No

NO

0. Non mi presento
“Carson spara veloce come un fulmine, Tex come un fulmine lubrificato!”
Se m’immagino una sfida fra Tex, Lucky Luke e Capitan Miki, so che finirebbe pari. Per quanto siano svelti, e lo sono davvero, non riescono a superare la velocità della luce, ma possono tentare di eguagliarla. Nessuno dei tre artisti della colt può perdere e se l’uno conta di estrarre l’arma con una certa rapidità, gli altri due devono essere sempre più lesti, fino a che tutti e tre raggiungeranno, insieme, il dato parossistico previsto dall’esperimento di Michelson – Morley: 299.792,458 chilometri al secondo. Le loro pallottole s’incontreranno esattamente a metà strada.
Tex rappresenta una delle prove più tenaci della teoria della relatività ristretta. Il lettore vede la storia dal suo punto di vista, in maniera indiscutibile. La verità è certa, conoscibile e non dà adito a dubbi. Questo accade perché la velocità dell’estrazione della pistola da parte di Tex e la sua precisione rappresentano un valore assoluto, che permette di creare la relatività del resto della storia. Ogni personaggio, volente o nolente, pard o nemico, gira intorno a questo assoluto, che è contemporaneamente padre, vedovo, amico, mandriano, ranger, agente e capo indiano, nonché famoso pistolero e raddrizzatore di torti.
Dylan è diverso.
Talvolta l’ho visto piangere perché non riesce ad emergere dai suoi incubi. Ha paura. Teme la sua stessa indecisione. Segue il suo istinto, recalcitrando. Dalla bufera che si scatena, esce sempre vittorioso, ma come capita ad una squadra che ce la fa a pareggiare all’ultimo minuto e per questo, forse, anche stavolta per miracolo, passerà il turno. La verità, concetto filosofico e ipocrisia intellettuale inventata dai sofisti, viene partorita con taglio cesareo, e il frugoletto che vede finalmente la luce è quasi sempre un mostro. Quasi e forse sono i due avverbi che più aleggiano nelle storie di Dylan. Secondo la meccanica quantistica la realtà è attestabile con un’incertezza che non si può eliminare, né quantificare con precisione assoluta. E’ prevedibile, probabile e, insieme, discutibile, come lo è ogni finale delle storie di Dylan.
Il lettore, osservando la storia, ha l’impressione di mutarne misteriosamente i contenuti.
1. Alice Denhoir
Dylan e Groucho sono a casa. Urla il campanello: uaaaarrrgh!
Groucho va ad aprire. La nuova cliente è una donna di una trentina d’anni, avvolta in una pelliccia di visone.
Groucho: “Ma tu lo sai che l’uomo è una scimmia nuda?”
La donna rimane ammutolita.
G.: “Quindi non ti stupirai se comincio a mettermi a mio agio?”
La donna prova a chiedere: “D-dylan Dog?”
G.: “No, grazie… Prego, entra, spogliati dai vestiti e liberati dai pregiudizi… lascia cadere sul pavimento la tua pelliccia, e resta solo con l’ultima, quella che affiora sulla pelle!”
“Groucho!” – Dylan grida – “Le chiedo scusa, miss, ma non sono riuscito ancora a licenziarlo…”
G.: “Per forza, capo, non riusciresti a calcolare la liquidazione. Certe operazioni con lo zero sono impossibili, altre indeterminate!”
D.: “Si accomodi… e tu nel frattempo sparisci…”
Groucho si rivolse alla signora: “Se vuoi ti preparo un tè… se tu prepari te, io preparo me…”
D.: “Va’ a preparare il tè, prima che te la faccia pagare io”
G.: “Se cominci a pagare, allora forse resto…!”
La signora si siede e comincia a raccontare. Dylan l’ascolta con le mani giunte e con la gamba destra appoggiata al bracciolo della poltroncina.
Alice: “Signor Dog, io… io mi chiamo Alice Denhoir…
D.: “Chiamami pure Dylan, se vuoi…”
A.: “Sì! Scusi… sono molto… emozionata…
D.: “Tranquillizzati, Alice… Ti prego, dammi del tu!”
A.: “La ringrazio! Mi sono sposata circa un anno fa. Io e mio marito… vivevamo in una piccola casa di campagna, a qualche chilometro da Londra…”
D.: “Vivevate?”
A.: “Sì, cioè no… Ora… ci vivo soltanto io… mio marito è…”
D.: “Non c’è più…?”
A.: “Esatto! Come ha fatto ad indovinare?!”
D.: “Sono un famoso per quanto discusso investigatore… Alice, ti faccio le mie condoglianze!”
A.: “Ehhh?”
D.: “Ma se non è stato ucciso da uno spettro sumero uscito dal frigorifero non credo di poterti aiutare!”
A.: “Uno spettro sumero?! Oh no! In ogni caso mio marito non è morto!”
D.: “Nooo?”
A.: “Non le ho mai detto che è morto! E’… semplicemente… scomparso…!”
D.: “Spiegami, anzi no, mi spieghi signora!”
A.: “Ci eravamo appena alzati e… mentre la colazione bolliva in cucina… mi avvicinai a Robert…”
D.: “Suo marito si chiamava Robert?”
A.: “Sì… Dylan… capiscimi almeno tu…! io sono disperata!”
D.: “Anch’io… con tutti questi pronomi… continua a raccontare…”
A.: “C-certo…! Io amo Robert con tutta l’anima, non credo ci sia al mondo un uomo più… meraviglioso… Robert mi prese la mano con la sua e la baciò… E fu allora che…”
D.: “Coraggio, Alice…”
A.: “Fu allora che mi accorsi che la sua mano era…
D.: “Era…?”
A.: “Era solo poco più grande della mia…”
D.: “Robert ha… aveva… le mani piccole…?”
A.: “Noooo! Robert è quasi due metri e ha delle mani molto grandi!”
D.: “?”
A.: “Mi stava guardando con angosciato stupore… Poi capii il motivo…”
D.: “Quale motivo, Alice…?!”
A.: “Probabilmente… io… stavo… diventando sempre più… grande… ai suoi occhi?!”
D.: “Ora sei… mi pare che tu sia… delle dimensioni giuste!”
A.: “Non ero io che crescevo, Dylan… Era lui… era lui che diventava sempre più piccolo…”
D.: “?!”
A.: “A poco a poco vidi Robert diventare piccolo come un bambino… poi sempre più piccolo, divenne come… come un insetto! Poi ancora più piccolo… ma sempre manteneva la sua figura… Era come se lo mirassi attraverso un binocolo, tenuto all’incontrario…”
D.: “Alice, quanto tempo fa è successo questo…?”
A.: “Ieri mattina!”
D.: “Ieri mattina…”
A.: “Sì, erano appena scoccate le nove!”
D.: “E lui si è rimpiccolito fino a quale livello?”
A.: “Non lo so Dylan! E’ diventato microscopico… ad un certo punto non sono riuscita più a scorgerlo…!”
Arriva Groucho con le tazzine di tè… “Se vuoi, mia cara Alice, anche noi spariamo… Dylan con la sua Bodeo dell’89… io con la mia lingua…”
Alice la guarda raccapricciata.
G.: “E ti assicuro che la mia lingua è più rapida della pistola del capo!”
2. La casa
Dylan, che ha accompagnato Alice a bordo del suo Maggiolino, aprendole la portiera per farla scendere, le dice:
D.: “Alice… vorrei entrare a casa tua… mi tratterrò solo pochi minuti, il minimo indispensabile per vedere il luogo in cui è capitato il fatto… ma se vuoi io non…”
A.: “La casa è molto isolata… nessun vicino si metterà a spettegolare, perché non ne ho, di vicini… e se anche fosse…”
D.: “Che mestiere faceva tuo marito?”
A.: “E’… era un fisico delle particelle… Stava completando la tesi per il suo quinto dottorato… Aveva ricevuto numerose offerte da varie università europee… ma il suo sogno era di lavorare in quel grande centro di Ginevra…”
D.: “E tu… come passi il tuo tempo…?”
A.: “Non lavoro… se è questo che vuoi sapere… ho una piccola rendita lasciatami da mio padre… I miei genitori sono morti che ero ancora una bambina…”
Dylan le prende la mano e le dice: “Mi dispiace, Alice…”
A.: “E tu…?”
D.: “Io…?”
Dylan rimane assorto, mentre un’ombra di tristezza gli fa abbassare lo sguardo. Alice gli stringe con fermezza la mano e lo conduce in casa.
3. La sala
A.: “Robert era seduto qui…”
D.: “Vedo che hai lasciato tutto com’era…”
A.: “Già… non riuscivo a connettere… anche ora, faccio fatica, anche se…”
D.: “?”
A.: “Anche se ora che ci sei tu… Comincio a sentirmi un po’ meglio…”
D.: “Potrei dare un’occhiata alla tesi di Robert?”
A.: “Vorrei aiutarti ma… credo che sia ancora lì dentro!” – dice, indicando un computer portatile.
D.: “Ah! Io non ho molta confidenza con questi trabiccoli!”
A.: “Non dirlo a me… Non so neanche come si accendano!”
D.: “E’ semplice… si schiacciano tutti i pulsantini fino a che non si scopre quello giusto…”
Dopo qualche tentativo Dylan indovina quello giusto. Il computer, magicamente, si accende.
La prima schermata è “Digita la password”.
D.: “Ecco una cosa che non riuscirei mai a spiegare… Vivevate da soli… e tu non sai come si fa ad accendere un computer…”
A.: “Robert me lo rinfacciava sempre…”
D.: “Appunto… che bisogno c’era di proteggere il computer con una password…?”
A.: “N-non so… Robert era molto formale!”
D.: “Lo amavi molto, mi hai detto…”
A.: “La mia stima per lui era infinita… Era troppo… troppo intelligente… per me… Non so proprio come abbia accettato di vivere con una nullità come me!”
D.: “Alice! Credo che dovresti lavorare sulla tua autostima… E ti parla uno che… Va be’… In ogni caso capisco la sua faccia esterrefatta quando ha visto la tua figura giganteggiare su di lui!”
4. Il computer
D.: “Proviamo con Alice. No!”
A.: “Tenta con wife!
D.: “Niente da fare!”
A.: “E con love”?
D.: “Macché!”
Dylan prova per un’ora dietro fila, ma con un successo che raggiunge a stento la cifra zero.
D.: “Non mi viene più nulla! Nulla! Proviamo con Nothing!”
Il computer si avvia.
D.: “Sta andando, Alice!”
Sullo schermo spicca un file di scrittura chiamato: “L’imprevedibile meta”.
D.: “Chissà, forse ci siamo…”
5. La tesi
E’ notte fonda. Alice, sfinita, si è assopita sul divano. E’ tutta raggomitolata.
Dylan continua a leggere. E’ pensieroso.
D.: “Ci capisco quasi l’un per cento, forse un po’ meno…! Ci vorrebbe Wells… senza di lui… credo che mai…”
Il titolo di un paragrafo lo interessa: “Viaggio verso il Nulla”:
D.: “Il valore della lunghezza di Planck si fonda sul rapporto tra la costante di gravitazione universale e la velocità della luce. Al di sotto di tale valore”
D.: “Qui ci vorrebbe davvero Wells…”
Valore è l’ultima parola immessa nel testo.
In quel mentre Alice si desta:
“Dylan!”
D.: “Ti sei svegliata giusto in tempo…”
A.: “Hai finito di leggere la tesi?”
D.: “Ho scorso i vari argomenti, senza capirci granché… Dovrei farla vedere a un mio amico che è esperto di tutto, anche di fisica delle particelle… Ma il fatto strano è che Robert non è riuscito a finire l’ultima frase… è rimasto sospeso un suo discorso…”
A.: “Robert non era affatto il tipo di lasciare una frase a metà…!”
D.: “Sei capace di inviare una mail?”
A.: “No, tu?”
D.: “L’unica cosa che so è che bisogna conoscere almeno l’indirizzo del destinatario.”
6. Il clarinetto
Le note del “Trillo del diavolo” di Tartini riempiono la casa di Craven Road. Dylan posa sul pavimento lo strumento. Un ricordo, risalito frettolosamente dallo sterno, si affaccia improvviso alla sua memoria. Poche parole che sembravano sepolte, quelle di Padre Aldo Bresciani, teologo francescano, incontrato, come si suol dire, per caso, per evitare una polmonite, una piovosa mattina, sotto un porticato di Verona.
“Dylan caro, mi è venuta a trovare recentemente una mia amica di liceo, che è diventata neurobiologa. Mi disse che da anni non credeva più in Dio. Da ragazzina era solita pregare alla sera, nel suo lettino, prima di addormentarsi. E quei momenti di pace le mancavano tantissimo. Vorrei pregare, Aldo, ma non so più a chi rivolgermi, sospirò. Le dissi che la ricerca scientifica era un’altissima forma di preghiera. Forse la più gradita al Signore.”
Un secondo ricordo, risalendo anch’esso dallo sterno, spinge fuori il primo. Il nostro dinoccolato eroe qualche anno prima aveva conosciuto il professor Cesare Rosi, uno stimato studioso che l’aveva introdotto nel mondo dell’esoterismo orientale. Cesare aveva raggiunto un alto grado di serenità, sapienza e saggezza. Stava tenendo, in quel periodo, un ciclo di lezioni all’Università “Federico II” di Napoli. Era solito insegnare in vari centri di studio, soprattutto in India. Era considerato il maggior esperto mondiale di approccio alla Morte. La sua idea-chiave era che il momento del decesso, insieme a quello della nascita, rappresentava il momento culminante dell’esistenza, e il più lancinante. Il bambino appena nato è angosciato dalla paura del distacco dal corpo della madre. Il taglio del cordone ombelicale viene da lui vissuto con la sofferenza che nasce da un’amputazione effettuata senza anestesia. Ecco perché piange così tanto. Ed ecco perché, in talune società primitive non si staccano i due corpi, ma si aspetta che la placenta diventi insensibile. A quel punto, la separazione non viene avvertita dal neonato, che resta per qualche mese nella convinzione di essere ancora unito alla madre. Nella morte il problema è analogo. L’anima non vuole staccarsi dal suo contenitore e non giunge facilmente a realizzare che questi sia ormai un corpo inerte. Compito dell’assistente alla morte è di tranquillizzare il morente, per poi rivolgersi all’anima del trapassato con parole chiare e dolci, come se a parlare fosse una specie di io a se stesso, come una mamma amorevole. Cesare, poco prima di lasciare questa vita, istruì Dylan su una forma di meditazione che diventava una specie di preghiera, anche se non si sa a chi rivolta. Gli disse che, con una pratica di appena sette minuti, da svolgersi di prima mattina, anche un tipo instabile come lui avrebbe prima o poi realizzato quell’armonia che sentiva sempre sfuggirgli. Il primo minuto è destinato alla consapevolezza che il risveglio è avvenuto e che si tratta di un dono, anche se non si individua il mittente. Nel secondo minuto l’orante rivolge a se stesso il proponimento di affrontare la giornata col cuore in mano, in accordo con la natura e, in particolar modo, con il genere più problematico, quello umano. Gli ultimi cinque minuti sono destinati all’ascolto del proprio respiro e a togliere le croste dall’anima. Ahmmm ahmmm ahmmmm. Haaaaaa haaaaa haaaa. L’aria entra nel corpo, attraverso il naso, le narici, la faringe, la laringe, la trachea, i bronchi, i bronchioli, gli alveoli e, solo dopo aver ossigenato i polmoni, viene in parte espirata. Prima di quel momento, esiste, anzi, non esiste un attimo da nulla in cui si può percepire la coscienza di sé e delle cose. L’aria viene espulsa dalle narici e dalla bocca, portando con sé i pensieri. E Dylan ne ha sempre avuti tanti, di pensieri, buoni e cattivi. Essenziale è fare tutto ciò alla mattina presto, appena ci si sveglia, in anticipo sui rumori della vita, come ad esempio le battute di Groucho, i clacson delle auto, il ruggire dei motori e il ringhiare eventuale del campanello. Motivo per cui Dylan, che non si sveglia mai prima di mezzogiorno, non ci ha mai provato. Era sufficientemente certo dell’insuccesso di qualsiasi tentativo di meditazione, da parte sua. Eppure, caro Dylan, ricordati il motto dei Samurai: “Se cado tre volte, tre volte saprò rialzarmi…”
7. Il viaggio
Dylan aveva abbassato il clarinetto, perché si era sentito prudere la fronte (quella da cui fa spesso capolino il suo quinto senso e mezzo), dove è situato il terzo occhio o, più banalmente, la ghiandola pineale.
Dylan fu, è e sarà.
Dylan ha una sfera di luce azzurra che gli esce dal terzo occhio. E diventa enorme, riempie tutta la pagina.
Dylan non c’è più, la luce azzurra è Dylan.
Cesare dice a Dylan. Vieni con me. Ma non sei morto? chiede Dylan. Sì, siamo morti. Anch’io? Io e te. Vieni che ti sta aspettando. Chi? Un uomo che si chiama Robert. Non lo conosco. Neanche lui ti conosce.
“Dylan tergiversa prima di accettare il caso di un cliente. Allontana Groucho che dice battute ad un cliente stupito. Si scusa poi per le fesserie da lui dette. E dice che il suo onorario è di cento sterline al giorno più le spese. Una volta erano solo cinquanta. Più le spese. Ma poiché il cliente è povero, Dylan rinuncia all’onorario. Chiede ad Alice di dargli del tu e di chiamarlo Dylan. Ci va a letto, anche se l’ha appena conosciuta. S’innamora. La porta a mangiare una pizza e poi subito al cinema, a vedere per la settima volta “Suspiria”. Mostra il suo tesserino scaduto di Scotland Yard. C’è chi ci casca, chi no. Purtroppo sono astemio, non posso accettare. Ce l’ha una limonata? No, non credo troppo al paranormale, anche se… ho visto… Come direbbe Groucho, il mistero s’infittisce e il mio cervello non ha i fari anti-nebbia… Ho lasciato a casa la pistola… E’ un incubo? Come diavolo si fa a svegliarsi? Non ti dovevo evocare, Giano dal doppio ed ineguale volto! Il mio quinto senso e mezzo mi avverte che sto per essere ucciso…! Vecchio mio, offrimi qualcosa da bere! Devo rincasare al più presto, oggi voglio finire di costruire il mio vascello! Sì, lo so che il mio nome sembra la marca di un cibo per cani, ma io mi chiamo Dylan come Dylan Thomas! Lasciatela in pace! Siete sette contro una povera ragazza indifesa! Ah! Ahia! Che male che mi fate! Svengo! Ho le vertigini, soffro il mal di mare, anche quello di canale, quando sono a Venezia, non ce la faccio ad entrare in quel cunicolo, è troppo stretto, ce la devo fare, forza Dylan!, Giuda ballerino!, non sopporto la vista dei ragni e centinaia di tarantole stanno salendo lungo le mie braghe, e discendono sotto la mia camicia! Ti farò pentire di avermi rubato la donna. E’ mia! Oh mio Dio, cosa sto facendo? Ho sbagliato a mandare via quel cliente, lo vado subito a cercare. Quella tipa non mi ha nemmeno notato! Mi sa che il mio nuovo dopobarba non funzioni tanto bene! Groucho, sei licenziato, ma prima spolvera per l’ultima volta i mobili. E sarebbe la prima! Bloch, aiuto! Cerca nei tuoi archivi! Come non puoi! Old Boy, ragazzo, ho bisogno della tua consulenza. Ho ricevuto una chiamata per un omicidio. Riesci ad accompagnarmi con la tua auto sgangherata? Altrimenti il sovrintendente mi richiamerà e… addio pensione! Sto vomitando e ho finito la scatola degli anti-emetici! Jennings! Non fraintendermi! Ti voglio bene! Groucho! Non ti sparo perché… perché non sparo dal cinquantadue… Secondo me Dylan è vivo anziché no. Piuttosto vivo, anziché no. Il capo è vivo, ma potrebbe essere più di là che di qua. Anzi, di qua non c’è proprio. Dylan! Non sopporto il tuo maggiordomo! A volte dico qualche battuta, a volta le penso soltanto, a volte me le racconto dormendo. Capo, i soldi non possono essere finiti! Non sono mai cominciati! Dicono che sei in estasi come se fossi rapito! Eppure non ho visto italiani in giro! Finalmente ho ritrovato il mio maggiolino! Ma come, non si accende?! Sono rimasto a secco! Ma come guidi! Povera macchinetta, ora chi ti sistema? Prova ad avviarti lo stesso! Sta andando! Che nebbia! Non riesco più a orientarmi! Piove che chissà chi la manda! Laggiù c’è una casetta. E’ un motel! Chi è! Oh, Botolo! Cosa ci fai qui! Che gioia vederti! Meglio un cane che non assomiglia a un uomo, che un uomo che non assomiglia a un cane! Driiiin! Sono rimasto a piedi con la mia disgraziata auto! Tutto occupato!? Seeee, ci credo proprio…! Aspetti, non chiuda la porta! Botolo, dove sei finito? Ahhhhh! Chi è?! Lord Chester! E’ lei! Come!? Non si chiama Lord Chester! Eppure…? Si chiama Stefano, come il mio indefesso dodicesimo di lettore… Ecco la pistola, capo! Grazie, sagoma! Bang! Addio, Stefano! Chi eri tu?!”
Ricordati Dylan che, come diceva Cesare, tutti noi, anche io, anche tu, viviamo in quattro stati contigui: la veglia, il sonno profondo, il sogno e il quarto stato che è Nulla.
Nulla è la parola che finisce il capoverso precedente.
“Vecchio! Nulla possiamo dire su tutto questo!”
Quando la penna giunge a Tiziano/quell’uomo mai davvero anziano/lui scrive filastrocche che saziano/di noi tutti le amare bocche.
“I’m a man without conviction/I’m a man who doesn’t know/How to sell a contradiction/You come and go, you come and go!” – Karma Chameleon – Culture Club.
“Johnny grew your smile in thy face/but now don’t laugh over me, I’m not eyed, not nosed, not eared!” – not noted.
Daily Rumours: “Il noto, discusso e discutibile indagatore delle”. Strappo e appallotto la pagina.
Se lavorassi in un ufficio circondato dall’inferno di milioni di altri uffici, sento che impazzirei.
Mi alzerei e ucciderei il primo sangue caldo che incontro!
Non è Il grido di Munch il mio quadro preferito…
E’ l’ultima, disperata, Natività di Botticelli!
Fuori, e vi vedo benissimo, ci siete tutti: Ci sei tu, Vecchio, ci sei tu, Groucho, ci sei tu, Jennings, ci sei tu, Wells, ci sei tu, Madame Trelkovski, ci sei tu Hamlin, che assomigli a uno spelacchiato dirigente parastatale e purtroppo c’è… lui… Xabaras, col cappello in mano, mi pare. Forse mi sbaglio, non ha mai portato cappelli quel miserabile.
E davanti a me ci sei tu, Robert.
Vieni con me!
No.
Stai bene qui?
No.
Stai male?
No.
Ami Alice?
No.
Cosa debbo dirle?
No.
C’è mio padre qui?
No.
E Dio?
Di Dio professo la mia ignoranza.
L’ultimo chicco azzurro è finalmente uscito.
L’infermiera: “Ha aperto un occhio, che dico, tutti e due!”
8. Il ritorno
Nulla.
Qualcosa.
Tutto.
Nulla di essenziale.
9. Diario
“Robert aveva indagato su quanto si dice che non accada al di sotto della lunghezza di Planck (1,616.252 per 10 alla meno trentacinque m., con un’incertezza standard di 8,1 per 10 alla meno quaranta m.).
Non esiste il tempo né lo spazio, mi disse, e, ancor più sotto, non vi è alcun modo di prevedere cosa vi accada, Anzi, non vi accade forse nulla.
Non vi.
Non è possibile fare previsioni o costruirci architetture logico-matematiche.
Robert non ne fece più alcuna, di previsioni.
Risolse in sé la sua personalissima non equazione. Si perfezionò.
Semplice, no?”

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