Enrico Andreoli. Arco della promessa.

La danza

Tra Dio e mondo, la danza. 

F. Nietzsche

La Chorea di Huntington è una malattia neurologica che si trasmette geneticamente e che provoca una lenta ed inarrestabile perdita del controllo del corpo, della memoria e della capacità di provare ed esprimere emozioni; il decadere del corpo accompagna il cupo naufragio dell’io nella dementia.

Non esiste terapia per questa malattia che la Medicina classifica tra le più tragiche. Chi, come me, ha un genitore malato rischia di ereditare il gene della malattia con il cinquanta per cento di probabilità; lo chiamo ‘R’.

Il sintomo principale della Chorea è lo scotimento; una danza sgraziata che continuamente agita il malato. L’età d’insorgenza di questa malattia senza cura è mediamente quarant’anni – quanti i miei. Stremati dai movimenti incessanti si muore nell’arco di dieci, quindici anni dal primo insorgere dei sintomi. Ogni componente di una famiglia con Chorea è colpito emotivamente, socialmente ed economicamente. Il malato deve lasciare il lavoro, mentre all’interno della famiglia viene lentamente isolato fino a trovarsi costretto a vivere in solitudine la propria progressiva incapacità. I movimenti continui, la demenza montante, il rapido processo di invecchiamento, le involuzioni del carattere lo trasformano in un estraneo per i suoi stessi familiari. Tutto ciò rende la qualità della vita dei coreici così intollerabile che la frequenza dei suicidi tra loro è sette volte superiore rispetto a quella della popolazione generale.

Il primo sintomo della Chorea è ‘in tutto manifesto ed in nulla visibile’. Si tratta infatti di una lenta degenerazione del tessuto neuronale e non di un improvviso collasso. Allora per R ogni più piccolo incidente quotidiano – un bicchiere che scivola dalle mani, una parola che si nasconde, un lapsus – può essere il segno dell’inizio lungamente atteso. Perciò R, come soldato del corpo di guardia, è comandato a tenersi sott’occhio in una corvè senza cambio1 , in un’inquietudine senza riposo. Non manca però chi abbandona le consegne. In letteratura sono riportati casi di R che, spezzata la ‘corda dell’attesa’ 2, hanno aperto le porte al nemico simulando, esausti, la malattia.

Per R con il passare degli anni la vigilanza su se stessi perde rigore; subentra un forzato fatalismo: sarà quando sarà, si cerca di vivere il presente senza amarezza, di sopportare il suggello del rischio sul divenire vivendo esageratamente. Ci vuole disciplina per far vera la sentenza di Pirsig: “il dolore è come un aratro, rivolta la superficie e mette a nudo nuove forze vitali” 3.

Nel 1993 è stato scoperto il gene; da allora è possibile fare il test che decide quale cinquanta per cento ti ha scelto. Per trovare il coraggio di correre questo pericolo ho scritto, mi scrivo. Durante, cioè tra adesso e la decisione di porre fine al rischio, cerco di essere fedele alla mia anima, all’insieme delle mie passioni.4 Bambino riflessivo ed introverso sono diventato un adolescente appassionato di filosofia per continuare da adulto a vivere un po’ sulle nuvole preso dalla passione per l’astratto. Mantenendomi fedele alla mia anima ho preso con filosofia la sfida di questo destino e cerco qui di esprimere il senso di vivere a rischio: chissà che dalle parole non riesca a spremere un farmaco.5

Ex-ergo, F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, 1977

1 Riccardo Di Giuseppe, La teoria della morte nel Fedone Platonico, Il Mulino, 1993, p.15, traduce così il Fedone 62b4: “Infatti, quello che viene detto a questo proposito nei riti segreti, che noi uomini stiamo in certo corpo di guardia, e che perciò non si deve abbandonare questo posto, o scapparsene di propria iniziativa, mi sembra un grande discorso, e non facile a dominarsi con lo sguardo.”, continuando con un commento che illumina l’andare di R nel testo che qui si apre: “Si spiega così tutto il ragionamento di Socrate. Se gli uomini vivono in un corpo di guardia, gli dei ‘si prendono cura’ di loro, e li sorvegliano, come un capoposto che sorveglia e si dà cura della loro propria guardia.” ed ancora, poco più avanti ” .. la metafora del servizio di guardia si attaglia molto bene a rappresentare l’obbligo alla vita.”.

2 “Tieniti forte alla corda dell’attesa, anche se ti turba l’ignoranza di ciò che senti; ma aspetta che la sua assurdità sia svelata.”, Avicenna, Livre des directives et remarques, citato da Eugenio Garin, Medioevo e Rinascimento, Laterza, 1993, p.162

3 Manuel Pirsig, Ginseng, Adelphi, 1976

4 “… essere fedeli alla propria anima che è l’insieme delle passioni.”, Giorgio Colli, Per una enciclopedia di autori classici, Adelphi, 1983, p.107

5 “La potenza della parola nei riguardi delle cose dell’anima sta nello stesso rapporto della potenza dei farmaci nei riguardi delle cose del corpo.” Gorgia

II

Lungo una strada alberata

Andando con mio padre lungo la strada alberata che porta da East Hampton ad Amagansett ci imbattemmo ad un tratto in due donne, madre e figlia, entrambe alte, di una magrezza quasi cadaverica, che si curvavano, si piegavano e facevano smorfie. Rimasi attonito, quasi impaurito.

Che cosa avrebbe potuto significare?

George W. Huntington

Così George Huntington descrive il suo primo incontro, ad otto anni, con la malattia che dal 1872 avrebbe portato il suo nome. “Considerata originariamente come espressione del demonio, la Chorea di Huntington ha avuto nel corso dei secoli una storia che si confonde con quella del ballo di S.Vito, del tarantismo, dei roghi delle streghe. La sua storia scientifica inizia invece nella seconda metà dell’Ottocento proprio con George Huntington, il medico americano che per primo la descrisse compiutamente mettendone in risalto anche il carattere ereditario. E’ una storia costellata di speranze deluse e tentativi falliti di chiarire gli aspetti oscuri della sua patogenesi e epidemiologia, ma di questa malattia per molti aspetti sfuggente, si e’ tornati da qualche anno a parlare come di una delle punte più avanzate delle applicazioni della biologia molecolare alla patologia umana.”1

Nella strada alberata lungo cui è incamminato George possiamo intravedere l’idea di progetto. Nella lingua ebraica la lettera Zadè sta alla radice della parola ‘albero’ e rappresenta la crescita. Nella Bibbia la s’incontra per la prima volta all’interno dell’ultima parola, la settima, del primo versetto.

Non è un caso che la Zadè concluda il primo ‘mattone’, il modulo con cui la Bibbia verrà narrata, costruita. Infatti nella economia simbolica dell’alfabeto ebraico la lettera Zadè indica la dimensione processuale della progettualità: la capacità di ‘dar gambe’ alle proprie idee. George ha appena otto anni e quest’incontro con le portatrici del sintomo segna la sua vita. E’ questo il momento in cui decide di fare il medico e dopo quattordici anni di studi, scriverà il saggio che attribuisce il suo nome alla malattia. Il lavoro di Huntington raccoglie ed organizza il sapere e le osservazioni di suo padre e suo nonno, entrambi medici, che vivevano a Long Island, New York dove c’era una numerosa comunità di choreici, discendenti di un unico immigrato olandese malato del tardo Seicento.

La figura paterna accompagna George ad imbattersi nella coppia dell’inizio: madre e figlia malate. Un incontro che lascia un segno nel cuore del piccolo George. Possiamo situare qui l’inizio della storia scientifica della malattia: dalla volontà di capire di George che si domanda, quasi già conoscesse quella legge sottile per cui chiunque incontriamo ci porta un messaggio: cosa avrebbero potuto significare?

Le due donne stanno all’inizio della storia scientifica della Chorea come all’inizio della Bibbia sta la coppia di Aleph: la prima maiuscola, la seconda minuscola, madre e figlia, appunto. Ma il due sta anche a significare la relazione, “essenza astratta di ogni cosa” 2. Nella numerologia ebraica la relazione è rappresentata dal numero due che, appunto, ha radice infinita.

La magrezza delle donne sembra indicare l’essenza; il curvarsi, il piegarsi e le smorfie fanno pensare alla ‘resistenza del Creato’, alle “simmetrie quasi perfette” della Natura. Nel racconto di George stupisce solamente ‘ad un tratto’. Come mai George scrive ‘ad un tratto’ se la strada alberata è una strada dritta? 3 Alte come sono le donne avrebbero dovuto essere visibili fin da lontano. E’ evidente allora che sono comparse ‘a lato’, si sono introdotte nell’odos inaspettate.

Così ‘ad un tratto’ non sembra significare solamente ‘all’improvviso’ ma anche letteralmente ‘segno’. Le donne quindi fanno un segno: in-segnano. Si tratta certamente di un presagio. E infatti il giovane Gorge si domanda: “cosa avrebbe potuto significare?” ed è ‘abile a rispondere’ ovvero responsabile alla chiamata del segno formato dalla coppia di donne: applicare alla malattia il met-odos (odos è in Grecia la strada dritta) della Scienza, divenire così lo scienziato che la crea, le assegna un nome, apre la ricerca della terapia interrogando la loro relazione genetica.

E per finire si scorge nel nome del luogo verso cui George era diretto – Amagansett – il nome di un dio egizio e del terzo figlio di Eva: Set che rappresenta la riparazione divina dopo il disastro di Caino e Abele. Il nome Set significa in ebraico, guarda caso: fondamento.

Ex-ergo: G.W. Huntington, “Recollections of Huntingon’s Chorea as I Saw It at East Hampton, Long Island, during my boyhood“, Journal Of Nervous and Mental Diseases, 37 (1910): 303-305, riprodotto in A. Barbeau, T.N. Chase and G.W.Paulson, Advances in Neurology, vol.1, Huntington’s Chorea 1872-1972, New York; Raven Press, 1973, p.37-39

1 Anna Gioia Jacopini, Gabriella Peyrot, Antropologia visuale della malattia di Huntington, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di psicologia, Roma, 1996

2 Giorgio Colli, Filosofia dell’Espressione, Adelphi, 1969, p.94

3 La strada alberata c’è ancora ed è dritta; sono andato in visita a East Hampton. C’è poi Fernando Pessoa che assicura: “Tutte le vie, nel mondo e nella legge, sono rettilinee.”, Pagine Esoteriche, Adelphi, 1997, p.88

III

Arco della Promessa

La Tua presenza mantiene sempre teso l’arco della promessa.

Caetano Veloso

L’inizio della Bibbia è marcato da un segno formato da una doppia Aleph che sta ad indicare: qui c’è il primo versetto del primo capitolo. Come noto l’inizio della Bibbia non è un inizio come tutti gli altri ma è l’inizio di tutto: è proprio l’Inizio.

Si inizia dunque con una indicazione prodotta dalla relazione tra Aleph ed aleph. La relazione che la prima lettera dell’alfabeto intrattiene con l’apparire di se stessa nella forma maiuscola e minuscola. La relazione dell’inizio e, dunque, anche l’inizio di ogni relazione è marcato dalla misura. Se sbagliamo la misura del primo gesto verso l’altro difficilmente potremo coltivare una relazione con questi. L’invito esplicito dell’inizio della Bibbia è quello di misurare il primo passo; partire con piede giusto per collegare universale e particolare seguendo l’indicazione lampante della doppia Aleph.

Dunque la relazione che appare all’Inizio, che consente l’apparire dell’Inizio e che consente di far uso dell’Inizio per creare, è un’indicazione che ha la forma della ripetizione; ripetizione declinata secondo dimensione: il grande ed il piccolo. La prima regola del gioco aperto dalla Bibbia – la voce che porta la parola del Creato – è che ogni maiuscolo ha il proprio minuscolo e dunque ogni lettura, ogni ascolto sarà da qui in poi tesa a riconoscere ad ogni minuscolo il suo maiuscolo: “l’espressione di un particolare è un universale” 1, insegna Giorgio Colli. Una regola aurea che forse possiamo intendere così: ciò che la parola ci dice, la voce che risuona nel particolare è una declinazione dell’universale.

L’Inizio, però, non è contemplabile. Non è contemplabile almeno perché l’inizio del Libro è un segno e certamente non si contempla un segno; lo si vede e se ne segue l’indicazione per arrivare a contemplare l’oggetto indicato. In quanto non contemplabile l’Inizio non è. Lo spiega Colli: “… il ‘non è’ {…} significa in greco altresì ‘non è possibile’ poiché ‘ciò che non è’ è insondabile.” 2

Se sondare è un movimento della contemplazione, si può concludere che l’Inizio non esiste e concordare con Robert Frost: “fine ed inizio: non esistono cose del genere, esiste solo ciò che è in mezzo”.3

L’impossibilità di contemplare l’Inizio è la porta che apre all’interiorità di Dio espressa, secondo la tradizione ebraica, nel Libro. Per aprire la porta la chiave è sempre la stessa: la ripetizione di Aleph in aleph che indica – in quanto ripetizione – che si sta parlando d’altro. Non c’è altra via di uscita – e siamo appena all’inizio – che adeguarci alla ripetizione e ripetere: che cosa è questo altro?

Questo ‘altro’ è la misura: nient’altro il segno può dirci. Ovvero al di là del fatto che c’è, il Maiuscolo, per avere senso, deve trovare la relazione che lo sopporta, deve essere coniugato dal Minuscolo perché, Colli insegna: “l’espressione di un particolare è un universale.” Allora l’unica cosa che il segno può dirci, al di là della sua prima funzione di segnalarci l’Inizio del Libro (e del Creato), è che la coniugazione è giusta. E’ giusta perché, attraverso di questa il Particolare cede vita all’Universale. Esprimendosi il Particolare opera la restituzione dello ‘è’ all’Universale; così si giustifica e si tiene alla sua misura per cercare nella espressione lo stile del togliersi.

Nella tensione sarà autentico – nel senso di capace – chi riesce a percorrere l’Arco della Promessa, la relazione della cosa particolare all’universale. Questa relazione tra Particolare ed Universale ci consegna al più emozionante imperativo categorico: cingere nel Concreto l’Astratto.

Nel concreto della nostra vita va cinto l’Astratto che scrivo con la maiuscola perché l’Astratto è il nome laico del Divino (questo è l’unico pensiero che io abbia mai pensato: l’urgenza del Rischio è servita solo per questo: sono soddisfatto e ringrazio.).

Questa recinzione è quella particolare relazione che si struttura dal prendere atto che il Divino non si offre a nessuna presa – come insegna il Gaon di Vilna – e che sul ponte (sulla relazione) non si dimora, come dice la Berberova. Dunque R, preso dal fretta, madre della semplificazione, fa economia del concetto di Dio. In tal modo non si complica la vita arrovellandosi su ciò su cui non ha presa. Ed è proprio sul rischio e sulla speranza che massimamente non si ha presa. Si può prendere, si può dominare solo la tensione della relazione col rischio, col Destino. Questa è l’unica presa che ci permette di dominare la rabbia di essere dominati dal fabbisogno di senso.

La relazione è l’essenza astratta di ogni cosa” legifera Giorgio Colli; ma ciò su cui dobbiamo riflettere è che non c’è alcuna metafisica in questa legge; non c’è fondamento metafisico nel gesto con cui Levinas sostituisce il Divino con l’Altro, la fede con l’etica: null’altro che una decisione relazionale. Così come entrando in relazione con bosone di Higgs le particelle acquisiscono massa allo stesso modo noi entrando nella relazione acquisiamo la nostra Dignità di essere sintesi della Creazione, di ogni cosa. Poi uno può anche, accessoriamente s’intende, credere in Dio o liberamente restare sospeso sull’Abisso.

La tensione a cui sottoporre l’Arco trova la sua energia nella ‘elaborazione del lutto’ che ci investe quando astraendo – salendo le catene verso l’universale sugli anelli della sintesi – siamo costretti ad alleggerire il carico, a separarci, a fare vuoto, a lasciare tutti quei particolari espulsi dalla sintesi. E’ un esercizio di cui abbiamo timore: si ha timore di tutti i sacrifici di particolari che dovremo compiere per mantenere in tensione la relazione con l’Universale.

Timore dello impoverimento, del gettare via un ‘Universale espresso’ insieme all’acqua sporca del ‘Particolare esprimente’. Effettivamente un grande pericolo se il reale è simbolico: se tutto rimanda ad altro. La qualità dell’uomo è dunque misurata dalla relazione che intrattiene con l’esprimersi simbolico del mondo. Severino osserva che “la fede fondamentale è che l’uomo abbia un compito” 3. Sembra a me che questo compito non possa che essere l’interpretazione dei segni. “Decifrare quanto è nascosto, questo è il senso della vita” conclude Giorgio Colli.

Evidentemente qui si tratta della deformazione esistenziale di chi, come R, è sempre attento ad minima manifestazione di ciò che potrebbe essere un segno dell’inizio della malattia. Però, insomma, generalizzando, questa ossessione osservativa potrebbe diventare un talento analitico.

Ex-ergo: Isaiah Berlin, Il legno storto dell’umanità, Adelphi, 1994, p.14

1 Giorgio Colli, Filosofia dell’Espressione, cit., p.182

2 Robert Frost citato da J.D.Barrow, Teorie del tutto, Adelphi, 1992

3 Emanuele Severino, Etica della buona fede, in Almanacco di filosofia, supplemento a Micromega 1/97, p.66

IV

Scrivere su sé stessi

E’ impossibile scrivere su se stessi in modo più vero di quanto non si sia veri.

Ludwig Wittgenstein

La biblioteca di fantascienza di mio padre era veramente imponente1, l’ho divorata dai nove ai quattordici anni. Ricordo di essere partito con una spedizione nel cosmo alla ricerca di nuovi pianeti da colonizzare. L’equipaggio dell’astronave era formato da scienziati delle discipline indispensabili per analizzare i pianeti e capire se fossero adatti alla vita umana. Comandante in seconda dell’astronave e capo della comunità di specialisti, era il ‘connettivista’: un non-specialista che aveva il compito di mettere da parte la visione specialistica della scienza, guardare l’orizzonte nascosto a chi scende nel profondo dell’analisi e giungere a conclusioni: decidere se scendere sul pianeta per iniziare l’esplorazione. Un ruolo, dunque, che non “poggiava su qualcosa” 2 ma sulla capacità di vedere il senso tra le relazioni dei saperi degli specialisti. Credo di avere deciso immediatamente di adottare questo profilo, di scegliermi questa passione: andare per me sulla superficie, connettere.

Qualche anno più tardi al liceo il professore di filosofia ridusse le lezioni a quarantacinque minuti per dedicare l’ultimo quarto d’ora alla domanda: “Sentiamo cosa ha da dire adesso il sommo Andreoli”. Allora io commentavo la lezione. Siamo andati avanti così per tutto il liceo durante il quale, mantenendomi fedele alla mia anima di ‘connettivista’, non ho mai studiato ma soltanto costruito relazioni nell’ultimo quarto d’ora: “forme compiute ogni volta per un attimo” 3 dopo aver ascoltato dal professore ciò che altri avevano detto.4

Avevo vent’anni quando sono entrato per caso negli uffici dell’editore Adelphi. In corridoio incrocio l’allora responsabile della produzione – chi altro avrei potuto incontrare? – che mi lancia uno sguardo folgorante e con la mano mi fa’ segno di attendere, tornando subito dopo con La nascita della filosofia di Giorgio Colli: “questo libro è scritto per te, vedrai ti farà bene.”

E’ disdicevole che a causa della mia ignoranza, il dio che governa la folgore abbia dovuto parlare Italiano ma, perlomeno, ha potuto usare un ironico accento toscano: sarà per questo che non mi ha ingannato?

“Vedrai che ti farà bene”: parole di Apollo non a me ma al mio ‘mi’. All’epoca infatti solo mio padre, un medico ed Apollo sapevano che io sapevo di essere a rischio di Chorea, da un anno circa lo sapevo. Apollo pone continuamente l’uomo di fronte al suo destino. Poi Dioniso viene a verificare se è ancora tutto intero, compatto e ancora capace di guardarsi, come dice Giorgio Colli.

La salvezza di R – come intendiamo narrare in queste pagine di autobiografia filosofica – sta nel vedere e nel lavorarsi il suo destino con un atteggiamento sportivo: contro-nichilistico e autenticamente scettico.

“Vedrai che ti farà bene”: sarebbe un errore prendere alla lettera, immediatamente, questo messaggio. Ad ogni latitudine il simbolo – lo si vedrà meglio più avanti – è condensazione e spostamento del significato, secondo la nota lezione di Freud, il copiatore. C’è della strada da percorrere tra contenuto manifesto e latente. Allora, condensandolo, il messaggio potrebbe essere: vedrai che il vedere ti farà bene; mentre, spostandolo, il significato potrebbe diventare: vedrai, il tuo destino è vedere il tuo Destino. Ciò che ti farà bene è il tuo Destino: il tuo fare è vedere il tuo destino. Questo è bene. Insomma, voglio tradurre così: vedrai che il vedere ti farà. La tua essenza è quella del vedente ed è bene che tu sia vedente. Ciò che mi diverte sostenere e dimostrare – senza dimenticare che ogni dimostrazione è un’uccisione (Emo) – è che, a ben vedere, tutta la questione sta in una virgola, che forse c’è ma che sicuramente non si vede: “Vedrai (,) che ti farà bene”.

Ho scritto proprio per dimostrarmi questa intuizione: c’è uno “scambio” tra il Libro che viene donato dal Dio ed il vedere che mi indica l’esser donato dai libri al mio destino.

Da allora ho cominciato a sottolineare ciò che leggendo mi sembrava una forma compiuta, ciò che ogni volta mi offriva lo “scotimento emozionale” di cogliere il nesso con il vivere a rischio. Ho intuito subito che questa sarebbe stata la mia cura: raccogliere in una trama di aforismi l’indicazione della possibilità di vivere, di esprimere una ‘vita viva’ 6 pur chiuso dal rischio in un orizzonte ambiguo. Una trama di aforismi per portarmi ‘nella decisione attorno al proprio essere me stesso.’ 7

Il tessuto del testo è formato da pensieri altrui che ho raccolto per la mia terapia. E più che approfondirli, per non tradire il mio demone contemplatore di orizzonti e “dal momento che solo l’intuizione rende felici” 8, ho continuato a vagare di libro in libro come in una ragnatela 9 che si stende sul piano della distrazione e si tende solo nei rimandi al senso del rischio. Con questa tecnica, per divertimento e distrazione, ho letto per molti anni Severino il cui pensiero “coerente fino all’inverosimile” 10 genera in me la più squassante emozione che collassa in una sensazione fisica di vivo bene-essere.

Anni più tardi, preso dalla passione per la bicicletta, queste stesse emozioni mi hanno accolto ai passi alpini, al termine delle salite più dure: “… fintantoché la vita è ascendente, felicità ed istinto sono uguali”11; a darmi della vissutezza questo aspetto: la salita. Questo incontro alla sommità dello sforzo di essere, tra l’astratto del pensare ed il concreto del pedalare 12, genera benessere e come ‘sapienza dell’istinto’ esprime un prezioso convincimento: pensare il destino nel corpo 13 per – rubando il verbum a Cacciari – teorizzarmi.14

Un contemplatore di orizzonti 15 che voglia teorizzarsi, andando oltremodo di corsa, rischia di cadere nel ridicolo: la teoria vuole fondamenti e non c’è dilettante più fastidioso del teorico. Così, per provarmi la capacità di cogliere l’essenziale anche contemplando orizzonti, ho rivolto la mia domanda a Severino, nel corso di un dibattito della serie da lui organizzata nel 1983 sulla ‘Crisi della Ragione’. Per prepararla avevo letto in dieci anni quasi tutti i suoi scritti. Questa insistenza, disdicevole per un superficiale come me, è dovuta alla vertigine del testo di Severino e al banale complesso edipico: mio padre mi ha ripetuto, fino a quando non mi sono laureato con il massimo di voti e lode: “sei privo di capacità di sintesi”. Cosa meglio di Severino per liberarsi da questo insulto?

Come noto il pensiero di Severino è il pensiero della eternità dell’essere che si articola nella Necessità. Allora la domanda sintetica fu : “è sufficiente affidarci al compiersi del Destino della Necessità per essere certi di uscire dal Sentiero della Notte aperto da Parmenide? Il Sentiero della Notte può condurci in un luogo dove potrebbe non esserci alba alcuna. Non pensa, professore, che per avere certezza dell’alba, il Destino debba essere, insieme, della Necessità e della Sufficienza?

Spiegarmi adesso è un tentativo fuori misura e tempo. La risposta di Severino, che è stata la migliore possibile, giunse in uno scenario ‘eroico’, ossia dopo sette dibattiti in cui aveva ‘bastonato’ il fior fior della filosofia italiana. Severino prima pretese un’impossibile ‘traduzione’ in volgare della domanda espressa con un linguaggio, a suo dire, “troppo tecnico”, e poi la eluse rimandando: “alla domanda del gentile giovanotto daremo risposta al prossimo incontro”, dove appunto non ‘fu’ mai data.

Ci sono delle negazioni esaltanti; sono quelle che ti confermano di essere nel giusto. “… e per il fatto di guardarlo, col solo sguardo trasmettergli di riflesso la medesima scossa che ha suscitato in noi”.16 Mi era appunto sembrato che Severino si fosse agitato sulla sedia nel palco degli oratori. Uno scotimento non si nega a nessuno, rise R mentre il mio demone brindava con gli dei.

Eludendo la mia domanda Severino ha ripagato il debito edipico e mi ha iniettato l’entusiasmo per continuare il vagabondaggio com uma horizontalidade vertical 17 tra i libri. Nel mio destino c’è questa risposta che – elusa da Severino e non da un esponente del ‘pensiero debole’ – ha spinto la passione interrogante su per la tangente, travolgendo ogni sfera, ogni contenuto per diventare metodica distrazione, gioco superfluo, piacevole inganno, consapevole naufragio, ironico pontificare attorno al mio carnale pensare.

Ex-ergo: Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, Adelphi, 1980, p.69

1 “La fantascienza, quando è ben fatta, con le sue avventure e le sue tragedie, e con le sue meditazioni sugli orrori dell’uomo e sul suo destino, è un tentativo perfettamente valido di ripristinare l’elemento mitico.”, Giorgio De Santillana, Herta von Dechend, Il mulino d’Amleto, Adelphi, 1983, p.80

2 “far capire che non è indispensabile poggiare su qualcosa, Roberto Calasso, Da un punto vuoto, introduzione a Note senza testo di Roberto Bazlen, Adelphi, 1970, p.14

3 Roberto Calasso, ibidem

4 Senza spendere troppe energie per “assimilare tutte le idee che gli servono anche se sono altrui.”, Giorgio Colli, Stendhal Filosofia Nova in Per una enciclopedia…, cit., p.106. cfr. anche E. Heller, Rilke e Nietzsche, in Lo spirito diseredato, Adelphi, 1965, pp.109-153

6 Due parole di Roberto Bazlen, Lettere Editoriali, Adelphi, 1974, p.76

7 “Innanzi tutto e perlopiù ognuno vive non in prima persona, ma parla, pensa, agisce, come “si” parla, si pensa, si agisce e solo il “precorrimento della morte”, cioè la riflessione sulla propria mortalità, porta ognuno, di volta in volta, nella decisione intorno al proprio essere se stesso, cioè al proprio “autentico esistere”, Hans Jonas, La filosofia alle soglie del Duemila, Il melangolo, 1993, p.36.

8 Arthur Schopenhauer, L’arte di essere felici, Adelphi, 1997, p.15

9 “La bava del ragno deve essere rilucente ed uniforme, e tenue abbastanza da ingannare la preda. E’ la forza dello sguardo, che stabilisce questa unità, lucida e avvolgente.”, Giorgio Colli, Per una enciclopedia …, Adelphi, 1983, p. 53

10 Sergio Givone, Le voci contraddittorie degli Dèi e il silenzio di Dio, in Filosofia ’90, a cura di G. Vattimo, Laterza, 1991, p.45

11 F. Nietzsche, Crepuscolo degli Idoli, Adelphi, 1983, p.38

12 “Il desiderio e la fantasia di questo “atletismo spirituale” acquisiscono forma nella realizzazione del prodigio poetico nato dall’equilibrio tra fantasia e sortilegio: “atto straordinario”, metafora plastica e vivente, che trovano ancora eco dentro di me, nel mio teatro interno.”, Salomon Resnik, Sul fantastico, Bollati Boringhieri, 1993, p.155. In questo passo la vicinanza tra fantasia e sortilegio sembra quasi suggerirmi che si ‘domina’ la propria ambigua sorte con l’arma della fantasia.

13 “La rivelazione dell’attimo scuote il cuore dell’uomo, ma questo non è che l’ultimo momento, l’emergere nell’individuazione, nella struttura corporea dell’uomo, di una coscienza anomala.”, Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, cit., p.68 c.m., ed anche “… sapeva che caso e destino, insieme ad anima e corpo, passione e ragione, sarebbero state le parole chiave della sua vita.”, Giovanna Beccini, Una grazia inflessibile, saggio introduttivo a La struttura dell’iki, Kuki Shuzo, Adelphi, 1992, p.20

14 Massimo Cacciari, Dell’Inizio, Adelphi, 1990, p. 416 “Nel drân tragico, assume il nesso del fare dell’uomo con Tyche, la non autonomia del soggetto agente. Tale nesso non fa servo l’uomo, soltanto se egli può far propria la praxis che lo determina, assumere i pràgmata del mythos cui appartiene, come affermazione del proprio stesso Sé. Nell’istante a cui va a fondo, egli va al proprio fondo; si riconosce, si vede: si teorizza. Imitando ciò, la tragedia purifica. Essa distacca dal tempo dell’utile, dell’inter-esse, che è il tempo della poiesis; essa distacca anche dal tempo della semplice praxis, in quanto proaireticamente considerata: ciò che essa imita è quel kairòs culminante del fare, […], in cui l’agente corrisponde alla trama (mythos) che lo determina, e afferma il proprio luogo nella trama con il proprio stesso Sé.” Perfettamente d’accordo, pienamente riflesso in questa pagina è R di me se non fosse per l’attimo. Andare al proprio fondo è un gesto che non si svolge in un attimo. E’ una lunga agonia, una lunga competizione, interminabile battaglia senza ozio.

15 “La vita assomiglia ad un turno di guardia che non dura più di un giorno: appena dato uno sguardo all’orizzonte, dobbiamo lasciar il posto ad altri che vengono a darci il cambio.”, Antifonte

16 Massimo della Rosa, Colli e Platone, in AAVV, Giorgio Colli: un incontro di studio, a cura di S. Barbera e G. Campioni, Franco Angeli, 1983, p.95

17 Fernando Pessoa, Pioggia obliqua nell’antologia Una sola moltitudine, Adelphi, 1981, p.144

V

Durante

Il metodo deve essere purissima carne,

non condimento simbolico

Allen Ginsberg

Mio padre è stato un grande costruttore, Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana per meriti di lavoro: ha gettato ponti, eretto dighe, aperto strade, disseminato il mondo di cemento armato; concreto lo chiamano gli anglosassoni. Da un ‘edipo’ così non ci si libera affatto; però con l’antidoto estratto dalla radice del rischio 1 ho potuto curarlo. Non tutti i mali vengono per nuocere: una madre scossa dalla Chorea scaccia un padre costruttore di stabili strutture in cemento armato.

Impegnandomi in una lotta titanica, un padre così mi ha sbarrato ogni strada verso la ‘sterile landa del cordoglio’ 2 per quel tempo della mia vita che è dissipata dal rischio, insegnandomi invece la strada del fare, del fare di corsa nel tempo disponibile. Questo di facitori in corsa è una maniera di vita comune a molti soggetti a rischio3. Mia sorella, ad esempio, benché abbia percorso un cammino molto distante dal mio, ha la mia stessa maniera di vita, la stessa fretta, le mie stesse idiosincrasie, la stessa passione per l’essenza del problema più che per il problema, una fortissima memoria, come tutti i mentitori, e la mia stessa propensione al furto con destrezza.

Disturbante rumore di fondo, l’idea di ammalarsi è il primo pensiero del mattino, la vibrazione del meriggio, l’ultimo della sera: attraversa tutto il reale perché è ‘sempre possibile’. L’equilibrato rischio genera un fremito di angoscia e forza ad un comportamento di continua produzione nella dimensione del durante: fare tutto all’ultimo minuto, gestire il caos in situazione emergenza e solo qui ed ora escogitare soluzioni migliori.

Nell’ambiguità del rischio ogni dinamica tesa ad un risultato, ad un prodotto finito, è un azzardo: portare a termine l’opus prima di ammalarsi è una scommessa contro il destino. Dunque diventa centrale il processo, il durante mentre il fine si affievolisce assieme alla ‘volontà di futuro’ che è la vera struttura dell’io.

La ‘volontà di futuro’ si trasforma nel rischio in ‘volontà di durante’, volontà di esserci. In questo senso R vive come ‘liberato’ dal rischio, liberato dall’imperativo categorico del fine, mentre è preda di un esagerato appetito per il mondo, per libri, per la sfida, per la sopportazione del dolore, per il nuovo ovvero per tutto ciò che qui ed ora dona vissutezza.

Il metodo di fare senza poter guardare al futuro – senza quindi proteggerlo – è quello di focalizzarsi sulla piccola dimensione, su ciò che può essere concluso in fretta. Furia e pienezza senza regredire nella mania del particolare, nel perfezionismo che vuole troppo del poco tempo disponibile.

Si può pensare per anni alla malattia con un unico progetto: fare naufragio dopo aver ben navigato. Aver ben navigato significa, secondo la formula di Bazlen, ‘morire appagato e curioso10 ovvero ancora in cura, ancora in cruccio. Per navigare in furia e pienezza serve la capacità di far tesoro degli errori commessi. La letteratura, con il suo patrimonio di vissutezza a cui ispirarsi e da cui trarre lezioni, è un buon aiuto.

Il metodo è vivere di corsa. Il teschio e le tibie del vessillo dei corsari rappresentano l’ossatura dell’essere sul campo nero della morte: il teschio è il contenitore della decisione, le ossa l’articolazione muscolare che la realizza. Issata a tradimento, con cinismo, darà inizio allo inseguimento della preda. Del corsaro è il continuo spiazzamento, l’apparire improvviso in altro luogo, il saper giocare nella relazione elementi imprevisti dedotti da astrazioni di ordine superiore e da intuizioni verticali.

Il corsaro mette in atto il pensiero immaginativo avvolto nell’emozione del fuorilegge; genera nuove differenze da riportare ad unità per puro gusto4, divertimento. Tattica e strategia di diversificazione da chi non è tentato da nessun abisso, incalzato dalla paura e sedotto dalla facilità del dolo inaspettato. Dunque, il giuoco, la violenza, la freschezza ed il gusto dello sforzo di vivere con curiosità, immaginazione e temperanza sono proprie della vita di corsa, come il sudore è proprio della passione: “sudati è meglio, il morso è più maturo”.5 La presa sulla vita è più succosa nel sudore della corsa; nell’inquietudine del tutto per l’ora il morso e la morte è più matura.

“Il pessimismo che spezza ogni determinazione non si consuma in un tormento distruttore, ma si risolve in un ottimismo più forte” 6 solo affrontando il rischio nella pienezza della propria ragione immaginativa: immagina l’impossibilità di essere-e-non-essere malato. Questa è l’architettura della esistenza che la ambigua presenza del gene impone a R. Esiste una relazione tra tonalità emotiva del vivere ed insorgenza e dinamica della malattia. Si mantiene sano più a lungo e declina più lentamente chi, essendo portatore del gene, si gode la vita, si mantiene di buon umore, è amato e si tiene occupato: riempie di ‘mi’ il trascorrere nel mondo.

“Vedere ogni momento come ultimo”, la nota terapia di Michealstadter sembra pertinente al quadro esistenziale pre-sintomatico di R. L’invito a vivere ‘all’ultimo respiro’ per assicurare priorità alla qualità della vita sulla sua durata è estremamente alettante per R. Però ad uno sguardo più attento l’ultimo respiro appare solo come condizione fisica del culmine nel senso che ci si potrebbe trovare all’ultimo respiro perché in debito d’ossigeno. L’affanno certifica l’impegno ma non la qualità del portarsi, l’essenza del ‘mi’, la qualità dell’esser-ci nell’equilibrato pericolo della malattia. Il pericolo che “non fa che accrescere l’irrealtà della ‘realtà’ e intensifica la connessione verticale”7 .

Il ‘durante’ assomiglia alla ‘persuasione’ di Michelstaedter: “La persuasione, dice Carlo, è il possesso presente della propria vita e della propria persona, capacità di vivere pienamente l’istante, senza sacrificarlo a qualcosa che ha da venire o che si spera arrivi quanto prima, distruggendo così la vita nell’attesa che passi più presto possibile.” 8 Il ‘durante’ se ne differenzia in quanto a R non interessa la sua ‘semplice’ vita ma la vita in quanto inter-esse, relazioni. Il vivere di R è dunque contro l’assenza di relazione che è il sintomo della malattia. Insomma ‘vivere pienamente l’istante’ non dice nulla circa la qualità del vivere che, comunque la si voglia intendere, ha una relazione stretta con il progetto con cui l’anima si distende ad ‘occupare’ il tempo. Se, come insegna Plotino, “la natura del tempo è essere distensione dell’anima” 9 la pienezza dell’istante è un abbaglio di Michelstaedter. Insomma la terapia di Michelstaedter deve essere complicata: il presente deve contenere un eccesso (l’eccesso dell’ora) perché è garantito solo dal futuro, l’istante deve ‘stendersi’ nel durante. R vive nella ora e non nel presente di Carlo.

Ex-ergo: Allen Ginsberg, Mantra del Re di Maggio, Mondadori, 1970

1 “Estrarre l’antidoto dalla radice delle mia malattia “, Robert Burton, citato da Piero Meldini, L’antidoto della melanconia, Adelphi, 1996.

2 “Quando il pensiero spogliato del sentimento immaginativo e quando l’emozione spogliata del pensiero immaginativo divengono i modi sia del pensare che del sentire, quello che ne risulta è la Leid-Stadt, la sterile sede del cordoglio, o la Waste Land, la landa desolata….”, Erich Heller, Lo spirito diseredato, cit., p.132

3 Nancy Sabin Wexler, Genetic “Russian Roulette”: The Experience of Being ‘At Risk’ for Huntington’s Disease, in Genetic Counseling, Psychological Dimensions, a cura di Seymour Kessler, Academic Press, New York, 1979, pp.199-220

4 Il pirata è colui che, al contrario del corsaro, agisce senza calcolare, cfr. M. Cacciari, L’Arcipelago, Adelphi, 1997

5 Vinicio Capossela, Camera a Sud, CGD, 1995

6 Giorgio Colli, PHK, Adelphi, 1988, p.217

7 “… il pericolo non fa che accrescere l’irrealtà della ‘realtà’ e intensifica la connessione verticale. A causa di questo accesso diretto, verticale allo spirito, di questa immediatezza, dove la visione della meta da raggiungere e la meta stessa sono una cosa sola, la velocità, la fretta – perfino la scorciatoia – sono un imperativo.”, James Hillman, Il puer in Senex et puer, Marsilio, 1973, p.47

8 Claudio Magris, Un altro mare, Garzanti, 1991, p.59

9 Massimo Cacciari, Dell’Inizio, cit., p.281

10 Robert Bazlen, Note senza testo, cit., p.33

VI

L’abisso che cura

Il patto con l’inferno è una consacrazione non minore che la grazia divina.

Colui che l’ha sottoscritto, colui che la grazia ha colmato,

sono ugualmente separati per sempre dalla sorte comune e turbano,

con la fascinazione del loro destino, i sogni dei timidi e dei repleti

che nessun abisso avrà tentato.

Roger Caillois

Oggi che anch’io ho dei figli capisco la reticenza di mio padre sulla malattia di mia madre. Qual è l’età giusta per venire a sapere di essere a rischio? Non saprei rispondere: dipende, ma non so bene da cosa.

Col senno di poi sono grato a mio padre per avermi lasciato scoprire da solo la natura della malattia e la desolante assenza di terapia. Avevo diciannove anni; il nostro conflitto era al culmine. In quel tempo mi sono imbattuto in una sentenza di Adorno, scritta mentre fuggiva dal nazismo in Germania, che ho trattenuto come un talismano: “Non c’è più bellezza e conforto se non nello sguardo che fissa l’orrore, gli tiene testa e, nella coscienza irriducibile della negatività, ritiene le possibilità del meglio.” 1

Sono passati quarant’anni da quando mi sono imbattuto in questo aforisma ed oggi mi sembra possibile sostituire bellezza con ebbrezza. Ho ‘scoperto’ che una giusta misura d’onnipotenza permette di sfuggire alla paralizzante depressione legata all’orrore della perdita della propria persona nella malattia; solo l’ebbrezza è confortante quando manca il futuro è in allarme.

Nel 1993 ad un dibattito nell’ambito della Cattedra dei non credenti organizzata dal Cardinale Martini in Milano, Massimo Cacciari disse: “… mettiamo da parte il pasticcio della relazione”. Al momento non riuscii a digerire quella che mi appariva una metafora alimentare perché non capivo come fosse possibile mettere da parte la relazione dato che non c’è senso senza relazione, come insegna L. Wittgenstein, e non c’è parte dove mettere il senso perché la relazione sta dappertutto. In Geo-filosofia dell’Europa mi sembra che questo pasticcio venga chiarito: il pasticcio riguarda la relazione fondamentale tra essere e nulla.

Insegna Severino che attorno a questa l’uomo ha costruito nei secoli innumerevoli aporie e la follia stessa.2 Standomene sulla superficie mi è venuto spontaneo domandarmi dove stesse il fondamento dell’incepparsi del pensiero della relazione, così continuo e ripetuto tanto da esitare nella stessa corruzione della relazione, divenuta un “pasticcio” che è meglio mettere da parte?

Se “il niente risuona nella voce del dolore” 3 si potrebbe far nascere il pasticcio essere/nulla nell’anima dell’uomo che ci si duole di aver fine, nella profondità della sua anima dove ha fissa dimora lo àlogos: l’indeterminato ed indeterminabile generatore dell’impulso continuo ad uscir fuori di sé: “l’impulso a iniziare, la decisione, l’arbitrio ad una ‘creazione’ è assolutamente àlogon 4 dunque un qualcosa di cui non si può dire nulla.

Nella profondità della sua anima l’impulso a divenire sgorga dalla fondamentale relazione con ‘qualcosa’ che giace avvolto nel ‘nulla’ della ragione; nel ‘nulla’ in cui risuona la voce del dolore, anche se non è proprio questo nulla, perché tutto ha un leggero spostamento. Ed è proprio questo dolore, percepito nel nulla della ragione – non c’è modo di intendere il dono della vita -, che ci spinge fuori verso un nuovo che, ci si aspetta, non contenga quello stesso dolore che “in verità si sente”.5

Gottfreid Benn afferma che “restare in se stesso nulla vuole” 6. Compiendo anch’io – tanto per dare sapore alla vita – l’errore abissale e vertiginoso di entificare il nulla, leggo che solo il nulla vuole rimanere in se stesso, vuole assolutamente restare se stesso. Con l’errore di assegnare al nulla la capacità di volere, ‘vengo a sapere’ 7 che questo volere pone il nulla in assoluta solitudine perché tutto ciò che è altro dal nulla non vuole restare nello stesso ‘luogo’, nella radura soffocante, nel pantano dell’identità.

Ritornando al senso immediato del verso, la domanda diviene: perché nessuno vuole restare ‘nello’ stesso? Cosa dire attorno a questo àlogon? Attorno a questa decisione che lo toglie dall’identità, questo continuo iniziare ad essere altro da sé. Sarà perché l’anima qui si incontra con il nulla? L’anima in sé stessa non vuole stare perché questa relazione, la stretta relazione che ha con Sé, una volta percorsa – consumata – non ne produce altre, ‘produce’ nulla. La verità è sterile, deprimente. L’identità blocca la dinamica.

Ma è proprio l’incontro dell’anima con il nulla della sua stessa identità che spinge l’anima fuori di sé e che fa del dolore, cassa di risonanza del nulla, il ‘cibo’ dell’anima, il carburante della cinesi: “In sé l’anima è metaphorein, incessante produrre, trasporre, passare. L’anima incessantemente vuole produrre ciò che ha contemplato“.8 Dunque non può produrre ciò che ha contemplato nell’identità; non lo può produrre perché c’è già: non si produce ciò che è nello specchio.9

“E’ dal bisogno e dall’angoscia che sorgono nuove forme di esistenza, e non da necessità idealistiche o desideri.”10 Il bisogno, insomma, è bisogno di dolore, appetito di esposizione al nulla, separazione, lutto e contaminazione con il nuovo alla cui presenza ciò che l’anima è deve ‘morire’. Dunque la “creatività ha a che fare con la vita interiore, con un flusso di idee nuove e di sentimenti forti” 11 e la vita interiore non è altro che riflessione sul dolore perché solo questo trasforma. Questo bisogno dell’anima genera il “pasticcio” della relazione tra essere e nulla.

Che l’anima (semplifichiamo dicendo che l’anima è l’essere dell’uomo) debba mantenersi in relazione con ciò che ‘non è’ per definirsi, separarsi dai possibili, decidersi, divenire è forse ciò che manda in corto circuito il pensiero dell’essere. Il nulla generativo crea confusione tra gli essenti in grado di pensare.

Accecati da quello stesso dolore che alimenta e muove – dà energia e comando – la loro anima e ‘confusi dalle loro sventure’12 gli uomini non possono nemmeno intra-vedere13 la verità della relazione e, prima fra tutte, quella della relazione tra gli assoluti Essere e Nulla. Ma sono condannati a poterla pensare “… perché l’uomo è un essere che non solo è, ma altresì prende coscienza del fatto che è”, “conosce lo stupore dell’essere” scrive Jankèlèvitch14. Però poche pagine più avanti aggiunge: “Ma in relazione alla morte la cosa migliore che posso fare è cercare di non pensarci, in primo luogo perché non c’è niente da pensare, niente da dire – in tal modo la morte è una sfida al discorso e al pensiero”.15 Se fosse così non si capirebbe allora da dove venga lo stupore dell’essere. Lo stupore nasce proprio dalla capacità di pensare il nulla ovvero ciò che è condizione della nostra sostanza, così come la distanza è condizione di percorribilità. Che cosa altro può essere la coscienza del “fatto che si è” se non quella che in futuro non si sarà? Lo stupore dell’esser-ci è tutto nella domanda: “ma perché proprio adesso?” Lo stupore e il trauma è l’essere qui ed ora. Stupore e trauma che il rischio di essere malato moltiplica in R.

Quando in altra pagina Jankèlèvitch scrive: “Ma la morte non è il passaggio da un ordine all’altro, è il passaggio da qualcosa a niente del tutto. Non è neppure un passaggio, è qualcosa di infinito: una finestra che non dà su niente. Allora il pensiero si inabissa, si auto-sopprime quando tenta di rappresentarsi tutto ciò, perché il pensiero è come la percezione”16. Mi sembra di percepire in Jankèlèvitch il tentativo di sottrarsi a questa condanna: poter pensare il nulla17; un oggetto certamente abissale ma pur sempre un oggetto: che è ma non c’è perché si è assentato: “la morte è l’assentarsi dell’eterno”18 e non del nulla. La morte c’( è).

Inoltre il nulla, non avendo problemi di spazio, accoglie tutto e tutte le cose che accoglie non sono affatto niente del tutto19 perché hanno almeno ancora un senso. La relazione infatti non si interrompe con ciò che è tramontato nel nulla dove tutto permane corruttibile solo dall’oblio. Questa perfetta ed infinita ospitalità del niente ci costringe a pensare/agire l’elaborazione del lutto come un esercizio di topologia per ricollocare la cosa con cui eravamo in relazione nel nulla. La morte non è toglimento della relazione: questa è la condanna. La morte insomma, al contrario di quello che crede Jankèlèvitch, è una finestra che dà sul niente: un luogo dove le cose stanno e mantengono la relazione con noi che le pensiamo. Mi curo così.

Ex-ergo: Roger Callois, L’homme et le sacrè, Parigi, 1939

1 T.W.Adorno, Minima moralia, Einaudi, 1954, p.16

2 cfr. Emanuele Severino, Ritornare a Parmenide in Essenza del Nichilismo, Adelphi, 1982, pp.19-61

3 Emanuele Severino, Recensione de “La persuasione e la rettorica” di Carlo Michealstadter, Corriere della Sera, 1982

4 Massimo Cacciari, Dell’Inizio, cit., p.110

5 ‘Il poeta è un fingitore che finge così completamente da fingere che è dolore il dolore che in verità sente’, Fernando Pessoa, Una sola moltitudine, cit., p.232

6 Nella poesia Campi dei non Beati, nella raccolta Morgue, Einaudi, 1971, p.29

7 “Persistere. Siamo fatti per questo, per resistere e arrivare alla fine. E’ così che veniamo a sapere chi siamo.”, c.m., Tobias Wolff, Nell’esercito del Faraone, Einaudi, 1996, p.205

8 Massimo Cacciari, Dell’Inizio, cit., p.281

9 “Si deve chiamare fecondo ciò che produce qualcosa di differente da sé.”, Andrea Emo, Le voci delle muse, Marsilio, 1992, p. 9

10 Carl Gustav Jung, Presente e futuro, in La realtà dell’anima, Boringhieri, 1963

11 Oliver Sacks, Prodigi in Un antropologo su Marte, Adelphi, 1998, p.326

12 Diogo Mainardi, Arcipelago, Garzanti, 1994, p.58

13 Giorgio Colli, “E’ nella sfera della visione che si coglie il segreto della natura e della vita”, Filosofia dell’Espressione, Adelphi, 1969, p.95

14 Pensare la morte?, Raffaello Cortina Editore, 1995, p.33 e 55.

15 Ibidem, p.96

16 Ibidem, p.98

17 Poter pensare il nulla è l’ostacolo maggiore alla comprensione dell’essere. Cfr. Emanuele Severino, Essenza del nichilismo, cit.

18 “Il qualcosa è […] «conservato» nel nulla.”, Emanuele Severino, Tautótês, Adelphi, 1995, p.51 e più avanti: “Ma se il nulla e la cenere sono l’essere nulla e l’esser cenere della legna, la legna, per esser nulla e cenere, deve conservarsi nel suo divenir altro, e cioè l’altro (la cenere, il nulla) deve contenere la legna.”, p.49

19 Emanuele Severino, In cammino verso il nulla, cit., p.38

VII

La giusta misura

Solamente il Re pescatore ha la giusta misura,

tutti gli altri hanno soltanto un’anima

e la paura di perderla.

Eugenio Montale

L’uomo si afferma nella realtà

secondo la misura che la physis gli concede.

Giorgio Colli

Euripide dice che “Saggezza è soffrire con misura” (fr.46)1, nel libero amore per la necessità, aggiunge Seneca2. Prendendone a misura, quindi sapendo anche chiudersi al dolore – abilità del cinico – e prendendogli le misure, ovvero governando le trasformazioni che genera, il dolore può essere metabolizzato in energia cinetica e R può ‘salvarsi’ nel cinismo 3 e nella cinesi – come Vronsky ma senza spossare il cavallo Anna Karenina.

Prendendone a giusta misura, a quantum: così il dolore è materiale da costruzione, armonia con la vita. E’ necessario modulare, suddividere il dolore secondo un ritmo; farne dei ‘pacchetti’, quasi R sia governato da una legge quantistica dove, di volta in volta, si passa con salti di ampiezza crescente ad essere capaci di soffrire. La misura della saggezza è la capacità di modulare il dolore della sintesi, elaborando il lutto per le molte cose che, sintetizzando, abbiamo dovuto abbandonare, lasciar inespresse. La saggezza è allora misurare la sintesi: ma su quale fondamento sta la misura?

La misura trova la propria giustezza non tanto in relazione al ‘perché’; ma piuttosto al ‘cosa’ farcene del soffrire. Visto che il male è necessario, almeno evitiamone lo spreco mettendo in gioco quella parte di noi – il mi – che, esposta alla voce del nulla, riesce a stare presso il dolore per separarlo dal negativo, farne concime. Di nuovo Colli indica il cammino nel liberarsi dalla “millenaria superstizione sul valore assoluto del bene e del male” 4. Separandolo dal negativo, ovvero tenerlo in pugno dalla parte dell’essere perché, appunto, non tutto il male vien per nuocere. Se accolto, il Male scopre le sue virtù.

Certamente non bisogna avere paura della paura di perdere il governo della propria anima nel difficile processo di accogliere il Male, di separarlo dalla voce del Nulla. Su questo piano, su questa prossimità al Nulla R è certamente avvantaggiato rispetto a non-R, perché ne ha da perdere solo metà: l’altra è già stata sottratta dal rischio. Questa è la soluzione ‘costruttivista’ 5 del destino di R, il dono per la sua vita che è la più violenta perché è massima l’imprevedibilità del dolore insieme alla sua perfetta misura: R sa bene cosa l’attende al cinquanta per cento. Dunque la coscienza di sé – la contestualizzazione del mi – come fonte della giusta misura del soffrire: unico esercizio utile per liberarsi dal negativo del Male6 però prima bisogna accettarsi dopo essersi conosciuti.

Forse per liberarsi dalla millenaria superstizione del valore assoluto del bene e del male è necessario configurare il soffrire come separazione del negativo dal dolore, come tecnica elaborativa/espulsiva della depressione legata al dolore. Il dolore permane – un mal di denti è sempre un mal di denti – ma il negativo in esso portato, il nulla che in esso riecheggia, si può aggredire, dominare e non disperdere nella consolazione, nella distrazione, nella dimenticanza, nella ‘cattiva utopia’ di sopprimere la contraddizione.

Questo soffrire con misura è in fondo anche una interpretazione della simbolicità del reale che tiene il Divino a distanza e non vuole la fede come consolazione, come assoluzione, come ambito dell’espiazione: non accetta la fede come cura. L’unica cura del curioso è lo spostamento del dolore verso un nuovo senso, verso una nuova relazione da percorrere con fatica.

R insomma sta contro il ‘siamo nati per soffrire’, contro il dolore espiatorio che magari ci salva dalla colpa – «dalla colpa di voler essere salvi»7 – ma non produce nient’altro. Questa colpa è colpa perché “gli essenti non hanno bisogno di essere salvati”8. Messa in opera, questa colpa non produce energia cinetica ma semplicemente la va a prendere nel pozzo senza fondo della fede. E’ in-autentica, semplice movimento e non cinesi.

Una volta rassegnati alla mancanza di fondo dell’abisso, il nostro incontro col dolore rimane puro pagamento ovvero solo il momento più triviale dell’acquisto, lo scambio monetario. Ma per poter ‘incartare e portare a casa’, cioè dare motivo, forma e dominio al dolore, è necessario ‘elaborare’ il pagamento. Solamente così saremo veramente rientrati in possesso del nostro dolore e allora potremo metterlo a profitto, spendendolo nel processo di produzione di senso, togliendolo dalla ‘sterile landa del cordoglio’. Per questo non si può essere né pessimisti né ottimisti, perciò della fede non è contemplabile nemmeno la sua stessa possibilità. La fede ci salva, ci fa sopportare fedelmente il dolore. Ma c’è un prezzo perché la fede ci sottrae la possibilità di lavorarcelo. Il dolore del fedele non potrà mai essere il suo dolore perché è salvo grazie alla fede. Un dolore gratuito non è utilizzabile, è pura entropia nell’economia energetica dell’esistenza.

Per superare il soffrire immediato bisogna saper af/fermare di essere insieme a questo nulla, distinti ma non separati da esso me comunque slegati virilmente da ogni ‘connessione cosmica’ nell’espressione che fa trasparire il Sé nello Stesso, nel timbro della tecnica: questa è la modalità ‘patrimoniale’ del soffrire: saper far-si.

Il dolore è così capacità di godimento del bene acquistato, la nuova apertura del possesso. «Si possiede e si gode solo ciò che si è conquistato», rammenta Colli. Si è conquistato lo star fermo nel dolore al di là della fede. Poi l’elaborazione del lutto per quanto abbiamo sofferto sarà la Connessione Cosmica.

La giusta misura del soffrire non è allora che timbro, ritmo, intonazione e stile con cui giocare, di gioco in gioco, l’esser-ci incessantemente giocati nel mondo. Timbro è legge; ritmo è velocità; intonazione è accoglimento della Necessità. Stile è coniugazione di qualità pertinenti a giochi diversi: è miscelazione di timbro, ritmo ed intonazione. La coniugazione di questi tre elementi è un gesto universale che ritorna identico: sempre diverso ma sempre espressione del particolare, sempre restituzione dello ‘è’ all’Universale, allo Sfondo direbbe Severino. La giusta misura è solo una questione di stile. Come già detto, solo il metodo – il ‘canto calcolante’ della giusta misura -, può far vivere le pulsioni senza censura, senza la paura della paura del loro effetto destrutturante. Mantenere la struttura è compito dello stile che si apprende con metodo.

E’ solamente lo stile che riesce a tenere ‘in uno’ la padronanza delle pulsioni e l’ebbrezza della vita corsara; quel tanto di impulsività che dimora nel cuore della potenza creatrice: la ‘giusta dis-misura’ che completa, e tiene in piedi amandola, la giusta misura. Il distacco dal mondo che nasce dall’ambiguità del rischio, è temprato dalla ricerca della giusta misura. “Mai visto uno fuori misura come te voler essere in giusta misura” commenta il maestro Haim Baharier.

Se la misura è giusta è giusta anche la dismisura. Risolve il suo ‘edipo’ chi evade la giusta misura del padre e ritorna con la propria: “Ciò a cui mi oppongo è il concetto di un’esattezza ideale che ci sarebbe dato, per così dire, a priori. In momenti diversi sono diversi i nostri ideali di esattezza; nessuno di essi è il supremo.” 9 Ogni ‘figlio’ vuole il suo momento. Insomma è necessario che la misura abbia una propria misuratezza affinché aleph si persuada in Aleph; è necessario che la ‘volontà paterna’ si tolga e ceda spazio al figlio; è necessario che io scriva per costruire ponti sulla incertezza della malattia.

E’ dunque necessario che la giusta misura contenga, per non essere auto-contraddittoria, una lieve imperfezione, una dinamica: “in momenti diversi sono diversi i nostri ideali di esattezza”. Sarebbe altrimenti Misura, imperativo categorico. Questa necessità è sia logica che naturale: “per qualche ragione profonda sembra che la natura abbia una smodata attrazione verso una contenuta devianza dal rispetto delle leggi, verso simmetrie che sono quasi, ma non del tutto perfette.” 11 La realtà è mancina, dicono i francesi.

Rimanendo in superficie per motivi di tempo, mi sembra che non sia necessario che l’episteme – ciò che la giusta misura vuole essere – debba tramontare per consentire il divenire, come insegna Severino. Se infatti si consente una lieve imperfezione, si apre una fessura da cui ‘entra in scena’ il divenire: frequenza leggermente alterata della vibrazione di aleph in Aleph. Se dobbiamo essere sempre più in là – “nel suo piano di autenticità l’uomo non è tanto un animale razionale quanto un essere che si deve superare” 13– è perché qui c’è qualcosa che non quadra. La Creazione stessa è esito della rottura delle simmetrie.

Se non ci fosse la precessione degli equinozi la Fede sarebbe Necessità ovvero Obbedienza all’Evidente. Ma il Divino sarebbe privato della Totalità non possedendo l’Imperfezione. Se perfettamente espresso nel Suo disegno perfetto, il Divino non potrebbe essere – perché Divino è solo ciò che è percepito/pensato dall’uomo – anche Imperfetto, cioè perfetto dentro di Sé in quanto Totale e così coerente. Il Divino non potrebbe non possedere quel tanto di imperfezione che basta per concludere che, per essere Uno-Uno, deve anche essere, in giusta misura, Imperfetto.

Questa in fondo è la chiave della Simbolicità del Reale che allude alla Sua miracolosa Imperfezione.14 Se tutto fosse allineato, se non ci fosse sabbia tra ingranaggi, l’universo sarebbe immediatamente riconoscibile come opera di Dio e a quest’Ultimo non sarebbe possibile celare la Sua intenzione nel cuore dell’uomo; la Sua intenzione non sarebbe strutturante ma sterile ‘imperativo categorico’. Non ci sarebbe alcuna interrogazione circa le Sue debolezze: “Dio – come si sa – ama nascondersi e in primo luogo vuole nascondere le sue debolezze”15 ma sterile verità del regno eterno: schiavitù della fede. Ed assieme a questa interrogazione non ci sarebbe neppure quella relativa a come possiamo aiutarLo, a quale possa essere il nostro ruolo nello spettacolo cosmico, nel Suo disegno. E’ necessario perciò sussumere la Sua perfezione alla Sua Totalità. Se è solo perfetto è meno perfetto di quanto non sia totale. Per essere Perfetto deve essere Totale; per essere Totale deve essere anche Imperfetto, perfetto per Sé e imperfetto per noi.

Per questo insomma l’imperfezione, il dolore, è roba nostra ed ogni fede che voglia curarlo rende sterile il dolore, in giusta misura s’intende.

Ex-ergo: Giorgio Colli, PHK, cit., p.23

1 citato da Massimo Cacciari, Dell’Inizio, cit., p.285

2 «La libertà del saggio consiste nell’amare la necessità», Seneca, De vita beata, 15.7

3 “il colmo della perfezione umana è di essere potenti e felici con enormi abusi.”, Voltaire, ABC, citato da Giorgio Colli, Per una enciclopedia …, cit., p.74.

4 Giorgio Colli, Per una enciclopedia …, cit., p.93

5 Se tutto è destinato alla rovina, meglio allora costruire molto per più a lungo ‘godere’ dello spettacolo della rovina.

6 “Secondo il principio del tragico, per cui non è che la sofferenza a liberare dal male”, Sergio Givone, Etica dell’espiazione, Almanacco di filosofia, supplemento a Micromega 1/97, p.131

7 Andrea Emo, Le voci delle muse, cit., p.42

8 Emanuele Severino, Etica della buona fede, cit., p.66

9 Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, cit., p.75

10 tolta

11 J.D. Barrow, Il Mondo dentro il mondo, Adelphi, 1991, p.381

12 tolta

13 Giorgio Penzo, Giorgio Colli: incontro di studio, cit., p.50

14 Non possiamo avere relazione con l’Imperfezione divina perché questa è volta verso l’Ineffabile come insegna la tradizione gnostica. Il lato nascosto del Divino è incomprensibile, come è incomprensibile la Ragione Ultima e non esprimibile con il linguaggio del Logos, ammonisce Cacciari.

15 Roberto Calasso, I 49 gradini, Adelphi, 1991

VIII

Applicazioni tecniche

E’ vergognoso dover mostrare se stessi come un otre vuoto,

gonfiato solo dallo spirito.

Ludwig Wittgenstein

Saltare il fosso. Come sempre i tedeschi sono arrivati con largo anticipo sul molo di Genova posteggiando in file ordinate le moto stracariche, preparate per lente traversate del deserto fino all’Africa Nera. L’ordine del posteggio si abbina all’abbigliamento che fa largo uso di un lugubre cuoio nero. I motociclisti tedeschi sono una nera orda in movimento, grassa ed umida di birra. Le moto, cariche all’inverosimile, fanno pensare ad un esodo da un paese dove sono mal tollerati; per loro la moto è un mezzo di trasporto verso un altrove non solo geografico.

I motociclisti italiani, sfoggiando con tute colorate molto professionali ad imitazione dei piloti della Parigi-Dakar, sono arrivati come sempre all’ultimo momento. Posteggiano caoticamente con vociante maleducazione davanti ai sassoni che così saliranno per ultimi sul traghetto per Tunisi. Nessuno come gli italiani sa gestire il caos in situazione di emergenza; una dote tecnico-spirituale che ci viene naturlich riconosciuta; nessun tedesco beffato protesta: l’eccesso di zelo si paga sempre in silenzio.

Più leggere delle nordiche, le moto italiane riflettono un approccio sportivo al deserto. Nessun ‘al di là del deserto’ ma ‘nel’ deserto il più velocemente possibile estraendo dalla moto un flusso di energia che compone un equilibrio psicofisico molto vicino alla felicità. La felicità di un’anima che si esprime in quel durante in cui la velocità ci isola e preserva. Si corre tra le insidie della sabbia per godere della sensazione di essere sottratti, nel dominio della tecnica di guida, al problema dell’esser-ci: siamo sulla moto e siamo veloci; più veloci del ‘ci’ e dei cialtroni che ci intralciano sul molo del nostro ‘porto infinito’.

Nelle prime ore di un mattino grigio e freddo passiamo le colline che chiudono a Sud la verde piana di Tripoli. La nebbia fitta crea un’atmosfera di sogno; quel sogno con cui ogni inizio ama rappresentarsi. Il deserto, abbagliato dal sole invernale, si stende dopo le colline attraversato dalla ottima strada asfaltata per Sebha.

A cavallo della mia moto da fuoristrada l’impazienza mi prende la mano: dopo poche decine di chilometri sull’asfalto perfetto scendo sulla pista a lato e apro a manetta: una moto fuoristrada vuole correre fuoristrada. Nascosto da un dosso improvvisamente un largo fosso taglia la pista: non c’è tempo per frenare. Nella percezione inseparata alla decisione che si possiede sotto uno scarico di adrenalina, scorgo sul ciglio del baratro una pietra, poco più di un libro inclinato verso l’alto e lo decido un attimo prima della disperazione: calcolo la velocità, scalo la marcia, apro il gas, mi alzo sulla sella, punto sulla pietra e con un colpo di reni accompagno il sollevarsi della ruota anteriore, decollo riempito dal rombo del motore ed atterro dall’altra parte della mia anima. Fermo la moto, scendo; vado a baciare la pietra del kàiros e piango: ho saltato il fosso e mi sono salvato. Che sia un segno fausto per il test che mi attende?

Anni più tardi leggo Sergio Quinzio: “Salvarsi significa dominare.”1 Che cosa è allora la salvezza che chiediamo a Dio? Non può essere il dominio sul mondo anche a costo di ridurre Dio ad un enciclopedico manuale tecnico. A Dio chiediamo che la Creazione abbia un senso e che tale senso possa essere in nostro dominio: che il senso sia la nostra casa, ovvero che tutto ciò che accade sia in relazione con ciò che siamo, proprio come la casa rispecchia la personalità del padrone; che il Destino sia l’atto di equa condanna e giusto premio; che la realtà sia simbolica perché la Creazione è generazione di senso, che la presenza dei Suoi segni ‘mantenga sempre teso l’Arco della Promessa’.2

Qualità. A Sud-Ovest di Sebha le dune, tra le più belle del Sahara, corrono in catene parallele separate da larghe vallate che accolgono piccole oasi. Tra le dune ci sono tutti gli elementi della felicità motociclistica da comporre nel dominio del durante in cui la velocità ci racchiude: il rombo del motore, le ruote che galleggiano sulla sabbia soffice, i profili sinuosi delle dune, la velocità che ci investe in aria fresca, l’equilibrio da riconquistare continuamente di potenza, la rapida successione delle prospettive, l’incognita dietro ogni duna che si supera solo senza chiudere il gas se non un attimo prima della cresta: esercizio di giusta misura tra potenza e velocità.

Con il passare dei giorni il carburatore si è riempito di sabbia fino a rimanere bloccato aperto proprio sulla cresta di una duna dove arrivo in piena velocità e per venire lanciato in aria. Precipito sullo scosceso versante, cappotto senza danni sulla sabbia arancione e vado a fermarmi sul fondo di uno stretto avvallamento. Superato lo spavento mi ricompongo con gesti poco dignitosi e comincio subito a smontare la moto per arrivare al carburatore bloccato. La carovana si è intanto fermata in alto sulla duna; se la prendono comoda, fanno da mangiare mentre da solo qui in basso lavoro sul carburatore. In un’ora ne vengo a capo – mi ero allenato prima del viaggio a smontare e rimontare – e lancio un urlo di sfida in risposta ai frizzi e lazzi che mi hanno accompagnato mentre per riappropriarmi della dignità motociclistica, facevo il meccanico al posto di quello messo a disposizione dall’organizzazione del viaggio. Sotto gli occhi di tutti monto sulla moto e dò il calcio sul pedale d’avviamento: il motore parte al primo colpo strappando gli applausi del pubblico. “La qualità è un’esperienza immediata” 3, eterno che ritorna a provocare l’identico miracolo della trasformazione. “Nell’immediato c’è la radice del dolore, la violenza, ma anche la gioia, il giuoco. Dolore, gioia, morte esprimono l’immediato, appartengono alla vita.” 4

L’esperienza della qualità è trasformante. Quando tutti i particolari sono in armonia e in equilibrio, al momento e nel luogo dovuto, si è trasformati e si passa ad altro, si scende, si ricomincia ad apprendere. La routine è la vita più angosciosa per R: non ci sono occasioni di trasformazione, non ci sono pericoli da correre per distrarsi dal chiodo fisso del rischio.

Mentre la carovana riparte, scende dalla duna il meccanico per la cerimonia di investitura che gli compete: con semplicità e ‘ritegno essenziale’ mi offre una lattina di Coca Cola – disponibile ai soli componenti dell’organizzazione – e poche parole: “complimenti, molto veloce”. Dopo questo viaggio ho smesso di andare in moto. Ma dato che mi servono sempre nuove frivolezze, ho cominciato a scrivere, a togliere sabbia dal mio carburatore per non rimanere bloccato nella accelerazione dell’ansia.5

Ex-ergo: Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, cit., p.32

1 Sergio Quinzio, La Croce ed il Nulla, Adelphi, 1984

2 Caetano Veloso, “a tua presencia mantèm sempre teso o arco da promessa”, nella canzone A tua presencia

morena.

3 Manuel Pirsig, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, Adelphi, 1981, p.207

4 Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, cit., p.105

5 L’ansia può avere un grande potenziale stimolando a livello neuronale la reattività intellettuale dell’individuo, accelerando la ricerca di soluzioni in una situazione percepita pericolosa. Ma l’ansia può anche sfuggire di mano, così come accade con la rabbia, l’adrenalina offusca e paralizza la mente. Cfr. Goleman, Intelligenza emozionale, Rizzoli, 1997

IX

Domandare

Si consulta il mistero.

Tobias Wolff

Una buona domanda non merita la risposta che la risolve.

Haim Baharier

Il 24 Febbraio del ‘93 il professore James Gusella – di origine italiana – ed il suo gruppo della Università di Houston, Texas, ha scoperto il gene della Chorea. Da allora R sopporta un nuovo peso: la possibilità di guardare nel fondo del cromosoma quattro il proprio destino e così ‘crearlo’. La stessa situazione del Gatto di Schrödinger. Nessuno più di R può essere artefice del proprio destino: una responsabilità che va trasformata col coraggio in ebbrezza.

Si giunge allo sguardo che farà collassare la funzione d’onda solo quando si è decisi a mutare realmente sull’onda di un eccesso di volontà. Un eccesso chiamato dall’insostenibile peso del ‘forse meglio’. Nonostante la voce che chiama, la decisione di fare il test è stata molto misurata; quasi staccandosi da quel fondo àlogon su cui Cacciari poggia ogni decisione: “l’impulso a iniziare, la decisione, l’arbitrio ad una ‘creazione’ è assolutamente àlogon.”

Ci si decide alla creazione del proprio futuro dopo un’attenta misura del peso del presente. Dopo anni di guardia ogni più insignificante incidente è un possibile sintomo che mina la stabilità emotiva: ogni tazza che cade dalle mani oscura con l’ombra dell’angoscia l’intera giornata; un lapsus vale un mattino di cattivo umore; un fraintendimento, un’operazione logica sbagliata trascina il malessere per molti giorni.

Sono giorni perduti dove tutto appare stropicciato, disdetto; scontenti di sé vien voglia di gettarsi via; ci si arena bagnati da un’onda gelida su una spiaggia invasa dai rifiuti mentre, al di là del mare, riluce la possibilità di esser salvi ma, sempre alta sull’orizzonte, sta la nuvola nera della minaccia. Che fare?

Domanda impossibile cui va contrapposto il fare stesso come sollievo dall’angoscia del test; una nuova angoscia questa possibilità che lentamente si sovrappone a quella primitiva della malattia. Ma la terapia di stordirsi nel fare funziona fino ad un certo punto; fino a quando l’instabilità emotiva del rischio ci impedisce ogni gesto di ampia portata. Esausti del nostro piccolo cabotaggio ascoltiamo la voce del mare che ci chiama all’aperto, all’agio dell’agire senza alcuna agitazione. Ma si può salpare solo lungo una rotta: non c’è nulla di romantico nell’essere a rischio di questa malattia così orrenda.

Sbaglia tragicamente chi dopo aver affrontato il test ancora debba rispondersi: e adesso cosa faccio? Progettando nel momento del pericolo non si deve concedere alcuna disponibilità al Destino. Calcisticamente si direbbe: ‘chiudere lo specchio della porta’. Nessun atteggiamento del tipo: sarà quel che sarà o sia fatta la Tua volontà che comunque la domanda sul perché è ingenua, troppo umana. L’equilibrio del cinquanta per cento mina ogni idea di fondamento. Si sta ‘appesi’ alla progettualità, prolungamento ex-ante del gesto di creare, di fare, di farsi/pensarsi. La creatività è il solido fondo della progettualità, l’unica terra emersa contro cui si frangono le onde della angoscia. La creatività sta, come lo Sport, continuamente e il continuo è l’essenza del corsaro: colui che vive senza tregua.

Così come un corsaro in ozio appartiene alla commedia, il continuo alimenta il sogno che l’anima ha di sé stessa come eterna. Il continuo è la nostra migliore imitatio dell’Eterno; l’unico carattere che possiamo riprodurre. E tale eternità è, per R, la fede di saper rispondere con un comportamento adeguato al risultato del test; di reagire compostamente al gesto con cui il possibile ti sceglie. Il coraggio, che Colli chiama l’unica vera virtù, è forse quella particolare forma di fede che ci porta al test; che ci consente di andare al nostro proprio fondo dove eventualmente fare naufragio1. Una fede che mi obbliga ad elaborare il lutto per la scomparsa di R, il demone che fin qui mi ha abitato e tenuto al mi. Con il test si giunge ad un polo dell’ora, il punto di rottura e di trasformazione, dove le forze vanno rimesse in gioco. A R che scompare nel test, l’onore e l’onere di un erede. Questo è il suo akmè: affrontare il test con la certezza interiore – ovvero possedendo una immagine di Sé da imporre allo Stesso – di essere capace di fissare lo sguardo sulla malattia e non più sul rischio. Governarsi forse allora verso l’autoaffondamento nella rada del porto infinito godendo la plasticità del gesto artistico di togliersi perché, nel naufragio dentro sé stessi a cui la malattia condanna, sta per venire a mancare la capacità di relazione.

Mancando la Relazione non rimane che togliersi in aleph secondo giusta misura perché questa è la misura dell’Universale. E’ legittimo togliersi solo opponendosi al cessare della relazione con il Sé. Se, come dice Colli, è nella sfera della visione che si coglie il senso della Natura e della vita, e se è vero che non c’è senso senza relazione, allora il cessare della relazione nel malato di Chorea è cecità. Da ciechi non siamo più abili al servizio di guardia, non serviamo più alcuna città. Nessun Dio potrà mai condannarci per esserci tolti in opposizione alla perdita di capacità emotiva: l’energia che regge ogni volontà di relazione, di costruzione di senso. “L’unico valore è il godimento sensibile e la ragione serve a renderlo possibile in modo ordinato e distribuito, evitando il caos barbarico degli istinti.”2

Levar mano su di sé’ è il ‘desiderio fantastico del cambiamento’, l’ultimo esercizio sportivo della onnipossenza di R in me. Ma quante cose devo aver già fatto, già tolto dalla soglia della porta che apre verso il nulla per arrischiare questo gesto?

In Giorgio Colli, dove ho trovato la più profonda distrazione, ho cercato il senso del superare la prova del test, di guardare in faccia il destino che mi ha scelto. Ma un Maestro può portarci solamente alla soglia della domanda; la risposta l’ho trovata in un suo allievo, Massimo Della Rosa: “Quando assistiamo all’irrompere di un contenuto conoscitivo abnorme nella vita di un uomo, cioè all’irrompere di un’unità dentro la molteplicità, ecco allora che la vita è caduta sotto una nuova signoria: il principio dominante delle nostre azioni, dei nostri pensieri non è quello dato dalla casualità del vivere quotidiano e dalla collezione d’infinitesime reazioni agli stimoli fisiologici e psicologici. Diventa un principio che promana da noi, dalla nostra interiorità, e tende ad investire l’apparenza e ad innalzarla all’altezza a cui noi, allora, sentiamo di essere.” (c.m.)3

Per accostarsi al molo del porto infinito raccolto nelle braccia della risposta è necessario stare all’altezza in cui, all’ora, sentiamo d’essere: sentirsi decisi anche all’eventuale naufragio nell’attesa della malattia per poter, come tutti, aver fede nel futuro. L’azzardo è riuscire a mantenere l’ebbrezza nel vuoto dell’attesa, appesi all’eccessiva volontà d’essere che il rischio ci ha donato.

Per essere in grado di pagare il prezzo di questa scommessa bisogna essere certi di avere saputo dare un senso alla vita di rischiante che finisce con il test. L’unico senso possibile lo indica Colli: essere stati “fedeli alla propria anima” ovvero aver servito il proprio demone nel dare forma alla relazione tra Sé e Stesso. Se il test dovesse condannarmi all’attesa della malattia non posso adesso dare per scontato di essere in grado di sottrarmi alla depressione, di vincere la “paura che le cose non si equilibrino prima della morte.”4 Non posso pretendere di essere un Adorno confortato – fatto forte – dal tenere l’orrore sotto uno sguardo fisso; ovvero di riuscire a piegare l’angoscia in un impulso cinetico diverso dalla fuga. Una cosa è andare in bicicletta o scrivere sotto dettatura del rischio, altra è attendere la manifestazione del sintomo sapendo cosa ti aspetta. Meglio mettere le cose a posto ancora da rischiante; concludere questa mia vita raccogliendo il pensato senza lasciarmi prendere da tentazioni sistematiche: è stato uno squassante trascorrere.

Per ora non c’è che prendere abbrivio dai giochi giocati per l’ultima decisione: essere oltre R. L’incertezza oppressiva del tempo a disposizione, alterando il ‘funzionamento del verbo essere” crea una distanza tra R ed i suoi fini in cui mi infilo a pretendere di domandare se o quanto il Divino comandi il Destino, se o quanto il Fato scompigli il Suo Disegno.

Qui, come noto da millenni, sono in ballo Perfezione, Onnipotenza e Bontà del Divino. La domanda è sempre la stessa quando si tenti di tenere ‘in uno’ le Sue qualità: è il Divino che pone il Destino come ricettacolo dei Suoi segni? allora realmente la realtà è simbolica, non c’è mutismo ma incapacità di percezione – oppure, al contrario, è la Necessità – la sorella educata del Fato – che destina il Divino ad esser-ci; ad essere fatalmente oggetto del nostro pensare ed ‘attendere ancora’.

Sul fondo di questa interrogazione, Henry Bergson ha ben detto: “l’Universo è una macchina che genera Dei” e nel primo versetto del Libro c’è una congiunzione di troppo che finisce per racchiudere anche il Divino nel Creato, togliendoli inevitabilmente onnipotenza: “dall’inizio creava e Elokim e i cieli e la terra”.

Interrogandomi, tanto per sottrarmi all’angoscia, sul senso del mio destino, sono andato a sbattere contro l’Altro che è segnalato dal doppio del mio inizio, della storia scientifica della malattia, e del Libro. Uno sbandamento verso il Divino con una particolare attenzione a Suoi problemi genetici. Il doppio, la ripetizione, il ritorno dell’identico sulla scena e via dicendo di tutte le coincidenze e sincronicità della vita di ciascuno, aprono verso l’abisso, verso la sensazione precisa che tutto sia segno, che la realtà sia simbolica e che per questa via la relazione sia l’essenza astratta di ogni cosa.

Questa è la storia dello sbandamento, della distrazione onnipotente che sposta l’interrogazione del Destino su quella del senso del Divino. Nel corso di questo incidente di percorso, quando ormai ero avvolto dal delirio di percorribilità, qualcuno mi parlato della incommensurabilità della diagonale. Anche qui abbiamo una ripetizione, anzi, una ben strutturata ripetizione: due lati del quadrato. Applicate la legge per conoscere la misura della diagonale ed aprirete la porta all’infinito della radice di due. Ma basta cambiare misura e chiamare il lato unovirgolauno e la diagonale diventa misurabile. Dunque la matematica segnala che per conoscere la misura della diagonale che attraversa il quadrato c’è solo un problema di nomi. L’equilibrio è dunque una questione di nomi: bisogna saper dare il nome giusto ai termini del problema e misurare l’angolo della loro intersezione: solo così lo si potrà attraversare lungo la giusta misura della diagonale senza rimanere appesi alla croce dei lati.

Nel caso di R la questione del nome si potrebbe praticare facendo dei cinquanta del rischio i lati del quadrato e affidando alla diagonale la funzione simbolica di misura della loro relazione. In questo esercizio si ottiene che per ‘capire’ il senso del suo destino, R deve nominare le identiche possibilità di dannazione e di salvezza dalla malattia secondo una diversa misura, chiamando cinquantavirgolauno il cinquanta. Ciò significa dare un fine al test, assorbirlo in un ‘eccesso di determinazione d’essenza’, escamotage della dismisura: fare il test per comunque fare di più.

R per definire la misura dell’equilibrio, la sua diagonale, deve andare al di là del cinquanta per cento. In pratica questo significa giungere al test sull’onda di una pulsione elaborata, prefigurando per ciascuna alternativa un portamento ‘più alto’. Infatti anche nel caso di risposta positiva del test, R non torna ad essere non-R ma diviene ex-R: un sopravvissuto al Rischio ovvero uno che è vissuto al di sopra del Rischio. Dal cinquanta al cinquantavirgolauno c’è un tratto di strada che si chiama progettualità. Nel caso che il test segnali la presenza del gene della malattia rimane un futuro di circa cinque anni. Quale valore maggiore/minore è possibile dare ad un futuro di cinque anni? Come e cosa fare di questo durante? Scrivere è certamente una parte della risposta: il pericolo ha come sola terapia la verticalità, l’esagerazione della profondità, lo scotimento della pianta fin dalle sue radici.

Nel domandarmi se domandare mi è venuto in soccorso il Libro. Moshè chiede udienza al Faraone nel nome di Yahweh, Elokim degli Ebrei; come dire: Uno fra i Tanti, come dall’altro canto conferma il primo Comandamento. Il Faraone, che è Dio in terra nella sua buona fede, manda a dire “munitevi di prodigi”. La notte prima dell’udienza Yahweh appare a Moshè; lo istruisce sui prodigi e su come rivolgersi al faraone: “lo chiamerai Re d’Egitto”.

Ma c’è qualcosa che non quadra. Prima Yahweh accetta l’ambientazione magica imposta dal Faraone all’udienza; poi lo stesso Yahweh intima a Moshè di rivolgersi alla dimensione istituzionale del Faraone. Allora il contesto è magico-religioso ma la parola che apre il dialogo è istituzionale: il faraone Re d’Egitto è lo Stato d’Egitto. Sembrerebbe in questo passo che Yahweh, preda di una sorta di orgoglio divino, stia dicendo al Faraone:‘Io sarò pure Uno degli dei ma tu non sei che un re.’ Uno sgarbo che annuncia disgrazie.

Chi mette le cose a posto, stendendo un velo sull’orgoglio divino, è Aaron, fratello e portavoce di Moshè che aveva problemi di dizione. Disubbidendo ad Yahweh, Aaron si rivolge al faraone come Faraone: parola magica per fatti magici. Si aprirà qui uno scontro tra maghi dall’esito scontato: le condizioni del popolo di Israele peggioreranno dopo l’udienza: il Mago fa paura. La controreazione di Yahweh porterà a maturità la Sua fase magica, con il gran finale hollywoodiano sul Mar Rosso. Seguiranno quaranta anni nel deserto per cancellare il ricordo di questa fase magica e della schiavitù interiore, sedimentata da due secoli di schiavitù in Egitto. In fondo questi quaranta anni nel deserto sono il prezzo che il popolo di Israele si trova a pagare per essere stato liberato dalla schiavitù per mezzo della magia: le sette piaghe più l’attraversamento del Mar Rosso dove affogheranno le divisioni corazzate egiziane e lo stesso Faraone. Per mezzo della magia e non per mezzo della coscienza, della identità e della volontà di libertà.

I quarant’anni nel deserto sono l’espiazione di un errore di fondo: liberarsi dalla schiavitù e diventare responsabili del proprio fare come ogni uomo libero attraverso la magia che, lo san tutti, funziona, ma costa molto di più di quel che vale.

Per analogia mi sembra che per liberarsi dalla schiavitù del rischio mi debba munire di un solo progetto: presentarmi al test indifferentemente affaccendato ad esser-ci autenticamente. Portarsi al test con più progetti sarebbe come andare alla corte del Faraone armati di prodigi: pretendere di poter far tutto in qualsiasi situazione mentre non c’è che un fare nella situazione dopo-test: essere ancora al servizio del proprio demone che è uno.

Ex-ergo: Tobias Wolfe, L’esercito del faraone, Einaudi, 1997, p.45

1 Roberto Bazlen, Note senza testo, cit., p.208

2 Giorgio Colli, RE, cit., p.130

3 Massimo della Rosa, Colli e Platone, cit., p.94

4 Roberto Bazlen, Il Capitano di lungo corso, cit., p.189

X

Why me ?

Il tuo compito nella vita è recitare nobilmente la parte che ti è stata assegnata.

Quanto alla scelta di essa, questo è compito di un altro.

Epitteto

Mentre scrivevo sul vivere di corsa sono apparsi per strada dei cartelloni pubblicitari che riproducono una maglietta nera dove un Paperino vestito da corsaro agita in aria i pugni serrati dalla rabbia e domanda al passante: why me?

Passano esattamente tre giorni e sugli autobus appare un messaggio pubblicitario: “Paperino siamo noi!” Senza dubbio questi segni componevano un presagio molto personale; una tipica ‘cospirazione di dettagli’1 che mi rinnova l’invito a pensare quale relazione intrattenere con la simbolicità del reale.

Insegna il Maestro che “la realtà è simbolica in quanto la Creazione è generazione di senso”. A questo insegnamento ho fatto subito resistenza perché avrei dovuto accettare che il Destino è ciò che il Divino utilizza per manifestare la Sua presenza nel cosmo e per esprimere il Suo giudizio. Inevitabile sarebbe allora concludere che il Divino abbia avuto dei pregiudizi nei miei confronti.

Imparando a resistere, la rabbia nei Suoi confronti è svanita. E’ svanita con l’abitudine a scrutare i segni, sempre occasione di felici distrazioni. Così mi è capitato di scoprire, leggendo Calasso, che non c’è distrazione più efficace che interrogarsi sulle debolezze del Divino. Questo esercizio salva dall’angoscia che la realtà sia simbolica, che il Destino sia la lavagna dove traccia i Suoi giudizi, le Sue condanne e indica i Suoi doni.

La debolezza maggiore del Divino non sta nel domandare accoglimento al popolo di Israele e a ognuno di noi; non sta nella Sua impossibilità di presentarsi ma nella sabbia tra i meccanismi della relazione che intrattiene ‘a monte’. Verso chi domanda accoglimento, lanciandomi segnali così ben indirizzati, non riesco a provare rabbia anche se sospetto che la Sua relazione con il Destino non sia affatto trasparente: non può dire da dove esattamente pro-viene – perché il nulla è insondabile -, mostra una debole preparazione in ontologia pretendendo di creare ex-nihilo, ha grandi capacità plastiche ma una problematica presa sul Destino e perfino il Creato gli oppone resistenza.

Ecco il Viandante che viene a domandare accoglimento nel cuore di R. La Sua domanda sostituisce la mia rabbia: mi calma dialogare con un dio domandante accoglimento. Il dialogo diviene un’ottima occasione per teorizzarsi, per spostarsi su un punto di osservazione più ‘elevato’. In tal modo ci togliamo dal ‘basso’ e lì lasciamo senza perderlo, lo spazio per accogliere l’Altro. Il peso di Michelstaedter ha smesso di delirare ed ora cade nel verso giusto: l’alto.

Mentre il Divino domanda accoglimento, R domanda perché me? Allora perché me? potrebbe essere più pregante partendo da ciò che abbiamo in comune, ovvero dialogando con la natura domandante del Divino. Così la domanda perché me? diventa: che razza di Dio è mai questo che domanda accoglimento, che seppellisce intenzioni, che gioca a nascondino nella realtà simbolica, che lascia gli equinozi alla loro precessione dopo aver tentato di creare per ventisei volte; un Dio che propone patti e stipula alleanze con un uomo che nonostante sia posto al centro della Sua creazione Gli oppone resistenza? Forse la risposta a “perchè me?” potrebbe essere: per avere l’opportunità di fare resistenza dall’originale posizione del rischio equilibrato.

“Si può vivere qualcosa senza saperlo, e questo è il caso dell’immediatezza.”2 segnala Colli. “C’era Dio ed io non lo sapevo”, esclama Giacobbe dopo aver sognato per dirci che l’incontro con il Divino è sempre a posteriori. Per questo è opportuno indossare sempre l’abito della festa ed è opportuno che l’ozio non sia il fine che in ogni azione viene cercato. Se l’incontro è a posteriori, il Divino sta sempre dietro di noi e da lì ci guarda mentre siamo sempre noi a far da soli, a percorrere il cammino che esiste solo perché lo abbiamo pensato. Farsi pescare in ozio è poco dignitoso.

L’essere in cammino, l’essere per via, di R non è quello dell’eroe romantico che vuole la sua vita nell’autonomia della philopsychia, sconnesso da ogni ordine a cui si ribella come a un tessuto paralizzante. Per R che vi è destinato, l’errare è privo di volontà e per questo sacro e sportivo. Nell’età della tecnica dove tutto è misurato ad un fine, fuori misura solo il Sacro. Bakunin dice infatti che “l’ipotesi Dio è inutile”. Ma per R errare – sbagliare – è sportivo anche perché la sconfitta nel gioco è sopportabile a confronto di ciò che veramente produce pena: partecipare, esperire l’agonia dell’essere che giunge al suo culmine e, da qui, passa ad un altro gioco, oppure fallisce, si guarda, impara, torna indietro e ci ritenta tenendosi così al ‘mi’.

Nella continua risistemazione della mia storia, nel continuo perché me? il fondamento si è sgretolato. Interrogarsi sul perché è diventato sterile. Non c’è più alcun bisogno di domandare, non c’è alcun disegno da contemplare, non c’è nemmeno la possibilità di contemplare la fede. C’è solo la Dignità che pre-esiste alla Creazione e forse anche alla Luce ma che è certamente sorella della Dinamica; come dice Wittgenstein: «quando uno è nella merda non c‘è altro da fare che camminare». Solo la Dignità ci consente di articolare e sospendere la domanda-giudizio perché me? La Dignità che ‘tiene alto il morale della truppa’ del corpo di guardia, consiste nel difendere la città dal nemico che potrebbe non giungere mai; solo la Dignità sopporta la possibilità che l’attendere sia inutile e, nello stesso momento, la certezza che eventualmente l’assedio sarà breve. Perché me? Come articolare questa domanda dall’inseparatezza di corpo-anima-spirito che il rischio impone senza mediazione alcuna? Amabilmente interessante – generatrice di amore per la vita – mi appare la coincidenza tra la passione per l’astratto, scoperta verso i tredici anni, e il destino di dovermi guardare in R. Non più perché me? ma ‘perché a me pensare R?’

1 Milan Kundera, I testamenti traditi, cit., p.215

2 Giorgio Colli, Filosofia dell’espressione, cit., p.36

XI

Presagi

L’unico modo che c’è dato di non tacere l’Ineffabile è riconoscerne il mostrarsi.

Massimo Cacciari

La ripetizione di un segno nel mondo esterno lo trasforma in presagio:

accenno alla presenza di un significato di cui non conosciamo l’origine

e non riusciamo a disfarci.

Roberto Calasso

Guardare. Quando mia madre era ormai da qualche mese in una casa di cura – una scelta obbligata per ridurre gli effetti devastanti della malattia sulla nostra psiche – mi sono sposato, con un medico; non si sa mai. Con la moto siamo andati in viaggio di nozze in Egitto. Pochi giorni dopo la nostra partenza mia madre morì improvvisamente, mentre stava fumando una sigaretta. Quella notte la sognai: mi faceva un segno tra un’inconsolabile tristezza e il sollievo del togliersi dal male e dalla solitudine dove la malattia l’aveva costretta. Questo è ciò che lessi sul suo viso quella notte e che raccontai appena sveglio a mia moglie. Dopo qualche commento distratto sul significato dei sogni, preparammo i bagagli e partimmo per il deserto dove nessuna notizia poteva raggiungerci.

Un paio di settimane più tardi sulla via del ritorno ci fermiamo a fumare una sigaretta sotto un alberello che getta un fazzoletto d’ombra, appena fuori un paesetto da niente nel Sinai; forse quattro baracche ed un distributore di benzina. Un luogo qualunque. A due passi dall’ombra c’è la fermata della corriera da cui parte un sentiero che porta al villaggio nell’oasi poco più in là. Come sempre, appena accesa la sigaretta arriva la corriera. Ne scende un ragazzo alto, magro, stralunato che si avvia sul sentiero proprio con l’esatta, inconfondibile e un po’ ridicola andatura di un coreico. Incredibilmente improbabile: un malato su settantamila e io lo incontro proprio in mezzo al deserto del Sinai! Certo non un deserto qualsiasi ma pur sempre un deserto. Né ho potuto sbagliarmi perché quella camminata l’ho avuta sotto gli occhi per più di venti anni. Anche mia moglie, che conosceva benissimo mia madre, non ha avuto dubbi. Fumando la sigaretta stavo guardando da tutt’altra parte; è stata lei ad urlare con voce perturbata dalla coincidenza: guarda! nel senso di “Tieniti al tuo Destino” ho interpretato anni più tardi.

Armonia. Nello scompartimento del treno è seduta una bella donna: occhi trasparenti dove come luna sul mare si specchia la sua anima chiara. Di fronte ad una bella donna mi chiedo sempre se sappia portare la bellezza del corpo al di sopra dell’apparenza: se la parte più nascosta sia seducente come quella esposta, se ci sia dialogo tra sé e stessa. Analogamente di fronte ad un bel pensiero mi chiedo sempre quanto sia o sia stato seducente il portatore del pensiero.1 Da sempre si sa che il piacere di guardare una bella donna nasce dalla armonia del bello, dal suggerimento di Aristotele per cui verità, bellezza, bontà e giustizia sono sostanze diverse dello stesso principio. La bellezza è un’arma formidabile: si guarda una bella donna e ci si sente armati della armonia che le sottraiamo con lo sguardo; il piacere che prendiamo assomiglia a quello che ci concede il frutto un furto. Il furto di disporre di un’armonia senza averla in qualche modo conquistata, sofferta. Secondo la più nota canzone brasiliana “il mondo sorridendo si riempie di grazia” quando passa una bella donna come la garota di Ipanema.

I nostri occhi si incrociano spesso. Sono quasi giunto alla fine di questo libro – è un anno che ne sono convinto – e sto leggendo Colli. Prendo appunti mentre sento il suo sguardo che curiosa tra il mio fare. Così le passo queste note nella calligrafia incerta del treno che corre: vi racconto come è andata; se c’è stato qualcosa da estrarre da questa bella donna che mi guarda mentre ancora scrivo di corsa.

Grazioso segno del Caso, questa bella donna porta il nome del mio destino: Marzia. Dichiara di essere una lottatrice, è un Toro come mio padre, il produttore di concreto. Con tutto ciò che preme alla soglia non situabile che separa gli essenti dal nulla, chi meglio di un toro sa fare largo al proprio concreto. Ma questa bella donna è un toro impantanato – il pantano della messa in discussione di ogni solido valore è trappola per il toro: la soglia viene invasa dal fango su cui slittano le zampe della volontà. Mancando di Sé, contenitore di valori, lo Stesso – Marzia nel mondo – non può decidere cosa generare, quale arte esprimere sulla soglia del possibile per essere artefice di sé stessa. Bloccata in una vita senza novità ha perso forza inerziale e la vita semplicemente le capita e i suoi giorni inesorabilmente si accumulano senza scansione. E’ divorziata, ama più di quanto sia amata e non si sente bella. Si lancia, impreparata a mostrarsi ed incapace di vedersi, nell’abisso della confessione che le propongo all’ombra protettiva dell’anonimato del treno. Si lascia andare senza responsabilità: “ma lei è proprio implacabile!”. Si lamenta del destino che mi farà scendere prima di lei, ma oppone l’impegno ad una cerimonia nuziale alla giornata romantica a Venezia che le propongo per l’indomani. Insomma è arenata nella ‘sterile landa del cordoglio’: non sa portare con dignità il proprio nome.

Nominare. Vado a trovare mio padre a Padova; la mattina presto esco con i bambini per una passeggiata nel centro dove abita. In un angolo di piazza Cavour hanno appena finito di montare un tendone che copre banchi di libri a metà prezzo; rimanenze di magazzino. Così, tanto per passare il tempo, giriamo per i banchi di libri accatastati. Mi cade l’occhio su di un librettino piccolo piccolo, in bilico tra montagne di altri: Poimandres, il primo libro del Corpus Hermeticum. Lo sfoglio e lo compro attratto dalla bella introduzione di Scarpi. Qualche giorno più tardi compro un altro libro di Scarpi che rimarrà per un paio di settimane sepolto nella pila di libri che continuo caoticamente a leggere mentre scrivo – sto scrivendo da molti anni – fino a quando lottando sul letto con mio figlio, rovescio la pila dal comodino ed il libro riemerge. Sistemo la luce, appoggio la testa sul cuscino ed apro a caso: comincio sempre sbocconcellando. In bella vista al centro della pagina una parola greca in corsivo mi gela: pyrriché. Mio padre ha vissuto a Palermo fino a vent’anni. Un suo vicino di casa aveva un cognome molto buffo che è divenuto il soprannome con cui da sempre mi chiama: pirricò. Evidentemente un antenato del vicino di casa era un pirricò, ovvero un partecipante alle pyrrichè, competizioni rituali diffuse in tutta la Magna Grecia.

Come spiega Scarpi 2, le pyrrichè erano delle danze che imitavano la lotta dei fanti. Tutti i giovani venivano armati di spada e scudo ed addestrati, nella forma della danza, alla guerra. La pyrrichè era una “danza che invita al coraggio”. Stare nel coraggio è il modo di vivere necessario per vincere la rabbia di essere a rischio della malattia che si chiama, appunto, chorea: danza. Il destino allora, oltre ad essere come insegna Severino, ciò che sta, è anche ciò che parla nel modo più chiaro. Basta decidersi a riconoscerne il manifestarsi.

Le coincidenze sono tre: nella città di mio padre un libro a caso che rimanda ad un altro, una pagina che si apre a caso su una parola che rimanda ad un nome che è la legge del mio destino. Tre assi definiscono un punto nello spazio, cioè fanno un doppio lavoro: producono il punto e lo spazio. Sembrerebbe qui che ci sia un Quarto invisibile che dispone lo spazio per il punto – nell’appunto. La realtà è simbolica al Quarto così come in fondo al quarto cromosoma potrebbe esserci il gene della Chorea. Al Maestro che insegna: “ognuno deve portare con dignità il proprio nome”; posso segnalare: anche il soprannome!

Parlare: fremito pulsante della vita. Mia cugina ha aperto un esercizio commerciale nel centro di Verona: il Madrugada Cafè. Un pub che vuole lanciare come caffè letterario. A già invitato i letterati della città: sembra proprio che funzioni. Così ha messo sulla porta del locale un cartello: “cercasi filosofo”. Ci mettiamo d’accordo: terrò una conversazione nel pub sul tema della Madrugada, l’alba spagnola.

Per l’affiche della serata mi “scappa” un titolo demente: “Dare un madrùgon per mantenere la distanza dal Divino”. E’ la prima volta che parlo in pubblico; c’è una trentina di persone ed una bella ragazza proprio di fronte a me. La guarderò per tenere alta la tonalità emotiva del parlare, finché il fidanzato non la porterà a casa verso mezzanotte, ritornando però poco dopo per restare fino alla fine. Alla fine, verso le due di notte, c’erano più persone dell’inizio. Son soddisfazioni! Il trucco da incantatore di serpenti è stato quello di introdurre lentamente la figura del Divino mentre le stelle della notte tramontavano nell’aurora.

Come ‘adesivo’ ho utilizzato un drive di Giorgio Colli: “… è il rapporto, pur inavvertito, con un’onda emozionale ciò che dà sapore e consistenza a ogni astrazione, a ogni discorso pronunciato o scritto. Anche un’equazione matematica, nell’attimo in cui si coglie il nesso risolutore, ci afferra per la sua emozionalità. L’astratto è un tramite per giungere, per alludere allo “scotimento emozionale”, sebbene per lo più venga frainteso come fine e sostanza. E non è soltanto la parola di un uomo vivente o morto ciò che attrae la nostra nostalgia di emozione; anzi il mondo intero che ci circonda, nella sua apparente corporeità, è null’altro che astrazione, e senza volerlo né saperlo noi lo interpretiamo come tramite di una emozione squassante.”

La mattina in università a Padova, con la fretta del corsaro, ho consultato il dizionario etimologico della lingua spagnola: madrugada significa appunto alba e madrugar albeggiare, alzarsi presto e, per estensione, anticipare. Il grande Quevedo scrive dar un madrugon per significare ‘anticipazione fraudolenta’. Per dar un madrugon bisogna alzarsi molto presto la mattina e, quatti quatti uscire dalla posada senza pagare il conto. Ultimo e molto interessante significato di madrugar è “far maturare”; dal latino maturicare. E’ uomo maturo chi sa portare a maturazione e compimento i propri progetti. Allora ‘anticipare’, racconto agli avventori del pub, potrebbe significare: staccare il frutto ancora acerbo dall’albero e saperlo portare a maturazione; dare alla situazione il nostro compimento forzando il processo naturale.

La relazione con l’altro è caratterizzata dall’anticipazione: basti ricordare Paolo Rossi nei campionati mondiali di calcio dell’82 con una palla rubata ai brasiliani e messa in gol: il gol che portò l’Italia in finale. L’altro non sta certo lì ad aspettare il nostro anticipo ma, appunto, cercherà di prevedere la nostra anticipazione per prevenirla, ovvero anticiparla a sua volta. Ma anche noi usiamo la stessa tecnica. Così potrà essere riuscita soltanto l’anticipazione dell’altrui sulla nostra. La vittoria nel gioco dipende dunque dalla percezione che abbiamo dell’altro e dalla profondità della visione che abbiamo dell’oggetto e della situazione in cui dobbiamo svolgere il gesto anticipatore: sapremo condurre la situazione alla maturazione che vogliamo anticipando più di quanto l’altro rischi di anticipare?

L’unica e fondamentale precauzione di cui bisogna armarsi è quella di non lasciar trasparire alcuna ansia da anticipazione perché questa appartiene alla sfera emotiva dove non si sa mai veramente come andrà a finire. E’ consigliabile non avere ansie da anticipazione: qualcosa molto simile al prendere le cose come vengono con l’accortezza di non cadere nel fatalismo; evitare di avvolgersi nel ‘passivo’ del Destino: la strada maestra che porta nella sterile landa del cordoglio. E’, insomma, un saper prendere le cose come vengono. E’ perciò necessario sapere come le cose vengono perché “nulla giunge inaspettato”: senza aspetto. Un’abilità cruciale, soprattutto quando l’altro ci sta per anticipare, è quella di saper “dare aspetto”, dare il nostro aspetto alla situazione che ci accingiamo a dominare.

Entrando nel pub ho visto subito quanto fosse bella la barista che lavora per mia cugina e le ho detto senza aspettare, senza pensare se e come dovessi anticipare, àlogon: “sei bella come un frutto tropicale”. Lei mi ha lanciato un sorriso accogliente dove si vedeva che quel frutto tropicale era inaspettato e intrigante. Intrigante pretesa di aver intuito il suo mistero. Le donne, in generale, amano disseminare indizi che consentano, a chi li sa leggere, di nominare il loro mistero.

Durante la serata e fin dentro la notte – senza la misura del mestiere ho parlato fin quasi all’alba con gaudio commerciale di mia cugina – ho continuato a lanciarle sguardi molto naturali come un frutto tropicale ma evidentemente non innocenti. Quando mi portava il vino da trasformare con ebbrezza in un torrente di parole, lei ritardava i suoi occhi per un lungo attimo sul mio viso e mentre mi versava il vino, io, smettendo di parlare, facevo un ampio respiro per dirle che stavo prendendo da lei tutto il possibile: il suo odore, ma che avrei voluto di più. In un momento di sospensione, per dare al pubblico la possibilità di riprendersi e assumere gli zuccheri che le mie parole in loro avevano appena bruciati, lei mi ha guardato e subito dopo è entrata nel piccolo magazzino adiacente. Così l’ho seguita e chiusa la porta l’ho abbrancata con quella stessa passione che avevo messo nel parlare, parlare e parlare della distanza da cui il Divino ci guarda. Quando le mie labbra hanno sfiorato le sue, un fremente e delicato assaggio, ho capito che avevo parlato tutte quelle ore soltanto per lei. In un lampo ho visto come tutta l’architettura delle argomentazioni attorno alla distanza – il caso – stava in piedi e si teneva grazie alla energia erotica che lei mi trasmetteva guardandomi parlare da là dal bancone. Quella stessa potenza che riflessa ha tenuto inchiodato il pubblico alla sedia fino alle due di notte. Nella mia vita non c’è stato bacio più prossimo a quello di Via col Vento che questo con Chiara, frutto tropicale. Ma fuori dalla porta lei aveva un fidanzato che la stava aspettando pazientemente da ore.

L’erotico dell’anticipazione è la presenza dell’imprevisto che scompagina tutto in esiti esilaranti o tragici. Quando si anticipa c’è il rischio di inciampare. Per questo non bisogna mai prendersi troppo sul serio: è l’unico modo per far barriera alla rabbia che giunge se si prende un liscio. Bisogna reagire con dignità perché l’imprevisto che provoca il liscio è ‘la forza misteriosa che materialmente ci fa stare in piedi e in equilibrio’.3 L’incertezza segreta è il fremito della vita.4

Negare. Sono andato a fare un giro in bici sui Colli Euganei, una ventina di chilometri da Padova dove sto assistendo mio padre negli ultimi giorni di agonia. Assistere un malato terminale è molto faticoso: ha un continuo bisogno di presenza per sconfiggere la sua solitudine di fronte alla morte, di cui è perfettamente cosciente. E’ arduo coprire il genitore del proprio affetto, specialmente quando ha vissuto preso dalla passione di riempire il mondo di concreto (e non guardandomi mi ha esiliato nella auto-contemplazione). Servendo il suo demone mio padre lavorava dall’alba alla notte sostenendosi con una bottiglia di whisky. L’onnipotenza è necessariamente ebbra dell’entusiasmo proprio di chi dalla soglia estrae gli enti dal nulla. Se non sei il Dio Creatore, il metodo più semplice per alimentare l’ebbrezza creativa è la via alcolica. Si genera così un’energia cinicamente positiva, sorda alla voce dell’Ombra. Per mio padre e per tutti gli altri artefici esaltati, tutto è aggredibile. Anche la malattia di mia madre era un problema fra i tanti, tutti comunque risolvibili. Alla fine anche il cancro al fegato, esito della cirrosi, non era niente più che uno scarto di lavorazione di cui non ci si poteva lamentare. In una certa misura – in tutto, devo ammettere – questo libro è la lavorazione della mia risposta edipica. Anch’io qui non faccio altro che estrarre enti dal nulla.

Nei suoi ultimi giorni, fedele alla sua anima, mio padre rifiuta le medicine. Per scaricare la frustrazione che i medici fedeli ad Ippocrate mi trasferiscono, prendo la bici e salgo i Colli. Mi hanno imprestato una mountain bike; non è il mio attrezzo di ordinanza: io sono uno stradista, altra tribù. Con una mountain bike sono in disordine, disallineato. E’ una sensazione interiore difficile da comunicare a chi non abbia l’esperienza muscolare dell’andare in bicicletta: è tutto un altro pedalare, tutta un’altra etichetta. Giunto sulla vetta scendo subito (ubbidendo all’invito che ad altri era già stato rivolto) lungo un sentiero nel bosco. A metà discesa, indeciso sulla strada da scegliere, mi sto quasi fermando ad un bivio quand’ecco che mi supera una bici pedalata da una bella ragazza. E’ appena un attimo per intravedere un bel viso che mi lancia uno sguardo di invitante interrogazione; o forse sono io che lo sogno.

E’ sogno di tutti i ciclisti essere superati da una bella ciclista nel bosco: figuratevi quanto lo sia per me che da sempre in questi boschi dei Colli porgo orecchio al flauto di Pan. La bella ciclista è intanto andata giù per la discesa ma ecco il piano e la nuova salita attorno alla Rocca Pendice, una roccia grigia tra il verde dei boschi che ho scalato decine di volte. Mi avvicino a chi va nel mio bosco: da dietro ammiro i polpacci voluminosi e le cosce sode; muscoli che con grazia si combinano alla costosa bicicletta. Sorrido, anche lei è della tribù dello stile: a buoni muscoli, buona bicicletta. Ai piedi della salita dove la raggiungo le chiedo se non le dispiace che la segua: non conosco la zona, mento. Ha dei bellissimi occhi azzurri, un seno prosperoso – certamente una quarta misura – mentre al largo sorriso della bocca carnosa aggiunge qualche gentile parola di accoglimento. Scaliamo in silenzio l’erto sentiero che non lascia sprecare fiato. Ho un passo maggiore e mi fermo ad attenderla sulla cima. Eccola che arriva; è in affanno, si ferma, ci guardiamo: è proprio molto bella e se non fosse per lo scarso fiato che la tradisce, sale la collina con un buon gesto tecnico. Le faccio qualche complimento sportivo ma poi mi scappa una battuta di molto successo quando ero adolescente: “c’è del mare nei tuoi occhi”. Sarà perché in debito d’ossigeno, per il tono indovinato della mia voce, per la sua giovane età, sta di fatto che ci casca. Così aggiungo con voce socratica: “chissà se la tua anima è bella come i tuoi occhi?” Manca poco che cada dalla bicicletta.

Chi è in affanno è la sua anima di bella ragazza che ancora non sa come spendere la vita. E’ impaziente, forse ha paura di perdere il treno, forse ha grandi progetti e sta curando la muscolatura prima del balzo che ancora non vede. Una bella ragazza che se ne va da sola per i boschi mentre sta per piovere, ma ancora non piove, e si fa trovare in affanno sulla salita: non c’è dubbio che voglia correre dei pericoli. Ma l’ora è tarda, devo tornare a Padova per dare il cambio alle infermerie stremate e inoltre siamo sulla cima da cui è opportuno scendere quanto prima. Così, mentendo ancora, le chiedo la via più breve. E’ sorpresa che io sia giunto fin là in bicicletta – tra quelli che usano mountain bike il fondo non sembra essere un valore. Si offre di accompagnarmi a Padova con la sua macchina posteggiata a valle: ha appena sentito parlare di anima, vorrebbe saperne di più. Ma è contro la mia etica tornare a casa in macchina dopo esserne uscito in bicicletta. Così il Pan dentro me deve accontentarsi del balenio della possibilità di agguantare la bella fanciulla ciclista.

Certo mi piange un po’ il cuore: una quarta misura in un bosco quando – biblicamente sta per piovere ma ancora non piove – non si incontra tutti i giorni; ma per fare dell’atletismo spirituale si deve ubbidire all’etica sportiva. Così, non senza aver lanciato un ultimo sguardo nei suoi bellissimi occhi blu e alle ricche curve, inforco la bici e mi avvio verso la discesa mentre comincia a piovere, legittimamente poiché la cerimonia è conclusa. Alla prima curva, che è verso sinistra, il verso del femminile e del passato, scivolo sul fondo viscido e mi ritrovo per terra con la gamba graffiata dall’asfalto e il sedere dolorante. E’ la mia prima caduta da ciclista a quattro anni dall’inizio della carriera; giorno più, giorno meno.

Se la realtà è simbolica, a cosa farebbe segno questa bella ciclista con anima in affanno nel bosco della mia giovinezza? Cosa dice la quarta misura del suo seno come quello di mia madre? E questa caduta che cade al quarto anniversario? Ma è veramente questa la simbolicità del reale? E’ questo il legittimo fantasticare su ciò che è ‘nascosto sotto le scorze’ ?

Giunto al suo quarto anno, il ciclo ciclistico ascendente e maschile si chiude con la caduta del casca-morto. Una caduta a sinistra in discesa. Nella gamba graffiata non soltanto la tensione tra etica e passione ma anche il lamento di molti miei amici: razionale, freddo, implacabile, come fa a sopportarti chi ti sta vicino? Parrebbe infatti a non-R che coloro per i quali “il logos è tutt’uno con la vita5 non abbiano lo statuto di esseri umani, i logicamente sofferenti.

Allora cosa potrebbe narrare questo episodio? Che sarei dovuto tornare a casa in macchina con la bella ciclista? che anche l’etica ciclistica va praticata secondo giusta misura, che tutto deve mantenersi leggermente disallineato? O era solamente Venere offesa? O era mia madre che nell’ora della liberazione dal padre mi ricordava di rendere onore al farmaco del rischio?

Pedalare. Insegna il Maestro che gli angeli attuano sulla terra come indicatori di potenzialità6, mentre rimane sempre solo l’uomo a far da solo. L’angelo non è un deus-ex-machina ma, continuerei io, un invito ad essere fedeli alla propria anima; un mormorio: “puoi se lo decidi”.

A poche ore da questa lezione sto scalando in bicicletta un passo alpino dal nome intrigante: Fedaia. Un luogo mitico della muscolosità e dell’etica ciclistica dove l’asfalto obliquo della salita massacrante mormora: “non mollare, non rompere questo durante”. Salgo il passo accompagnato da un ex-corridore, il Tecnico, che abita con precisione autentica il suo nome: Remo. A me che salgo Remo dona il vigore confermativo proprio della relazione testimoniante. Remo si sposta alle mie spalle a misurare la regolare cadenza con cui mi spingo alla cima e mi dice con voce priva di affanno: “sono il tuo angelo custode, ti guardo preservandoti da ogni dissipazione di energia”.

L’euforia dell’incontro con quel demone che abita l’operatività nel durante, sale dall’asfalto inclinato della salita, compie una rotazione nella ruota anteriore – un girare ipnotico che mi tiene allo sforzo verso il passo – ed entra nel peso del corpo che le braccia, piegate sul manubrio, percepiscono e sopportano ed ecco, così, l’euforia si fa sostanza. Ecco la presenza dell’angelo; immediata evidenza del simbolo.

La sostanza della presenza non sta nella banalità della coincidenza, nella immediata evidenza. Elokim7 o il Suo angelo, sebbene si compiaccia della giusta misura con cui salgo il passo – giusta misura che è condizione di entrambi poiché anche il Suo nome appare dopo Aleph in aleph – non per questo parla nella voce di Remo; non così direttamente si deve intendere la simbolicità del reale. Anche qui, nella piena trasparenza della coincidenza tra i maestri del corpo e dello spirito, il simbolo non va svestito della modalità della condensazione e spostamento con cui sempre appare, come ben ha ripetuto Freud.

Se così non fosse tutto sarebbe invivibile: non ci sarebbe più differenza tra ‘mappa e territorio’8, tra ‘contenuto manifesto e latente’, tra significato letterale e metaforico, tra logico e fenomenologico: il Perturbante sarebbe preda di un imperturbato delirio di onnipotenza ‘segnaletica’. Il senso trasparente di questa coincidenza è dentro la coincidenza, ne è avvolto e non si vede se si guarda soltanto l’evidente simbolicità della coincidenza.

“Non è possibile!” esclamo dentro di me, continuando a pedalare. Senza dimenticare la condensazione e lo spostamento del senso nel simbolo, il senso di questo immediato contatto, proposto dalla coincidenza, va interrogato immediatamente. L’arco del contatto è tra corpo e spirito, tra insegnamento ‘spirituale’ del Maestro e corporeità dello sforzo verso l’alto. La ‘vivezza del contatto’ per usare termini di Giorgio Colli – espressa dalla relazione diretta della coincidenza – trova voce nella muta esclamazione “non è possibile”. E infatti l’angelo che parla non è in Remo, da dove parla, ma è spostato in me 9, dove produce senso che devo capire. La coincidenza produce senso in me che sono contratto nello sforzo.

Per cercare la condensazione provo ad entrare immediatamente, ovvero con la stessa modalità della coincidenza, nella fibra della parola ‘contratto’, ciò che sono mentre l’angelo mi parla. Così mi sembra di poter leggere ‘con-t(e)-R-atto’ ed intendere: sono con te, R, che sei in atto di rischiare, rischiante. La ‘e’ tra parentesi è la prima lettera del mio nome. E del mio nome c’è solo la ‘e’ proprio perché sono contratto. Qui c’è però un problema: prima dico che l’angelo non è ‘in’ Remo mentre ora, così interpretando, lo trovo ‘con’ me.

A prescindere da Remo e me, non è affatto la stessa relazione: tra ‘in’ e ‘con’ c’è l’abisso che separa l’essere accogliente da quello appena testimoniante. C’è allora ancora un’operazione per far apparire l’identità della relazione che il demone istituisce con Remo e me. Per riportare il ‘con’ a ‘in’ utilizzo la norma: “la relazione non può mai essere diretta”. Infatti il Senso è ‘in’ me, ovvero nel duetto della mia identità. L’identità è uno stato indicato da due parole: ‘sé’ e ‘stesso’. Identità è essere se stessi. Quindi l’identità è la più lampante indicazione di doppiezza; è il luogo di incontro tra il e lo stesso, due personaggi assolutamente distinti come assolutamente distinti sono l’oggetto da esprimere e quello espresso.

Salviamo così la norma che vuole la relazione con il Senso solo indiretta: attraverso lo ‘stesso’ che pedala, il ‘sé’ istituisce la relazione con il Senso, con il Suo angelo: Remo, muscolo maestro.

Frugare. Nel mio primo giorno di lavoro mi assegnarono una scrivania tra le quattro dell’ufficio open-space ed il compito di ripulire l’armadio dalle carte lasciate da chi mi aveva preceduto. Così frugando tra le montagne di carte mi capita in mano uno di quei libri autocelebrativi dell’ingegneria italiana nel mondo. Lo sfoglio rapidamente e mi cade l’occhio su di un articolo relativo alla costruzione di una strada nella Terra del Fuoco in Argentina. Leggo che il manto di asfalto di una buona strada viene steso sopra un terrapieno formato da terra di riporto che viene compattata dopo essere stata ben annaffiata d’acqua. In questo caso il problema stava nel fatto che la strada correva in una zona desertica, attraversata solo da due fiumi distanti tra loro circa centocinquanta chilometri. I costi di realizzazione si presentavano molto alti perché sarebbe stato necessario trasportare l’acqua con autobotti, avanti ed indietro per centocinquanta chilometri. L’autore narrava del colpo di fortuna che gli era capitato: mentre sbarcava i macchinari nel porto argentino aveva notato una montagna di tubazioni accatastate in un angolo. Erano settanta chilometri di tubi che non avevano potuto essere montati in un oleodotto a causa di lievi difetti di fabbrica. Acquistate per poco, le tubazioni vennero trasportate nel deserto e montate con il procedere del terrapieno; una pompa aspirava l’acqua dal fiume a monte per portarla sul fronte della strada. Arrivati a metà del percorso, tubi e macchinari vennero spostati di ottanta chilometri più avanti e la costruzione della strada procedette a ritroso, utilizzando l’acqua aspirata dal fiume a valle. I risultati in termini economici e di tempi di realizzazione furono eccezionali mentre le inutili autobotti furono rivendute a prezzi così vantaggiosi quali possono esser quelli che si spuntano in un deserto. Va da sé che il costruttore della strada ed autore dell’articolo era mio padre e quello era il mio primo giorno di lavoro.

Anche su questa strada di centocinquanta chilometri ci sono due metà che si uniscono, con un piccolo scarto al centro. Oggi, passati tanti anni, posso vedere un segno profetico, legato forse alle parole di Volpi su Schopenhauer che ho letto ieri sera: “A ben guardare, dunque, proprio dalla pessimistica convinzione che la vita, cioè la finitudine umana, oscilli tra la noia e il dolore e che questo mondo altro non sia che una valle di lacrime, Schopenhauer trae l’esortazione a cavarsela in tale situazione con l’aiuto del prezioso strumento di cui Madre Natura ci ha dotati: l’ingegno.”10

Anche quando si è accolti tra le braccia di un porto, di un amore, di una fede qualsiasi, non bisogna distogliere lo sguardo, sospendere l’interrogazione, non curarsi dell’inutile che potrebbe essere lì ad aspettare il nostro ingegno per essere messo a frutto. Solo così si supera la noia del porto, fosse anche di ‘belle navi11, si impedisce all’ozio di trasformarsi in pigrizia. Le eterne metà che ritornano, l’essere e non essere destinato alla malattia, vanno congiunte dalla ‘tubazione’ dell’ingegno che non dimentica lo scarto del centro, riempibile solo da ciò che è oltre la soluzione tecnica, l’unica cosa di cui siamo capaci.

Incrociare. Ho calcolato di aver percorso fino a Reggio Emilia l’autostrada Milano-Roma più di mille volte. Infatti, nelle colline vicine c’è la casa di campagna di famiglia dove andiamo ogni fine settimana da più di quindici anni. In tutti questi anni ho incrociato solo due volte un carro funebre. La prima volta è stato la mattina in cui sono partito per Roma dove avrei saputo i risultati del test. Il carro funebre trasportava una piccola bara bianca: non andavo infatti a seppellire R, il mio bambino onnipotente? La seconda volta è stato il giorno dopo mentre tornavo a casa: a pochi chilometri da Milano ho superato un carro funebre vuoto.

Ciò che impressiona è l’assoluta precisione simbolica della realtà.

Ex-ergo: Massimo Cacciari, Dallo Steinhof, cit., p.44

Roberto Calasso, I 49 gradini, cit., p.32

1 La sifilide che uccide Nietzsche è ciò che più corrode le sue parole, mi sembra così difficile che sia possa pensare quel che non si ‘vive’. Nietzsche scrive “per vivere soli bisogna essere un animale o un dio oppure un filosofo che l’uno e l’altro.” Come mai l’animalità di Nietzsche non ha fatto presa sulle donne? Il problema della sifilide di Nietzsche è controverso; comunque basta quanto dice Colli: “La rimozione del sesso in Nietzsche è la catastrofe.” Ragione Errabonda, cit., p.153

2 Paolo Scarpi , La fuga e il ritorno, Marsilio, 1992

3 Andrea Emo, Le voci delle muse, cit., p.39

4 Giorgio Colli, Filosofia dell’espressione, cit., p.117

5 Giorgio Colli, Filosofia dell’espressione, cit., pp.184-189

6 La potenzialità logicamente pre-mette l’operatività, corpo nudo di bella donna disteso sulla battigia della decisione. A sua volta l’operatività mette in gioco il ‘corpo’ del fare: la tecnica. Il corpo che il fare vuole possedere, è bello. La ricerca del bello è ricerca di armonia e dell’arma che la impone. Arma è il dono che armonia porta a chi la esprime. Armonia/arma è una relazione indicata da Massimo Cacciari. Il corpo è nudo, non velato di abiti. L’abito è il domus della tecnica, il dominio. Il pieno dominio è la condizione per mettere da parte la tecnica. Il pieno dominio dell’arte si vela nell’opera che non ne mostra il segno ma lo porta. Per giungere a questa condizione superiore ed ideale, l’artista deve generare un’opera ricca di rimandi al e dell’universale. Solo il ‘canto’ dell’armonia dell’opera artistica fa passare sotto silenzio il dominio della tecnica da parte dell’artista. «L’arte è ascetismo, modestia», Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, cit., p. 154 Il coincidere di molti universali nell’opera d’arte non va interrogato con la stessa tecnica di decifrazione del simbolo che si utilizza per la coincidenza. Infatti, nell’arte le operazioni di condensazione e spostamento sono assenti dalla superficie dell’opera, dal suo mostrarsi. Queste operazioni sono già state compiute dall’artista: condensazione e spostamento sono dentro l’opera d’arte che vuole, allora, una seconda lettura per sgravarle, farle uscir fuori. Legittimata la nudità di questo bel corpo, leggiamone ora il femminile. E’ corpo di donna perché il fare è possedere; il ‘fare’ dell’artista è anche posseduto. Nell’arte dunque la modalità attiva e passiva del possedere sono con-presenti; si accolgono l’un l’altra. Perché questo bel corpo nudo di donna, l’operatività, è disteso? E’ priva della tensione che sarà accesa dalla decisione.

7 Quella ‘k‘ è lì per una ‘h‘.

8 cfr. Gregory Bateson, Verso un’ecologia della mente, cit.

9 La decifrazione – ritrovare lo spostamento e la condensazione – viene qui attuata letteralmente sul fondamento analogico dell’immediata trasparenza della coincidenza. ‘Giocando’ la trasparenza usiamo immediatamente ciò che traspare e quindi lo spostiamo e lo condensiamo letteralmente.

10 Franco Volpi, Introduzione, Arthur Schopenhauer, L’arte di essere felici, cit., p.14

11 Gottfreid Benn, Campo dei non Beati, nella raccolta Morgue, Einaudi, 1971

XII

Dello sport

Un senso muscolare concomitante, il quale,

anche senza che noi mettiamo in movimento ‘braccia e gambe’,

comincia il suo gioco.

Nietzsche

Alla base dello sport dilettantistico c’è un incomprensibile gusto per lo sforzo: non si comprendono le motivazioni che spingono una persona a faticare in fondo per nulla. Ai sondaggi gli sportivi dilettanti rispondono: “inesprimibile, provare per credere, provare per godere.” Sembra proprio una ‘ricetta di vasta portata’: credere per godere quel che viene dal corpo. Si gode del corpo il frutto del comando su di sé: un piacere che accompagna ma non muove.1 Questo inesprimibile piacere nella fibra muscolare merita di essere trattato con quell’affetto particolare che si ha per le cose buscate a Ponente e trovate a Levante.

Lo spirito cerca e giunge all’Inesprimibile ma ancora la parola non si distacca dalla nostalgia del senso, ancora vuole dire, ancora vuole essere voce: ancora una volta vuole distruggere la soglia raggiunta.2 Ancora instancabilmente vogliamo dire se non cosa almeno come è l’Inesprimibile. Ed ecco che da Levante giunge il corpo – ‘un senso muscolare’ – ad indicarci la presenza di una relazione che non può essere detta – àlogon – eppure c’è, eppure si sente, si prova, si gode. Sottratto al potere distruttivo del logos, l’Inesprimibile, figlio primogenito dell’Ineffabile, ci attende e ci cura.

Il continuo è la nostra migliore imitazione dell’Eterno e lo sport è un modo immediato di praticare il continuo. La continuità dello sport è l’essenza del suo servizio, della sua funzione: farci sentire l’Ineffabile, persuadere con gesto muscolare la parola al silenzio. Nell’attività sportiva c’è riposo, sospensione, ‘tirare il fiato’ che non è mai ozio. Il riposo dello sportivo è un momento dell’allenamento che, come lo sforzo, va attentamente misurato. Mentre l’ozio vero, quello di zio Paperino 3, è esaurimento ed assenza di progettualità che alla lunga finisce per diventare incapacità di rimettere le forze in nuovi giochi, essenza del metodo. Ozio, insomma, è sospensione del continuo perché insieme al lavoro sospende anche quel particolare lavoro che è la condizione del continuo: progettare. Ozio dunque è dissipazione di energia cinetica, parentesi aperta e chiusa nel corpo del continuo: cisti.4

Per chi pratica sport ogni azione è abbrivio, forza inerziale verso una più ‘grande’ azione successiva. Anche quando si arriva al culmine della salita, lo sguardo che spazia sull’orizzonte è già al lavoro: sta cercando lì intorno nuove salite, nuove misure di forza, occasioni di ‘continuo strapazzo’.5 Non c’è alcuna pace che ci attende sulla cima. In cima alla salita, nel compimento, non si è il proprio io: lo si sfiora soltanto; non si è veri neppure in un attimo plotiniano. (Non c’è alcuna forma del fare che possa salvarsi in quell’attimo). Nell’atto del compimento si sogna già quel di più che potremmo essere, che la ‘vittoria’ ci invita ad essere. Si è vinto solamente quello che si è vinto mentre, proprio per averlo vinto, si sarebbe potuto vincere di più di quanto si è vinto; insomma, l’appetito vien mangiando. La vittoria dunque è ebbrezza della prossima vittoria; quell’ulteriore ‘punto di eccesso’ che, vincitori di questa, già possiamo vedere e volere.

Non esiste dunque una vittoria completa, piena, persuasa: anche quando abbiamo una vittoria da contemplare e da ripensare per farla nostra – per farla Sé – non si riesce ad evitare la fantasia di pensarla ancora più completa e tenere, come dire, lo Stesso a bocca asciutta.

Nessuna vittoria apre all’ozio. Se ripensiamo alle nostre soddisfazioni quando sono appena raggiunte, appare quell’ulteriore elemento, solo ora possibile, solo ora pensabile, che avrebbe fatto di questa, una soddisfazione più grande. Insomma siamo trascinati dall’abbrivio dell’ebbrezza. E’ un peso che cade verso l’alto senza alcuna ansia da anticipazione e senza frustrazione o senso di colpa da tradimento del soggetto nell’espressione. Insomma, bisogna mandar giù quel che insegna Colli: “… in quanto persistenza della vivezza del contatto, in quanto riproduzione – verità – l’espressione è l’essere, che è apporto del soggetto, che pone il contatto come oggetto.” 6 ,ovvero non possiamo staccarci dal sasso che cade e dire ‘anche questa è fatta’. Rifiutiamo però di farci assillare dall’angoscia da sprofondamento di Michelstaedter perché tutto solo comincia, insegna il Maestro. Da parte sua Emo definisce il valore dell’uomo come “la quantità (e la qualità) di altro che si ha in se, quando si è giunti ad essere perfettamente se medesimi, coscienti di sé.”7 Valore è dunque contemplazione di quello spazio vuoto che accoglie una maggior affermazione di Sé, capacità di ancora disporci all’infinito, senza ozio alcuno che c’è sempre divenire anche nella piena coscienza di sé.8 Insomma la vittoria, il compimento, è la voce, profonda e suadente, che ci chiama all’eccesso e che ci dice quando siamo: ora.

Nella sconfitta, solo nella sconfitta, si è il proprio io, si è la propria verità – ciò che sta appunto come ‘non’ dello Stesso che, crollando nella sconfitta, concede emersione al ‘proprio io’. Ed è per questo motivo che nella sconfitta si soffre nell’essere il proprio io, dice Kundera, e si soffre facendo esperienza del limite: “dolorosa acquisizione della coscienza dei propri limiti.”9, dei limiti entro cui il Sé viene espresso dallo Stesso, cioè dei limiti dello Stesso: “si sbaglia solo ciò che non si crede”.10 Cioè sbaglia chi non crede alla propria menzogna; alla propria volontà, alla propria interpretazione, al tradimento compiuto dal Sè. Ciò che si gioca nel mondo non è mai autentico; autentico può essere solo il giocare. “Amava l’Ovest, l’irraggiungibile, come idea. Là gli errori e i fallimenti erano considerati delle occasioni, venivano inglobati, sfruttati, trasformati in nuove vie e fonti, gli errori portavano guadagno.”11

Si supera la sconfitta con un gesto economico: riconfigurando le risorse ‘produttive’ per un uso alternativo verso cui R muove allontanandosi lesto dalla depressione, verso un conflitto di cui saprà ora riconoscerne il timbro e presentarsi con le armi appropriate. Sconfitta è learning by doing per accogliere; è il ritorno delle forze che sono sempre in gioco; il loro manifestarsi.12 Vittoria ovvero conferma, come abbiamo visto, è abbrivio, spinta centrifuga. “Solo una lunga peripezia della vita, solo la conoscenza del dolore e della gioia, solo la lotta e la sconfitta e la vittoria, il periplo del mondo e il naufragio possono dare un significato alla affermazione della vita, al sì verso il pensiero dell’eterno ritorno dell’identico.” 13

Ex-ergo: Nietzsche, VI, II, 22, 23

1 cfr. Nietzsche, VII, III, 90

2 «Ogni volta che si analizza una rappresentazione si ritrova un oggetto, sia pure nell’ambito di una relazione, cioè secondo una prospettiva, come una proiezione determinata. Ma vano è cercare il punto in cui si apre questa visuale: nel momento in cui lo si scopre esso diventa oggetto, assorbendo in sé il vecchio oggetto, e ancora una volta sfugge l’origine della prospettiva.», Giorgio Colli, Filosofia dell’espressione, cit.

3 «Quarto, amare il lavoro – non la sgobbata da schiavo – amare anche il lavoro che viene fatto anche dentro di te – mentre stai con la pancia all’aria, rinnovandoti.», Roberto Bazlen, Note senza testo, cit., p.96, c.m.

4 Le cisti che contengono il nulla dell’ozio stanno bene – mutatis mutandis – solo al corpo del Divino che contraendosi espelle il nulla da cui può creare. Che l’ozio sia il fine che in ogni azione viene cercato – come sostiene Cacciari – non redime ogni ‘forma del fare’ dall’essere follia. Non così facilmente si evade dalla coerenza di Severino, nemmeno nello Shabbat.

5 “I mezzi con cui Giulio Cesare si difendeva dal cattivo stato di salute e dal mal di testa: marce interminabili, semplicissimo regime di vita, ininterrotto soggiorno all’aria aperta, continui strapazzi …” Nietzsche, Crepuscolo…, cit., p.103

6 Giorgio Colli, RE, cit., ed ancora “L’uomo è il pastore dell’essere … la cui dignità consiste nell’essere chiamato dall’essere stesso a custodia della sua verità.”, Heidegger, ibidem, p.73 Il buon pastore fa muovere il gregge verso nuovi pascoli, lo tiene sempre in movimento. Il pastore è buon pastore durante la pastura. La verità dell’essere potrebbe essere allora detta movimento, il movimento del tradire senza false riparazioni.

7 “Definizione di valore: la quantità (e la qualità) di altro che si ha in se, quando si è giunti ad essere perfettamente sé medesimi, coscienti di sé. Per esempio, la quantità e qualità di eternità che abbiamo in noi, quando conosciamo la nostra infinita ed assoluta (se così si può dire) contingenza.”, Andrea Emo, Le Voci delle muse, cit.,p.61. Probabilmente Colli avrebbe detto: ecco un esempio di vasta portata. In termini popolari ciò si riduce al ‘pedala!’

8 Nell’incompleto c’è lo spazio per accogliere un ‘maggior’ positivo; una maggior affermazione di Sé.

9″Il fondamento della vergogna non è il nostro sbaglio personale ma l’oltraggio, l’umiliazione che proviamo per essere costretti ad essere ciò che siamo senza averlo scelto e l’insopportabile sensazione che questa umiliazione sia visibile da ogni parte.”, Milan Kundera, L’immortalità, cit., p.267

10 Giorgio Colli, Per una enciclopedia…, cit.

11 Sten Nadolny, Un Dio dell’impudenza, cit. p.29 da legare con Severino: “Il divenire è il prodursi dello stesso.”, Tautòtês, cit., p.47

12 “Il bene non è immediato ma è sempre la positività di una negazione.”, Andrea Emo, Le voci delle Muse, cit., p.35 Deve essere questa la formula ‘di vasta portata’ per liberarci dalla “millenaria superstizione del valore assoluto del bene e del male.”, Giorgio Colli, Per una enciclopedia, cit., p.55

13 Mazzino Montinari, Nota introduttiva a Nietzsche, Crepuscolo degli Idoli, cit., p.18

XIII

L’Altro

Manca il meglio quando comincia a mancare l’egoismo.

F. Nietzsche

In una delle ultime lezioni prima della vacanze di Natale il professore di filosofia citò una frase di Liebnitz: “ogni variazione quantitativa è una variazione qualitativa” che mi colpì perché non riuscivo ad intuirne le conseguenze. Non avendo ancora scoperto il coraggio ed il piacere della discussione pubblica mi tenni dentro i miei dubbi.

Quell’anno a Cortina per le vacanze c’era anche mio cugino Gaspare; di dieci anni più grande era il mio idolo. Nella Padova ‘bene’ di quegli anni era l’agitatore goliardico, capo carismatico di un numeroso gruppo di amici che si ritrovavano ogni anno a Cortina per le vacanze. La sera uscimmo per andare a ballare; sulla porta del night venni introdotto alla compagnia. Ragazzi tutti ben più grandi di me, mi accolsero con una naturale sufficienza: aspettavano di vedere se sarei stato all’altezza. Senza farmi troppo scoraggiare attaccai subito discorso con una ragazza carina ma un po’ timida. Aveva gli occhi azzurri così ruppi il ghiaccio con un attacco diventato poi classico: “c’è del mare nei tuoi occhi, quante vele, quanti naufragi”. Lei fece finta di non ridere e rassicurata dalla mia giovane età, stette al gioco. Rilanciai subito invitandola a raccontarmi del suo navigare perché tanto non ci saremo mai più visti. Mentre gli altri ballavano, la nostra fitta conversazione giunse al senso dell’amore in ‘tempo di vacanza’. La sua posizione era classica: “anche se tu mi piaci non ti concedo il mio corpo perché in questi pochi giorni non potrà mai esserci vero amore e, senza amore, lo fanno solo le puttane”.

Come superare questo sbarramento? Cominciai a tessere la tela dell’assedio partendo dall’ipocrisia e dalla maschera: non so cosa sia il vero amore ma voglio darti ciò che veramente sono anche nella breve durata di questa vacanza. Ma carpe diem non era abbastanza: non rispondeva all’obiezione sul vero amore, cioè alla vera domanda: in che misura l’avrei giudicata una puttana se si fosse concessa, inoltre sotto gli occhi dei suoi amici che certo non avrebbero dimenticato che avevo quattordici anni.

Con un sottile ronzio venne in soccorso Liebnitz: “ogni variazione quantitativa è una variazione qualitativa” significava nella penombra del night che ogni quantità ha la sua qualità; la qualità dell’amore in tempo di vacanza è data dal poco tempo disponibile: solo il darsi vorticosamente redime lo scambio del corpo dalla colpa di essere ‘consumo’ in tempi di vacanza. Così tratteggiavo il ‘grande amore di pochi giorni’ e finalmente la baciai. Lei aveva vent’anni; oggi mi piace pensare che fosse un angelo, un indicatore di potenzialità. Stavo per la prima volta sperimentando uno stile filosofico nel parlare d’amore, e scoprivo che era buona moneta di scambio con il corpo. Non c’è nulla che confermi meglio l’astratto che la fragranza della carne, la più profumata attualità dell’atto. Non è forse il profumo della carne che giunge agli Dei nel sacrificio?

La tecnica della seduzione è banale: basta interrogare il ‘non detto’, scavare nel lapsus, indovinare in balenii, riportare tutto all’identico generale: è “il gusto di entrare nella natura degli altri”. Questa la ‘legge generale degli incontri’ 3 per cui si lascia e si riceve tanto quanto ci consente l’altezza in cui si decide di essere. L’altro che si ama è semplice plastilina che si ama nella misura in cui è disposto ad essere altro da sé, a trasformarsi per noi, a muoversi secondo la nostra sceneggiatura, il nostro progetto di un altro migliore. E’ certamente più semplice amare il nostro nemico che il nostro amico.

La relazione con l’altro è avvolgente; amarlo significa avvolgerlo nella nostra seduzione per ritrovare in questo gesto il nostro ‘io’: questo un possibile senso di quanto sostiene Terenzio: “Il mio prossimo sono io”. Il fondamento della seduzione sta tutta nel balenio della possibilità di trasformazione; il seduttore apre un varco nel bosco all’essere chiuso nella sua radura proponendo avventure. Andando di corsa si può sedurre solo per sport. Infatti ci si innamora solo di chi è ‘risolto’ ad una dymanis eccellente, a correre pericoli ed ha ‘commesso’ buone letture perché, da sola, la vissutezza non basta: gli ‘uomini della vita’ sono spesso terribilmente banali.

La relazione con l’altro è lo specchio in cui ritornano le immagini della relazione che il Sé intrattiene con lo Stesso, con la nostra espressione e realtà. E siccome nello Stesso non vogliamo mai restare, insegna Gottfried Benn, la relazione con l’altro diviene un complicato pasticcio per cui, poco dopo essere stati accolti, sale una sensazione di nausea. In casa d’altri c’è sempre puzza di cavoli; ci fanno accomodare in salotto e imprigionati nel divano ci sorbiamo la morale solidale: si ho sofferto anch’io come lei. Insomma la relazione più autentica che lega R all’altro è quella omicida. Mi ami? vuol dire semplicemente ti sembra che io sia in grado di ucciderti? e appena l’altro risponde “Siii, amore ti amo”, la replica che conclude il contratto sarà vuoi morire per mia mano, amore? La seduzione non è che seduzione al nuovo che si intravede al di là della morte di ciò che siamo. Si ama solo chi sa darci lutti da elaborare; chi accoglie le nostre spoglie mortali.

Allora amare non vuol dire, come scrive l’ottimista Claudio Magris, ‘ascoltare’ ma ‘uccidere’ ciò che l’altro è affinché possa essere accolto nel bene che gli vogliamo; ovviamente solo e se e quando vorrà divenire secondo il nostro progetto. Il bene che gli vogliamo raramente si interroga se sia proprio lo stesso bene che l’altro vuole per sé, ma questi sono dettagli che si negoziano in corso d’opera. Amandolo stiamo dando all’altro il dominio sulla nostra trasformazione.

Se veramente amare volesse dire ascoltare, sarebbe cosa ben triste: stanno quasi tutti a mezza pensione nella sterile landa del cordoglio, a lamentarsi, a piagnucolare, ad attendere tutti infuturati. Si ascolta il lamento dell’altro solamente per misurare l’altezza della nostra risposta al dolore; si ascolta per domandarsi come avremo risposto noi o per avere la conferma di aver già sofferto ciò che l’altro lamenta di soffrire. Forse si ascolta solo per potersi sentire vivi anche senza rischiare nulla, convinti che la carità dell’atto di ascoltare ci assolva dall’unica colpa: scegliere di non rischiare di essere all’altezza che abbiamo raggiunto. Forse si ascolta per ozio.

Andando di corsa nella mia vita a rischio non ho mai ‘ascoltato’ nessuno; nessuno era nella mia condizione, nessuno aveva qualcosa da dirmi. Piuttosto ho interrogato molti per carpire/capire come vincere battaglie, per copiare le precauzioni necessarie per non perdere. Solo il nemico che ci concede occasione di battaglia, di distruzione, di rinascita e di nuovo dominio può essere amato. Non credo che sia questo il messaggio cristiano. Solamente governando la trasformazione dell’altro che amiamo si può superare l’angoscia di dover noi morire, l’angoscia di governare la nostra trasformazione. La mia risposta quando qualcuno mi ha chiesto ascolto è sempre stata la stessa: scuotiti che c’è da correre all’universale e tornare indietro senza lamentarsi della fatica del lavoro, ché siamo qui tutti per questo: trasformarci per rischiare di essere vivi.

Se è vero che ‘restare in se stesso nulla vuole’, si ama l’altro perché ci indica la possibilità di essere diversi: amiamo chi ci apre la strada della nostra trasformazione, chi magari la provoca, chi addirittura la governa. Solo in questo senso evolutivo si può amare Dio. Un amore che ci attira quanto più Egli si nega, quanto più distanza pone, quanto più dobbiamo trasformarci per riprenderlo: in amore vince sempre chi fugge. L’amore trasformante è certamente un amore ‘freddo’ che Lo tiene a distanza: Lo amiamo per quello che serve nella stessa misura in cui il Creato Gli serve per contemplare il Suo Senso mentre noi destiniamo il nostro senso a distrarci dall’incomprensibilità del Suo.

Il Maestro ritiene che l’amore per l’Ineffabile sia tutto ciò che si riesce a ‘cavar fuori’ da Dio. Io credo che sia più prudente, più edipicamente risolto, astenersi dal considerare l’Ineffabile come oggetto in qualche modo disponibile, fosse anche al nostro amore. Sento, nel delicato equilibrio del cinquanta per cento, che è più opportuno mantenermi sulle mie – nella mia storia – e sentirLo come fonte di ogni scotimento emozionale quando esprimo essere me come stare acceso nel cuore del rischio a far sorridere gli Dei e danzare il mio demone: mi.

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