Rex sta coi Martiri

S’erano incontrati, Rex e il Movimento, per caso e, secondo Max, per stretta e urgente necessità. Il ranger era giunto ad Abilene proveniente dalla Mesa, quale non so, ipotizzo quella Verde. Si diresse, come sua costumanza, dal maniscalco, a cui affidò Dinamite: “Mi raccomando, esagera con carote e biada e intanto pigliati ‘sto anticipo” (cinque dollari). Perché fosse sempre munifico rimane un mistero, ma se occorre una risposta azzardo la più semplice, quella del coltello affilatissimo di Tiger, non gliene importava un fico secco, dei soldi, l’importante era sperperarli nella direzione giusta.

Entrò nel saloon per carenza di liquidi e zuccheri, e l’antipasto era offerto dalla ditta e consisteva in una scazzottata. Tre o quattro smargiassi stavano prendendosela con un ultrasessantenne dalla lunga barba bianca, vestito di nero e con cappellaccio grigio. Rex s’intromise, come da regolamento. Disse soltanto: “E’ lunga, ragazzi?” “Cerchi rogne, straniero?”, lo apostrofò un tale, mai che qualcuno dicesse, facendo l’originale: “Ti ha mandato qualcuno o ci sei venuto da solo, cow-boy?” “Sì, e alcune di esse pendono dal tuo mento, mentecatto!” Rex mollò un uppercut per cui qualcosa sbriciolò nella basletta del tipo. Uno che pareva e forse era il capo dei masnadieri, mai lo si seppe (ininfluente alla soluzione del problema), estrasse rapido la pistola dalla fondina e sparò in direzione del ranger il quale… raccolto al volo un boccale di rame lo tirò verso il bagliore, la pallottola intercettò l’oggetto e deviò verso il soffitto, finendo per tranciare di netto il lampadario di ferrò battuto, che divenne battente sulla capa del capo o presunto tale. Fu il più incredibile colpo di fortuna, mista a fredda abilità, che ebbe nella sua vita il fisico balistico Rex Miller, il quale ne ebbe tanti, ma tanti, di botte di deretano, e quasi tutte inimmaginabili ed imperscrutabili, non riproducibili in laboratorio, per intenderci.

“Vi è piaciuta, ragazzi?” – un coro di silenzi gli rispose all’unisono. “Prendi questi, amigo, per il lampadario e la cooperativa di pulizie, e chi di voi ha i sintomi della sete si diriga al banco a mio nome e che buon pro gli faccia!” Il vecchio era rimasto impietrito, colmo più di sorpresa che di ammirazione. Con un occhio a lui e l’altro al vivandiere, Rex disse: “Oste delle mie uosa, preparami una fiorentina alta tre dita e una montagna di patatine e un boccale di birra ghiacciata… e lei, signore, vuol farmi compagnia?” “Grazie, ma a me la fiorentina piace ben cotta e senza una goccia di sangue… E acqua corrente del rubinetto!”.

I due avventori si sedettero, mentre un’orda idrovora, la così detta maggioranza rumorosa, si avvicinava caciarona al banco, dimentica del bailamme che era successo. Lo stesso fece il branco di facinorosi che era stata la prima causa del trambusto, seppure con capo chino e ghigno poco convinto. Nel corso della cenetta i due affamati non profferirono, Rex impegnato esclusivamente a divorare il cibo (“a tavola si lotta con la morte”, gli diceva sempre mamma), il vecchietto intento a sgranocchiare la carne vaccina e il contorno, ma anche ad almanaccare sul suo bizzarro ospite (aveva già capito chi avrebbe pagato la consumazione). Rex gli era piaciuto per un paio di motivi, primo non aveva fatto ricorso all’artiglieria per difendersi, per quanto due colts gli penzolavano peccaminose dai fianchi, secondo aveva dimostrato di essere protetto da qualcuno lassù. Rex, sorbita l’ultima goccia di birra, con ancora il bicchiere appeso al naso, gli chiese a bruciapelo: “Conosce la vita di Daniele?” “Chi, il famoso…” “Sì, il famoso con quel che segue…” “Perché me lo chiede?” “Non vi assomigliate neanche per una pecora, ma qualcosa di voi me lo ricorda”… “Avete letto il racconto bibl…” “No, l’ho conosciuto di persona, ma che ne parliamo a fare? Qualcosa mi dice che state per chiedermi qualcosa…” “Il nostro popolo ha bisogno di una guida, stiamo andando in California…” “Non ero diretto là…” “Ah!” “Partiremo domattina prestissimo, mi conduca dove siete accampati, signor…?” “C.T.!”

Alle tre e mezza Rex diede la sveglia al villaggio comunitario, che era composto da un capo, C.T., Commissario Tecnico, tre Venerabili, sette Decrepiti, venticinque Vecchiardi, quarantatre Anziani, di età compresa fra diciannove e venticinque anni, una trentina di marmocchi d’ambo i sessi, e ventidue femmine, conteggiate a parte. Partirono tutti in blocco di lì a poco.

Come vorrei percorrere quella sconfinata via coi miei due amati redi, e senza seccatori!

Nuvole, anzi no, fumo, segnali di fumo a babordo!

Stiamo precipitando!

Gli Apachu, più numerosi degli acari del mio tappeto correggese, fecero capolino dall’alto d’un colle.

Rex disse: “Accampiamoci”. E soggiunse: “Presto!”

Perché era successo l’imprevedibile? Gli Apachu erano quieti da cinque o sei anni. Rex aveva collaborato sia con gli Indiani che con le autorità pallide in occasione dell’ultima rivolta, sorta dall’ennesimo atto di ribellione di un giovane nobile che non ci stava con le idee di Cochise, il quale aveva capito che gli Yankee erano protetti dalla Storia e non bastava il valore guerriero contro tale megera. Rex da tempo aveva detto al vecchio sachem che era “…inutile fare gli eroi, adattiamoci a ‘sta disgrazia, io e te insieme, altrimenti di brigantismo si muore, e facciamo la fine di Michelina, povera stella. Pazienza, la prossima vita, a fare i prepotenti toccherà a noi!…” Cochise colse il messaggio, e con lui quasi tutti gli Apachu. Ma ogni tanto qualcuno, per eccesso di ormoni, non per altro, tentava la rivoluzione, così, tanto per tentare l’impossibile, e trovava sempre a terga un gran numero di valorosi imbecilli.

Veniamo al dunque perché poi ho fa dare.

Rex disse al Popolo: “Non ce ne frega a noi, se siamo anima e corpo, o staccati in due; o se rientriamo nel numero, o se siamo il centoquarantaquattromilesimoeuno; né che Dio ci abbia scelti o scartati; né che la verità sia sì una luce ma ancor di più una rupe, o che quel povero cristo sia un angelo di quelli bussi; quel che ci deve importare è condurre la vita con onore fino all’ultimo istante, ragazzi, e trangugiare il calice fino all’ultima goccia, e non so proprio come andrà a finire, ma ho letto da qualche parte che alla morte ci arriverò da vivo e che scamperò fino all’estrema vecchiezza, e se mi salverò io, perché non anche voi?

Gli Apachu, i Nemici, i vecchi padroni della terra californiana, erano lì lì per scendere. Rex aveva il winchester spianato e se ne stava al riparo, addossato a uno dei carri. Il popolo dei giusti era tutto all’impiedi, in attesa e attento agli ordini del C.T.

I Nemici scesero di punto in bianco, come trottole impazzite. Pochi minuti e sarebbero giunti a tiro, incuranti delle pallottole, delle proprie e delle altrui. Secondo me, in quel preciso istante, l’unico che non era indifferente ad ogni tipo di pallottola era proprio lui, l’immarcescibile ranger.

Il Popolo seguì con un unico sguardo eventuali movimenti del C.T., il quale disse: “Chi Lo ama, mi segua…” E uscì dal cerchio dei carri, mani giunte e levate in alto, viso compassato ma sereno, ispirato, per farvi capire, seguito dai suoi fedeli, che lo imitarono in tutto; intanto i Nemici scendevano a frotte e quella genia disgraziata si fermò, attestandosi a un centinaio di metri dalla carovana, in fila per due dietro al C.T., il quale prese la parola e disse: “E’ scoccata l’ora, fratelli. Con un po’ di anticipo mi sa, è giunto il tempo dell’Armageddon predetto da Giovanni, Preghiamo orsù, alziamo al cielo la nostra invocazione a Geova onnipotente, creatore del cielo, della terra e della nostra brevissima vita.” E non disse più una parola, anche lui andava di fretta, ma soprattutto, detto l’essenziale, non aveva alcunché da aggiungere.

I Nemici erano ormai a ottanta metri, su per giù. A comandarli era Coda Mozza, l’ennesimo capo-brigante, un bravo ragazzo dopo tutto, un’infanzia difficile, se vuoi, e un’adolescenza da terminare. Coda diede l’ordine di fermarsi. Era attonito. Ma che ci faceva nelle sue terre quel branco di locos? I locos erano sacri per gli Apachu, per loro la legge 180 era un non senso. Roba da visi pallidi.

Fermò il suo mustang, ovviamente facendogli zompare in alto le zampe anteriori. Scese. Toccò con un braccio il cuore di C.T., che rimase immobile, in apnea. Poi, girò il cavallo. Gli montò ‘n coppa e si allontanò sghignazzando.

E con lui tutta la troupe: “Ayayayaaaaaaaaaaaaahaaaaaaaaaaaahhhh!”

Capisco le vostre perplessità, amigos, ma che ci sta a fare Rex in una storia siffatta?

L’ultima sciocchezza che va aggiunta (impegni più gravosi mi attendono) è che anche il prode ranger, al pari di Coda Mozza, stava sbellicandosi dalle risa, rivoltandosi come un’anguilla celtica nella polverosa pampa!


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