“Dall’altra parte del mare” di Marina Fichera

Sono nata e vivo in un paese che si affaccia su un’ ampia e luminosa baia. Una piccola cittadina, placida e tranquilla come una gatta, ma anche fiera e forte come una leonessa.
Ho sempre sognato di abitare in una casa da dove si potesse vedere il mare, ma non ce la possiamo permettere. Mio marito è un piccolo artigiano che in un incidente nel suo laboratorio ha perso tre dita della mano sinistra e io faccio solo qualche lavoretto, lui non vorrebbe, ma ne abbiamo bisogno.

Corro sul lungomare non appena mi è possibile. Che sia una brevissima passeggiata o un’interminabile contemplazione non importa, basta che veda il mare. Se non c’è molta gente intorno, mi tolgo le calze e le scarpe, se fa caldo anche il foulard e, anche solo per pochi minuti, cammino scalza sull’arenile, fino a sfiorare la battigia. Mi piace sentire il solletico provocato dalla sabbia tra le dita dei piedi e il calore del sole sul viso e sui capelli.

Mi piacerebbe viaggiare, prendere una nave e partire per visitare il mondo intero, ma non posso. Posso però sognare. Sulla spiaggia mi metto a immaginare che cosa c’è dall’altra parte del mare, inventando storie sulle città, le persone e i profumi di quei luoghi lontani.
Ho sentito che anche là, oltre l’orizzonte, c’è la crisi economica, tanti disoccupati, problemi, come se il mare ci unisse anziché dividerci. Se non fosse crudele e ingiusto sarebbe bello.

Davanti a quella distesa d’acqua e cielo vivo attimi in cui tutta la tristezza del mondo svanisce, piccoli momenti solo per me. Respiro l’aria carica di salsedine e ascolto lo stridio dei gabbiani che si cullano al ritmo delle onde. Il mare mi chiama e io rispondo sempre, con amorevole rispetto.
Certe volte mi fermo finché non è calato il sole e quando torno a casa è tardi e mio marito si arrabbia perché la cena non è ancora pronta. Dice che sono una svergognata, che dovrei avere più rispetto per la casa e la famiglia e non mi perdona nemmeno quando gli dico che per me il richiamo del mare è come quello delle sirene di Ulisse, irresistibile. Mi ha detto che se continuo così mi farà proprio come fecero a Ulisse, mi legherà in casa prima di uscire la mattina, in modo che non possa cadere in tentazione.

Amo sinceramente mio marito, ma confesso che amo ancor di più lui, il mio amante, il mio destino, il Mare.
La nostra vita scorreva senza grandi sussulti, tra alte e basse maree, fino a quando un giorno vidi un’insolita increspatura nelle onde. Qualcosa stava cambiando. Il clima in paese era mutato: c’era silenzio, paura, la gente dopo il tramonto aveva iniziato a starsene chiusa in casa, e io non potevo trattenermi sul lungomare oltre una certa ora. Mio marito era quasi felice che finalmente non tornassi a casa tardi, io m’intristivo ogni giorno di più.

Avevamo sentito alla radio di scontri nella Capitale, ma era tutto così lontano che all’inizio quasi non ce ne accorgemmo. Io continuavo a guardare oltre, laggiù, dall’altra parte del mare, sempre fiduciosa nel futuro e nella bontà delle persone. Mi sbagliavo!
Scoppiò la guerra, assurda come lo sono tutte, ma questa era anche peggiore, perché fratricida. Un conflitto tra vicini di casa, parenti, ex amici. Una delle cose più insensate che l’uomo abbia mai concepito, la guerra, che ci ha tolto il lavoro, la casa, la libertà e la dignità di esseri umani.
Mio marito non fu chiamato a combattere per via della sua mano, solo in quel momento capii che certe volte la sventura si rivela un’inaspettata fortuna.

Quanto ho pregato sperando che la guerra finisse subito, ho persino desiderato che arrivasse il mare e con un’onda enorme ricoprisse tutto, per spazzare via per sempre questo dolore. Sono abituata allo sciabordio delle onde, ma non mi abituerò mai al rumore delle lacrime.
Al mare sono nata, 22 anni fa, e dal mare sono appena partita, insieme a mio marito, per scappare dalla guerra civile che devasta il nostro Paese da quasi tre anni. Solo il mare ci potrà salvare.

Non siamo mai stati in Francia ma ci han detto che lì si sta abbastanza bene, c’è democrazia, libertà ma soprattutto non c’è la guerra. Solo attraversando il nostro amato Mediterraneo su questo vecchio peschereccio, arrugginito e puzzolente di gasolio e paura, pieno zeppo di fuggitivi disperati come noi, potremo sperare di ricominciare a vivere. Perché noi vogliamo vivere!

Siamo fuggiti per andare dall’altra parte del mare, io e mio marito. In questa fredda mattina del 15 dicembre 1938, siamo salpati da Lloret de Mar, in Catalogna, Spagna, con destinazione Marsiglia, Francia.

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