Rapsodie del fondamento 2. Il fondamento come presupposto.

0. Il pensiero che pensa il fondamento è un pensiero arretrante, un pensiero che incalza se stesso dal retro: cosa vuol dire ciò? Cos’è il retro di un pensiero?

1. Il pensiero è quel movimento essenziale da sé a sé che cogliamo con il concetto di “tensitività”. Si tratta di un lasciar scaturire se stesso nell’atto di tornare a sé, in quanto il pensiero è sempre un originantesi tornare alle proprie origini come movimento da sé a sé. Nell’effettuarsi in tal modo, il pensiero si esplica ed esplicandosi dice il fondamento. Il dire il fondamento come esplicarsi del pensiero costituisce l’essenza del pensiero. Ma esplicandosi il pensiero dice il fondamento come principio di fondazione, cioè a dire, fonda, pro-duce, dà fondamento all’agire, costituisce il proprio destino e sta in questa sua attività destinale come primo-da-cui, come origine originantesi in questo stesso produrre. L’incalzare il pensiero dal retro vuole allora enucleare da questa essenziale attività del pensiero il fondamento come tale, pretende di usare il pensiero stesso come leva per giungere al fondamento. Ciò significa affermare che l’attività stessa del pensiero è il luogo originario in cui si dà il fondamento, e precisamente, usando una fraseologia metaforica, il fondamento va inteso come “costantemente ricacciata indietro origine” del pensiero.

2. Questa struttura, che abbiamo appena nominato con una metafora necessariamente inadempiente, è per così dire corrispondente, come struttura concettuale, allo sviluppo dell’evidenza del cogito, ovvero ciò che appare al pensiero che pensa la sua intima identità se percorre un passo oltre al puro darsi assertorio della presenza a sé. Il cogito appare come una identità tranciante e definitiva al pensiero che si ferma all’assertorietà dell’evidenza in atto, ma un pensiero che ivi permane coglie con altrettanta evidenza la struttura mobile, fermentante di questa presunta unità. Permanendo nel pensiero che coglie se stesso il pensiero si avvede che in realtà coglie ciò che già da sempre gli sta dietro come un ombra, ciò che lo muove, ciò che lo indirizza. Ciò che prima appariva una unità, ora è un movimento, uno slancio all’indietro, o un trattenimento in avanti. Ciò che prima sembrava un darsi pieno e concreto, ora appare come solo più una non assenza a sé, mai un pieno di sé.

3. Ora, poste queste due strutture concettuali fenomenologicamente convergenti (costantemente ricacciata indietro origine, e non assenza a sé, che convengono al pensiero), è rintracciabile, nel novero delle nostre nozioni logiche, un concetto che contenga in sé ed esprima tali caratteristiche?

4. Si fa avanti il concetto di “presupposto”.

5. Nella struttura concettuale “presupposto” viene pensato sia un atto, il porre preliminarmente a sostegno, sia un ob-ietto, un ciò a cui si attribuisce una funzione di sostegno. Inoltre, su di un altro piano di distinzione, il presupposto appare come condizione, ma anche come limite. Cioè il presupposto è sia ciò attraverso cui posso pensare il tema x, ma anche ciò per cui del tema x posso dire solo f(x). In tal senso si parla di pensiero in assenza di presupposti, ovvero un pensiero che coglie nel presupposto la funzione, e la pone come ob-ietto a sua volta di pensiero.

6. La stessa dinamica dialettica la troviamo quando pensiamo al presupposto nella prima distinzione, atto e oggetto, e cogliamo nella struttura dell’atto, nel presupposto noetico, la forma che assume di volta in volta il presupposto noematico. Questo è il presupporre/presupposto del pensiero trascendentale. Di contro, ad un pensiero naturale analiticamente organizzato, basta identificare il presupporre come l’atto del porre a posteriori gli assiomi che rendono la deduzione corretta logicamente e il presupposto come il sistema assiomatico di riferimento.

7. Cosa ci presentano in comune questi differenti approcci alla nozione di presupposto? Entrambi raggiungono il concetto di “operatore”, sia trascendentale sia assiomatico. L’operatore consente di spostare il pensiero dal mero organizzarsi secondo presupposti degli atti di pensiero conoscitivo, alla struttura che di volta in volta si delinea come agente, performante, costituente, e porre in luce struttura più originarie, quasi a dire categorie “presuppositorie” che si distendono in catene arretranti di pre-posizioni, rendendo possibile il giudizio. Non ci interessa poi che questi schemi originari siano a loro volta storici, culturali, ontologici o come che siano, ci interessa la possibilità che essi danno di dare luogo ad una fondazione che contiene al suo interno la fuga verso la sua confutazione. Operatore ci dice che il pensiero per adempiere a se stesso, per fondare, per dire il fondamento, si predispone all’operare e pertanto deve pre-supporre il risultato del suo porsi in atto nell’operare. Cioè deve presupporre l’opera. Dunque, in tal senso, si può dire che il fondamento è il presupposto di ogni dire apofantico nella misura in cui è l’opera in vista di cui il pensiero si dispone ad operare attrezzandosi con operatori atti all’uso. E sempre in tal senso, possiamo dire che l’uomo è l’animale pre-supponente, cioè arrogantesi la possibilità di presupporre un fondamento.

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