G.R. BACCHIN: ESSERE E DIVENIRE

E’ approfondendo la portata della negazione che si perviene ad escludere che si possa negare il divenire sulla base dell’essere, o viceversa. La ratio pretesa di questa negazione è nel dire che il divenire è compresenza di essere e non essere (come Hegel voleva?). Ma se il divenire fosse essere e non essere, il non essere sarebbe o non sarebbe il divenire e solo per questo, solo per non far essere il non essere Parmenide negava il divenire, ma faceva divenire almeno questa negazione e faceva essere il divenire, suo malgrado, e si contraddiceva; si contraddiceva perché, se la negazione del divenire non divenisse e tuttavia fosse, non sarebbe se non a condizione che il negativo come tale sia, che vi sia, cioè il non essere.

La contraddizione non è, dunque, nel divenire, ma nella doppia negazione dell’essere sulla base del divenire e del divenire sulla base dell’essere, perché ciascuna delle due negazioni sarebbe possibile solo se fosse possibile la sua opposta: se Eraclito è Eraclito solo perché Parmenide è Parmenide, Eraclito e Parmenide sono ciascuno l’avversario di se stesso e nessuno dei due è avversario veramente né di sé né dell’altro, non solo perché non riesce ad opporsi all’altro, ma perché, essendo solo in questa opposizione, non riesce ad essere.

Il divenire non è contradditorio, essendo contraddittoria la sua negazione, la quale domanderebbe di essere interna al divenire, quale divisione del divenire in essere e non essere. La divisione sembra quella di Hegel? Il quale se divide il divenire anche lo nega, ma, poiché non lo può veramente negare, nega la divisione, dicendo che essa è opera dell’ intelletto e che la negazione di tale opera è la ragione, la quale però sarebbe negazione di una negazione fittizia, o restituzione del divenire che abbisogna di negare ciò che essa stessa afferma per poterlo veramente affermare, per affermarlo con verità.

Così Hegel nega il divenire, dividendolo, e ritrova il divenire negando la divisione, per cui il divenire che egli ha in mano dopo la divisione non è più divenire e il divenire che egli si trova in mano dopo avere negato la divisione è quello di prima, il divenire constatato, non il divenire giustificato: egli ritrova il divenire perché essere e non essere non vanno presi come due, perché se fossero due, non vi sarebbe quell’uno che diviene e che è concreto, che è anzi il concreto: se il concreto fosse somma di astratti, sarebbe concreto astrattamente, non lo sarebbe affatto. Ma è Hegel che divide il divenire e, nel momento in cui lo divide, assume i due termini come separati, li assume come due e, quando si accinge a negare che essi siano due separati tra loro, è già troppo tardi perché intanto li ha separati e quindi negati. In realtà, la negazione della divisione era già operata nell’atto stesso in cui si divideva: se la divisione è impossibile, si nega la divisione mentre la si attua, non si attua veramente la divisione e il divenire è ancora tutto quello che era prima che Hegel lo prendesse in considerazione; per cui Hegel, dopo avere detto tutto, qui ha ancora tutto da dire.

Essere e non essere nel divenire non solo non vanno presi come due, ma semplicemente non vanno presi, semplicemente non sono e tutto si dice fittiziamente quanto si dice di essi, anche che “non sono “, perché dire che due non sono due significa dire che sono e non sono, è dire nulla. Per non cadere in questo nulla, che sarebbe l’astratto essere (equivalente all’astratto non essere), Hegel dialettizza il divenire come essere e non essere, ma troppo tardi, perché la ragione dialettica è in quanto si attua come negazione della “nozione” dell’intelletto, che è contraddittoria, ma la ragione ha bisogno che questa sia contraddittoria e questo bisogno sembra erigere il contraddittorio in qualcosa che “è”, in quanto la negazione del nulla non è vera negazione e la forza della ragione dialettica è tutta nell’estrema debolezza dell’astratto, che l’astratto è contraddittorio, ma suppone che il contraddittorio sia.

Senonché il contraddittorio non ha bisogno di venire negato. Dove si suppone che il contraddittorio sia qualcosa che si deve negare, essendo “qualcosa”, è incontraddittorio, non è quel contraddittorio che si doveva negare. La ragione dialettica nel dialettismo ha per unica forza l’estrema debolezza dell’ intelletto, il quale è tanto debole da non riuscire ad essere se non per la ragione che lo nega, la quale si dice “dialettica” proprio perché nega ciò che “ragione” non è e si afferma, quindi, come ragione di tutto o tutta ragione o razionalità del reale. Così, la ragione dialettica è tutto e ciò che non è ragione è nulla e la ragione non ha “qualcosa” da dialettizzare, proprio perché essa è tutto; se la mia forza è la tua debolezza, la mia forza non è una forza, è una debolezza: se la ragione si attua solo negando ciò che si nega da solo, la ragione non si attua affatto, poiché non può attuare quella negazione, a meno di chiamare “ragione” il negarsi da solo dell’astratto che è contradditorio. Appunto il divenire è innegabile, perché almeno la sua negazione diviene, la quale, se non divenisse, sussisterebbe come essere del negativo e il negativo come tale sarebbe: negare il divenire equivale a far essere il nulla. La contraddizione della negazione del divenire è la restituzione del divenire come innegabile epperò concreto.

Ne segue che del divenire non v’è problema che ne investa la possibilità, poiché mettere in questione se il divenire sia possibile, con l’esito ipotizzato che non lo sia, significa ipotizzare che vi sia il nulla, ipotizzare l’impossibile. Ma proprio come problema della possibilità del divenire si configura ogni filosofia che discuta il nesso (ragione) tra divenire ed essere, a partire dalla duplice ipotesi di cui si struttura quel problema, che l’uno escluda l’altro e che l’uno e l’altro siano termini correlativi. Quella duplice ipotesi ha già perso il divenire perché lo ha diviso da se stesso, distinguendo, nel divenire, l’essere come stare dall ‘essere di ciò che non sta, donde il problema di come possano coesistere in unum lo stare e il suo opposto, che è come chiedersi se possano coesistere la cosa e la sua negazione. La negazione è qui non solo essenziale al problema, perché essenziale alla duplice formulazione dell’ipotesi, ma essenziale ai termini del problema come costitutiva di almeno uno di essi (in tal caso, l’opposto dell’essere sarebbe il divenire, il negativo essenziale all’essere del divenire che è, a rigore, l’essere in sé del negativo, il nulla). Ogni discussione di come si articoli il nesso essere-divenire è, pertanto, discussione che suppone il nulla e neanche è discussione se si possa pensare il nulla, perché essa sorge solo se non si è pervenuti a sapere che cosa essa suppone. Una volta pervenuti a cogliere, con l’impossibilità di negarlo, il divenire nella sua concretezza, è già limitata la possibilità di problematizzare il divenire, ed è già escluso che tale problema riguardi la sua possibilità: il problema riguarda, al più, il modo d’essere del divenire che è, in ogni caso, il modo d’essere di ciò-che-diviene; di qui la ricerca che legittimamente si pone non sul divenire qua talis, ma all’interno dell’indiscutibilità del divenire, ed è ricerca non metafìsica, ma fenomenologica. E’ a questo punto che emerge, con la fitta rete delle situazioni, l’intima necessità o condizione del diveniente di non essere assoluto e di non essere indeterminato. Anzi, proprio per non farlo cadere nell’indeterminatezza che lo negherebbe, si deve negare che il divenire sia assoluto. Così: un diveniente assoluto, escludendo da sé la relazione, tale sarebbe per una relazione che relativizzasse tuttavia l’assoluto a ciò che gli mancherebbe per essere assoluto; e se assoluto è il divenire, sempre divenendo, sempre manca all’assoluto ciò a cui esso, divenendo, si relaziona. Che, se si toglie all’assoluto diveniente questa relazione, si toglie all’assoluto il divenire o si fa del divenire un indeterminato, un divenire non “questo” o “altro”, ma “questo” – “non questo”, un divenire l’opposto di un opposto, opposto a se stesso. Precisamente questo è da fare, a rigore, quando ci si imbatte nell’assolutizzazione pretesa del divenire equivalente alla sua negazione: o interpretarla come un assoluto che tende ad essere ed è quindi relativo; o interpretarla come un divenire indifferente al suo stesso essere divenire. Divenire assolutizzato è divenire negato e viceversa o nella forma del non essere assoluto o nella forma del non essere determinato; ma, attesa l’innegabilità del divenire, è negazione dell’innegabile, o negazione astratta, nulla.

E’ anche già detto, in tal modo, che il divenire è il diveniente non assoluto perché non è sufficiente a se stesso. Da un lato, dunque, l’assoluto è innegabile (la negazione dell’assoluto, si converte in una negazione assoluta, in assoluto come negazione, che è il “nulla”), dall’altro è innegabile il divenire. Ma la duplice innegabilità si risolve in innegabilità unica, che il divenire è innegabile perché negarlo equivale ad assolutizzare il nulla, a negare l’assoluto. Non due proposizioni messe a confronto, ma una sola proposizione che, affermando il divenire, afferma l’indivenienza dell’assoluto e, quindi, la sua trascendenza.

La rigorizzazione del presente discorso è una cosa sola con la messa in evidenza dell’ unicità dell’innegabile, che è tutt’uno con la sua incontraddittorietà: le due negazioni, dell’assoluto e del divenire, sono contraddittorie; ma non si danno due contraddizioni, perché due contraddizioni dovrebbero distinguersi incontraddittoriamente tra loro e, per questo verso, qualcosa in esse dovrebbe esserci di incontraddittorio. A rigore, due contraddizioni non sussistono e la contraddizione è tale che tutte le contraddizioni effettive si equivalgono, sono tutte, parimenti, senza essere. L’incontraddittorietà è la medesima innegabilità ed è pienamente concreto ciò che è innegabile, nulla potendo attentare alla sua consistenza, a quella che diremmo la sua teticità; l’innegabile, infatti, è ciò che non tollera l’ipotesi opposta e che la riduce a contraddizione, togliendole ogni consistenza, anche metodologica (del nulla, infatti, non ci si può servire se non rilevando che esso semplicemente non è). Con ciò anche si dice che il divenire, essendo concreto perché è innegabile, non è constatato in un’esperienza che lo obiettivizzi come “qualcosa” di cui si possa dire: non v’ è fenomenologia del divenire così come non v’è fenomenologia del concreto  e la fenomenologia non è concreta se non è concreto e indipendente da essa l’atto indivisibile e quindi uno in cui e per cui essa si attua. Con ciò, insomma, il divenire non si dice come “oggetto “, proprio perché esso “è” tutt’uno con l’esperienza, la quale è atto dell’esperire, il “passare” solo come “restare” se stesso, il medesimo di ciò che passa. E’ per questa ragione che risulta impossibile assolutizzare l’esperienza e risulta impossibile, dunque, per quella medesima ragione per cui essa “è” il divenire ed è sempre oltre il suo essere, tendente ad essere ciò che ancora non “è”, come, constatando, si dice, ma che già “è” come, dialettizzando, non si può non dire. Ciò che diviene non è ciò a cui si tende, essendo per l’indivenienza del termine e così il divenire si dice per l’impossibilità di negarlo, come si dice l’essere. Ed è un dire dialettico che dialettizza anche se stesso (non è un modo di dire tra altri modi, bensì il dirsi autentico di ciò che viene detto). Se la filosofia è dialettica, essa “è” il concreto ed è in essa che il concreto si afferma come tale. Per questo il tema della filosofia, essendo l’atto del filosofare, non è thema più di quanto non sia thesis di se stesso. Se, per la presenza operante del vero nella negazione che è attualità metafisica, si sa problematizzando, il teorema metafisico non è la riduzione del sapere al sapere dell’uomo, né la risoluzione del sapere umano nel sapere: poiché è la presenza innegabile del sapere che svela la negatività del sapere umano, la struttura teorematica del problema metafisico non riduce il sapere ad essere problema, ma è sapere il carattere problematico del nostro sapere. Il problema che abbiamo è, piuttosto, il problema che noi radicalmente siamo e non è punto di partenza che si sorpassi, ma è tutti i punti per i quali, divenendo, svolgendosi come problema, si passa. Qui si profila, nel modo più radicale, la differenza tra lo “esistenziale” e lo “essenziale”, tra l’esserci fattuale (ciò che “è perché è”, secondo la granitica espressione hegeliana) e l’intero. L’intero è inesperibile, ma si ritrova nell’atto critico, confutatorio, che toglie la duplice pretesa di esperirlo e di negarlo sulla base del fatto che non può venire esperito.

La negazione che qui si dice è compiuta dal suo fondamento, l’innegabile che su di essa emerge non riducendosi ad essa: dire che la filosofia, o metafisica, è radicale ed originaria problematicità significa dire che essa è la dialettica della negazione, restituzione di ciò che non può venire negato, affermazione dialettica dell’innegabile, nella sua pienezza o concretezza.

 

 

( Trattasi del paragrafo 31 de: La struttura teorematica del problema metafisico )

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