ONTOLOGIA DELLA MASCHERA di Franco Armieri e Alessandro Negrini

La maschera è un oggetto che intriga in modo sospetto il pensiero.

E’ un oggetto che richiama immediatamente un’ambivalenza relazionale che si manifesta già subito in base alla relazione spaziale: di fronte alla maschera io mi trovo come colui a cui viene nascosta la realtà e a cui viene inscenata una interpretazione. Dietro alla maschera sono io che occulto la mia identità e metto in scena altre possibilità di apparire.

In primo luogo dunque nella maschera vediamo la funzione di nascondimento, qualcosa che nasconde il  volto, sostituendolo con un altro. La maschera è quindi innanzitutto nel suo valore  velante, coprente e distorcente la realtà. La maschera mi annuncia che chi si mostra non intende mostrarsi per quel che è: mi immette nello stato di diffidenza, e dà luogo a filtri contro interpretativi dell’interlocutore della maschera.

Ma la maschera ha anche un suo contenuto positivo, non è solo un coprire il volto, ma velando disvela e mette in atto la maschera in quanto persona, annuncia il mio personaggio, mi pone come individuo, mi consegna un “ruolo”. La maschera è un oggetto costruito non solo  per nascondere, ma anche per dire qualcosa, per lasciar essere una possibilità.

Dietro la maschera non vedo me stesso mascherato, se non specchiandomi. Dietro la maschera  immagino me stesso mascherato. Immagino di essere depositario di un’identità consegnatami dalla precedente visione della maschera. La maschera è una inter-faccia, un “volto” che si frappone tra la mia “identità” e l’altro ed in questo frapporsi trasforma l’identità di ciò che sono nell’identità di ciò che appaio. Per aderire alla maschera devo dunque osservarmi con gli occhi dell’altro, essere un’identità che vede il mascheramento di se stessa dal di fuori. Dunque è l’altro da me che mi consegna la maschera a cui aderire. E’ l’essere con altri, è l’essere sociale lo specchio che mi consegna il ruolo, la maschera invisibile della mia identità. E come potrei definirmi come identità se non aderendo ad una maschera? Come potrei costruire il significato che delimita la mia identità, il mio essere io e non altro, se non attraverso la maschera di me stesso?

 

Ma che succede quando la maschera si fonde al volto che vela? Quando la maschera diventa il volto? E il volto è solo se mascherato?

Quando la maschera si fonde al volto il “ruolo” si trasforma da possibilità dinamica ad identità statica.  Il mascheramento nella sua duplice valenza del nascondere per poter mostrare si trasforma in prigione.  Viene perduta la possibilità di esser sé ed altro da sé, la maschera diviene volto e il volto è solo come volto mascherato.

Ma anche  l’altro da sé  perde la sua dinamica e diventa negazione dell’altro come identità, l’altro è ridotto ad appendice strumentale della propria maschera, della propria assolutizzazione d’identità. Persone e cose sono ridotte alla loro utilizzabilità, l’essere degli enti a strumenti ed il loro uso tecnica.

Per  Don Giovanni, prigioniero della maschera che gli si fonde addosso, il dono di una rosa od un cameo diventa tecnica di seduzione, ripetizione di un gesto finalisticamente orientato, e le stesse donne sedotte diventano strumento di conferma della propria maschera, necessità esistenziale del proprio assolutizzato mascheramento identitario.

Per Don Giovanni,  Il fine non è più l’oggetto di conquista ma il conquistare stesso. L’oggetto di conquista diventa sostituibile, e ha valore solo perché consente di mettere in atto il vero obiettivo, il sedurre. Ma non il sedurre come originario portare a sé il desiderato, né come autentico preambolo al consumo del desiderio, ma il sedurre come capacità di farsi desiderio per l’altro, condurlo  alla soglia di sé, ma non a sé, perché il sé non è altro che l’attrarre, e non l’abbracciare. Il sé verso cui attrae è solo una tecnica di attrazione, che, svuotata dal suo valore di strumento, diviene il fine della reiterazione compulsiva di un volto con-fuso con la maschera.

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