Rex contro Ain-Stein

appunti-sulla-teoria-della-relativita_acacab6669ce518fa4aca1e865f67aa3Rex contro Ain-Stain

Il giorno che ricevette quell’enigmatica lettera di Eusebiu, Rex ebbe un sobbalzo. In tanti anni che aveva frequentato la tetra casa di El Moriscu era riuscito a scambiare con quel rabbuiato maggiordomo solo dei cenni del capo o qualche inevitabile “Buenas dias señor” e “Buenas noche señor”. La prima volta che l’aveva incontrato, Rex aveva pensato di non avergli ispirato una grande simpatia, poiché si vedeva guardato in tralice. Eusebiu si mostrava sempre di profilo, con l’occhio nero e diffidente del contadino lucano. Era uno di quei saggi che sono in grado di controllare i propri sentimenti davanti alle sorprese della vita, oppure che non sanno provarli, che in fondo è la stessa cosa. Né gli calava di suscitare simpatia o antipatia nel prossimo, che in segreto egli si riservava il diritto di giudicare. Era sempre vestito di nero, come se fosse in perenne lutto col mondo, portava corti capelli corvini e folti baffi di quel buio non-colore. La sua origine era atzeca e di quel fiero popolo scomparso manteneva i tratti del volto duri ed al contempo virtuosi. Si poteva dire tutto di Eusebiu, ma non che fosse un gran bell’uomo. Era una torva mummia, iscritta al sindacato dei lavoratori domestici apparentemente anafettivi (LDAA). Ma cosa diceva la lettera? Poco, anzi, nulla:

“Venga señor Rex dal mi patron.
Firmato: Eusebiu”

Vedi tu con quale animo il ranger si apprestò l’indomani mattina a partire per il Messico, diretto alla casa del sapiente El Moriscu, celebre geologo, botanico, zoologo, medico, ipnologo, stregone ed antropologo. Una vera autorità in tutto e in un bel niente! Un uomo che aveva vissuto la giovinezza in giro per il mondo, preso dalla smania d’ammucchiare una caterva di dati e d’oggetti e che, per quanto Rex ne sapeva, stava consumando la sua tarda età oppresso dall’imperativo categorico di archiviarli tutti, con maniacale accuratezza. In tale intricato lavoro Eusebiu svolgeva per il padrone-scienziato la preziosa funzione d’assistente, che egli alternava con dolente meticolosità a quella di cupo maggiordomo e d’oscuro segretario.
Il viaggio dall’Arizona al Messico richiese alcune settimane di galoppo serrato, con poche soste essenziali. Quando Rex arrivò alla fazenda di El Moriscu, era sfinito ed anche Dinamite era lì lì per stramazzare, come il famoso cavallo di Montales. All’Azteco, che gli era venuto incontro, Rex chiese subito di dare biada ed acqua alla povera bestia, e di trattarla coi guanti della festa. Salì poi in casa e cercò El Moriscu nel suo studio, pensando di scorgerlo intento in qualche arcana ricerca, ma colà non lo trovò. Si recò quindi in sala e girò per mezzo appartamento finché giunse nella camera da letto del suo ospite, dove non era mai entrato, anche perché il vetusto erudito, fin dalla prima giovinezza, usava alzarsi prima dell’alba e si cuccava a notte fonda, riposando per non più di tre o quattro ore. Rex fu quindi sorpreso di trovarlo disteso nel letto, con la vana e desolata espressione del malato a lungo termine. Senza manco salutarlo, El Moriscu gli disse semplicemente:
– Chiudi la porta, amigu mio, che ti devo parlare!
– Que te pasa, El?
– Nada… e todo!
– Nada… o todo?
– Todo… e nada!
– Todo… o nada, El?
– Rex… mi hermanu, tu conosci, vero, le bislacche teorie di quell’Elvetico che hanno sconvolto di recente la scienza?
– No…
– Albert Einstein!
– Mai visto né sentito… E’ ricercato dalla Legge?
– Sì… dalla legge di gravità!
– Buio pesto per me!
– Ma come! Non puoi non aver udito parlare della sua teoria della relatività, secondo cui ogni individuo possiede le proprie coordinate spazio-temporali tali da rendere improbabile l’universalità della conoscenza!
– Se tu parlassi apache, El, ti comprenderei!
– Allora, ascolta! Se Marson spara un colpo in aria e io sto a un chilometro di distanza e tu a due, chi sente per primo lo sparo?
– Un qualche uccellaccio che, malauguratamente per lui, sta svolazzando sopra la capa di quel vecchio cammello!
– No! Intendo dire il rumore! Chi lo ode per primo?
– Ah! Ehm… Marson!
– Bravo! Questa, in centavos, è la teoria della relatività.
– Buena! E quel… come si chiama quel Crucco dal nome che sembra un ordine militare?
– Einstein!
– Ah! E quell’Ain-Stain?… di cosa si occupa, di armi da fuoco?
– No… Tutt’altro! E’ un grande pacifista, anche se… grazie ai suoi studi fu costruita una bomba in grado di distruggere una città grande come San Francisco!
– Bella coerenza, diamine!
– Il cammino della scienza non può essere fermato da certi banali scrupoli!
– Veniamo al sodo, El… Che mi hai chiamato a fare? A discutere di colpi sparati in aria, di bombe o vorresti forse che cacciassi un paio di zuccherini nel culo di qualche cabrone che ti sta rompendo le cajitas?
– Non ti ho chiamato io, Rex. E’ stato il buon Eusebiu a farlo, e di testa sua!
– Quando è così, El, me ne vado via subito!
– No, Rex! Non lasciarmi solo! Ho bisogno di te e soprattutto della tua zucca, che tieni sempre all’ombra di quel cappellaccio giallo!
A sera Rex cenò da solo nel vasto salone, servito come un principe da Eusebiu. El Moriscu non era ancora in grado di alzarsi, benché fosse rimasto a letto tutta la giornata.
– Si può sapere cos’hai? – gli chiese il ranger l’indomani mattina.
– Te l’ho detto! Non ho nulla. E’ che a letto riesco a pensare meglio!
– Ma a cosa?
– Al paradosso dei due orologi!
– A che?
– Secondo la teoria della relatività, se tuo figlio Jack e Lion Jack si avvicinano, usando le stesse metodologie e compiendo gli stessi calcoli geometrici e matematici, ognuno dei due giunge inevitabilmente alla conclusione che le lancette dell’orologio del proprio pard cammina più lentamente di quelle del proprio!
– A parte il fatto che né Lion né mio figlio usano mai quei diabolici ferraglini che servono per fermare il tempo e si affidano al sole, che non manca mai di cuocere le cervella in Arizona… devo però ammettere che la cosa è strana!
– Altro che! E’ logicamente impossibile!
– Sicuro che non ci sia sotto un qualche errore di calcolo?
– Macché! Si tratta di un esperimento mentale, che non ammette tale eventualità!
– Ma qualcosa di sbagliato ci dev’essere nel ragionamento, El!
– E’ quello che dico anch’io… finora però non sono riuscito a cavare un ragno da un maledetto buco nero!
– Peccato, ma… non credo proprio di poterti aiutare…
– Perché, Rex?
La domanda di El rimase, per quel dì, senza risposta. A sera il ranger cenò ancora una volta in perfetta solitudine. Decise poi di andare a letto immediatamente, perché era sua intenzione ripartire molto presto la mattina seguente. Quando si svegliò, ai primi albori, il ranger rimase per un po’ a pensare all’intera faccenda. Poi… “si stropicciò gli occhi, sbadigliò a più riprese, stirò le braccia, s’alzò, si vestì senza fretta, respinse i letti, uscì dalla stanza, scese, andò alla scuderia, sellò e imbrigliò Dinamite, svegliò Eusebiu che dormiva ancora, gli fece salutare El, ed ecco partito il nostro eroe…“
Invece no, tutt’un’altra storia… stavolta Rex scosse la testa e si alzò. Dopo essersi lavato la faccia, scese nella stalla a controllare le condizioni di Dinamite. L’amicone a quattro zampe era in gran forma e pareva essersi del tutto ripreso dalle fatiche del viaggio. Alla sua vista cominciò a scalpitare e a nitrire, come a dire: “Che ci facimmu in locu, patruni! Eh iamme!”
– Buono, Dinamite! Il tempo di un caffettino e ce ne torniamo a casa!
L’accorto ranger si voltò di botto, avendo udito il rumore di un passo felpato che si stava cupamente avvicinando. Era Eusebiu che gli portava le scuse del sapiente El, il quale non era in grado di levarsi dal letto e che dispensava l’amico dal fargli visita prima di partire.
– Il mio padrone insiste perché lei prenda con sé questa sporta di libri da leggere. Si raccomanda di non rifiutare l’omaggio, in virtù della vostra vecchia amicizia.
Rex lo ringraziò. Fece poi sellare il cavallo, ci montò in coppa e partì all’istante, rinunciando alla bruna ciofeca. Si mise dunque a fantasticare di un cavaliere che, partendo dal villaggio zilocco, in quell’attimo stesse galoppando nella sua direzione.
Il viaggio di ritorno fu altrettanto faticoso di quello dell’andata, ma anch’esso finì (come tutto ha termine in questo mondo, per mille fulmini!). Dopo un paio di lune di assenza, Rex era tornato da quegli indiani che tanti soli prima l’avevano eletto loro Sachem, poiché avevano confidato nella sua onestà, nel suo coraggio ed anche nella sua prodigiosa intelligenza, ribattezzandolo col nome di Aquila della Notte. Similmente si era comportato ora El Moriscu, che gli aveva messo quella pulce nell’orecchio, essendo certo che uno come lui non avrebbe mai lasciato nulla di intentato, quando lo scopo era d’aiutare un vecchio amico. E soprattutto quando la missione era… di scoprire una verità che s’era dissimulata nella nebbia fitta del mistero, come un caimano acquattato nell’infida bruma della palude.
Da quel giorno la vita del ranger più famoso del mondo non cambiò per nulla perché, se fosse mutata anche d’una sola virgola, egli non sarebbe arrivato a sera tutto intero. Te lo immagini tu, quel temerario mentre affronta a mani nude una tigre, un cobra reale, un tirannosauro, un’idra, un uomo invisibile, un robot, uno scienziato pazzo, un rinoceronte, una banda di fuorilegge, un extra-terrestre extra-large, un prete torturatore, oppure un fantasma spelacchiato… con quel tarlo degli orologi che, misteriosamente impazziti, ti colmano di pensieri assurdi ed altamente incendiabili, come quelli che gonfiarono la crapa dello Slavo Gregory, il rivale amoroso di Jackie il Sotterraneo? Però, ogni sera, prima di infilarsi sotto le pelli di bisonte, Rex prendeva in mano uno di quei libroni e si metteva a leggere una sventagliata di pagine. Finito che ebbe di scorrere quei papiri cosmologici, Rex, che era stato preso da un tardivo ma appassionato amore per la lettura, si fece inviare da Phoenix, Arixona, alcuni altri tomi. Lo stupivano quei titoli che parevano fatti apposta per meravigliare la gente: “La Vita del Cosmo”, “La fine del Tempo”, “La Fisica dell’Immortalità”, “La Particella di Dio”, “L’Enigma dei Cieli”, “Dal Big Bang ai Buchi neri”, “Buchi neri ed universi neonati”. Ma ce n’era uno che più degli altri seppe inquietare l’animo dello stellato lettore: “QED” di Richard Feynman, un gringo prestato alla carriera accademica. Il ranger non si limitò alle letture scientifiche, poiché intuiva che quel mondo era troppo rinchiuso in se stesso perché potesse da solo bastargli per risolvere il caso. Da Phoenix si fece recapitare dei cassoni zeppi di capolavori letterari e filosofici, che egli riuscì a fagocitare in pochi annetti. Citerò solo due delle opere lette, perché furono essenziali per lo sviluppo delle idee rexiane: “Ficciones” e “Der Mann ohne Eigenschaften”.
Non erano passati due lustri da quella strana visita in Messico, quando Rex scrisse una lettera a El Moriscu, che questi poté leggere alcuni semestri dopo, standosene accucciato e tremolante nel suo dorato baldacchino azteco:

“Caro El, soltanto fino a mezzogiorno (ed ora sono le tre del pomeriggio) m’importa sapere dove stiano andando a finire le galassie, di quale colore brillino lontane, di quanto fosse minuscolo il cosmo prima del big bang e se il valore della massa dell’elettrone sia piccolissimo oppure infinito, anche se di questo celebre dubbio feynmaniano, che pende come la spada di Damocle sull’intera fisica moderna, riesco a cogliere l’inquietante assurdità: le equazioni matematiche affermano una cosa, l’esperienza galileiana ne constata un’altra. A me importa soprattutto negare l’unico dato consolante che l’umanità intera (tu quoque, El?) sembra ricavare dalla lettura dei testi di fisica: la costanza della velocità della luce nel vuoto. Se essa fosse reale, avrebbero partita vinta i paradossi di Ain-Stain, micidiali baratri che non sono logicamente colmabili. Io non posso accettare che vi sia qualcosa d’ineffabile nel mondo. Mi correggo. Se ci fosse qualcosa d’insondabile, io non potrei mai individuarne l’esatta ubicazione. In altre parole, ogni paradosso che si rinviene, quasi fosse una moneta in similoro, tende a celare necessariamente una sua semplicissima soluzione. In genere il suo abbattimento sgombera la strada verso un nuovo modo di concepire l’esistenza. Così il similoro diventa lingotto di mille e più carati. Gli unici paradossi insolubili e senza prezzo sono quelli che non si possono mai formulare.
Ti pongo un quesito. Scostandosi da Newton, Ain-Stain riconduce la gravità ad un fatto concernente l’accelerazione dei corpi, oltre che la loro massa. Per quale ragione il fotone, che non obbedisce al principio di esclusione di quel crucco di Pauli, perché è privo di massa, e che non accelera mai, perché è il componente della luce, che nel vuoto viaggia costantemente a 300.000 chilometri al secondo, subisce poi una sorta d’attrazione dei corpi (fenomeno previsto da Albertino e in seguito verificato sperimentalmente) che ne devia, rallenta e blocca la corsa? Perché massa ed energia sono le due facce di un cent, ecco perché! Il buco nero sarebbe infatti di quel colore eusebiano perché avrebbe ingoiato la luce che gli è passata accanto. Ma cosa può fermare quell’energia pura? Solo un’energia assoluta! Come s’usa dire nel Texas, qui c’è qualcosa che tocca. Quel che tocca non ha, però, né massa, né forse energia. Ma cos’è mai? Mi giocherei gli speroni di mio figlio Kit che il mistero sia più fitto del buio di una notte d’inverno priva di stelle.
Il Dottor Julian, a cui mi rivolsi l’estate scorsa, mi ha risposto che quanto gli avevo scritto non era privo di senso e che lo stesso Ain-Stain era morto senza aver capito granché di cosa fosse realmente un fotone. Potrei parerti un esaltato, ma ti giuro che non voglio andare a galoppare nelle celesti praterie di Manitù senza prima svelare ‘sto banalissimo busillis! Se sarà il caso ‘procomberò sol io’! Ma ci voglio arrivare in fondo a ‘sta faccenda, o quanto meno camminare nella giusta direzione fino alla fine, magari ruotando su me stesso.
L’ultimo romanzo che ho letto è ‘El Hombre sin calidad’, che mi è parso un mirabile testo di meccanica quantistica rapportata alla società umana. Non voglio paragonarmi a quel gigante coconiano, ma Robert ed io abbiamo intenzioni similari. So bene che in tutti i campi e soprattutto in quelli dell’arte e della scienza, non contano tanto le intenzioni quanto i risultati conseguiti. Ti chiedo perciò di levarti da quel lettuccio, El, di alzare le chiappe e d’aiutarmi finalmente ad aiutarti. E come scrisse un giorno il caro Jorge: ‘un labirinto presuppone dei piedi che lo calpestano, magari correndo’.
Ricorda gli scogli che dovremo superare. La velocità della luce nel vuoto prescinde davvero dalla quantità di moto della sorgente? L’attrazione gravitazionale è realmente subita dal fotone privo di massa e d’accelerazione? Perché questi rallenta quando incontra delle particelle dotate di massa? Che fa? Tira le redini e comincia a frenare come un folle? La massa dell’elettrone è infinita oppure bisogna razionalizzarla, come garantisce, con grande senso di colpa, il sagace Ricki? A che velocità corre un fotone, dal suo nullo punto di vista? Che succede all’equazione gravitazionale di Newton, quando i due corpi che si attraggono finalmente s’incontrano? Il denominatore scoppia? O s’azzera il numeratore, creando l’indeterminatezza quantistica? Oh come vorrei essere una stella doppia! Perché la luce sente il campo gravitazionale? Perché solo le api s’accorgono della sua polarizzazione e sanno orientarsi grazie ad essa? Oh come vorrei librarmi nell’aere come un imenottero! Col pungiglione forerei il culo a Witt-Gen-Stain!
E il principio di equivalenza, caro Albert, è solo uno svicolare come una puzzola davanti al problema. E’ un accontentarsi di una non-risposta. E’ una fuga dalla libertà.
El, se non ci penseremo noi, nessuno avrà il cuore di farlo. Se sono ad Abilene e m’imbatto in un fuorilegge, io l’affronto senza pensarci due volte. Non mi sogno di prendere il treno per Dodge City perché forse anche là c’è del marcio. Dello schifo ce n’è dappertutto. Occorre far fronte all’hic et nunc e non limitarsi a sbraitare ‘hic hic, che bono el vin’! Gli scienziati mi paiono dei vegliardi a cui piace trangugiare l’agua caliente del sapere, ma che non sentono il bisogno di fermarsi un attimo a ragionare un po’, prima di appisolarsi. Gli manca il tempo di respirare, a quei cansadi schiavi della materia. Li capisco, perché anche a me vien sera in fretta, a furia di scazzottare e di sparare per legittima difesa. Ma, prima o poi, io so trovare il momento per me, e per i miei dubbi.
Va bene fantasticare sugli infiniti mondi possibili, teoria che farebbe la gioia di Jorge (anche se mi pare impossibile che esista un universo in cui il sottoscritto sia crivellato di pallottole in un duello; e poi tali immaginazioni non sono forse in contrasto con l’idea ain-steniana che la materia pare seguire un’unica geodetica, svolgendo ognora la minor azione possibile? Significherebbe dover ammettere un big bang particolare per ciascun universo), però… attenti… cari i miei occhialuti dottori… gli Apaches di Geronimo sono ormai alle porte della città! Affilate le baionette!
Quanto agli ontologi… sono più indietro della coda del cinghiale… Meglio i miei Zilocches, che sono sì ignoranti, ma che non rinunciano a dire la loro, su qualsiasi argomento. A Penna Monca domandai una volta cosa pensasse della luce. Sai cosa mi rispose? ‘Ci penserò quando farà buio!’
I fisici teorici, dal primo all’ultimo, sono vittime dei miti che si sono creati con le loro mani. Come quella fola di Heisenberg, per cui il cosmo parrebbe giacere nell’indeterminatezza quantistica. Secondo Hawking (ed è l’opinione del gregge tutto) anche presso una singolarità tale principio la fa da padrone. Mi sai dire come possa uno scienziato dal candido camiciotto confutare una teoria in un non-luogo-non-tempo dove nulla, per definizione, è più misurabile? E io qui starei o con Albert o con Julian: la massa e la velocità sono determinate, oppure non esistono.
Su con la vita, El…! E ricordati che il candido zero sfugge ai buffi patemi di Godel! E che quella bianca palla di neve eterea, come c’insegnano Brahmagupta e Bhaskara da alcuni millenni, forse non è ‘null’altro che’ … il Vuoto Creatore!… E che ‘niente è più reale del niente’, ed anche che: ‘nulla è più irreale del nulla’…

– Papà! Non lo capisco quello che dici!
Neppure io, Michelangelo.
– Ma, papà! Daniele non poteva dirgliela a Rex, la verità?
Sicuramente Daniele, grazie a Dio!, era al corrente della soluzione del mistero della luce. Non poteva però spifferarla a Rex, perché era un segreto del Signore.
– E cosa gli diceva Rex a Daniele?
– Saluta ‘e femmine, uagliù!
– E Daniele cosa gli rispondeva?
– Te gusta la teoria, caballero?
– Ma è vero, papà, che Ain-Stain non aveva mai tempo di giocare coi suoi bambini?
– Claro que sì!
– E non riuscì mai Rex a sconfiggere Ain-Stain?
No… mai… Ma… non si è ancora arreso, che io sappia! E non si… Per tutti i diavoli! Non si è… Ah!
Hasta luego, muchachito!

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