fenomeno allo strumento concettuale, e non viceversa. Ma tutti gli aspetti non quantitativi del fenomeno, ad es. le ricadute sociali, i problemi ecologici, la redistribuzione delle ricchezze ecc. vengono abbandonati dal pensiero economico e lasciati in balia della politica. Questo segna la rinuncia del pensiero a cogliere l’essenza del fenomeno economico, ne dichiara la debolezza intrinseca: il che favorisce il suo uso strumentale da parte di chi ne usa le performance a fini non riconducibili a quelli originari dell’oikos.

Il patimento degli economisti di fronte al progressivo sgretolarsi di tutto l’impianto teoretico ed empirico da loro costruito nei secoli è corrispondente ad altrettanti disagi che tutto il pensiero occidentale si trova a vivere:  il pensiero filosofico dilaniato da un postmodernismo sorridente nella sua debolezza, o il forte pensiero logico, che odia inconsciamente Godel solo perché ha dimostrato la non possibilità dell’autosufficienza fondazionale della logica formale, e che dire delle angosciose notte dei fisici teoretici alle prese con questo osservatore che con il suo tempo influenza il tempo oggettivo del fenomeno e disturba l’esperimento? Potremmo continuare a raccontare il racconto del disagio del pensiero occidentale nella psicologia, nella scienza storiografica, ecc. ecc., ma il punto oramai è chiaro: ci troviamo di fronte ad una crisi di tutto il sistema occidentale, e per comprendere a fondo cosa è in gioco e dove si gioca, occorrerà forse uno sforzo da parte di tutte le forze del pensiero, scientifico, filosofico, culturale e politico.

Tuttavia le problematiche economiche preoccupano un po’ di più di quelle più strettamente teoretiche perché innanzitutto riguardano l’agire pratico di tutti noi, e inoltre perché il piano empirico della verifica delle teorie è attualmente la nostra vita reale, in carne ed ossa  e lacrime e sangue. Può appassionare il dibattito sulla teoria delle stringhe o dell’io trascendentale, ma le teorie economiche si trasformano in pratiche reali, che influenzano la  quotidianità. Qui l’appassionarsi si esprime in un altro senso, cioè nel patire le conseguenze delle teorie, e quindi in qualche modo nel venirne chiamati in causa in prima persona.

E’ così allora che il pensiero cerca di organizzarsi e trovare in se stesso risorse per uscire dallo stallo decadente in cui si trova.  E non a caso è il riemergere di una nozione di casa-ambiente , di un più originario oikos  che si riappropria della radice di comunità e di “abitare attivo”, di un aver attivamente cura del luogo in cui si vive e che riapre la prospettiva ad una economia intrinsecamente etica, espressione di un vivere autentico. Infatti  a partire dagli anni 70 un “fantasma”  è apparso nel mondo occidentale, e proprio nel tempio della tecnologia: il Mit scopre che le risorse del pianeta non sono infinite, e di lì a poco il pianeta ammalato torna a farsi oggetto di cura dell’uomo: l’eco-logia sorge come l’identificazione del pianeta con l’oikos dell’uomo, e l’etica si riaffaccia alle soglie degli algoritmi economici.

Il lento percorso di infiltrazione dell’urgenza ecologica presso le coscienze degli uomini sempre più servi di un sistema inautentico, è alla base della fondamentale nozione di sostenibilità, che pone diverse istanze pratiche ed esistenziale mostrando nel suo farsi stesso un cammino possibile verso una nuova forma di rapporto uomo ambiente e uomini fra loro.  Siamo un po’ troppo disincantati per credere che il cambio di paradigmi possa arrivare come un lampo nella notte, e non ci illudiamo certo che il vecchio paradigma  tolga il disturbo senza discutere, ma il concetto di sostenibilità   impone anche e soprattutto un primato dell’azione, come mostrano le sempre più molteplici azioni reali di uomini reali che mettono in atto progetti reali.  Perché ogni cambio di paradigma non avviene tramite una decisione presa a tavolino, e nemmeno grazie al calcolo complesso che l’algoritmo più sofisticato a disposizione del potere tecnocratico mette a disposizione. Il mutamento avviene progressivamente, nella graduale modificazione che ogni azione e ogni conseguenza porta, nella progressiva consapevolezza che segue la visione dei risultati, e produce un nuovo sguardo che quasi rende irriconoscibile il mondo precedente.  La parola finale del pensiero che pensa la sostenibilità è quindi una esortazione al mettere in atto i progetti, a moltiplicarli:  ogni risultato immette oltre a se stesso le basi per un obiettivo successivo, immette per così dire  il “virus della sostenibilità”  nella nostra rappresentazione del futuro, un futuro in cui stagliarsi con orgoglio, perché c’è molto da fare.

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3 pensieri su “La sostenibilità come ritorno dell’oikos nell’economia, di Franco Armieri, Paolo Frigo e Alessandro Negrini

  1. Ho letto con attenzione il tuo Saggio Alessandro e l’ho trovato ricco di spunti di riflessione. Il taglio squisitamente teoretico della seconda parte non esclude anzi accoglie, come si intente leggendo tra le righe le tue complesse argomentazioni, implicazioni e rimandi di carattere squisitamente etico. Durante la lettura, molti pensieri sono sopraggiunti, dominante quello inerente l’urgenza di ripristinare l’antico dialogo come tu egregiamente suggerisci partendo dall’analisi semantica dei termini. Mi chiedo perché l’economia è evoluta in una direzione squisitamente quantitativa che è evidentemente riduttiva e incapace di accogliere quel farsi dell’umano che sfugge alla possibilità di essere sempre costretto e assimilato a sterili algoritmi. Ed è quel farsi l’oggetto sul quale appuntare la nostra riflessione. Si tratta, come suggeriscono Simondon e Stiegler di tentare lo stravolgimento dei paradigmi occidentali, che si sono sclerotizzati in dualismi statici e sterili, a partire dal riposizionamento di ciò che la Filosofia ha tradizionalmente relegato al ruolo strumentale dell’ inessenziale dell’a-posteriori: la tecnica. Si tratta di cogliere nell’oggetto tecnico una genesi individuante. Si tratta di superare quelli che da più parti vengono considerati i più gravi errori della filosofia: i dualismi. Non penso ad una fantasmatica fusione. A tal proposito trovo efficace quanto scrive Simondon:” La vita è una specificazione, una prima soluzione, completa in se stessa, pur lasciando un residuo al di fuori del suo sistema…” Ed è questo residuo che ha consentito ad Amartya Sen di elaborare una concezione straordinariamente innovativa dell’economia, passando attraverso una modalità differente di intendere l’uguaglianza e quindi l’inuguaglianza, e fondandola su una rilettura del concetto aristotelico di eudaimonia e quindi di capabilities. E’ questo residuo che rende straordinariamente proficua l’dea di indecidibilità così suggestiva in Derrida e Badiou. Quel frammento ci salverà dall’apocalisse?

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