Rex e l’unico assassino

Rex e l’unico assassino

Quella volta l’esercito yankee non poteva intervenire, almeno per il momento. La faccenda era molto seria ma non si risolveva con l’ennesima guerra indiana. Un pellerossa stava seminando il panico tra i coloni della frontiera. Da almeno sei mesi quel bastardo si divertiva ad impiombare un bianco alla volta e poi spariva nel nulla. Non era mai successa una cosa del genere. Solitamente dei giovani guerrieri, come briganti lucani, si staccavano dalla tribù ed inseguivano la gloria mettendo a ferro e a fuoco le fattorie della zona. E finivano, presto o tardi, col soccombere alla reazione dell’esercito dei visi pallidi che, armati di cannoni e di spingarde, se la prendevano non solo coi diretti responsabili, ma anche coi loro familiari, la cui unica colpa era di averli fatti nascere e svezzati. Così va il mondo e non ci si può far niente. La ragione risiede nel potere e nella logica delle armi. L’unica anarchia, alla fine, caro Pierpaolo, è quella dei dollari.
Il comando dei ranger inviò una lunga lettera a Rex, che così terminava:

“…quindi, caro il nostro amico degli indiani, tocca a te risolvere il caso. O riesci a trovare l’assassino prima che compia altri crimini, oppure saranno distrutte tutte le tribù dell’Arizona, compresi i tuoi Zilocches. Sappi che, da fonti certe, quel terrorista appartiene alla tribù dei Talennes, poiché è stato più volte rilevato che le tracce di quell’unico cavallo conduce alle colline gialle, la terra di quei tangheri pidocchiosi. Ci spiace essere brutale con un tipo come te, questa non è una minaccia, è un avvertimento doveroso e fraterno.”
Firmato: colonnello Bryant.

Rex non disse a, non mosse un muscolo del viso, non fece gesti con le braccia e non avvertì alcuno dei suoi proponimenti. Sellò il primo ronzino che gli capitò tra le mani, e partì.
Le colline gialle distavano una settantina di miglia dal villaggio degli Zilocches.
Rex ci arrivò prima di sera. Molti lo riconobbero, ma nessuno lo avvicinò per chiedergli cosa volesse, per problemi di lingua, forse, o per indolenza. Erano circa un centinaio di anime, morte al progresso, nel senso yankee, e piuttosto tranquille nell’essere del tutto inattuali.
Tolti trenta vecchi, venti donne e dieci creature, rimaneva una quarantina fra adulti e giovinastri. L’idea iniziale era di interrogarli uno per volta, ma poi Rex ci ripensò. Era fatica sprecata, che non avrebbe prodotto grandi risultati. Certo, se li avesse potuti incantonare uno per uno, usando le maniere spicce, beh, qualcosa sarebbe venuto fuori. Ma quella era una logica yankee, e Rex non apparteneva più a quel popolo da mille anni. Non era venuto lì per devastare un villaggio, né per sconvolgere una quiete millenaria.
Rex si siede su una pietra, una delle tante che crescono per germinazione spontanea in quel terreno sabbioso. Più che un paese lo stato dei Talennes è un deserto che vive, con tanto di crotali, piccoli roditori, scorpioni e avvoltoi. E in quel luogo ameno Rex inizia una specie di meditazione che dura tutta la notte, anche se, verso le quattro, chi l’avvicinasse lo sentirebbe russare: “ahh ronf… ahh ronff… ahh ronff…”
Oh! Il sole sta sorgendo finalmente!
Rex è a digiuno da ieri ma non fa una piega. Si stira e aspetta.
Vicino a lui, solo ora se ne accorge, c’è un vecchierello patuto, seduto sui talloni. Non so perché, ma questa, per i Talennes, è l’unica maniera corretta di sedersi.
Passa un’oretta e un altro vecchietto si avvicina ai due accovacciati.
Passa una mezz’ora e ne spunta un terzo, quatto quatto.
Poi un quarto, un quinto e un sesto, con la carrozzella.
In breve tutti gli anziani della tribù hanno trovato posto intorno a Rex, senza proferire parola.
Verso le dieci arriva un grappolo di giovani squaws, seguite dalle altre, che giungono alla spicciolata, un’amarena dopo l’altra… una fica dopo l’altra.
E i bambini che fanno? Scorrazzano intorno al popolo degli assisi, giocando a strummulu e all’ammuccedda, e facendo casino.
A mezzogiorno si fa vivo il primo guerriero. A dire il vero questo termine è improprio. I Talennes seppellirono l’ascia di guerra molto prima dell’arrivo del primo bianco. Nessuno, né prima né dopo, invidiò quel territorio arido e privo di risorse. Pochissimi Talennes hanno abbandonato, nel corso dei secoli, la loro nazione. Forse nessuno c’è più tornato.
Tutta la tribù ha circondato Rex che, per nulla preoccupato, estrae una sigaretta e chiede, coram populo:
“Qualcuno tene forse d’appiccià?”
Nessuno gli risponde. Rex resta con la sigaretta che penzola dalla bocca.
Passa un’ora, forse due.
Rex ha organizzato un discorso.
“Aprite bene le vostre rosse orecchie! Il valoroso popolo dei Talennes è pacifico e ben voluto da tutti. In mezzo a voi s’annida un serpente a sonagli, che s’è macchiato di una serie impressionante di crimini. Il grande padre bianco di Washington s’è molto incazzato con voi. La sua rabbia è grandissima e presto arrecherà grandi lutti alla vostra nazione. I visi pallidi giungeranno più numerosi delle cavallette e armati di grandi canne tonanti. Fra voi si nasconde un assassino, uno solo. E per colpa sua pagheranno in molti. Io devo trovarlo e consegnarlo agli Yankee, per salvare la vita a voi tutti. Chiunque sia in grado di fornire informazioni che permetteranno di catturare quell’assassino riceverà mille collanine colorate o, a scelta, un buon winchester ed anche il mio cavallo. Ugh! Ho detto!”
La giornata si trascinò lentamente in un nulla di fatto. Ormai la fame di Rex era tale che stava per ingoiare la sigaretta spenta.
A sera se ne andarono tutti, per ultimo un primo talenne, semi-freddo, ch’era giunto. In tal modo egli aveva voluto offrire un esempio di greca ospitalità.
Passò la notte, costellata da stelle e da gemiti di fame del povero Rex.
Alle cinque di mattina il capo degli Zilocches riceve una visita. E’ Naso Sgonfio, un giovane dallo sguardo torvo, che rimane in piedi davanti a Rex, fissandolo con odio per alcuni minuti. D’improvviso, come se solo in quel momento si sia liberato il gozzo da un grosso anfibio, gli allucca quanto segue, in uno yankee da corso per corrispondenza:
“Tornatene da dove sei venuto, cane bianco e rinnegato, traditore di due razze, profittatore della miseria umana, corruttore dell’antica cultura, vergogna dell’umano genere, tornatene dai coyotes che ti hanno mandato. E quando sarai da loro, digli da parte mia che un giorno il popolo rosso si riunirà e formerà un esercito imbattibile, che Manitù guiderà alla vittoria! E le case dei bianchi saranno incendiate e distrutte, come lo furono già quelle dei Siouxs, dei Tetons, dei Nootkas, dei Dakotas, dei Lakotas, dei Lowas, degli Oglalas, degli Osages, degli Humkpapas, degli Athapascans, dei Tawaskanis, degli Hualpais, degli Haidas, degli Apaches, dei Mescaleros, dei Cheyennes, dei Navayos, dei Nayaas, dei Shoshones, dei Pueblos, dei Paiutes, dei Nez Perces, dei Scarcees, dei Blackfoots, dei Lenapes, dei Brulés, dei Belascolas, degli Assiniboins, degli Arapahos, dei Mohawks, dei Mohicans, degli Uroni, degli Shawnees, degli Hopis, degli Zuñi, dei Cherokees, dei Creeks, dei Crows, dei Cowichaus, dei Kaibad, dei Kwakiutls, dei Kiowas, dei Kickapoos, dei Bannocks, dei Modocs, dei Sias, dei Senecas, dei Cayugas, dei Choctaws, dei Chicasaws, degli Onondagas, degli Oneidas, dei Sauks, dei Sarsis, dei Miamis, dei Mandans, dei Foxes, degli Snakes, dei Winnebagos, dei Wampanoags, dei Wiandots, dei Pimas, dei Poncas, dei Piegans, dei Potawatomis, dei Powhatans, dei Chippewas, degli Hidatsas, dei Caddos, degli Ottawas, degli Omawas, dei Missuoris, dei Wichitas, degli Yaquis, degli Yanktomans, dei Santees, dei Sans Arcs, dei Delawares, degli Alibamus, degli Abnakis, dei Pequots, degli Otos, dei Mohegans, dei Micmacs, degli Utes, degli Yutes, dei Tlingits, dei Mokis, dei Niskas, dei Bloods, degli Stoneys, dei Seminoles, dei Comiakens e dei Comanches…! Coyote…! La vedi quella collina…? Ogni tronco mozzo è una tribù…! E… come disse Sheridan… l’unico albero buono è quello tagliato…!”
Naso Sgonfio, terminato il lungo discorso, sputa per terra.
Rex brontola un po’ col suo stomaco, rimanendo pur tuttavia immobile.
Dopo un’oretta si fa avanti un secondo giovane che così lo apostrofa:
“Io Aquila della Notte volerti aiutare ma non avere nessuna informazione. Però piacermi molto il tuo coltello!”
Rex glielo consegna chiedendo in cambio un tozzo di pane. Il tipo, che si chiama Orso Senza Scure, glielo porta in un lampo, con una bocca grande come un vaso da geranio. E’ convinto di aver fatto fesso un grande guerriero.
Poco prima delle sette si presenta al cospetto di Rex un terzo guaglione di nome Cane Orgoglioso, che gli dice, con aria saputa:
“Questo è un paese addormentato che non conosce la Storia…”
Rex si leva in piedi come spinto da una molla posta sotto il culo e lo branca per le spalle:
“Ah! Sei tu lo sciacallo che vado cercando! Lo dice anche il proverbio: la terza gallina che canta ha fatto l’uovo!”
Il giovane ha un sobbalzo e l’ocra della pelle gli si schiarisce leggermente.
Rex l’affronta di brutto, prendendolo per il copino:
“Maledetto disgraziato! Ti rendi conto di quello che hai combinato! Cosa pensavi di risolvere versando del sangue innocente?”
Cane Orgoglioso gli risponde a tono, con aspro disprezzo: “No, fratello bianco! Non esiste sangue yankee innocente!”
Di ritorno nell’era moderna, Rex invia un telegramma al comando dei rangers:

“Ucciso l’unico assassino stop il suo corpo è cibo per avvoltoi stop andate fraternamente a cagare stop!”

L’opinione pubblica s’era molto turbata per quegli strani delitti. La misteriosa fine dell’assassino non aveva placata la sete di sangue talenne. Alcuni grossi papaveri di Washington riuscirono, per meri scopi elettorali, a cavalcare l’onda anti-indiana e a promuovere una guerra santa contro quegli incivili. Erano già pronti gli sponsor. Una volta avviata la macchina della guerra s’arresta solo con l’innesto della marcia funebre. Oh, l’amor patrio, che follia seria! E in tal caso la vendetta è il miglior perdono.
Un esercito di tre mila e cinquecento tre uomini, sotto il comando del celebre colonnello Cluster, marciò in direzione delle colline gialle e in un pomeriggio distrusse quelle quattro catapecchie.
Fu una battaglia indolore e senza valore. Fu lo sterminio di novantaquattro innocenti. Non ci furono superstiti. Le donne furono violentate e uccise. I vecchi e i bambini furono sgozzati.
Qualche mese dopo il colonnello Cluster divenne generale e di lì a poco sparì dalla circolazione. C’è chi disse che fosse scappato con una ballerina francese. Per altri, più maliziosi, era molto più probabile che si fosse volatilizzato per sfuggire ai debitori. I suoi unici vizi erano le donne, le guerre indiane e il gioco d’azzardo.
Era stato rapito da un gruppo di Black Wolwes, i famosi torturatori a fuoco lento di cani rognosi.
Rex aveva raccolto la notizia da fonti certe. Per un attimo pensò quasi di correre a liberarlo. Egli era un’autorità fra gli indiani e forse l’avrebbero ascoltato. Era un’impresa difficile, ma non più di tante altre. In fondo ci poteva provare. Ma il difficile per lui era assumere una decisione.
Decidere significa recidere, tagliare. Attimo dopo attimo, nella vita, si deve scegliere. E bisogna agire. Oppure no.

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