Alessandro Bona Alessandro Negrini Omelie sul fondamento Omelia prima

Tramonto polare

Omelia prima

Fondamento e silenzio

1. 1Il silenzio è presente. Esso quindi è, per noi, presente presso l’ente.

2Ma tale presenza del silenzio è presenza del fondamento? Svolgiamo dunque la nostra ricerca cominciando a dipanare la reale natura del silenzio: la sua presenza come lo sfondo oscuro da cui solo può sorgere la forma luminosa della coscienza.

3Anche il Ventesimo secolo, come fece il Diciannovesimo con il Ventesimo, lascia al successivo una radura di rovine, un molteplice indistinto sorretto nell’immaginazione comune da una vaga e media rappresentazione unitaria, che mormora parole come cultura occidentale, Europa, scienza, individuo responsabile… 4ma sono parole masticate da un vecchio morente. 5Così è il tortuoso e tormentato cammino del pensiero: un ondeggiare fra fondazioni ontiche, un rinnovare ancora la forza sorgiva dell’aurora pur avendo alle spalle innumerabili tramonti, 6un ostinato giro ex centrico e con centrico attorno al rischio sempre presente di perdere se stesso.

7Ma dove può perdersi il pensiero se non in se stesso, entro lo sfondo oscuro dal quale esso stesso scaturì, fiorendo poi alla luce della coscienza? Entro cosa può disperdersi se non nell’immane abisso del suo stesso fondamento? 8Tale abisso immane è la presenza del silenzio che permea ogni radura di rovine, quel silenzio che resta e continua a mostrarsi, 9giacché era prima di qualsiasi fondazione, e sarà dopo ognuna di esse. 10E dal silenzio di una radura di rovine dobbiamo di nuovo cominciare a costruire.

2. 1Dobbiamo ora ricercare la presenza del silenzio assoluto di tale abisso immane, della tenebra che osiamo nominare come il fondamento; 2e in qualche modo dobbiamo tentare di pensarlo, almeno così come esso ci si mostra affacciandosi alle soglie della coscienza. 3Ma come pensare il silenzio? Anzi, come articolare in un suono ciò che ne è l’assenza?

4Il fondamento è incomprensibile. 5Ed è tale poiché il pensiero determinante ed oggettivante, ciò che pesa la quantità, non riesce a determinarne la misura, il pensum; e tuttavia noi soppesiamo il fondamento, ne determiniamo la forma oggettivandolo e ne articoliamo il suono nella parola.

6Tendiamo quindi a comprendere l’incomprensibile, giacché lo afferriamo concettualmente. 7In modo imperscrutabile dunque, il logos riesce a comprendere il nulla delimitandolo nel verbo, a comprimere l’incomprensibile nell’essere presente del fondamento alla forma della coscienza, cioè ad esprimere, ad articolare nella parola il suono del silenzio. 8Ciò significa che il silenzio del fondamento è presente alla coscienza, e si dà ad essa nella forma incomprensibile del nulla. 9Tale forma, il “nulla” come parola, significa quindi il farsi essere del non essere; l’onticizzarsi del fondamento; il generarsi dal silenzio della parola che dà forma al mondo.

10Ma come può il logos contrarre il silenzio nel verbo, condensando entro il suono della parola l’evanescenza del nulla?

3. 1Il fondamento è origine; è potenza di tutto ciò che è. 2Ma l’essere originario di questo originario che si dà alla coscienza, viene subito perso quando si unisce ad esso una significazione, una forma che lo legga, che lo appiattisca su di una rappresentazione comune, che lo privi cioè della profondità inesprimibile dello sfondo del fondamento, per poterne sviluppare così un pensiero predicativo.

3L’originario però si dà nell’antipredicativo: la presenza originaria del fondamento alla coscienza, il fatto cioè che per pensare dobbiamo pensare il fondamento, fondando al contempo in tale atto il pensiero stesso, 4è la potenza di tutto ciò che è, la sorgente di tutte le cose, cioè di tutte le forme determinabili e predicabili dal pensiero, di tutto ciò che il pensiero può delimitare nel verbo ed esprimere nel suono della parola.

5In tal senso il fondamento è silenzio; 6esso è non parola prima della parola, non suono prima del suono, poiché ne è la potenza, la possibilità.

7Il fondamento quindi non può assumere nessuna delle determinazioni oggettuali prodotte dall’intelletto, dalla fonte delle forme determinanti, 8giacché l’atto stesso dell’assunzione di una tale forma ne nega necessariamente l’essenza stessa, il suo essere cioè potenza e sorgente di tutte le cose formalizzabili dal pensiero, che è proprio l’essere originario in cui il fondamento si fa presente alla coscienza, 9quell’originario che, appunto, nell’essere significato si perde.

10È dunque nella materia dell’atto intenzionale con cui il fondamento si mostra alla coscienza, e non nella sua forma, che si dà l’eidos del fondamento stesso, la sua essenza eidetica, nel pensato e nel significato. 11In questo caso, paradossalmente, l’astrazione non estrae ma intuisce: 12sente cioè, pur non potendo esprimerla se non come silenzio, la presenza del fondamento che ad essa originariamente si mostra.

4. 1L’essenza del linguaggio è il linguaggio dell’essere, 2che si genera dal non essere nella parola del nulla, nel silenzio che è per noi presenza del fondamento.

3Ciò è quanto si pensa nella parola logos. È ciò che si pensa pensando l’identità di essere e pensare nella loro reciproca differenza dall’identità di non essere e silenzio, 4ripresentandosi cioè alla coscienza come l’essere della verità che è la verità dell’essere nella parola del nulla, nell’unica parola che può dire il fondamento, giacché lo dice nella sua verità. 5E cambiamo pure l’ordine espositivo della struttura in cui pensiamo l’essere e il logos: tale è la cosa più propria del pensiero; 6essa è quanto è degno di essere pensato, ciò che costituisce l’orizzonte di ogni domandare, 7ciò che rende possibile alla parola del nulla non di evocare, ma di essere la cosa evocata, e alla cosa di essere segno e al segno di essere significato, senso, essenza.

8Ma tale essenza è per noi comprensibile nel suo concreto essere non oggettivato? Oppure, per noi, essa è coglibile solo come un’assenza oggettuale?

9Come l’essere si sostanzia emergendo dallo sfondo del non essere, e assume una forma nel significante di cui esso è significato, cioè nella parola “essere” che lo significa, 10così il logos trae quella forma di sé percepibile come parola dal silenzio, delimitando entro di esso una sfera dell’essere di cui il logos stesso, in forma di parola, è il significante. 11Il silenzio quindi non è mera assenza di suono, così come il non essere non è mera assenza dell’essere, 12ma è la potenza di ogni suono, come il non essere, in quanto articolabile nel logos ed esprimibile in forma di parola, è potenza di tutto ciò che è.

13Ciò che l’intelletto recepisce e determina come assenza di suono è, in realtà, il suono originario, 14la potenza di ogni suono, ovvero l’origine e la possibilità di ogni parola formata dal logos. 15E così il silenzio, ciò che l’intelletto definisce silenzio, è il suono originario, che alle nostre orecchie si presenta come assenza di suono.

16L’assenza di parola è quindi la presenza originaria del fondamento, 17la presenza dell’illimitato, che nell’essere intuito pensato e significato si fa limite e forma fondamentale del pensiero, essenza eidetica, limitandosi come senso nel segno. 18All’intelletto però, fonte della determinazione delle forme generate dal logos, tale presenza originaria del fondamento continua ad apparire come silenzio, 19giacché esso non riesce a limitare la potenza di ogni suono se non come silenzio, formalizzandola cioè nella parola che significa l’assenza di ogni parola, nel puro vuoto d’ogni suono e d’ogni forma esprimibile.

20Il nulla è, pertanto, la parola del fondamento; 21ed il silenzio è la sua presenza, il suo farsi presente alla coscienza.

5. 1La parola del nulla si genera dal silenzio. 2Essa dunque è ciò che manifesta ed esprime nel logos il farsi essere del non essere, 3la presenza del fondamento che opera dal fondo abissale del non essere, celato nella sua verità ultima e più autentica.

4Dall’immane oscurità dello sfondo, da quel silenzio infinito che è il nulla al di sotto dell’essere, trae così origine il suono che diviene logos e luce, 5facendosi parola sulla superficie luminosa della coscienza.

6Ma come appare la parola del nulla all’intelletto, alla fonte onticizzante delle forme determinate? 7Giacché la presenza del fondamento elude qualsiasi determinazione formale, essa continua a permanere pura da qualsiasi onticizzazione; 8in tal senso, non potrà apparirci se non come un’oscura zona d’ombra impenetrabile.

6. 1In effetti, innanzitutto e per lo più viviamo senza apparentemente aver bisogno di un fondamento, ci è ignoto e riusciamo ad esserci lo stesso, e le troppe domande sono un intralcio.

2A scuola insegnano ai bimbi a funzionare bene, ossia ad essere produttivi in ciò che potremmo definire struttura astrattamente reale, non a pensare in concreto, a pensare cioè tutto ciò che non è costruzione di una logica onticizzante, di un’oggettualizzazione ontica. 3E nel lavoro ognuno di noi si sente sempre più ristretto nel cluster di un sistema rigido, non una persona che collabora ad un progetto concreto ed universale.

4Abbiamo forse smesso di chiederci consapevolmente il senso di ciò che facciamo, ma ciò non significa che sia cessata la domanda di senso, significa solo che è stata posta fuori dal focus della coscienza. 5Essa, la domanda, il bisogno di fondamento, continua ad agire nell’uomo, subdolamente, nelle zone d’ombra, 6e aleggia come un’inquietudine di fondo, un ombra nera incombente. 7E tanto più essa incombe, tanto più eludiamo il pensiero in cui la presenza del fondamento, la parola del nulla, ci si manifesta come la nostra morte individuale, 8come la possibilità finitiva di una coscienza individuata.

9L’elusione della presenza del fondamento, nonché della parola del nulla che lo annuncia, può dunque ben connotarsi come il carattere di un’epoca, 10in funzione dell’evento di un pensiero che riesce a trasformare il senso della domanda in operatività massimizzata, secondo un obiettivo pragmatico ad essa finalizzato. 11A ciò corrisponde, sul piano strettamente ontico e soggettivo, l’elusione della possibilità della propria morte, 12nella quale ci si manifesta, seppur deformato dallo specchio di una riflessione oggettivante, il senso stesso della presenza del fondamento, 13dell’irreversibilità assoluta che nella parola del nulla ci si annuncia.

14In modo distorto, l’abisso del fondamento viene così identificato con un mondo, con un fondo infinito ed oscuro a cui la logica oggettivante oppone il lume di una coscienza ontica individuata; 15il luogo delle risorse indeterminate, a cui attingere nell’incontrollabile produzione di una crescita, nel costante imporsi del tentativo di perdurare. 16Ma quanto sia fragile questa perduranza, lo dimostrano gli occhi dei sempre più numerosi anziani che affollano le nostre città: 17non più l’occhio diafano del saggio, che lascia trasparire la luce attinta a quella stessa sapienza in cui il fondamento ci si mostra, 18ma l’occhio liquido del soccombente alla sua perduranza stessa, in cui quella luce si dissolve e si spegne.

19Paradossalmente, più la vita perde di senso, più diventa insopportabile la sua fine.

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