IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

IN-FINITO (SAPERE)   di Marco Cavaioni

 

In verità, a me pare che tutto si riduca a questo: a questa “tremenda e meravigliosa” negazione del finito (il *non*- ovvero *nel*- dello *in*-FINITO), negazione innegabile ossia assoluta necessità dell’infinito (necessità che “è” l’infinito) – unica abissale libertà da sempre aperta nel cuore del finito.
Ma il cuore del finito non è “atremes”, non è cuore che non trema.
Se lo fosse, semplicemente non sarebbe più “finito”, non sarebbe cioè quel costitutivo “non poter non tremare” ovvero – in termini ontologici – quel “non poter consistere”, “non poter stare” in se stesso, ma doversi spingere oltre sé verso ogni “altro” finito, proprio per esser “sé”: è, questo, il suo contraddittorio “essere-fuori-di-sé”, la necessità cioè che il finito “divenga” ciò che “non è” [non: “intanto essendo sé, e quindi divenendo altro”, bensì: “essendo in divenire”, essendo “puro divenire”… ed il divenire come tale – detto en passant – non importa contraddizione alcuna, non può essere definito “contraddittorio”!], la necessità cioè che il finito, in quanto tale, abbia (anzi, sia) un “inquietum cor” destinato ad un totale “co-agitarsi”, un “agitarsi”… da morire, letteralmente.

L’infinito non è mai problema, è il finito ad essere “pro-blema” (a se stesso).
Perché?
Perché il finito non ha in sé la propria “ragione”, è appunto “senza ragione” (ma non nel senso dello essere “senza un perché” – incondizionatezza – come la celebre “rosa” di Silesius, bensì nel senso di essere “illogico”, ingiustificato, impossibile, contraddittorio), ed è “privo di ragione” perché è esso stesso tale “privazione”: la privazione della ragione “è” sempre senza-ragione (il che equivale a dire che non “è” veramente).

Pertanto, il finito “si domanda”, domanda ragione di sé.
Ma pone la domanda all’interlocutore sbagliato: appunto la pone a se stesso, a colui che “domanda” ciò che “non possiede”… ed è, quindi, l’ultimo che possa dare la risposta adeguata (piena, che dissolva la stessa domanda, appunto rispondendole “radicalmente” e non sulla base dei *presupposti condizionanti* imposti dalla stessa domanda e dal modo in cui è posta, ossia un modo *de-terminato* – determinato, ergo finito, già in quanto “modus”).

Tale “domanda” (che domanda in senso radicale: cioè non chiede mere “informazioni” circa il finito, non interroga limitatamente a qualche sua “proprietà” o “attributo”, bensì domanda il suo “tutto” in senso ontologico: CHE COSA è il “finito”? qual’è il suo statuto di realtà? ovvero, più radicalmente, domanda SE il finito “sia”?), tale “domanda”, dicevo, a quale condizioni può venire posta?
E chi è il soggetto che la pone, se appunto il finito è esso stesso “domanda di esser posto” cioè se il finito è “tutto una domanda”, nulla più che questo?

Tale domanda è, insieme, anche domanda di “salvezza” (visto che “in questione” è addirittura SE il finito “sia”, oltre a COSA “sia”): ma salvezza da cosa?
Dalla possibilità di non-essere, evidentemente, nonostante le apparenze, cioè nonostante l’apparire ed il credito immediato accordato a ciò che, apparendo, si presenta come essente (“non-essere” è, infatti, una delle alternative aperte nel domandare da parte del finito circa se medesimo: in quanto finito, “sono” o “non sono”?)
Ma, per poter dire “che sono”, dovrei io (finito) già sapere “che cosa sia” ciò che dico di “essere” – altrimenti, “di che cosa” direi che “è” anziché “non è”?
Ma, se io (in quanto finito) sono “tutto-domanda”, come posso anche rispondere? e a chi pongo la “domanda” per ricevere risposta?

E, se non posso rispondere, perché domando? (inclusa *questa* domanda del “perché domando?”) – ché, infatti, una domanda a cui non si possa rispondere, sarebbe domanda contraddittoria, non-domanda.
Eppure, domando… e questo non è questionabile (questionare sarebbe, di nuovo, domandare).
Anzi non posso non domandare, a quanto pare: domandare “se domandi o no”, è di nuovo ed ancora domandare: dal domandare non si esce né – a rigore – al domandare si accede; ci si trova in tale “domandare” cioè in tale “problema” da sempre.

_______________

Eppure – a ben vedere – la “salvezza” che il finito cerca (di cui domanda) è già tutta qui *nel* domandare di essa, anzi è addirittura *alle spalle* (condizione condizionante) del domandare, poiché se tutto fosse “solo” domanda, nessuna “domanda” sorgerebbe (infatti, sarebbe “domanda senza risposta” possibile, a cui cioè sarebbe impossibile rispondere – quindi domanda contraddittoria; ovvero sarebbe “domanda che è risposta a se medesima” cioè a cui si è già risposto con la stessa domanda, assolutizzando la “domanda” – quindi ancora domanda contraddittoria: identicamente “domanda e risposta” ovvero “domanda e non-domanda”).

Questa “salvezza” è la coscienza stessa, la quale sa che la “domanda” (cioè, in definitiva, il “finito” stesso, quale “mancanza domandante”, domandante necessariamente e non per scelta) non può essere domanda ed *anche* risposta, cioè non può essere Tutto, totalità conchiusa.
Se c’è “domanda” (e non può non esserci: la domanda è indomandabile, inquestionabile, innegabile), allora c’è altrettanto necessariamente anche “risposta” ma – ecco il punto – a patto che la risposta non coincida con la stessa domanda.
Questa coscienza “salvifica” è la dimostrazione elenctica (dialettica, anipotetica, priva di presupposti) della *presenza* dell’infinito (risposta) nel finito (domanda), che si sappia (coscienza) tale.

Non c’è bisogno di fare un singolo passo oltre il finito per sapere la innegabile PRESENZA dell’infinito cioè della “risposta”, di cui il finito è totalmente “domanda”… ma sapendo, parimenti, la radicale TRASCENDENZA dell’infinito (risposta), cioè la incomprimibile eccedenza di tale “presenza infinita” a qualsiasi aspetto dell’esperienza (domanda, finitezza) e, conseguentemente, la contraddittorietà che tale “infinita presenza” si presenti al finito, come “altra” dal finito, ché apparire implica alterità ( = che gli appaia, gli si dia, gli si manifesti in una qualsivoglia parousia, religiosa o laica che sia).

_______________

Tutto risolto, quindi? Il finito si rivela, infine, saldamente ancorato alla “sua” salvezza, alla quale pertanto avrebbe diritto?
Nient’affatto, a mio avviso.

Precisamente a questo punto, in realtà, si rivela l’assurdità del finito.
Perché? in che senso?
Perché questa “salvezza” da sempre intesa, cercata dal finito con “tutto se stesso” (è proprio il caso di dirlo!) risulta inaccettabile al finito: esso non può non rifiutare proprio quella salvezza ( = l’infinito, la presenza infinita *nella* stessa coscienza della finitezza) cui, peraltro, non può non aspirare.

Ma perché il finito così fortemente domanda la salvezza (è tutto in tale “domanda” di salvezza) e, nel medesimo tempo quasi “schizofrenicamente”, la rigetta con altrettanta forza?
Perché domanda una salvezza di cui non ha la “capacità”? (la “potentia oboedientialis”, per così dire – in tale concetto teologico ciò che, sul piano concettuale puro, risulta quantomeno discutibile è, a mio avviso, proprio la nozione di “potentia”: se non fosse da sempre “in actu”, non lo diverrebbe mai: ma, se è “in actu”, si può ancora dire che diviene, almeno nel senso decettivo del “passaggio”?)
Non può non rifiutarla, perché questa salvezza lo salva a patto di “ex-tollerlo” (toglierlo e sollevarlo) da quel che intanto “è” cioè dalla sua costitutiva finitezza (“sradicarlo per sollevarlo”, appunto – quasi come si svelle un fiore dalle sue radici terranee, per innalzarlo dall’ombra alla piena luce, SOLO così esaltandone la bellezza: d’altra parte, non è questo ciò che, idealmente, “domanda” lo stesso fiore, nel suo protendersi dall’oscurità del sottobosco verso la luce del sole? non cerca, forse, esso stesso in un certo senso di “s-radicarsi” dal terreno a cui è legato?).
Il finito non può accettare quella salvezza di cui necessariamente domanda, perché essa esige dal finito l’unica cosa che al finito risulta impossibile: essa esige che il finito “muoia” interamente in quanto “finito” (ma il finito è tale – cioè “esiste” determinatamente, finitamente – proprio nella misura in cui si oppone alla “morte”, alla fine che tuttavia esso porta seco, anzi porta “in sé”).

E allora?
Allora, dipendesse dal finito, soluzione o “salvezza” sarebbe impossibile.
Fortunatamente, tale “salvezza” ( = la presenza dell’infinito nella stessa coscienza della finitezza, infinito che salva il finito “uccidendolo”, annichilendolo) è, nell’accezione anche teologico-soteriologica del termine, assolutamente “irresistibile” (gratia irresistibilis)… ossia si attua di necessità, epperò si attua solo nell’atto di riconoscerla tale, liberamente da parte nostra, riconoscendola nella sua intrinseca necessità (quindi, indipendente anche dal venire riconosciuta!), sicché – a ben vedere – in tale nostro libero riconoscimento di tale oggettiva necessità, queste due determinazioni (“libertà”, “necessità”) sfumano compenetrandosi, non risultando più nemmeno distinguibili.
A rigore, tale necessità (che si passa a riconoscere) non “è prima” del suo riconoscimento ma, insieme, non “è in virtù” del venire riconosciuta: se fosse antecedente al suo riconoscimento, allora tale riconoscimento non sarebbe “di essa”; se, viceversa, fosse fatta essere dal riconoscimento, allora sarebbe prodotta dal riconoscimento (il quale sarebbe esso, in tal caso, antecedente ossia presupposto alla necessità riconosciuta, la quale così non sarebbe tal e, anzi, il riconoscimento si presupporrebbe – e presupposto non è mai necessario – come la necessità stessa).
In questo riconoscimento, che riconosce la necessità NON come qualcosa “a cui” esso accede, BENSI’ come ciò da cui mai nemmeno fu distinto, questo riconoscimento è già infinito: in questo atto di sapere io (finito) già non sono più finito.
Come dire: il massimo sforzo è anche il minimo: so di non essere né mai “caduto” da tale dimensione infinita né, di conseguenza, mai esservi “ritornato”: ogni distanzamento ed anche ogni toglimento della distanza vengono azzerati (*soltanto*, si fa per dire, raggiungo la consapevolezza di non potervi essere che da sempre).

Ma direi anche di più.
Ogni tentativo del finito (dell’io finito) di “cor-rispondere” all’esigenza dell’infinito sarebbe – anche nelle forme e modalità più sincere, disinteressate e pure – del tutto vano ed, anzi, non potrebbe che risultare “scisso”, incapace di essere quel che (ripeto anche “puramente”) intende essere.
Esemplificando: anche la più “pura” e “radicale” rinuncia a sé da parte dell’io finito non riuscirà mai nel proprio intento (fallirà costitutivamente, e non per ipocrisia… anzi, “peccherà” senza colpa!).
Anche mortificandomi in tutta sincerità ed onestà, io non posso non esaltarmi – implicitamente – come il soggetto di tale pretesa auto-mortificazione… anche rinchiudendomi nel più chiuso degli isolamenti, questo mio “io” (che attua tale azione) resterà “fuori” da tale “chiusura”!
Si badi che qui non ci si sta riferendo ad una qualche “arbitraria” rinuncia, dettata da qualche motivazione estrinseca… qui ci si riferisce esclusivamente a quella esigenza di “rinuncia” necessaria e radicale (che, peraltro, si concepisce giustamente come rinuncia “a nulla”, cioè rinuncia a ciò di cui si sa il non-valore: toglimento dell’inessenziale, il quale non attinendo l’essenza occulterebbe l’essenza – la quale è effettivamente la totalità della cosa che di “nulla” abbisogna e che non tollera occultamento), rinuncia implicata nella lucidissima consapevolezza di essere già “poveri” e “nudi” (poiché si è visto con spietata intelligenza la nullità di ogni “vestito”, si è colta la irrilevanza di ogni riempimento, mondano ed esistenziale, della vuotezza che il finito “è”).
Nondimeno, l’io finito mancherà INEVITABILMENTE il bersaglio, nella misura in cui pretenda di realizzare *in qualche modo* la NECESSARIA intenzione pura di “rinunciare” a sé, per consegnarsi all’infinitezza (che nella coscienza da sempre gli si annuncia), e di farlo senza più riserve.
A tale “intenzione” non si può, per così dire, dare *corpo”, non la si può concretare in qualche *luogo* privilegiato (essa, a rigore, è già concreta: da essa non è dato “astrarre”).
E questo dico senza la minima saccenteria né a cuor leggero, lo dico, anzi, con dolore… ma non posso non dirlo, per amor di verità.

Insomma, sembra proprio di dover trarre una conclusione paradossale (ma a chi temesse il para-dosso, di andare cioè contro la rassicurante certezza dell’opinione, del sano buon senso, sarebbe sconsigliabile di pensare…), ovvero la seguente:
l’infinito, l’assoluto si SA (e non ha senso “credere” in esso, come si crede in un creduto); mentre ciò che si CREDE è, piuttosto, il finito.
Tale infinito, tuttavia, non è un “saputo” ma il “sapere” stesso: di esso si sa CHE è necessariamente ma – eadem ratione – di esso non si potrà mai sapere nulla ( = non si potrà sapere CHE COSA esso sia), sicché , detta in termini teologici, “pregare” di vedere il volto di Dio è “empietà”.

Non ha alcun senso, a mio avviso, “credere” nell’infinito (che è innegabilmente, di cui si sa la necessità), è semmai nel finito che si “crede”… anzi, il finito stesso è (tautologicamente) un “credersi” sussistente, un “credersi” essente, anziché nullo.

_______________

Si muore non perché si è finiti, ma perché si è infiniti (e lo si è nonostante la finitudine)… ancora para-dossalmente.
Ma il punto è che il finito non può morire “una volta per tutte”, perché ciò (una morte definitiva, conclusa e conclusiva – anche in senso ideale) farebbe dell’infinito un qualcosa di dato, raggiunto: il che negherebbe, contraddittoriamente, proprio la sua infinitezza (stante che “dato” e “raggiunto” può essere solo un “qualcosa, come tale finito, determinato).
Insomma – a quanto pare – si finisce cioè si muore “per” infinitezza (e si va a “finire” nell’infinito, nel quale già da sempre si è ma con il quale ancora non si coincide) ed è necessariamente infinito questo stesso “morire” (atto mai con-cluso).
Ma ciò non significa, forse, anche un necessario ed infinito, incessante “ri-nascere”, un incessante e puro “iniziare”?
E questi “due” atti (infinito morire, infinito nascere) sono due oppure un medesimo?
E che cosa è questo “medesimo”?

E’, forse, quello stesso “sapere” la necessità del perenne “morire-e-nascere”, sapere esso stesso necessario (non negabile) che, appunto, né nasce né muore (in quanto li “sa” entrambi, contenendoli in sé) ovvero è esso stesso quell’infinito inattingibile eppure presentissimo?
E’, forse, esso la vita stessa (“vita” nel suo principio: “vita QUA vivimus”, e non “vita QUAM vivimus”) ossia l’atto vitale in seno all’esistenza ma irriducibile all’esistenza (quindi irriducibile anche alla morte, che dell’esistenza è “termine”)?

Non, dunque, un “qualcosa-che-vive” ma un vivere come atto di “creazione”, creazione anche del “qualcosa-che-vive” (si chiami questo “qualcosa” anche “io finito”, cioè soggetto empirico)… ma – ecco il punto – tale atto non è NESSUN “qualcosa”, nemmeno il soggetto empirico con cui ci identifichiamo, esistendo.
E questo ci appare prima facie effettivamente “terribile”… ma non è, forse, anche “meraviglioso”?
Non è proprio quel che cerchiamo, che dà ragione del nostro “essere-cercanti”, del nostro essere “ricerca”, essere pura (necessaria eppure libera) “domanda”, e nient’altro che domanda?
E, allora, perché temere ciò che si cerca e si desidera sommamente?
Sarebbe quasi come dire “no” al matrimonio con la donna più bella che mai si possa incontrare, e senza la presenza della quale sappiamo con vera certezza – stavolta sì, letteralmente – di non poter “vivere” nemmeno un solo istante.
«Ho veduto una sola volta l’unica, colei che la mia anima cercava, e la realizzazione che noi collochiamo al di sopra delle stelle, che noi allontaniamo sino alla fine del tempo, questa perfezione io l’ho sentita presente.» (F. Hölderlin, Iperione o l’eremita in Grecia)

……………………….

“L’odio per la metafisica che il disprezzo non riesce a nascondere ha radice nella paura sorda dell’io di venire soppresso; il suo emanciparsi dai valori assoluti ha come valore la paura della ragione che lo rivela a se stesso, inchiodandolo alla sua scomoda croce di essere finito.”
(G.R. Bacchin, Anypotheton, § 51)

“Dice: «diventare figli di Dio»: «diventare» è qualcosa di imperfetto, è un esser mosso; «figli» invece è la perfezione.
Dunque nel nome del Figlio crede chi ha la fede […], ma non è ancora figlio”
(Meister Eckhart, Commento al Vangelo di Giovanni, I, 159)

“Dio abita una luce inaccessibile, a cui strada non conduce
chi luce non diventa, non lo vede in eterno.”

(A. Silesius, Il pellegrino cherubico, I, 72)

Annunci

Un pensiero su “IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

  1. Parto dalla fisica delle cose, del cosmo ad esempio: non è finito, nel senso che non ha confini. Lo spazio si espande ad una velocità geometrica anche maggiore di quella della luce, ma la parte che eis espande non invade, crea una nuova non-finitezza. Possiamo dire così, ma non siamo sicuri che sia così: non sappiamo se quel che è oltre l’esistente sia o no un qualcosa. O sia e basta. O non sia. In fisica c’è il principio dell’off shell: fuori dalla conchiglia, oltre cui possiamo solo poetare e fantasticare, ma non produrre scienza. Questo non solo oltre il non-infinito, ma anche nell’estremamente piccolo, al di sotto dei limiti di Planck, ove (o non ove) non si possono fare previsioni di quel che sia o che non sia. Si può solo dire che non si può dire. Off shell, secondo Bacchin, è la verità. Non tutti gli off-shell sono la verità. occorre capire se tutte le verità, anche triviali (sempre che ne esistano) siano off shell. Cogito ergo sum è una verità, per quanto triviale? La salvezza: off shell si chiama fede, in shell speranza. Sappi che nulla di Bacchin, di Marco, di Stefano verrà annullato, ma riciclato. Esiste un libro di fisica, “La fisica dell’immortalità” scritta da un docente universitario di fisica, tale Frank J. Tipler, che ipotizza che ad ogni stato atomico possa essere attribuita un’informazione che possa essere ritrasmessa, quindi anche l’informazione di me che sto battendo questa reazione al tuo articolo.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...