La macchina della Luce

eclissi

Di Paolo Frigo

Gli uomini sono macchine fatte con la luce.
Che, con la luce,  fanno macchine.
Il mondo stesso esiste attraverso la meccanica della luce.
Un suono si sente.Un profumo, un gusto, la tua pelle che mi sfiora, il  piacere e anche il  dolore, tutto questo e altro ancora, il battito del cuore, perfino Te e la tua emozione, e la mia:  si sentono!

Solo lo sguardo non si sente! 

La lingua lo sa: se ha separato le parole Vedere e Sentire, significa che in essa è depositata la cognizione che il vedere non è come gli altri sensi.
La questione però è complessa:
quello che vedo è quello che ancora non sento: vedo,  e il vedere prefigura le forme del mio sentire.Però, in qualche modo, è il sentire che intenziona  il vedere, il vedere è un  po’ un presentire.
Il Senso scandaglia l’intorno fino alla più remota distanza cui lo sguardo possa giungere,  fino a incontrare qualcosa che Sente.
Guardando, cerca un Sentire!
Non è per bramosia, per libidine, solitudine, desiderio, volontà di possesso o altro di questo genere: è per l’integrità,  per la Domanda di integrità che lentamente lo erode.
Nell’erosione del Senso il Mondo viene lentamente sradicato dal proprio fondamento.
E’ per la conoscenza, si dice di solito, però quel che si conosce lo si conosce solo per esser stato  tradotto in  Senso.
Quel che vedo, quel che la mia intenzione mi mostra, è quel mi avvicina all’integrità, sia esso l’oggetto di un bisogno o di un semplice desiderio, sia anche un semplice oggetto di contemplazione,  esso è investito sempre di una capacità di integrazione, è Risposta alla mia Domanda.
Tacita la mia inquietudine, colma i miei vuoti.
Fornisce  senso, significatività, produce Mondo.

La luce, che non si sente,  prospetta il non ancora sentito.
Induce  Speranza.
Instilla  Desiderio.

Per la luce,  per suo tramite,  ci si vive  proiettati altrove, tesi fino al limitare del proprio sguardo, fin dove si spinge l’Idea.
E tuttavia anche quell’altrove è un qui, anche l’Altro è un Sé: ha Senso per Me anche per il solo fatto di essere Altro.

La vera Alterità, la Verità stessa, giace per sempre non veduta, non notata, senza Senso. 

Per la luce, per la  visione che essa permette, io vedo perfino quel che senti Tu, infatti quel che Tu senti, è sentire anche mio, ed è per lo sguardo e per la luce che ti illumina, che rintraccio in Me quel che vedo in Te.
E’ per il vederti che ti sento.
Mediante la luce accade la speranza, il desiderio, l’aspettativa e, quel desiderio,  quella speranza, non è per l’Altro, non è per il Tu, ma per un Noi, per una compiutezza di quanto vive sé come distinto.

Io, infatti, è una forma del Noi.

Se nel mondo tutto è parametrato in funzione di una tipologia di distanza e di proporzione i cui termini è la luce a descrivere, se la dimensione e la proporzione del mondo sono costruite  dagli occhi, lo spazio sonoro, tattile o comunque non visivo, è essenzialmente spazio emotivo, cioè spazio interiore.

E’ il Sentire che stabilisce il confine fra Sé e l’Altro:
Mio è quel che sento, Altro è quel che vedo. 

Anche se guardo me stesso, devo rendermi Altro per potermi vedere.
Lo spazio interiore è il posto in cui il cielo esiste,  il posto a partire dal quale la luce è assegnata, il posto in cui un oggetto, che la vista si occuperà di individuare, viene investito di significato.
Trovare fuori quel che già è dentro!

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La luce disegna il campo che permette al cacciatore di proporzionare la distanza, l’entità della preda e delle difficoltà che essa impone, prima di esser Presa, cioè Compresa, ingerita, quindi gustata, sentita, e fatta sé.
Se il tatto, il gusto, l’emozione  sentono il Sé, l’occhio vede l’Altro: fa Altro persino di Sé.
Questo infatti è il meccanismo della luce: non mostrare Sé ma sempre l’Altro. Se la luce mostrasse sé l’occhio sarebbe accecato: di luce si può anche impazzire.
Infatti pazzo è colui che non sa quello che fa, cioè non ha coscienza del proprio gesto, non ne fa Oggetto di coscienza.
Non si guarda da fuori, fa cose senza Senso non traduce Sé  in  Altro, non fa Oggetto il proprio agire.
Non usa luce indiretta.
Il suo Io non è una forma del Noi.
L’identità della luce, il suo esser quello che è, è tale per cui sempre,  dice senza mai dirsi.
Dice di  sé mostrando l’Altro.
Il sole che dà vita, sottrae vita.

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Icaro, ali di cera, frutto dell’ingegno, sciolte le ali in volo per la luce che non volle temere, precipita.
Dicono che il labirinto fosse il percorso di una danza, traccia nello spazio di quanto non può che accadere nel tempo.
Se il labirinto è il tracciato dei passi di una danza,  Dedalo non fece  che tradurre in spazio visibile un  percorso sonoro.

Un percorso sonoro è un  tempo sensibile.

Dedalo disegna e costruisce una mappa e di quella mappa rimane prigioniero, prigioniero dei passi della propria danza, prigioniero degli schemi del proprio agire.
Solo innalzandosi sopra quel tracciato potrà sfuggire al labirinto.
Occorre sfuggire alla prospettiva frontale, in una prospettiva frontale davanti ad un passo c’è sempre un altro passo per infinito tempo: questo è il muro del labirinto, una visione solamente prospettica.
Occorre sfuggire al piano di terra e alla sua gravità.
Occorre alzarsi in direzione della luce e abbracciare la visione della danza tutta intera.
Uscire dall’attimo singolo, dal singolo passo cui segue un altro passo, forzare la gravità che vincola a terra quei passi.
Ma questa è una visione vertiginosa: occorre sapere che l’intera luce nel cuore dell’uomo, ha ali di cera.

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Così Fetonte, figlio della luce in persona, figlio del Sole,  volle guidare, inesperto auriga, il carro del dio  lungo l’arco del giorno.
Volle esser luce ma non ne seppe controllare la forza, così la Libia si incendiò al suo passaggio  e bruciò il volto  degli Etiopi, finché folgorato da Zeus, cadde sull’Eridano.
E ancor oggi, sulle rive del Po, le sorelle Eliadi, mutate in pioppe, frangono col loro tremolio di foglie,  la luce in mille riverberi piangendo lacrime d’Ambra per il loro fratello precipitato.
E gli uomini, come le piante, per non bruciare, frangono la luce disperdendola in mille rivoli d’ombra, in cui le cose si  mostrano  per i gradi della sua Assenza.
Meccanismi di traslazione per  dire la cosa mediante i gradi del suo frangersi in mille riflessi d’ombra, poiché un rapporto vivibile fra le cose necessita di una accurata gestione dell’ombra: occorre abitare dentro una temperatura luminosa che pur permettendone la malleabilità, non superi mai il punto di fusione della cera.
L’ombra non è assenza di luce: è luce diversamente diretta.

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Un raggio luminoso incontra e colpisce un ostacolo: viene sezionato e assorbito oppure riflesso: l’identità dell’oggetto colpito si mostra per la sua proprietà respingente.
Non è vero che gli oggetti in sé sono incolori: il colore è solo il codice con cui possiamo decifrare la loro qualità, e quella qualità esiste, qualsiasi cosa essa sia, sia pure a noi inaccessibile.

Il colore  non è una proprietà dell’oggetto, e nemmeno una proprietà del soggetto: è semplicemente la qualità della relazione.

Manifestazione traslata di una proprietà dell’essere: il Che si mostra mediante il Come, e tuttavia quel Come  non può  darsi se non in  una relazione.
Così il colore impone una domanda che interroga sulla qualità di colui che guarda, solo attraverso questa domanda su sé stessi l’Altro risponde, e  la risposta è una relazione.

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Siamo modellati  sulla struttura del sole, sulla struttura del meccanismo con cui il sole produce la vita sulla terra, fatti dentro come fuori nel modo in cui la sua sostanza si proietta sul mondo.
Così accade che l’intera vita di questa macchina di luce che siamo, venga riprodotta dentro:  che dentro, qualcosa registri e strutturi l’intero mondo sulla direzione dello sguardo.
La macchina della luce interiore è la macchina del Senso: si struttura su triangolazioni fra lo sguardo, gli oggetti del mondo e la fonte di luce, cioè del punto da cui proviene il Senso che illumina il Mondo.

E’ il Senso, la luce che  fornisce spessore alle cose, che fornisce loro significatività.

La macchina del Senso è una macchina di luce.
Cogliamo soltanto quello che la luce colpisce o che indirettamente altri oggetti, testimoni di luce e suoi portatori, illuminano.

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Questo è un foglio di carta: cosa ci fai tu, con un foglio di carta?
Il foglio di carta è un piano luminoso, il suo vuoto è un pieno di tutta luce.
Questo è il foglio di carta e questa è una matita: cosa puoi fsrci con una matita ed un foglio?
Tracci un segno!
Cos’è un segno su un pieno di tutta luce, se non una sottrazione?
Traccio un segno: sottraggo parte della luce che la carta mi riflette.
Se invece della matita usassi pennello e colore, pur continuando a sottrarre luce, compirei una selezione sulla qualità della luce sottratta.
In ogni caso modifico la qualità della relazione col foglio: introduco un senso diverso, induco stati d’animo differenti.
Non sto compiendo un’azione nel mondo fisico, ne sto compiendo una nel mondo simbolico: fornisco un senso alla carta.

Al piano di tutta luce, cioè al piano di Tutti i Sensi Possibili sottraggo Possibile e immetto Essere.

Certo anche la carta in sé, in quanto carta, non è neutra rispetto al senso: il supporto sul quale il Tutto di Luce è simbolicamente contenuto, è già Mondo di per sé, fatto per significare e dunque la sua qualità stessa è relazione significativa.
Ogni traccia che gli uomini lasciano sulla terra è sottrazione di luce ed è per sottrazione di luce che si ha una assegnazione di Senso: ogni traccia che appaia nel mondo è una sottrazione all’Indifferenziato.
Ogni cosa che appaia per la prima volta, ogni rivoluzione, cambio di significatività,  non è qualcosa a cui il mondo si oppone: ciò che incontra opposizione ed ostacolo,  è già un Senso, è comunque Verità Sensata,  appartiene già al  mondo.
Il nuovo, il veramente rivoluzionario, semplicemente non viene notato, non viene visto: è collocato nell’indifferenziato.
Non ci sono le strutture di senso che permettono di coglierlo, di notarlo

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 Nel principio del creare, Elohim, il cielo e la terra, la terra era deserto e solitudine, ed oscurità era sulla faccia dell’abisso ed un vento di Dio si agitava sulla faccia dell’acqua,  Dio disse: Sia luce (…)”  **

Elohim fece essere la luce e per la luce distinse fra loro le cose: il mondo è stato creato per le sue proprietà visive e non per  proprietà intrinseche degli elementi.
Poi mise delle luci nello spazio che separa il cielo e la terra: le mise all’esterno a illuminare la scena da fuori.
Bereshit bara’ Elohim et hashamayim ve’et ha’aretz
Barà  non sta nella radice del creare.
Se le parole nel testo sacro hanno importanza per ogni loro possibile sfumatura, dobbiamo rendere significativo anche il fatto che Barà sta nella radice del Separare, come Baratro, Burrone, Sbarra, Barriera, e non in quella del Creare.
Il concetto dell’opposizione fra l’Essere e il Nulla infatti accadde con i greci: non doveva essere noto all’originario estensore del testo, mentre lo era di sicuro al tempo in cui il testo ebbe la sua fissazione definitiva.
Dunque il testo implica (e non conclude) che nel principio del distinguere Elohim, il cielo e la terra (…), ebbe bisogno di una luce.
E fu riguardo alla luce che nel testo si  usa per la prima volta, il concetto di Bontà, cioè si introduce un giudizio.
Fu così che da quel momento le cose ebbero una forma,un colore.
Fu così che , nel principio, bereshit, del distinguere, barà, le cose vennero ad essere Mondo: per via di Luce.
In relazione alla forma e al colore si misura il grado di sintonia, Sintonia è il sentire,   e le cose assumono significatività, valore, distanza, spessore, profondità.

Intensità di Senso!
La luce conferisce una misura alla possibilità di realizzazione del proprio bisogno, che è possibilità di integrità.
Essa mostra che fra un soggetto e l’oggetto di una possibile sintonia, vi è uno spazio, e permette la trasformazione di quello spazio in Tempo.
L’oggetto non è immediato, in mezzo ci sono ostacoli e  per eliminarli occorre  Tempo.
Da quel momento l’esistenza poté esser misurata, comparata al braccio, valutata sulla distanza che separa dal cuore.
Da quel momento poté esser contato il tempo in battiti, minuti secondi, rosso che pulsa, scansione di proprio residuo vitale: in Unità di Luce, primo giorno, secondo giorno, fino all’ultimo e infimo giorno in cui il Mondo appare nella vita di ognuno.
Il primo uomo che mangiò del frutto dell’albero del Giudizio non fece altro che compiere quanto era fin dal Principio, implicito nella distinzione che la luce permette: poté egli stesso guardarsi indietro e constatare se il frutto della propria azione fosse cosa buona.
Poté  guardare i frutti del giardino e misurarne la lontananza e proprio per questo, prefigurare la fatica, commisurare il dolore che lo  separava da essi.
Poté Sperare.
E avere paura!
Poté aver rimorso!
“(…)E Dio disse allora: Ecco l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre!(…)”
“fate che non viva per sempre”, che non sia sempre nella luce dell’esistenza, che resti mortale.
Fate che non possa produrre mondo se non in virtù dell’ombra!
Quel dolore, quella paura, la speranza e l’ineluttabilità, furono  iniettati in lui dalla luce: è per essa che appare nel Fuori qualcosa che è anche dentro.
Sono i suoi riverberi, che descrivono il fuori come qualcosa che dentro manca.
Essa introduce la misura della distanza.
Per la luce che proviamo paura di quel che in luce non è.
Così, è sempre per essa, che posso calcolare i mezzi per far essere i fini, cioè pensare come in Potenza quel che non vedo in Atto.
E posso comparare la Potenza, quel che è dentro, qui e adesso, con l’Atto,  che è fuori,  che non è ancora.
Ed è per la luce che me ne consente  prefigurazione, che posso porre in atto i mezzi la cui Potenza sarà in grado di ottenere il fine, potrà fare  Essere del mero Possibile.

Ma soprattutto è la luce che riduce l’Atto di vivere, l’Atto di Essere, a mera Potenza.
E’ in essa che il  Qui e Ora, la grandiosità dell’Adesso, è ridotto a funzione di un Altrove. 

Dal  momento in cui gli uomini mangiarono il frutto dell’Albero della Luce,  i frutti del giardino che prima si offrivano loro senza fatica, precipitarono in una lontananza per colmare la quale, occorreva il sudore della fronte.
Quella distanza, misurata in pulsazioni di residuo di vita possibile, comparata con i gradi dell’ombra, riduce con un calcolo lo stato attuale a quantità funzionale relativa ad un senso mancante.

Riduce l’identità a funzione.

Aspettativa di un Senso compiuto, pretesa di vita significativa.
Senza fatica  significa senza aspettativa.
Si fatica per quel che ci si prefigura, è l’investimento che produce il sudore.
Guadagnato col sudore della fronte in quanto conseguito dopo  un’azione che, prefigurando il fine, pone in atto i mezzi: compie un lavoro.
Così  la Terra, questa terra qui, che è Atto senza Potenza, in quanto prefigurata, diventa Promessa.
Estenuante Speranza.
E tale deve  restare affinché il Mondo sia mantenuto nell’ordine che gli fornisce il Senso.

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 Questo il foglio di carta: questa la luce che è stata creata per te.
Cosa fai ora?
Questo è il foglio, con la traccia che la matita ha lasciato su di esso.
Hai sottratto luce: per lasciare traccia nella luce occorre produrre ombra.
Il mondo esiste per una imprescindibile sottrazione di luce. il foglio bianco non è un tutto vuoto ma un tutto pieno.
La traccia della matita introduce l’ombra: nel tutto pieno che l’esistenza è, la traccia d’ombra è un’assenza.

Il discrimine che produce il mondo è un vuoto nell’esistenza della luce.
Su quella traccia la luce viene meno, essa è una morte.
 

E’ la morte che produce il mondo: essa è il discrimine.
E’ per la consapevolezza del venir meno del nostro essere nella  luce dell’esistenza, che viviamo in un mondo che ci circoscrive e ci direziona.
E’ per il venir meno della luce che lanciamo parole/parabole fin oltre le inferriate della gabbia, oltre la nostra stessa esistenza per perpetuarne il senso.
Si scrive per non lasciarsi circoscrivere.
E’ per il venir meno della luce che tracciamo segni sul foglio di carta/luce per dar senso alla nostra poca vita.
Dar senso è tracciare Ombra, distinguere le acque dall’asciutto, separare e vedersi come separati, dal tutto/indistinto/luce.

Scriviamo con l’ombra per mantenere la vita incardinata alla luce. 

Questo è un foglio di carta e questa la matita, traccio segni, delineo contorni: affermo che l’esistenza è uno staccarsi in virtù dell’ombra dal piano di luce.
Non faccio altro che affermare la qualità della morte, che è separazione.
La morte è separazione rispetto al piano della luce, gli uomini si pensano mortali in quanto pensano sé come differenti rispetto al piano luminoso.

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Questo è il foglio di carta: appoggio sul tavolo la matita e prendo la gomma.
Cancello la traccia!
Sottraggo ombra e restituisco il foglio alla luce.
La sottrazione del segno, cioè dell’ombra che la vita mortale rappresenta, è una restituzione alla luce.
E in quella restituzione vi è una sottrazione di senso, è una restituzione all’insensato: la morte è una restituzione alla luce e all’insensato.

Per questo facciamo Segno dell’Ombra, per mantenere la vita incardinata alla sua luce, imperniata sul proprio Senso, la restituzione alla luce infatti è sottrazione di senso.

Perciò viviamo di luce indiretta, per questo lasciamo fuori dal mondo la fonte della sua luce, fuori dalle nostre azioni il senso da cui esse sono mosse.

La traccia d’ombra sul foglio/luce è anche una decisione.
Ed è una de-cisione per il fatto che il senso/luce proveniente da fuori permette di scegliere, di discriminare: in un tutto /luce decidere una cosa o il suo contrario sarebbe insignificante perché è il Senso che permette che esistano i contrari.
Nel Tutto/luce non c’è di-fferenza.
L’ombra è una ferita nella luce, se non c’è ombra non c’è differenza.

__________

Viviamo in luce indiretta: viviamo, della luce, la parte che le cose  ci rinviano.
Non solo!
Viviamo di una luce che non proviene da ogni dove, per approssimazione possiamo dire che viviamo di una fonte luminosa apparentemente puntiforme, il cui riverbero e varietà di toni e sfumature è prodotto non dalla sua varietà, ma dalla varietà delle cose del mondo.
“…
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
…”
(E. Montale: portami il girasole)
Se, pur dall’esterno, la luce provenisse da ogni dove, i suoi raggi sarebbero convergenti e l’oggetto su cui si dirige lo sguardo non mostrerebbe profondità.
La terza dimensione, che è quella dei mortali, sarebbe elusa: il senso della vita non potrebbe più essere una direzione.
Per permettere che le cose si differenzino per valore e qualità, occorre che il modo in cui viviamo la luce sia l’interfacciarsi alla rotondità del mondo di un intero piano luminoso: alla luce è attribuita una intera direzione del nostro campo visivo.
Per questo il  tendere alla nostra causa prima è direzionato: abbiamo senso in quanto rivolti alla nostra fonte luminosa.
Un buon pittore non è qualcuno che sa mostrare l’anima del mondo, o la propria  anima, o l’anima dell’altro: non c’è un oggetto che si chiami anima che possa collidere con la luce, non c’è oggetto che si chiami anima che sappia farsi ostacolo alla luce tanto da poter essere visto o manifestato.
Quello che può essere visto e manifestato è soltanto la gradazione dell’ombra, gradazione di luce diversamente riflessa.
Un buon pittore si prende cura dell’ombra, cioè del diversamente illuminato, per poter essere testimone della luce.
Cioè testimone del Senso.

** La traduzione di questi versetti del Genesi, non proprio consueta, prende spunto da un articolo di  Avraham Israel che si trova in rete)

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