Rex vs Mafia

Hanno rapito un ragazzo, poco più di un bambino. A Washington si sta discutendo una legge che prevede la confisca dei beni mafiosi, quelli il cui acquisto non è giustificato o i cui proprietari sono sconosciuti, nullatenenti o ricercati. Una specie di legge “Pio la Torre”, insomma.

Tutto il mondo sa dov’è rinchiuso il ragazzino, in una specie di forte eretto dalla Mafia nella prima periferia della capitale. Tutto il mondo lo sa, ma non ci va mica a liberarlo.

Un deputato, un certo Joe Caprari, il padre del bambino, aveva lanciato l’idea di attaccare la fortezza col settimo cavalleggeri. Il suo cavallo una sera tornò a casa senza cavaliere. Il cadavere non è stato mai trovato.

Nei pressi del bunker c’è, in attesa di demolizione, una catapecchia, tra il pericolante e il pericolato. Nessuno ci abita da decenni. Arrivano due indiani, sbiaditi e con le penne mozze, mosce, a dire il vero, ma paiono tagliate a metà. Uno si chiama Penna Monca, l’altro non apre bocca e quindi, al momento, non so come si chiami. Età media: a occhio, ottant’anni passati nella prateria. Il mafioso di guardia, appena li vede, intima l’alt: “Voi due cirnechi! Ando’ minchia andate!” Ma i due anziani cirnechi (cani della prateria, sarebbe meglio chiamarli) minchia capiscono e minchia rispondono.

Presto la notizia si sparge all’interno della cittadella mafiosa. Vengono a vedere lo spettacolo, uno dopo l’altro, tutti quanti gli sciacalli. Per penultimo il Vice, Don Pino Gargiulo. Per ultimo il Secondo, Don Vituzzo Di Maio, il capo dei capi. Il Primo non è colì, ovvio, ma colà, probabilmente a pochi chilometri di distanza, sconosciuto a tutti, ma non alle nostre coscienze. Nessuno sa chi sia, esattamente, in realtà. Si sa solo che, dalla sua poltrona, dà le direttive a tutti quanti i mafiosi, conferendo direttamente col capo dei capi.

I due anziani pellerossa sono scherniti, derisi, irrisi, vilipesi, offesi, insultati, scherniti, beffati, canzonati, burlati, dileggiati, ma soprattutto minacciati e presi a sassate. Anthony La Rondine, il più giovane e codardo dei mafiosi, il Paride della situazione, per intenderci, scende dal torrione di guardia, esce dal castrum, rincorre i due stracciati e li prende a mazzate, e alla fine si fa ritrarre da un fotoamatore mafioso, tutto orgoglioso, col suo piede caprino posto su quelle che sembrano due vecchie gazzelle accoppate da quel vile di Francis Macomber. Ecco che un rapace non meglio identificato, ma pare un aquila, piomba su quel sinistrato nipote di Don Vituzzo e l’addenta con un potente morso al deretano, che lo fa ringhiare dal dolore e scappare dritto come un fuso, all’interno della roccaforte mafiosa.

L’alba del giorno dopo offre la novità, al mafioso di turno, che qualcuno ha portato nottetempo trentasei casette delle api, all’interno del recinto che cinge la catapecchia.

I due annosi compańeros non si eran fatti gran male. Armati di maschere e di tute, eccoli, vispi come castori, i due vecchiardi che armeggiano con quelle migliaia di imenotteri portatori di ogni ben di dio, miele, propoli, cera, pappa reale, etc etc. La fortuna, ma non il caso, vuole che lì intorno sia pieno di acacie benemerite.

Per un mese i due anziani non la smettono di trafficare con quelle casette.

Un giorno, nel primo pomeriggio echeggia un colpo di fucile. Il mafioso guardiano grida: “Il capo dei capi vuole SUBITO del miele fresco!” Il capo dei cani non è altro che un grande ignorante, come può esserci del miele fresco in quel periodo dell’anno! E’ febbraio inoltrato, fa freddo.

Verso sera Penna Monca reca ai piedi del bunker un paio di vasetti di miele di acacia.

La cosa si ripete, con una certa regolarità, per tre lunghi mesi.

Nessuno capisce come facciano i due vetusti a campare con quelle api. Eppure non sono mai stati visti uscire dal recinto e soltanto a sera entrano nella catapecchia a dormire. Nel cortile o si occupano delle api, oppure restano seduti sulle natiche senza spiaccicare parola.

L’aquila appare, ma non tutti i giorni, verso sera e, dopo aver becchettato per un’oretta nel prato, come farebbe un polletto amburghese, si ritira dentro la catapecchia all’ora in cui vanno a cuccar solitamente le galline.

Giunge finalmente il D-Day.

Tutte le azioni di polizia iniziano quando il nemico russa, alle 4 di mattino.

I due indianetti si cambiano, appesantendosi di winchester, due colte 45 a testa, una decina di chili di proiettili e vari candelotti di dinamite. Per il resto stanno come sempre, tuta e maschera.

Il nativo (si fa per dire, poi capirete) che meno si è distinto per socievolezza e simpatia nei confronti dei mafiosi, si è appena intrufolato nel bunker, facendosi beffe dell’ignaro guardiano, il quale si è trovato, alcune ore prima, miracolo dei miracoli (forse operato direttamente dal capo dei capi, che tanto prega il suo Iddio che ormai puzza di santità), si è trovato, dicevo, un po’ prima delle tre, un paio di bottiglie di Principe di Butera e se ne è sgolata circa metà. Il resto di quell’amaro vino d’uva nera, scesa dal cielo (a qualcosa doveva pur servire quel misterioso e mordace pennuto) gliel’ha scippato uno scagnozzo suo amico che, scorta l’altra, se l’è portata nel capannone della manovalanza del crimine. In tale capannone sgattaiola fuori pochi minuti l’indiano taciturno, dopo aver sparso del miele su tutti i vestiti. Lo stesse viene fatto, da entrambi i giustizieri, silenziosi come crotali senza sonaglio, in tutte le cucce di quei cani immondi, compresa quella dei due boss.

Alle 4,30 Coda Macchiata esegue l’ordine di portare sette sacchi contenenti alcune migliaia di insetti armati di pungiglione e incazzatissimi perché svegliati mezz’oretta prima dell’orario consueto. I due indiani sono ormai pronti alla guerra. Anche le temibili navahos code stingers.

Coda macchiata apre un sacchetto presso la prima baracca di mafiosi. Il silente pard fa lo stesso presso la seconda. In dieci minuti la strage è stata predisposta.

I mafiosi scappano dalle loro cucce mafiose, gridando come matti, coi vestiti malmessi e punzecchiati da innumerevoli fioretti eroici ed assassini.

Fuori li aspettano, vigili come condor, Rex e Penna Monca.

Appena li scorgono quei derelitti implorano pietà. Rex e Penna sparano alle braccia e gambe, ferendo 151 mafiosi, già preventivamente bucherellati da quei micidiali e vendicativi insetti.

Soltanto due mafiosi muoiono, per choc anafilattico. I loro abiti più degli altri ridondano di quel miele di cui erano tanto ghiotti e che per mesi avevano estorto ai due navahos. Dio a volte non ci vede una minchia, a volte fin troppo. Non ha mezze misure. Men che meno Rex e Penna Mozza.

Spiace tanto la morte (non vana!) di tanti militi della valorosa compagnia anti-crimine Apis Mellifera.

Un saluto e una scappellata al vostro ardimentoso cuore, arditi martiri.

A tutti voi va il nostro plauso imperituro e il nostro commosso commiato.

La dinamite fu messa ai quattro angoli delle mura del bunker, che vengono fatte brillare.

Compiuta l’azione militare, Rex e Penna trovano in un seminterrato il bimbo rapito col suo ardito papà.

Vengono liberati, amen.

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