Il fondamento come cosa del pensiero

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Chiediamoci: esiste un problema del fondamento, e se esiste qual è la sua origine in quanto problema? qual è la domanda da cui scaturisce il problema come dispiegamento tematico dell’ambito su cui insiste il domandare? Si è tentati di vedere tale origine nel sorgere del pensiero moderno, quando con Cartesio il pensiero si interrogava intorno al suo più intimo fondamento, quando il pensiero cercava il fondamento su cui esplicarsi nella propria essenzialità, vale a dire nel conoscere: la ricerca del fondamento su cui fondar-si come conoscere, fundamentum inconcussum, delinea l’essenza originante del pensiero moderno, e pone con se stesso per la prima volta in modo esplicito l’idea che il conoscere sia l’essenza del pensiero: di qui si intende perchè la gnoseologia altro non è che un nome per ricerche logiche pure. Con Cartesio il pensiero si avvede che la sua intima necessità non è solo quella di esplicarsi, di svolgersi…

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3 pensieri su “Il fondamento come cosa del pensiero

  1. Certamente esiste un problema del fondamento ed è di capitale importanza in filosofia. Si tratta cioè di decidere se la filosofia è una scienza (seria) o se non ha maggior valore di un racconto o una fiaba oppure di un sonno con sogni. Infatti, si potrebbe dire che finora si siano fatte costruzioni più o meno fantastiche! Allora, è necessario stabile un fondamento che sia da discrimine. L’intenzione della filosofia di dare in buona fede una risposta a questo problema, non è sufficiente per rivalutarla: le intenzioni servono poco, in questo campo. Allora, quali caratteristiche deve possedere il fondamento, perché esso sia inattaccabile? Ci sono moltissimi esempi che ci forniscono gratuitamente la scienza, soprattutto quelle che vengono definite “esatte”. Faccio un esempio banale! La somma degli angoli interni di un triangolo è di 180 gradi. Bene! Questo è un esempio, che mostra come io, tu o qualunque altro dovremmo necessariamente convenire. Per quanto possa sembrare problematico, anche le proposizioni famose si Parmenide circa l’essere e il non essere, sono indubitabili! Si potrebbe obiettare: ovvio il verbo dice quello che già il soggetto dice! Infatti, la frase: l’essere è, si può dire che ha maggiore vigore dei due nomi presi per singolarmente; la frase ha un valore rafforzativo, dando l’impressione di una coerenza irrefutabile, però è una tautologia. Altri esempi, sono tutte quelle proposizioni che si fondano sui contrari o opposizioni. L’origine del fondamento è perciò da ricercare nell’insoddisfazione che si prova di fronte a dottrine che pretendono di possedere chiarezza ed evidenza incontestabile, cosiddetta epistemica, mentre l’ascoltatore o il lettore trova almeno un o spesso più obiezioni da sollevare. La domanda richiede il fondamento deriva da quanto spiegato. Fino a Cartesio, anche se non corrisponde al vero, si è avuta l’impressione che ci fosse un progresso continuo e coerente del sapere, in quanto si è creduto che fosse stato sufficiente rispondere alle lacune della dottrine precedenti, per far proseguire il cammino del pensiero verso nuove acquisizioni. Con Cartesio, ma forse sarebbe meglio dire, con il Rinascimento e l’Età moderna, si è incominciato a dubitare, anche perché la filosofia era diventata come un serpente che si stesse divorando da sé, a incominciare dalla propria coda. Come si sa, Cartesio pone a fondamento la coscienza umana, che sicuramente è valida per incominciare a esplorare il mondo circostante. Ed io, nel mio scritto, lo pongo al primo posto. Certo i problemi iniziano subito appena si cerca di dare un contenuto alla coscienza. Però, come riflessione primigenia è sicuramente la migliore. Poi ci sono gli opposti, che si presentano alla coscienza, in cui ognuno dichiara apertamente che cosa esso è, nonché che cosa è rispetto all’”altro” nonché rispetto al suo “antitetico”. Anche qui le regole non sono arbitrarie, ma seguono una logica indefettibile. Ad esempio, io non direi mai che una figura geometrica suona o profuma o si ascolta. Infine, il pensiero moderno, che pone in modo esplicito che la conoscenza è l’essenza del pensiero, è giusto se s’intende che ogni pensare è conoscere; secondo me, non è più giusto, se si vuole tacitamente intendere che solo un certo tipo di conoscenza è la conoscenza “vera” mentre un’altro tipo è conoscenza “falsa”! Faccio un esempio: quando vado la mattina al bar per fare colazione, la mia conoscenza è assiologicamente equivalente a quando mi metto a tavolino a studiare i teoremi di geometria. Al massimo si può fare una distinzione tra operazioni ripetitive, che utilizzano sempre il medesimo elaborato, e operazioni innovative o eleborative, che procedono a rendere noto ciò che prima era ignoto.
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    1. che significa conoscenza “assiologicamente” equivalente?
      come mai introduci la nozione di “vero” e “falso” a proposito della conoscenza: hai già deciso che la verità è una proprietà della proposizione?
      dove vedi nel pensiero premoderno un pensiero che dicora se stesso? (curiosità storica)

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      1. Bella soddisfazione ricevere due domande a fronte di un mio articolo, che avrebbe dovuto essere, almeno secondo le mie intenzioni, bene argomentato!
        L’assiologicamente” equivalnte voleva significare che il mio pensiero non si distingue a seconda dell’argomento che tratta, per cui ci si sente autorixìzzati a parlare di teoresi, di episteme, di opinione, ecc. E’ una distinzione che io non accetto più. Non esistono per me uomini della strada o il cosiddetto senso comune, che finora in filosofia è stato descritto quanto meno come uno sprovveduto, come se per la strada andassero solo quelli di scarsa cultura e non gli scienziati e i grandi pensatori,
        Riguardo al vero o falso, non mi sembra di aver detto nulla, tranne che facendo un confronto tra le epoche anteriori a Cartesio.
        Comunque il vero e il falso sono attributi del pensiero, che il pensiero stesso elabora riflettendo se se stesso, definendo tale il contenuto del proprio pensato, ovviamente quando il pensiero riscontra che ricorrono fondati motivi per dichiarare il pensato in possesso di quelle caratteristiche.
        Inoltre, io non parlo mai di proposizioni, ma del pensiero che esse racchiudono.
        Ovviamente , siccome non posso esporre il pensiero direttamente, mi devo riferire alle proposizioni che lo contengono, rilevando quando il linguaggio ha delle carenze per poter bene esprimere ciò che penso.
        Io credo che da sempre il pensiero ha detto di se stesso. Si pensi ai dialoghi di Platone, con le approfondite analisi su ciò che man mano andava esponendo. Si prenda a caso, un pensatore qualsiasi dell’antichità, il quale non si è mai limitato ad esprimere la propria dottrina, ma ha in pari tempo confutato, che ci sia riuscito o no è altra questione, le dottrine altrui. Ad esempio Aristotele, nella Metafisica. Oppure vogliamo giudicare troppo scarse tali riflessioni? Certo non avevano, come noi adesso, il dubbio del fondamento o da che argomento incominciare per essere sicuri di non dover ritrattare tutto alla fine, quando ci si accorge che il punto di partenza non ha maggior valore di quella di una favola; ragion per cui, non si sta facendo filosofia ma pura attività, più o meno piacevole, ma pur sempre ricreativa.

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