Giovanni Romano Bacchin. Il trascendere e l’immanere.

La figura in cui si presenta (= si rappresenta) la funzione del pensare nell’essere è la relazione che intercorre tra assunzione della totalità ed essere nella totalità, sicché assumere la totalità non può non voler dire assumere se stessi in essa e con essa; la totalità, infatti, è da un canto tutta presente nell’assunzione di essa (assumere non è oggettivare, ma lasciar essere la cosa così come essa è), dall’altro, è tutta negata dalla distinzione, che non può non apparire, tra totalità e sua presenza, almeno come presenza di colui al quale essa appare come totalità. Pensare, infatti, in tanto è tale in quanto l’essere è attuale in esso (il pensare è attualità dell’essere), e dunque non v’è funzione del pensare che non si converta nell’essere e non sia, come atto, questa conversione. La figura della “funzione” si presenta come attività di un “soggetto” (come termine operante), ma, nel suo porsi intenzionale, deve lasciar trasparire il suo non essere se non atto (attualità del vero, si è detto). Il pensare si configura o come pensare che ha per “oggetto” l’essere (pensare intorno all’essere e, quindi, fuori dell’essere) o come pensare nell’essere (pensare interno all’essere, equivalente all’essere interno al pensiero): la presenza dell’uno nell’altro è reciproca, quale correlazione tra interno ed esterno, tra l’essere oltre dell’essere ed il suo trovarsi presente.

Il configurarsi del rapporto tra pensare ed essere è però sempre il medesimo: sempre come rapporto esso è “esteriorità” tra due, tra il pensare e l’essere considerati come due, considerati appunto come termini di un’assunzione unica, ma sdoppiantesi nella figura del rapporto. Dire che l’essere è nel pensare (e viceversa) e dire che il pensare è oltre l’essere, oggettivandolo, è spazializzare l’essere ed il pensare, dividendoli da se stessi. Il rapportarsi è per se stesso essere distinti ed essere uno (distinzione nell’unità), ma non appena si evidenzia la dualità, si evidenzia anche la divisione che la fonda; ma la divisione si presenta come atto che connette i due termini nel mentre li tiene separati. L’atto della divisione, da un canto riproduce in se stesso la dualità nella duplice funzione del “dividere” e del “tenere unito”, dall’altro si afferma come indivisibile, che un atto è necessariamente (attualmente) atto e solo atto.

Ogni affermazione è chiudere assertoriamente, quale totalità, ciò che vi si afferma, la quale chiusura è riproduzione della totalità, e sempre ripresenta un limite invalicabile: l’impossibilità che in essa resti compreso l’atto del chiudere e, quindi, il soggetto dell’atto stesso; “chiudere” è, per se stesso, esclusione del chiudersi, del restare all’interno di ciò che viene chiuso. E’ essenziale al chiudere il restare fuori che equivale all’aprirsi da parte di chi attua la chiusura.

Non è possibile sapere di essere all’interno di una totalità se non per la possibilità di non essere all’interno, e l’interno è per se stesso il rimando all’esterno. Il restare all’interno è per se stesso sapere che v’è un esterno e sapere la possibilità di essere fuori, possibilità di eludere quell’interno in cui ci si dice chiusi; di qui l’impossibilità di assolutizzare l’interno, assolutizzando la chiusura, facendo dell’assunzione la totalità che assume se stessa . Una totalità che sia il chiudersi in essa di chi la definisce sarebbe nella condizione di non sapersi come totalità: sarebbe una totalità che non si assume come tale e non perviene a sapersi o che, non sapendosi, non è veramente quella totalità che intende essere.

Se al chiudersi si dà la significanza che ha lo “immanere” – restare all’ interno – si toglie all’immanenza ogni pretesa di valere come assoluta, si esclude, in una parola, la chiusura monistica dell’orizzonte della totalità e si toglie la pretesa di farla valere senz’altro (= senza dimostrazione, senza giustificazione) come assoluta. Il che significa anche questo: non appena la chiusura monistica perviene a sapersi nelle sue essenziali e dunque impreteribili condizioni, si toglie come chiusura, come immanenza assoluta, che il suo sapersi come immanenza è sapere la necessità della trascendenza, sapere che la trascendenza è richiesta dalla dimostrazione dell’immanenza, sapere che questa richiesta è dessa la trascendenza, o che essa è già presente aporeticamente nell’ immanenza.

Ciò che rende rappresentabile questo stato di cose è la figura dell’orizzonte” in cui si combinano insieme la funzione del chiudere e quella del riproporre indefinitamente la chiusura, per la presenza costante dell’ultimo e per il suo venire risospinto oltre se stesso che è appunto la linea dell’orizzonte. La figura dell’orizzonte, come linea mai raggiungibile e mai eliminabile, è l’accezione immaginosa della totalità, perché in essa la necessità dell’oltre è affermata come indefinitività ed è anzi la figura più evidente dell’incompiuto, dello in-terminato, laddove, invece, la totalità è per se stessa compiutezza e concretezza.

La speculazione che si ponga sulla cosa, intesa come chiusura inerente alla totalità, decade a descrizione e fa della figura il contenuto dei suoi movimenti, perché da un canto si presenta come presa di coscienza di qualcosa che non dipende da essa in quanto è consaputa, dall’altro si presenta con tutte le determinazioni disposte secondo ordine (ordine = disposizione = figura).

Non è vera speculazione quella che si profili come fenomenologia, perché ad essa manca precisamente la negazione e manca anche nel caso che si pretenda di darne una descrizione genetica, poiché la negazione non vi viene assunta nella sua attualità di negazione, ma vi viene considerata come determinazione, una tra altre determinazioni.

Le analisi fenomenologiche, che si pongono sulla negazione, perdono la negazione: la perdono perché ne fanno una determinazione tra le altre (sia pure come “alterità” reciproca) o perché ne fanno il negativo, il nulla, che nientifica in sé anche l’altro da sé. L’analisi della negazione è, in effetti, la più radicale sua negazione e ne presuppone l’insignificanza: la fenomenologia è insignificante al limite, a proposito di negazione, che il limite è trovato solo mediante la negazione, è trovato negando. La speculazione come negazione in atto è attualità quale presenza consaputa della negazione: necessità dì giustificare è possibilità di negare; la speculazione che è atto critico è presenza dell’atto che toglie il negativo inerente alla parvenza di verità, che è, anzi, parvenza dell’essere che non è: illusione. La negazione è dunque krisis che dissolve la pretesa consistenza della cosa non ancora giustificata. Non appena si pretenda, infatti, di far valere la negazione come qualcosa, si profila la necessità di toglierla, rilevando la verità che emerge su di essa.

 

(Tratto da: Giovanni Romano Bacchin: La struttura teorematica del problema metafisico)

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