Uscire dall’antropocentrismo

L’antropocentrismo è quel modo di vedere le cose che pone l’uomo al centro del mondo. Esattamente come il sistema geocentrico tolemaico, che pensava che la terra fosse al centro dell’universo, oggi un pensiero pericolosamente diffuso è pensare l’uomo al centro del mondo. Questo implica dare la precedenza non solo alle necessità dell’uomo, ma anche ai suoi lati più subdoli, più oscuri, e ai suoi capricci, e comporta una percezione della realtà alterata e inverosimile, spesso caricaturale. Questo modo di pensare non permette solo all’uomo di considerare l’ecosistema come qualcosa al proprio servizio, bensì di utilizzare qualsiasi mezzo a disposizione per poter accedere alle risorse presenti in natura. Dietro questo pensiero si annidano insidie che, purtroppo, non si è in grado di controllare, come una smisurata arroganza nei confronti di chi non percepiamo. L’antropocentrismo cieco, per esempio, è convinto che gli insetti siano una parte periferica del mondo, eppure sono la base del nostro intero ecosistema.

La tecnica, inteso nel suo senso più largo, è uno strumento che interviene per assistere l’uomo, che riconosce una forza e la sfrutta a proprio vantaggio. Esattamente come accadeva con i mulini a vento, l’utilizzo della tecnica rende utile all’uomo un ambiente naturale, e questo modo di agire non va necessariamente a creare un disagio ambientale. Fino a che si parla di mulini a vento, non abbiamo nulla da ridire. Il salto della tecnica avviene quando si presenta in modo qualitativamente e quantitativamente diverso, aumentando in modo talmente grande da non essere più controllabile, e si instaura quando la tecnica è in grado di evocare forze nascoste, come accade nel caso dell’energia nucleare, le cui scorie hanno oramai cambiato in modo irreversibile l’intero ecosistema, e ridefinito in modo permanente il nostro ambiente. E’ lo stesso esempio usato dalla Disney nel cartone animato Fantasia, riprendendo un famoso testo di Goethe, nel quale Topolino evoca delle forze che non è più in grado di controllare. Il contraltare sta nel fatto che questo impatto ambientale si riversa sull’uomo. Tornando agli insetti, esiste infatti la sindrome dello spopolamento degli alveari, un fenomeno gravissimo per il nostro ecosistema, dovuto anche all’utilizzo di insetticidi. Per via della carenza di insetti, in Cina già stanno impollinando i fiori artificialmente, e questo per via di una mentalità antropocentrica che, per molto tempo, ha pensato di prendere la natura come un fondo a disposizione dell’uomo, i cui mezzi per accedere a questo fondo sono concessi dalla tecnica. La cecità della tecnica al servizio dell’antropocentrismo sta nel non considerare un’equazione molto semplice: il modo in cui trattiamo l’ambiente è lo stesso col quale veniamo trattati dall’ambiente, ed è piuttosto evidente quando vediamo le statistiche dei decessi per cancro dovuto agli agenti inquinanti.

E’ a questo punto interviene l’etica dell’ambiente: interviene non appena lo stravolgimento che abbiamo creato nell’ecosistema si abbatte sull’uomo. L’etica dell’ambiente stempera molto l’antropocentrismo, generando un’attenuazione, rimanendo però intrappolato nel suo giogo: chiedendoci cosa si può fare per prolungare la nostra permanenza su questo pianeta. L’etica dell’ambiente ci fa riflettere sulle conseguenze delle nostre azioni, e ci fa agire nel rispetto del nostro prossimo pensando all’impatto che potremmo avere con una certa azione. Sempre in Cina, comprano bottiglie di aria vendute dal Canada, per via del processo di industrializzazione selvaggio, e questo perché non hanno previsto l’impatto ambientale. La minaccia è che il delirio di onnipotenza ci si ritorca contro, producendo danni incalcolabili per l’ambiente e gli esseri umani e non umani. Un sovrano che uccide tutti i suoi servi, rimane solo.

Solo prendendo coscienza della grandezza e della gravità del problema riusciamo ad affrontarlo. Fuoriuscire da questo circolo vizioso (antropocentrismo, tecnica, etica dell’ambiente, di nuovo un antropocentrismo, anche se attenuato) è possibile a patto di scardinare definitivamente l’illusione di essere sradicati dall’ambiente, un’illusione che ci colloca in una bolla che ci distacca dal resto, e iniziando a sentirci come una parte del tutto. Guardando a noi stessi come una componente dell’ecosistema, e non come dei sovrani ai quali tutto è dovuto, potremo riuscire a far fronte a questo sfacelo. L’uomo non può prescindere dal fatto di essere una parte dell’ecosistema.

R. M. D’Angelo

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