Francesco Di Giacomo se ne è andato libero

Francesco Di Giacomo
Francesco Di Giacomo

21 febbraio 2015, è passato un anno dalla scomparsa di Francesco Di Giacomo, sembra l’altro ieri che arrivò la terribile notizia del malore che lo colpì mentre era alla guida della sua auto.
Di Giacomo, nato il 22 agosto del 1947, era il cantautore poeta del Banco del Mutuo Soccorso, storica band di Rock Progressivo che dal 1969 incanta con la sua musica. Le loro composizioni che spaziano dal sinfonico al jazz, dal rock all’acustico, sono la  perfetta unione tra arrangiamento sapiente e poesia più autentica con sconfinamenti anche nella saggezza e nella riflessione filosofica che hanno interessato Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi nel loro periodo studentesco. Chi non conosce il rock progressivo conoscerà comunque questo poeta cantautore per le sue fugaci apparizioni nel mainstream, per le canzoni pop che hanno caratterizzato un breve periodo della vita del Banco del Mutuo Soccorso, ma è giusto ricordare Di Giacomo per quello che è stato veramente mettendo quindi in luce la sua poetica e la sua sensibilità profonda al servizio di un’arte di cui l’Italia, paese che di certo non brilla per la qualità della sua musica, dovrebbe andare fiera.

Sicuramente non di facile ascolto questa band per chi è abituato e cresciuto con l’idea che la musica sia solo intrattenimento e prodotto commerciale, ma è musica che andrebbe estrapolata per distinguerla dall’oceano malato del panorama musicale italiano. Un fiore pieno di vita e di profumi che si scosta sensibilmente dalla sterpaglia secca, maleodorante e priva di linfa che gli giace attorno.

Il primo brano del primo album, chiamato Banco del Mutuo Soccorso, uscito nel 1972 inizia con un pensiero filosofico:

In Volo

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.

Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.


Altra perla di saggezza e riflessione la lirica di Metamorfosi traccia numero 4.

Metamorfosi

Uomo
non so
se io somiglio a te
non lo so

sento che però non vorrei
segnare i giorni miei coi tuoi

no no


Come quinta traccia dell’album un’autentica poesia Il giardino del mago.

Il giardino del mago

Da bambino ci montavo su
Al cavallo con la testa in giù
Galoppavo senza far rumore
Gli zoccoli di legno che volavano sui fiori
Non sciupavano i colori.

Stan cantando al mio funerale
Chi mi piange forse non lo sa
Che per anni ho cercato me
E passo dopo passo con le spine ormai nei piedi
Tanto stanco stanco.

Io sono arrivato nel giardino del mago
Dove dietro ogni ramo crocifissi ci sono
Gli ideali dell’uomo.
Grandi idee invecchiate nel giardino del mago
Io sto appeso ad un ramo dentro un quadro che balla
Sotto un chiodo nell’aria
Sono là che ho bisogno di carezze umane più di te.

E il tempo va il tempo va passa

E il tempo va il tempo va passa e va
E tu che fai e tu che fai e tu
E tu che fai e tu che fai che fai ?
Sono finito ormai quaggiù
Ma vieni via ma vieni via vieni via !
Non posso tornare resterò
Se resterai se resterai che farai ?
Ogni creatura del giardino del mago
Vive tutto il suo tempo dentro in un albero cavo

C’è chi ride chi geme
Chi cavalca farfalle
Chi conosce il futuro
Chi comanda alle stelle come un re
Comanda le stelle, comanda le stelle,
Comanda le stelle, comanda le stelle,

E’ un re che comanda da sé…

Com’è strano oggi il sole
Non si fa scuro chissà perché
Forse la sera non verrà
A uccidermi ancora
Ha avuto pietà solo ora

Per pietà della mia mente che se ne va
Il giorno aspetterà
Per me si fermerà un po’ di più
Vedo già foglie di vetro
Alberi e gnomi corrersi dietro
Torte di fiori e intorno a me
Leggeri cigni danzano
A che serve poi la realtà.

Coi capelli sciolti al vento
Io dirigo il tempo
Il mio tempo
Là negli spazi dove morte non ha domini
Dove l’amore varca i confini
E il servo balla con il re
Corona senza vanità
Eterna è la strada che va.


Sempre nel 1972 esce Darwin! Probabilmente l’album più significativo della band e che personalmente ritengo il migliore. Una perla del rock progressivo, con un argomento che afferma la genialità di questo autore. La teoria evoluzionistica di Charles Darwin è il concept dell’opera e Di Giacomo ne fa omaggio con poetica padronanza pur mantenendo intatti i valori empirici della scienza su cui si basa la teoria dell’evoluzione. Ed è proprio questa ad aprire l’album “L’evoluzione” seguita da  “La conquista della posizione eretta” a dimostrazione della profondità di questo poeta e la sua abilità nel “cantare” la scienza e la filosofia.

L’evoluzione

Prova, prova a pensare un po’ diverso
niente da grandi dei fu fabbricato
ma il creato s’è creato da sé
cellule fibre energia e calore.

Ruota dentro una nube la terra
gonfia al caldo tende le membra.
Ah la madre è pronta partorirà
già inarca il grembo
vuole un figlio e lo avrà
figlio di terra e di elettricità.

Strati grigi di lava e di corallo
cieli umidi e senza colori
ecco il mondo sta respirando
muschi e licheni verdi spugne di terra
fanno da serra al germoglio che verrà.

Informi esseri il mare vomita
sospinti a cumuli su spiagge putride
i branchi torbidi la terra ospita
strisciando salgono sui loro simili
e il tempo cambierà i corpi flaccidi
in forme utili a sopravvivere.

Un sole misero il verde stempera
tra felci giovani di spore cariche
e suoni liberi in cerchio muovono
spirali acustiche nell’aria vergine.

Ed io che stupido ancora a credere
a chi mi dice che la carne è polvere.
E se nel fossile di un cranio atavico
riscopro forme che a me somigliano
allora Adamo non può più esistere
e sette giorni soli son pochi per creare
e ora ditemi se la mia genesi
fu d’altri uomini o di quadrumani.

Adamo è morto ormai e la mia genesi
non è di uomini ma di quadrumani.
Alto, arabescando un alcione
stride sulle ginestre e sul mare
ora il sole sa chi riscaldare.


La conquista della posizione eretta

Steli di giunco e rughe d’antica pietra
odore di bestia orma di preda
nient’altro vede il mio sguardo prono
se curva è la mia schiena

Potessi drizzare il collo oltre le fronde
e tener ritto il corpo opposto al vento
io provo e cado e provo
e ritto sto per un momento

L’urlo rintrona per la volta tutta
fino ai vulcani sale e poi resto a guardare
e bevono i miei occhi i voli i salti
le mie foreste e gli altri.


Una valentia unica nell’esprimere concetti e tematiche quali l’amore, soggetto estremamente abusato nel contesto della musica pop italiana e internazionale, deturpato, trasformato nel più banale dei luoghi comuni, intriso di rime e doppi sensi che per la loro mediocrità potrebbero rivoltare nella tomba ogni poeta defunto. Francesco Di Giacomo ha saputo orchestrarlo nel concept di Darwin! In cui l’amore, con le sue problematiche e il suo carico di emozioni, viene cantato come sentimento universale innato in ogni creatura vivente in qualsiasi epoca del pianeta Terra.

750.000 anni fa l’amore?

Già l’acqua inghiotte il sole
ti danza il seno mentre corri a valle
con il tuo branco ai pozzi
le labbra secche vieni a dissetare
Corpo steso dai larghi fianchi
nell’ombra sto, sto qui a vederti
possederti, si possederti… possederti…
Ed io tengo il respiro
se mi vedessi fuggiresti via
e pianto l’unghie in terra
l’argilla rossa mi nasconde il viso
ma vorrei per un momento stringerti a me
qui sul mio petto
ma non posso fuggiresti fuggiresti via da me
io non posso possederti possederti
io non posso fuggiresti
possederti io non posso…
Anche per una volta sola.
Se fossi mia davvero
di gocce d’acqua vestirei il tuo seno
poi sotto i piedi tuoi
veli di vento e foglie stenderei
Corpo chiaro dai larghi fianchi
ti porterei nei verdi campi e danzerei
sotto la luna danzerei con te.
Lo so la mente vuole
ma il labbro inerte non sa dire niente
si è fatto scuro il cielo
già ti allontani resta ancora a bere
mia davvero ah fosse vero
ma chi son io uno scimmione
senza ragione senza ragione senza ragione
uno scimmione fuggiresti fuggiresti
uno scimmione uno scimmione senza ragione
tu fuggiresti, tu fuggiresti…


Questo invece il suo tributo alla storia dell’umanità, la sesta traccia dell’album.

Miserere alla storia

Gloria a Babele rida la Sfinge ancora per millenni si fabbrichi nel
cielo fino a Sirio
schiumino i cavalli sulla Via Lattea ma…
Quanta vita ha ancora il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua
razza ?


Nel 1973 esce “Io sono nato libero”. Il primo brano, della durata di più di 15 minuti, è un viaggio tra il rock psichedelico e progressivo dove la lirica di Di Giacomo grida la vicenda del golpe cileno di Pinochet. L’album è quindi in parte di carattere politico e sociale, ma tutto il suo contenuto è affrontato con una maestria poetica e suggestiva. Ecco i testi di “Canto nomade”, “La città sottile” e “Dopo…. niente è più lo stesso”, scritti insieme a Vittorio Nocenzi.

Canto nomade per un prigioniero politico

In questi giorni è certo autunno giù da noi dolce Marta, Marta mia…
Ricordo il fieno e i tuoi cavalli di Normandia, eravamo liberi, liberi.
Sul muro immagini grondanti umidità, macchie senza libertà.
Ascolta Marta in questo strano autunno i tuoi cavalli gridano, urlano
incatenati ormai.
Cosa dire, soffocare, chiuso qui perchè… prigioniero per l’idea, la mia
idea perchè.
Lontano è la strada che ho scelto per me dove tutto è degno di
attenzione
perchè vive, perchè è vero, vive il vero. Almeno tu che puoi fuggi via
canto nomade,
questa cella è piena della mia disperazione, tu che puoi non farti
prendere.
Voi condannate per comodità, ma la mia idea già vi assalta.
Voi martoriate le mie sole carni, ma il mio cervello vive ancora…
ancora.
Lamenti di chitarre sospettate a torto, sospirate piano e voi donne
dallo sguardo altero,
bocche come melograno, non piangete perchè io sono nato, nato
libero, libero
non sprecate per me una messa da requiem. Io sono nato libero.


La città sottile

Tu chi sei, città non città che vivi appesa in giù alle tue corde d’aria
ferma.
Travi, tubi senza dimensioni, freddi quarzi invecchiati.
I tuoi mille ascensori di carta velina che vanno su e giù senza posa,
nessuno che scende, nessuno mai sale. Sottile non città che reggi
tutto su niente :
ogni retta poggia su se stessa, ogni curva su se stessa, assurdi
equilibri spostati.
Luci opache le tue rare stelle, il tuo sole e’ spirato.
Che altro ti resta se non l’uomo nudo che io vedo ogni giorno
quel pazzo padrone, poeta o predone che vive sull’ultima trave.
Si frega le mani poi ride, o non ride…
Saltella leggero dal trave a una curva ma oggi l’ho visto tuffarsi nel
vuoto
cosi’ d’improvviso però non so dire se urlasse o ridesse.
Qui il vento non soffia i rumori ma c’è il silenzio che sa scrivere
nell’aria ferma. Sottile non città fra i tuoi perenni grigi sola.


Dopo…. niente è più lo stesso

Forte treno impaziente treno dritto sulla giusta via sei arrivato.
Ad ogni passo baci i miei stivali, terra mia ti riconosco.
Possente terra come ti invocavo nei primi giorni in cui tuonava il
cannone.
Montagne che fermate il mio respiro, siete sagge come allora ?
Lascia il fucile la mia spalla e cade giù la gloria, gloria ?!
E torna l’uomo con la sua stanchezza infinita.
Sono questi i giorni del ritorno quando sui canneti volan basse le
cicogne
e versano il candore delle piume dentro i campi acquitrinosi e poi fra i
boschi volan via.
Sono questi i giorni del ritorno, rivedere viva la mia gente viva,
vecchi austeri dalle lunghe barbe bianche e le madri fiere avvolte dentro
scuri veli.
E piange e ride la mia gente e canta… allora è viva la mia gente… vive…
vive…
Canti e balli nella strada volti di ragazze come girasoli cose che non
riconosco più.
Per troppo tempo ho avuto gli occhi nudi e il cuore in gola, eppure
non era poca cosa la mia vita. Cosa ho vinto, dov’è che ho vinto
quando io ora so, ora so che sono morto dentro tra le mie rovine.
Perdio ! Ma che m’avete fatto a Stalingrado !?!
Difensori della patria,o amanti di libertà ! Lingue gonfie, pance piene
non parlatemi di libertà,
voi chiamate giusta guerra ciò che io stramaledico !!!
Dio ha chiamato a sé gli eroi, in paradiso vicino a lui !
Ma l’odore dell’incenso non si sente nella trincea.
Il mio vero eroismo qui comincia, da questo fango.
T’ho amata donna e parleranno ancora i nostri ventri.
Ma come è debole l’abbraccio in questo incontro.
cosa ho vinto, dov’è che ho vinto quando io,
vedo che, vedo che niente è piu’ lo stesso, ora è tutto diverso. Perdio ! Ma
che cos’è successo di così devastante a Stalingrado !?!


Si potrebbe rimanere ore ed ore incantati ad ascoltare la musica del Banco leggendo i testi che scorrono lungo la sua architettura, come una mano che accarezza l’assoluta consistenza degli arrangiamenti. Non si può non riportare altre due splendide poesie dal album del 1976 “Come in un’ultima cena”

La notte è piena

Porta i sospiri degli uomini la notte desideri innocenti o
perverse voglie.
Sulle sue ali può portare tutto : il sogno di mordere una
mela,
o la voglia di vittorie ad ogni costo.
Piena di urla disperate è la notte le distinguerai tutte una
dopo l’altra.
Se ascolti bene dentro al silenzio le senti… Sbranarsi tra di
loro.


Fino alla mia porta

Attraversato me stesso sul filo del mondo teso nello spazio fino
a raggiungermi.
Sui gradini del vostro rifiuto io sto salendo verso la mia porta
questa volta l’arpa notturna suona invano il canto delle paure.
Finalmente sono salito sopra il mio corpo più in alto del mio
cuore.
Questa notte come un atlante sopra la terra mi sono modellato
con la vita vecchia eppur così nuova non nella specie
ma nella dimensione, una nuova dimensione.


Manca e mancherà alla Musa un poeta come Francesco Di Giacomo, un uomo che si soffermava con la mente ad osservare l’idea prima di lasciarsi andare tra le sue braccia.

E mi viene da pensare

E mi viene da pensare all’entusiasmo cresciuto per strada,
quasi un dovere giocarsi tutto in un colpo solo,
e mi sentivo tanto geniale, come un’idea che non puoi fermare.
E mi viene da pensare a quante volte ho scritto canzoni, con la mano piena di rabbia
e di convinzioni e l’impossibile era normale come un’idea che non puoi fermare.

E mi viene da pensare a questo vento di primavera fiore selvaggio che cresce fra i sassi,
è come un’idea che non puoi fermare, che non puoi, non vuoi cambiare.
Forse è soltanto un’idea che nasce male forse è un’idea che cresce male,

ma la primavera è inesorabile.


 

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