Il Poeta è un fingitore

Il poeta è un fingitore
finge così totalmente
da fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.

F. Pessoa

Siamo tutti dei fingitori!
Nei nostri momenti più sinceri fingiamo di essere quel che realmente siamo.
Discrasia della Maschera che perde la coscienza di essere maschera e pensa l’oggetto di sé come se realmente fosse sé. E tuttavia senza questa discrasia non ci sarebbe Mondo!
Vivremmo forse in una pienezza di gioia se, senza Maschera ci sapessimo, se sapessimo gli uni degli altri, se sapessimo l’Altro.
Esserci non è Saperci.
La Maschera devia il sapere e lo incanala  verso un più modesto  Riconoscimento.
E, come la parola lascia intendere, si RiConosce qualcosa solo in quanto in qualche modo, quel qualcosa lo si conosce già.
Il Riconosciuto diventa tale dopo esser stato  ConSiderato, cioè   rapportato al Cielo, solo allora gli si riconosce un Senso.
Solo allora viene Immesso al Mondo.
Quel che non ottiene Considerazione è destinato all’indifferenziato senza senso, all’ insignificante e insignificabile  Nulla!
Al Niente di Che!

La nostra conoscenza è fatta di cose significative!
Se in quello che è Altro rispetto a noi, ci sentissimo come un sé, se, senza maschera, noi stessi ci sapessimo, allora la Gioia ci si scioglierebbe dentro come miele che cola lento lungo le pareti del cuore, a lenirne il dolore.
Ma il Mondo si fonda propriamente sull’Assenza.
Il Mondo è l’Arco teso dalla Parola/Parabola nello spazio che sta fra un soggetto e l’oggetto che essa definisce: per questo la parola è un termine, perché dopo aver attraversato quello spazio e quel tempo giunge al proprio fine, alla propria fine.
Si dice Cuore per dire il Patire,  poiché si è nel Mondo come Mancanti, si patisce l’Assente.
Siamo Individui:  unità minima indivisibile, ma proprio per questo divisa, separata dal proprio Tutto, da tutto quello che la renderebbe integra.
Si è Mancanti di qualcosa che non si ha, si ha Senso nel cercarlo.
Il qualcosa che non si ha è il Tutto che non si è.
Se fossimo quel Tutto non avremmo più necessità di un Senso.
Qualcosa che manca  è qualche cosa che è Altrove rispetto a sé, è la Cosa, l’Oggetto.
La mancanza è mancanza qui, adesso; se qualcosa manca è perché non è Presente, non è nel Tempo Presente:  questo significa che il deposito della pienezza risiede inevitabilmente nel Dopo, oltre il Tempo in atto.
E siccome qui proprio adesso noi Ci siamo, siccome siamo condannati ad esser qui, soltanto qui, cioè ad Esserci, e siccome dovunque saremo,  saremo comunque sempre in un qui, siamo condannati a non esser mai nella pienezza, mai interamente Noi.
La non presenza di quel  che manca ci condanna ad una esistenza circoscritta, a una Identità limitata.
Siamo condannati alla Speranza.
Condannati a non essere Noi.
Questa Mancanza è la fonte del nostro cercare: tolti pochi frugali bisogni, non è che questa assenza, quel che assiduamente cerchiamo di colmare con il parossismo del nostro superfluo, non è che l’Assenza in Noi dell’integrità che l’Altro rappresenta.
E l’Altro è tutto il resto oltre noi, è quello che non siamo: la Verità che ci manca, che non ci è propria, identità sempre cercata e mai raggiunta.
Sapere della Verità è avere il Sapore della Verità.
Una mela sa di mela perché è una mela: Sapere di Verità significa essere Verità.
Non è che questo il pane che sazia.
E’ l’assenza di gioia a produrre il  Mondo.
Ognuno di noi che finge di essere quel che realmente è, pensa Sé  come oggetto: prende coscienza, CoScienza di sé nel farsi altro.
Nel Mondo non si sa, si conosce.
Nel sapere di sé, nell’avere il sapore di quel che si è, non c’è CoNoscenza: la mela non finge, la mela Sa!
Ha sapore di sè.
Nella CoNoscenza è la parola stessa ad ammettere una divaricazione, ammette la maschera.
Anche la parola sa di sé evidentemente!
La con(o)scenza è una co sapienza: ammette il due, instaura una forma di alterità in sé,  formalizza  l’irraggiungibilità di quel sé.
Nella conoscenza il sapere è fatto oggetto, assoggettato al senso, sottratto all’essere e immesso nella linea del tempo, immesso al Mondo!
La verità propria sconosciuta e sconoscibile, per divenire cosciente deve essere riconosciuta, deve farsi Verità Sensata.
Solo così diviene significabile,  cioè Significativa, degna di poter essere attribuita ad un Segno.
Ma nel farsi Senso la Verità si perde: il Senso è la Maschera che l’Esistente assume per poter esser notato, per poter entrare nella catena del Mondo.
Siamo questo e ce ne scordiamo, ci sottraiamo al cuore.
Fingiamo di essere quel che realmente siamo e ne perdiamo il Sapore, perdiamo coscienza di essere Veri proprio nell’essere Finti!

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Tuttavia riconosciamo, qualcosa in noi rimane oscuramente desto, qualcosa oscuramente cerca continuamente la profondità dietro la superficie, riconosce nell’Altro la finzione.
Riconosciamo la finzione ma non riconosciamo l’Essere, non riconosciamo l’identità: non ci rendiamo conto o fingiamo di non renderci conto,  che il riconoscere la finzione significa sapere della finzione, cioè essere finzione;  non c’è saper d’essere senza essere!
Il Mondo è fatto di Maschere ed è proprio per questo, perché riconosciamo quella dell’Altro e non la nostra, che ci chiudiamo in essa come nelle mura turrite delle città della nostra storia.  Scaviamo fossati intorno, resistiamo agli assedi, salvo gettare lunghi ed esili ponti levatoi verso  ogni brano di carne in cui ci si riconosca, in cui compaia per un attimo la traccia possibile anche se estremamente improbabile della Gioia e della sua pienezza.
Si riconosce la Maschera  perché si sa ma non si nota la propria Maschera  e a quella ci si ferma  senza notare il Volto: il Volto infatti non si nota.
Non può essere annotato.
Il Volto non può essere Immesso al Mondo!
Il Volto mantiene un che di ImMondo, inevitabilmente irriducibile al senso.
Maschera, finzione, è il fare oggetto: il Volto rimane imprescindibilmente sé stesso, non deroga la propria identità in funzione della sensatezza.
Sapere  l’oggetto e, attraverso la sua  finzione, sapere della nostra, è lo spiraglio aperto verso una attribuzione di Presenza e una attribuzione di Presenza è una sottrazione all’Indifferenza: quel che è presente non cade nell’indifferenziato nulla.
Esso però, non è la Maschera: nell’Attribuzione di Presenza non è necessario riconoscimento!
Quel che appare nella Presenza è  sconosciuto, sempre nuovo, è il Volto.
Il sempre nuovo non ha Ri Conoscimento: il nuovo si impara!
Come un pastore che conduce il gregge il nuovo è imparato al senso, il Volto con il suo che di insensato è condotto al Mondo: in questo altro Mondo!
Propriamente una attribuzione di Presenza è fare Senso della gioia:  senso reale, qui,  ora, non senso proiettato, non senso da raggiungere e integrità mancante: la Presenza è qui, il Volto è il Mio.
Il deposito della pienezza risiede inevitabilmente nel Dopo: occorre sottrarre al Futuro la prerogativa di essere  depositario del Senso del Mondo.
Attribuzione di Presenza è sottrazione di vuoto, sottrazione di Assenza.

Motore immobile.

Miele che cola.

Saper di Te.

il poeta è un fingitore .

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