Rex e Torquemada

– Papà! Mi lacconti una stolia di Lex che deve uccidele quei ladli che bluciavano le stleghe che non elano stleghe, pelché volevano lubale le cose che avevano e poi c’ela quel plete cattivo che…

Vuoi dire Torquemada?

– Sì!

Alludi a quella tragica storia di roghi medievali che abbiamo seguito l’altra sera in televisione?

– Sì!

E io dovrei costruirci una storia con Rex Miller che combatte contro la Santa Inquisizione?

– Sì!

Ma non ne ho nessuna in mente!

– Te la inventi!

Non è facile, caro mio! Rex Miller visse dall’altra parte dell’oceano quasi quattro secoli dopo il periodo dell’Inquisizione e poi… Torquemada non era un banditello da quattro soldi, ma rappresentava il braccio secolare della Chiesa in un tempo in cui…

– Papà! Non discutele! Devi laccontalmi di come Lex Willel fu più folte di Tolchemada!

Lasciami pensare… Uhm… Dunque… Un giorno… Rex Miller ricevette un telegramma urgente proveniente dalla Spagna che era stato spedito dal suo vecchio amico Montales, che stava passando un periodo di vacanza presso dei vecchi zii, che possedevano una casetta nella verde campagna madrilena. Il testo della missiva era tanto confuso quanto laconico:

“Corri Rex che vruscia Madrid adelante! signatu: Montales”

Rex non era tipo da lasciare al suo destino un amico in difficoltà, anche quando l’impresa pareva ardua e disperata. In questo caso però Montales non aveva comunicato di essere personalmente nei guai, ma semplicemente che nella capitale spagnola la vita era, per qualche disparato motivo, così infuocata da rendere urgente la presenza di quel cow-boy avvezzo a qualsiasi temperatura. Intendeva Montales alludere ad un soffocante calore estivo (si era infatti in pieno agosto), o a qualche situazione ambientale di diverso tipo? Oppure il messaggio avvisava semplicemente che la capitale della Spagna era stata distrutta da un incendio appiccato da un qualche piromane di neroniana ispirazione?

Per esaudire la richiesta di un amico e per soddisfare la propria curiosità, Rex spronò Dinamite fino alla Stazione di Santa Fè, da dove, insieme al celere equino, salì sul treno che, attraversando l’America, conduceva a New York. Da lì i nostri eroi salparono su una nave in rotta per l’Europa. Sbarcati in un porto della Cornovaglia, fecero appena in tempo a pigliare un traghetto diretto alla penisola iberica. Da Palos proseguirono poi verso l’interno della Spagna e finalmente giunsero, dopo un viaggetto di centodue giorni, nella dimora degli zii di Montales, rinvenuta grazie ad un provvidenziale incontro con alcuni villici che avevano sentito parlare per caso di un canuto señor americano giunto da poco in paese.

Montales accolse Rex con un calorosissimo abbraccio:

– Come esta el mi hermano?

– Cansado!

Rex era molto stanco, infatti, perché non aveva risparmiato né l’ottimo Dinamite né se stesso per accorrere in aiuto del Messicano. Montales, dal canto suo, non accennò al motivo reale della sua richiesta finché Rex non ebbe finito di gustare un mirabile pranzetto preparato secondo la miglior tradizione andalusa, dalla vecchissima zia Carmencita, che era originaria di Siviglia.

– Tutto molto buono, señora Carmen! I miei complimenti! Ma ora, amigu miu, vuoi finalmente illuminarmi sulla situazione? Poco prima di incontrarti ho avuto modo di passare nei dintorni di Madrid e mi pare che vi si conduca un’esistenza tranquilla, assai più che in certe città degli States, come San Francisco o New York.

– E’ tutta un’apparenza, fratru miu!

– Spiegati!

– E’ presto detto. A Madrid le persone per bene vivono nel terrore!

– Non si direbbe!

– La gente ha anche paura di parlare perché… potrebbe cadere in disgrazia!

– Ci sono furti, omicidi, violenze? Lo Stato è forse impotente a fronteggiare il crimine?

– Peggio!

– C’è forse una guerra alle porte?

– Sarebbe forse un gran bene! Viri ca ti dicu!

– Mi dici tante cose, Monty, ma non l’essenziale! Cosa sta accadendo a Madrid?

– Lo Stato sta bruciando le sue figlie migliori!

– Hai detto “figlie”?

– Non solo a Madrid, ma in tutta la Spagna la chiesa Cattolica sta condannando a morte delle giovani ed innocenti fanciulle, accusandole ingiustamente di stregoneria!

– E perché mai accade tutto questo?

– Per invidia, per odio, per interesse! I peggiori sentimenti degli uomini possono scatenare una caccia alla strega. Se tu hai un terreno che confina col mio e che mi procurerebbe un grande vantaggio economico, ma non vuoi vendermelo, io posso accusare tua figlia di essere una strega. L’autorità religiosa l’arresterà e le farà la prova della sacra spada incandescente. Se essa si scotterà, vuol dire che è una strega e verrà quindi fatta ardere in piazza, dopo una atroce galera, in cui sarà sottoposta alle più orride torture, che la costringeranno senz’altro a confessare il falso, cioè di essere veramente una sposa del demonio. In questo caso, la sua stessa famiglia cadrà in disgrazia e sarà possibile per me acquistare a poco quel che non mi si vendeva a tanto!

– E lo Stato permette questo abominio?

– Ricordati quel che disse un giorno Pasolini: “L’unica anarchia possibile è quella del potere”. In altre parole, chi detiene il potere può consentire tutto, oppure tutto negare, a secondo del vantaggio che ne trae, purché alla fine si rimanga tutti nello statu quo!

– Sicuramente troppa gente ci guadagna da questa situazione. E’ ogni volta la stessa maledetta Storia! Chi ci perde è sempre la gente per bene, che è la maggioranza, ma che conta come il due di briscola.

– Sono tutti pecuruni! Rex, devi aiutare questa gente!

– E che devo fare, la rivoluzione?

– Anche! Ed io sarà al tuo fianco! Da solo non me la sento, ho quasi sessantacinque anni!

– Uhm! Ne ho affrontate di situazioni spinose, ma questa mi pare che le batta tutte!

– Non ci abbandonare, ti pregu!

– Fammi condurre nella mia stanza, Montales. Tengu sonnu!

– Come vui!

Visibilmente angustiato, l’anziano hidalgu diede ordine ad un servo di mostrare all’ospite la sua camera da letto.

Prima di girare l’angolo, Rex si voltò verso Montales e gli chiese:

– Chi è il principale responsabile di tutto il marcio che c’è da queste parti?

– Si chiama Torquemada, Rex!

– Bueno a sapersi. Buenas noche e hasta manana, amigo!

– E cosa vuol dile, papà?

Buonanotte e a domani! A proposito: vogliamo schiacciare un bel pisolino, che poi finiamo la storia quando ci svegliamo?

– No!

Okay, come non detto! Rex si era appena appisolato, quando sentì gli echi lontani di uno schiamazzo. S’infilò i pantaloni, la camicia, le scarpe con gli speroni e, infine, il cinturone con le pistole. Sceso nel cortile, raggiunse Dinamite nella stalla e ci balzò ‘ncoppa. A un paio di chilometri dalla casetta alcuni tristi figuri stavano accatastando della legna da ardere. Il ranger sentì i loro gelidi dialoghi:

– Giovirì sira ce divertimmu!

– Ha confissatu chilla fimmina?

– Sì, e nisciunu la face più zittì! Ah Ah!

– Mu’ sì che si scaura lu cori!

– Tu ce credi che si’ ‘na strega?

– E che c’importa oramai!

– Tieni ragione, hombre!

– Fra dui iuorni s’accucchia veramente cu lu Riavulu!

– Viva el fuego santo!

– Viva!

La mattina dopo Rex si levò di buon’ora e trovò Montales già scetato. Probabilmente non aveva chiuso un occhio per tutta la notte. Rex sentì pena per l’amico e, sorbita una frugale colazione, gli chiese la strada per il Palazzo Reale. Montales gli mostrò dalla finestra un angusto sentierino di campagna:

– Vai sempre dritto, non puoi sbagliare!

Rex così fece e non sbagliò.

Inutile chiedere a qualche passante dove si trovava il Palazzo Reale. Ad un certo punto, esso balzò alla vista, torreggiante su tutte le altre costruzioni, a loro superiore per bellezza e maestosità. Rex lo squadrò per bene e poi attese la notte.

Intorno alle tre, agile come un gatto, il ranger scalò il primo piano dell’edificio. Una sentinella, cui parve di aver intravisto un’ombra, gridò:

– Chi va là?

Rex rispose:

– Un latrone!

– Rafael, sei tu?

– Sì, cabrone! Como esta la tu mujer?

– Pozzittu u sancu, Rafaè!

Questo fu l’improvvisato dialogo fra il ranger sovversivo e quella guardia sbadata!

Rex proseguì indisturbato la sua aspra erta. Entrò in un balcone dove stava assopito un tipo che, dai vestiti accuratamente posati su un sofà, sembrò a Rex una specie di maggiordomo. Rex gli appioppò un colpo sulla testa col calcio della sua colt 45. Dopo averlo legato e imbavagliato, si svestì per indossare l’elegante livrea di Don Pedro, gran capo dei servi. Uscì poi nel corridoio dove incontrò una servetta dalla fulgida bellezza corvina, che stava forse raggiungendo, data l’ora, il suo amante. Rex così l’apostrofò:

– Holà Isabel! Porta subito una limonada fria al re.

– Mi chiamo Maria Sol!

– Non perdere tempo, Maria Sol, e io farò finta di non averti vista in giro a quest’ora!

– Ma tu chi sei, amigu?

– Un amigu del tu amigu!

– E qui es el mi amigu, amigu?

– Es un mi amigu, amiga!

– Uhm! Dammi una peseta e gliela porto, ‘sta limonada!

– Piglia e va!

Rex le gettò una monetina e Maria Sol se la pose nel seno e corse subito in cucina, da cui uscì con in mano un bel bicchierone di limonada fria. Salite in gran fretta le scale, lo portò nella stanza del re, come le aveva ordinato il finto Don Pedro.

Il sovrano spagnolo, che stava russando come un trenino a carbonella, si svegliò di soprassalto per il rumore che Maria Sol aveva provocato nell’aprire il pesante portone della stanza reale. La povera servetta dovette subire tutta una serie di improperi regali, per cui maledisse in cuor suo di aver dato retta a quel nuovo maggiordomo che, a ben pensarci, le era parso un po’ strano. Avendo però fretta di congiungersi col suo amante, chiese al suo sire umilmente perdono per l’inconveniente occorso e se ne fuggì per le scale come se fosse stata morsa da una tarantola.

Dopo dieci minuti fu il turno di Rex di svegliare sua Altezza Reale. Dopo aver aperto con un calcio la porta, Rex gli comunicò un finto messaggio:

– Sua Eminenza Torquemada chiede di poter parlare immediatamente con Ferdinando, il meraviglioso e conturbante Re di tutti gli Spagnoli!

– Cosa? – rispose sgranando gli occhi l’esterrefatto monarca. – E come si permette quel nero pretonzolo di disturbare il suo Signore a quest’ora della notte!

– Torquemada m’ha detto altresì di informare la Signoria Vostra che la deve smettere di poltrire fino a tardi quando c’è la Spagna in pericolo a causa del complotto degli Ebrei!

– Ma che vadano a farsi un giro tutti i brutti pretacci cattolici e tutti gli Ebrei di questo mondo! Corri subito a chiamare quel corvaccio di Torquemada che ho urgenza di parlargli.

– Sì, mio Signore!

– E digli pure che mi sta facendo girare le pelotas!

– Sì, mio Signore!

La richiesta del re fece precipitare la situazione. Rex doveva al più presto trovare la stanza di Torquemada. Percorse un primo lungo corridoio, poi un altro, poi un terzo. Ad un certo punto il ranger notò un cartello su cui era scritto, a caratteri cubitali:

“Disturba se vuoi finire in salmì”

– Dev’essere questa la camera da letto di quel verme. – si disse il ranger.

Rex entrò, silente e rapido come un geco zilocco. Ebbe subito la certezza di trovarsi di fronte a Torquemada poiché vide una serie di paramenti neri su qui era ricamata una grande T, la cui sommità era sormontata da un teschio e sulla cui base s’incrociavano due tibie luccicanti.

– Hai scelto un bel segno di riconoscimento, boia maledetto! Fra non molto pagherai tutte le tue malefatte. Potrei ucciderti ora, ma altri lo dovranno fare.

Rex aveva bisbigliato queste parole con un tono di voce basso ma profondo. Torquemada sgranò dapprima un occhio, poi l’altro e, quando s’avvide dell’intruso, provò a gridare:

– Allar…!

Rex sbatté la parte inferiore del proprio pugno destro sulla povera scatola cranica del terribile religioso, che scricchiolò un po’, ma non troppo.

– Altri te la ridurranno in poltiglia!

Ora si trattava di uscire dal palazzo. Rex rovistò negli armadi e finalmente scovò un ampio vestito sacerdotale che era probabilmente servito a qualche prelato un po’ cicciottello. Brancò con una mano il corpo esanime di Torquemada, che era piccoletto e ossuto, e se lo fissò con delle funi addosso al proprio. Si mise poi quell’abito talare di grande taglia e s’apprestò ad uscire.

– Nessuno! Bene!

Fece le scale velocemente, per quanto il peso del prete gli fosse un po’ d’impaccio. Al primo piano s’imbatté ancora in Maria Sol.

– Ego te absolvo, muchacha, de todos los pecados d’amor!

– Gracias, patri! Lo siento ancura! – gli rispose la bella mujer, chinando il capo in segno di penitenza.

– De nada, pequena! Nu stà ‘ncardacìa! E vaga con Dios!

Dopo questo strambo scambio di battute, che lasciò allibita la ragazza, Rex non fece più incontri imprevisti. Infagottato come un uovo di Pasqua, con Torquemada che stava quasi riprendendosi dallo stordimento, il ranger raggiunse il buon vecchio Dinamite che stava aspettando placidamente il suo padrone. Una volta in sella, Rex diede un’altra noccata sul capoccione dell’altissimo prelato.

Galoppando di gran carriera, il nostro eroe raggiunse la casetta degli zii di Montales intorno alle cinque di mattina. Nessuno seppe riconoscerlo di primo acchito, a causa del travestimento, e già lo stavano allontanando in malo modo, essendo i Montales dei mangiapreti per tradizione, quando Rex finalmente si sciolse di quegli abiti ridicoli e mostrò a tutti di aver partorito il corpo di Torquemada.

– Ma che cavolo hai combinato, Rex! Sei pazzo?

– Sì, per aver accettato quest’incarico.

– E adesso che ne facciamo di sto’ didimo clerico?

– Attendiamo gli eventi!

In breve, nella città, si sparse la voce che Torquemada era stato rapito e forse ucciso. Il re stava tremando, essendo conscio della sua propria ineguagliabile inettitudine. Senza quel sinistro boia il suo regno era appeso a un filo. Il popolo già stava rumoreggiando e i torturatori della Santa Inquisizione erano sul piede di partenza verso lidi più tranquilli.

Rex chiese a Montales quale conseguenza avrebbe recata la notizia certa della morte di Torquemada.

– Credo che la gente assalterà il Palazzo Reale. Il re si è reso complice del regime di questa bestia sanguinaria e il popolo gliela farà pagare cara.

– Possibile che questo ossuto ometto non abbia mai trovato nessuno in grado di contrastarlo?

– Nessuno è alla tua altezza, Rex. Quando lo capirai?

– Ho un’idea. Scanna il tuo maiale più grasso!

– Vuoi festeggiare?

– Certo!

Rex lacerò le vesti di Torquemada, che rimase attonito e in mutande. Quel terribile uomo di potere aveva completamente perduto la parola e sembrava invecchiato in poche ore di vent’anni. Quando il suino fu scannato, il ranger rigirò i panni della nera bestia umana in quel fulvo sangue immondo.

La sera del giorno dopo si fece accompagnare a Madrid da Montales, dove i due amici riuscirono a depositare le vesti lacere e intrise di Torquemada a poche centinaia di metri dal Palazzo Reale, senza farsi scorgere da alcuno, rimanendo poi in città per mirarne gli effetti, che non tardarono a manifestarsi.

La mattina seguente la notizia del ritrovamento dei panni di Torquemada sconvolse la città. L’opposizione repubblicana iniziò ad alzare la cresta e promosse una manifestazione non autorizzata dal regime, riuscendo a paralizzare la città. I contadini cessarono il duro lavoro nei campi e si riversarono in massa per le vie del centro. Rex e Montales si accorsero ben presto che l’intero paese si stava risvegliando da un torpore durato dei secoli. Il re, oltre che un grande stupido, era soprattutto un bel fifone, e stava già organizzando la fuga verso il Portogallo, dove regnava suo cugino, e dove avrebbe forse trovato…

– Papà! Basta! E’ già lunga abbastanza la stolia! Ola giochiamo! Io faccio finta di essele Lex Millel e tu sei invece Tolquemada!

E perché non facciamo il contrario?

– Perché non hai questa!

La pistola… maledizione… Però ho il coltello…

– Allola! Tu stai dolmendo col coltello in tasca e io entlo silenzioso come un… come un…

Come un geco zilocco?

– Sì!

Ronnfff!

– Papà, ma tu dolmi davvelo!

 

 

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