“Riflessioni sull’integro” : di Franco Armieri

Nell’assolutizzazione assistiamo alla riduzione dell’integrità a rappresentazione dell’intero, dove per rappresentazione possiamo intendere una oggettualizzazione, una circoscrizione oggettuale.
Se osserviamo un albero possiamo pensare ad una integrità dell’albero, se osserviamo un arbusto possiamo pensare ad una integrità dell’arbusto. Ma se l’integrità fosse un semplice e immutabile intero dov’è questo intero nello sviluppo che fa dell’arbusto un albero? Questo tipo di intero siamo costretti a cercarlo fuori dal darsi nel modo dell’arbusto/albero, siamo cioè costretti ad una metafisica dell’albero. Siamo costretti al rivolgerci ad una compiutezza estrinseca all’arbusto che si fa albero, che possa collegare la compiutezza dell’arbusto alla compiutezza dell’albero.
Se osserviamo che l’integrità è una condizione intrinseca che può rimanere e perdurare pur in uno sviluppo, in una mutevolezza, di cosa si viene a ridurre l’integrità nella rappresentazione dell’intero? Qualcosa che è integro è anche integrale, dato nella sua integrità. Nella scienza matematica la funzione di integrazione, l’integrale che cosa rappresenta? Il limite che tende all’intero. L’integrità ridotta alla rappresentazione dell’intero perde l’intorno, perde il limite “ciò da cui una cosa inizia la sua essenza”. Ecco che l’intero oggettualizzato oblia l’integrità dell’essenza.

Nell’esperienza della plastica è la modellazione che restituisce l’oggetto. Ma la modellazione ha in se il modello. E’ attraverso quindi una modellizzazione che si dà l’oggettualizzazione. Potremmo allora dire che il ricondurre a modello è l’atto dell’oggettualizzazione. Ma per ricondurre a modello deve essere presente un’idea di intero. Ora come facciamo a oggettualizzare “l’intero”, a modellare “l’intero” nella distinzione? attraverso le parti si dirà, ma quando questa idea di intero assume la dimensione dell’intero degli interi, ovvero la totalità, il pensiero giunge ad uno spartiacque, da un lato la trascendenza dall’altro la frammentazione. Il non potersi sottrarre ad un principio di unificazione che sottende la nostra stessa coscienza ci apre da un lato il baratro dell’unicità trascendente assoluta, dall’altro il baratro del flusso di disgregazione in parti delle parti, e quindi in una molteplicità di unità senza orizzonte. Il mantenersi in bilico nei pressi della totalità è possibile attraverso un ulteriore ricongiungimento unitario ma dinamico: l’integrità, l’integrale, l’integrazione. Nell’integrità le componenti si mostrano in mutua appartenenza dinamica, in una completezza mutevole.
Portando il pensiero sul mondo: cos’è l’integrità del mondo?
Domandiamoci “il mondo” è plastico? E’ la sua “forma” legata ad uno o più agenti che la modellano, e così facendo la modellizzano, depositandovi il loro “gesto”?
La modellizzazione non è giammai una creazione dal nulla è sempre una creazione nella distinzione, nella separazione. Anche nelle antiche scritture della Genesi la creazione è una creazione nella separazione. L’attributo divino è “il creatore”. A ben osservare di questo attributo è in possesso anche l’uomo. Costantemente l’uomo attraverso il suo essere significante crea il suo mondo, il mondo del suo essere, e “partecipa” quindi alla creazione del mondo. Il mondo è plastico. A questo attributo divino, il potere della creazione, il “si” sottrae la responsabilità e perciò io creo quello che si crea, io significo quello che si significa senza esserne responsabile…se è responsabilità di tutti non è di nessuno. E’ nella risposta all’integrità dell’essere, in questa responsabilità, che risiede l’autenticità, l’emersione dall’oblio. Una responsabilità importante. La responsabilità del creatore, di colui che “partecipa” , plasticamente, alla creazione del mondo. Alla semplificazione riduzionistica di interi ambiti di significazione bisognerebbe dire: attenzione! l’ineludibile non sottrae la responsabilità. Questa responsabilità non è un ruolo consegnato dal Dio / Padre ma fa parte del divino nell’uomo, è il suo essere presso l’integrità di se stesso come creatore del mondo.
Cosa significa essere presso l’integrità di se stesso come creatore del mondo?
Essere presso l’integrità dell’esser proprio nella “plastica” del mondo. Questo esser proprio ha dato ineludibile nell’essere con altri, nel con-essere. Nella “plastica” del con-essere l’identità si “plasma” nella relazione con “l’altro”, ma “l’altro” si plasma dalla stessa relazione.
Nella “plastica” di identità-alterità c’è un r-ac-cogliere e trattenere “plasticamente” come impronta l’altro nel se, per poi pro-iettare “plasticamente” il proprio se nell’altro. Qualsiasi relazione è riconducibile ad una azione-reazione (tralasciando una semplificazione di diretta lettura causale), ma in ciò che è proprio sotto i nostri occhi si oblia l’aspetto di circolarità. Nel parlare di “pro-iettare il nostro se nell’altro”, questo “pro” è il medesimo che abbraccia il pro-venire, il pro-tendersi, il pro-gettare, il pro-porre, il pro-fondo. Questo “pro” è avanti – un porre -avanti, un gettare-avanti ……ecc……un mettere-avanti
Se prendiamo il pro-fondo nella perdita del  “Pro” rimane il “fondo” – Che cosa ci dice questo pro? questo “avanti” allora? che c’è un dietro. L’avanti è una relazione con un dietro. Il mettere avanti è uno spostare non un generare dal nulla, come sempre. E’ uno spostare avanti. Che cosa si perde allora sopprimendo il pro ? il collegamento con “l’origine” con il dietro, con lo sviluppo nello spazio e nel tempo. Senza il pro il “pro-venire” rimane venire, il “pro-gettare” rimane gettare, il “pro-fondo” rimane fondo. Ed è nel profondo che osserviamo bene una cosa: la riduzione del pro-fondo a fondo, ad utilizzabile, è lo smarrimento dell’essere. Questo collegamento del “pro” è l’integrazione tra ciò che ci si presenta, ci si pone, nel momento in cui si pone e il suo emergere da un “dietro”, da un “non visibile” – Il “pro-” è sul piano dell’oggetto ciò che il “ri-” è sul piano del soggetto – Il “ri-” volgimento è forzatamente al “pro-” , al “pro-”venire, al “pro-”gettare, al “pro-”fondo. Contrariamente il volgimento è al venire, al gettare, al fondo. Perchè come già detto nel “ri-” come nel “pro-” passiamo dalla collocazione puramente spaziale alla collocazione nel divenire. Quello che si occulta nella riduzione alla collocazione spaziale perciò è il divenire in quanto divenire dell’essere. Si interrompe il collegamento col “non visibile” con l’”assenza”  presente  che fà dell’intero un integro. Il luogo è abbandonato allo spazio. Artemide è morta e confinata nell’ade dell’oblio. Il “territorio” abbandonato al “potere” dell’altro, all’incolto dell’indistinto e quindi alla surrogazione del fungibile. Il limite territoriale o meglio l’insieme è vuoto è ni-ente. Lo smarrimento dell’essere è perciò ni-entificazione, ovvero lo smarrimento di ciò che rende “una” cosa, “cosa tra le cose”, consegnandosi così all’indistinto.

L’oblio del divenire dell’essere è oblio del fondamento, ma anche della morte. In quanto oblio del ri-volgimento è oblio del pro-venire e del pro-tendersi. Potremmo dire che l’obliare l’essere in quanto divenire è una ipertrofia del presente o meglio della presenza che viene ad occupare come intero il nostro “campo visivo”. L’ipertrofia della presenza ipotrofizza l’assenza, “il dietro”, “il non visibile”, l’integro. Il divenire è ridotto a tempo cronometrico, misurabile successione di istanti. Il fuggire dal divenire è un fuggire dalla finitudine della morte e della  fondatezza, ma nel fuggire dal divenire l’uomo abbagliato dall’“immortalità” si consegna alla dittatura del tempo cronometrico. Smarrito Kairos ci si sottomette al potere di Kronos, che divora i suoi figli. L’attributo divino nell’uomo del “creare” plasticamente nella separazione si trasforma nell’illusione della creazione dal nulla, nella rivendicazione della divina immortalità. L’uomo si ritira al presente, all’eterna successione di presenti come datità dis-integrate. Obliato il ri-volgimento si confina al volgimento e quindi all’illusione dell’eterno presente. Collocato tra terra e cielo l’uomo perde la sua “origine” terrena, l’origine dal pro-fondo nello “specchiarsi” nel cielo. Il mortale si sottrae alla mortalità nel suo proprio divinizzarsi, abbandonando la terra nell’illusione di poter abitare il cielo. Di Kronos assume il comportamento: evira il divino, lo amputa dei suoi attributi generativi, per potersi sostituire ad esso e divora i suoi figli. Figli che nella sostituzione diventano se stesso e i mortali a cui appartiene. L’uomo nel suo auto divinizzarsi “divora” la sua umanità, l’integrità della sua essenza.

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foto: Levi Van Veluw,  “Landscape”

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