Jazz Pensiero e Musica amebistémica

di Ermanno Vergani

Ho spesso paragonato l’esperienza in cui consiste la filosofia con l’esperienza in cui consiste la musica jazz.

Il jazz è la forma ideale di metaforizzazione di ciò a cui intendo riferirmi con le principali figure concettuali a cui ricorro nell’alveo del pensiero amebistémico.

Il jazz infatti è una forma di inter-retro-azione-nel-mondo in cui singole individualità esprimono la propria identità, complessificandola con altre individualità.

Avviene che la musica sia una stratificazione di esperienze e di vissuti passati, coagulatisi attraverso la vicenda storica in un sistema di regole (i principi dell’armonia, le scale musicali, etc.): in questo senso la musica si costituisce come una dimensione a partire da un insieme di elementi che nel complesso è suscettibile di essere codificato ed “ordinato”.

Tale ordine, seppure codificato, tuttavia, non è stato deciso da nessuno, ma si è piuttosto storicamente stratificato come risultato di un intreccio di inter-retro-azioni che sono state determinate anche in modo imprescindibilmente casuale.

Interviene cioè ontologicamente il disordine, come elemento generativo della manifestazione umana musicale, il quale gioca un ruolo imprescindibile e parimenti necessario alla sua inscindibile controparte, ovvero: l’ordine.

Nelle performances della musica jazz, più che in ogni altra forma musicale, la complessificazione ordine-disordine è particolarmente presente in quanto jazz significa soprattutto, ma non solo, improvvisazione scaturente dall’ispirazione di ogni musicista nel momento dell’esecuzione.

L’improvvisazione, sfuggendo costantemente alla strutturazione pre-ordinata del brano musicale, costituisce il transito stesso della vita, che non si lascia mai imbrigliare completamente nell’ordine delle regole pre-costituite, ma le trascende costantemente.

Per questi motivi il jazz e l’improvvisazione nel loro complesso inscindibile non costituiscono semplicemente uno stile musicale, ma sono piuttosto un approccio alla musica: non a caso, infatti, ad un ascolto attento della musica jazz, come di ogni altro “genere” musicale, è agevole rendersi conto che soltanto i musicisti autentici sono in grado di abbattere le barriere imposte dai generi e dagli stili e di essere instancabili abitatori della musica nella sua interezza e complessità.

Frequentare la musica sulla soglia della complessità significa sapersi esprimere come autore ricorrendo ai più vari ed inediti meticciamenti tra i generi i quali, quando sono genuini, costituiscono fonti feconde di ispirazione, di interfecondazione tra musicisti ed esperienze musicali differenti, nonché di creatività musicale.

Tutti gli autori che popolano le mie playlist sono considerati tra i più grandi maestri contemporanei dell’abbattimento delle barriere di genere.

Fra loro ricordo in particolare musicisti che costituiscono per me fonte di ispirazione da molti anni: in Italia sono certamente da menzionare Enzo Jannacci, Piero Ciampi, Paolo Conte, Ennio Morricone, Paolo Fresu; fuori dall’Italia, Miles Davis, Chick Corea, John Zorn, Michael Brecker, Keith Jarrett, Tom Waits, Van Morrison, Joe Jackson, T Bone Burnett, John Hiatt, Calvin Russel, Eric Bibb, tanto per citare i nomi a mio avviso più significativi.

Ciascuno di questi grandi musicisti, seppure ognuno a proprio modo, ha saputo integrare le peculiari particolarità della propria identità musicale con altre esperienze e con altre identità musicali, accogliendo e metabolizzando l’altro da sé, al fine di ampliare ed aprire il più possibile la propria interiorità musicale a quella di altri.

Questa è la più significativa lezione fornitaci dalla musica che è una forma di espressione universale in grado di abbattere qualunque barriera antropologica e che trova a mio avviso proprio nel jazz la sua espressione più compiuta e più consapevole, in quanto all’atto di nascita della musica jazz vi fu il meticciamento e l’interfecondazione di quel crogiuolo di esperienze che si venne a creare agli inizi del ‘900 in Louisiana, a New Orleans, sul delta del Mississippi, dove musicisti provenienti dalla tradizione “colta” europea poterono meticciarsi con la musica degli schiavi provenienti dall’Africa, con le funeral bands, con le bande di strada e con il ragtime di Jelly Roll Morton.

A tali iniziali meticciamenti si aggiunsero ulteriori interfecondazioni quando molti musicisti si spostarono verso il nord degli Stati Uniti dove Louis Armstrong introdusse la rivoluzione dell’intervento solistico nelle orchestre jazz dell’epoca, influenzando in tal modo tutte le generazioni successive.

Il passaggio che conduce da Armstrong al modo di fare jazz contemporaneo è sostanzialmente immediato, come risulta in modo molto evidente anche da alcune interviste a musicisti che hanno fatto del jazz la propria vita.

Per chi volesse approfondire ciò a cui sto qui facendo segno può guardare il bel film-documentario “365 Paolo Fresu, il tempo di un viaggio”, dedicato alla vita e all’arte di Paolo Fresu: uno dei musicisti italiani di jazz contemporaneo che da anni seguo con grande interesse e passione.

In questo film, impreziosito peraltro da testimonianze interessanti di vari musicisti ed artisti, vengono anche citati aforismi significativi tra i quali ne spiccano alcuni su cui ritengo meriti riflettere.

Primo fra tutti, la seguente affermazione di Victor Hugo: «la musica esprime ciò che non può essere detto e su cui è impossibile rimanere in silenzio».

A mio avviso accade qualcosa di molto simile anche in filosofia, tantoché riscriverei tale proposizione nella forma seguente: «la filosofia esprime ciò che non può essere ridotto al semplice contenuto delle affermazioni logico-oggettive e su cui al contempo è impossibile rimanere in silenzio».

Se è chiaro ciò a cui intendo far segno con quest’ultima affermazione, è chiaro anche perché ritengo del tutto fuorviante l’interpretazione con cui molti hanno inteso (e ancora oggi intendono) l’invito del primo Wittgenstein, circa l’ambito di indagine della filosofia, in un senso OGGETTIVO, DEFINITORIO, LOGICO-FORMALE e QUANTITATIVO, tale per cui la filosofia dovrebbe limitarsi soltanto a parlare di oggetti definibili, incontraddittori e quantitativamente misurabili.

Questo è il senso in cui molti, a mio avviso del tutto erroneamente, interpretano ciò a cui Wittgenstein intendeva far segno dove nel Tractatus scrisse: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere».

Proseguendo con una citazione tratta dal film su Paolo Fresu, a proposito del jazz, Louis Armstrong così si esprimeva: «Cos’è il jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai».

Accade il medesimo anche in filosofia: «Cos’è la filosofia? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai».

Concludo questa carrellata di citazioni presenti in questo film, con Wystan Hugh Auden, il quale afferma: «La musica è il miglior mezzo per sopportare il tempo».

Per quanto mi riguarda la riflessione filosofica è necessitata alla comprensione dello scorrere del “tempo” il quale non va semplicemente “sopportato”, così come la vita stessa non va semplicemente “sopportata”.

Ciò di cui facciamo continuamente esperienza è successione di eventi entro un flusso incessante a cui ci riferiamo nei termini di “scorrere del tempo”.

Così come non vi sarebbe musica senza il ritmo, che è reso possibile dallo scorrere del tempo, del tutto analogamente, non ci sarebbe vita senza LA VARIAZIONE che accade nello scorrere del tempo il quale dunque non può essere ridotto, come accade ad esempio nella filosofia di Emanuele Severino, alla dimensione che fa variare l’APPARIRE e non l’ESSERE degli enti i quali, per Severino, sono senza tempo in quanto entità eternamente uguali a se stesse, senza mutazioni né nel tempo né nello spazio.

Se le cose stessero conformemente a quanto sostiene Severino, ogni nostra esperienza di mutamento non sarebbe per come è, ma soltanto per come appare: infatti, per tornare alla musica, se ogni nota nel proprio ESSERE FONDANTE fosse infinitamente estesa nel tempo e nello spazio, essa acquisterebbe la propria sensatezza entro l’armonia e la melodia (che sono possibili soltanto in quanto VARIAZIONI di tempo, di altezza, di dinamica etc.), soltanto limitatamente al proprio apparire e non al proprio essere.

Ciascun evento musicale cioè non potrebbe mai dar luogo né al ritmo, né alla melodia poiché il darsi degli eventi di VARIAZIONE musicale accadrebbe dall’ESTERNO in quanto apparire e non in quanto intrinseco al proprio essere ciascun EVENTO DI VARIAZIONE DI TEMPO e NEL TEMPO: la melodia proverrebbe dall’ESTERNO degli eventi musicali, e non sarebbe “un che” di intrinseco e di necessario alla natura della musica.

La musica non potrebbe mai accadere, poiché il proprio variare in armonie, ritmi e melodie, costituendo un mero apparire, proverrebbe da un “altrove” non meglio precisato in cui in ogni caso non vi sarebbe alcuna variazione poiché la variazione, in ultima istanza, per Emanuele Severino riguarda l’apparire e quindi non si comprende come potrebbe darsi mai un “che” di variabile se la variazione non può essere.

Essendo la variazione un mero apparire, infatti, per Severino l’apparire della variazione non può mai costituire intrinsecamente l’essere delle cose poiché ciò contravverrebbe al principio di non contraddizione, tale per cui ogni ente deve necessariamente essere se stesso e non può dunque mai variare: A = A e non può mai darsi che A = non-A.

Per dirla in fretta, l’operazione di Severino consiste nel ricavare l’ontologia da un’operazione di scrittura fondata sulla logica del principio di non contraddizione A = A e non può mai darsi che A = non-A.

Ma perché tale operazione dovrebbe dirci della “cosa ultima”?

Cosa sono A e non-A?

Perché queste entità astratte avrebbero qualcosa da dirci di “più vero” di ciò che è continuamente oggetto della nostra esperienza, il quale per sua natura non è mai astraibile come un “A”?

Possiamo davvero pensare, come fa Severino, che ogni nostra esperienza di vita vissuta possa essere considerata come un qualcosa di pienamente STANTE IN SE STESSO, e quindi di riconducibile ad un “A” o a un “non-A”?

Sarebbe come pensare che l’evento in cui consiste l’esecuzione di un brano musicale fosse riducibile a una successione di singole note, tutte pienamente definite e distinte l’una dall’altra, che stanno scritte sulla partitura.

Ciò che viene scritto nella forma di una partitura invece è semplicemente una pratica consolidata in millenni in virtù delle pratiche poste in essere dai musicisti che hanno trovato utile memorizzare su carta dei SEGNI facenti appunto SEGNO agli eventi musicali, la natura dei quali, tuttavia, resta consegnata all’inter-retro-azione concreta e che mai si dà come successione astratta di eventi distinti e isolati, ovvero, che non è mai riducibile a ciò che sta scritto sulla partitura.

Se si intende invece tener ferma la partitura in senso ontologico, allora, possiamo giungere ad un’ontologia come quella severiniana, tale per cui ciascuna nota scritta non è l’altra ed è ETERNAMENTE sé stessa.

Di ciascuna scrittura infatti non si dà alcuna variazione, fintanto che resta scritta sul pentagramma, ma quando i musicisti DANNO VITA a quella partitura entrano in gioco infinite dinamiche di inter-retro-azione e di variazione che non si esauriscono nella scrittura musicale, ma si sviluppano su DIMENSIONI che non sono scritte sulla carta e non possono esserlo poiché danno luogo all’evento musicale nella SUA VERITÀ ONTOLOGICA, che non può essere la “verità” incontraddittoriamente oggettivata scritta sulla partitura.

Chiaramente se si intende ricavare un’ontologia da ciò che è scritto sulla partitura, allora, l’evento musicale, in quanto complesso di infinite inter-retro-azioni e variazioni generate dai musicisti, non può che ridursi, seguendo Severino, ad un mero APPARIRE, tale per cui ogni esperienza di ritmo, di armonia e di melodia dovrebbe darsi in assenza di estensione di tempo e di spazio, poiché ogni nota sarebbe sé stessa e non varierebbe mai, ma allora potrebbe esserci soltanto silenzio assoluto o alternativamente fragore assoluto.

Viceversa, tutto ciò non è conforme all’esperienza che ciascuno di noi vive, compartecipando della trama infinita del tutto-che-c’è, compresa l’intensa compartecipazione che l’esperienza della musica e della filosofia possono far provare a ciascuno di noi, a patto che non dimentichi mai ciò che tutti siamo già da sempre: note di una partitura con in sé la possibilità di creare ritmi, melodie, armonie, o anche dissonanze e stonature.

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