Il capitalismo globalizzato nelle prospettive eterodosse di Marx e di Keynes

di Ermanno Vergani

I sistemi di produzione ad economia capitalistica, qualunque assetto o regime essi assumano, sono soggetti ad una diminuzione dei margini di profitto.

Chi ha tematizzato in modo approfondito tale problema è stato Marx il quale ha identificato la causa principale della natura costitutiva delle crisi nel sistema capitalistico, nella diminuzione tendenziale del saggio dei profitti: il trend discendente dei profitti nel lungo periodo viene determinato da fattori quali: il progresso tecnologico, i livelli salariali, i rapporti di forza contrattuali che si determinano sul mercato del lavoro, il livello di sfruttamento del lavoro, i costi dei mezzi di produzione, il rendimento dei capitali finanziari, le condizioni che si determinano nei rapporti con l’estero a livello di importazioni ed esportazioni, etc.

Per quei beni che sono prodotti e venduti in un contesto di libero mercato, inoltre, la diminuzione dei profitti è determinata come effetto della stessa concorrenza di mercato in quanto essa genera la tendenza a far diminuire i prezzi di vendita, in quanto i venditori dello stesso tipo di prodotto saranno disposti a stabilire il prezzo minimo possibile che garantisca il raggiungimento della clientela più ampia possibile, permettendo al contempo la copertura dei costi di produzione.

Ora, dato che i ricavi dalle vendite tendono a diminuire, gli imprenditori, allo scopo di contrastare la tendenza alla diminuzione del margine di profitto, possono incidere soltanto su alcuni elementi. Tali elementi sono quelli che fanno diminuire i costi di produzione e/o che permettono di aumentare il prezzo di vendita del prodotto.

Poter diminuire i costi di produzione significa ridurre il costo del lavoro, come ad esempio reperire manodopera a costi inferiori oppure diminuire le uscite destinate a pagare le tasse statali, laddove spuntare un prezzo più elevato significa diminuire il tasso di concorrenzialità, ad esempio passando da un regime di concorrenza a uno di oligopolio o nei casi più estremi di monopolio.

Allo scopo di semplificare il ragionamento, poniamo l’ipotesi più ottimistica per gli imprenditori (quella cioè che garantirebbe loro lo “spazio di manovra” più ampio possibile), in cui il livello di imposizione fiscale rimanga invariato, e che l’unico regime di mercato possibile sia quello concorrenziale (non consideriamo cioè i regimi di mercato oligopolisti o monopolisti): in tale scenario, le dinamiche che gli imprenditori possono porre in essere per poter salvaguardare i propri margini di profitto consistono in:

– reperimento di manodopera a costi inferiori, ovvero de-localizzare nei paesi dove il livello dei salari è mediamente inferiore o, in alternativa, abbassare i livelli salariali locali, e determinare una netta erosione dei diritti acquisiti dai lavoratori, con l’introduzione di forme di flessibilizzazione e di precarizzazione dei contratti di lavoro: l’insieme dei diritti acquisiti dai lavoratori nella fase del trentennio dorato, appare come un insieme di privilegi, se confrontato con le condizioni dei lavoratori dei paesi a basso livello salariale;
– disinvestimento dall’economia reale, ed investimento nell’economia finanziaria che, attraverso il canale della speculazione, garantisce al capitale tassi di rendimento superiori a quelli ottenibili dagli investimenti in economia reale;
– determinazione di aumenti della domanda di prodotti, o quanto meno mantenimento della stessa a certi livelli, soprattutto mediante il ricorso a massicce campagne pubblicitarie, orientate a stimolare al consumo sempre maggiori quantità di popolazione.

Ciascuna di tali dinamiche determina effetti caratterizzati da un rapporto costi/benefici sbilanciato sui costi.

Per rendersi conto di ciò basta considerare le principali dinamiche che stanno caratterizzando l’attuale fase del capitalismo globalizzato, ovvero:

– il livellamento verso il basso dei salari riduce le grandi conquiste ottenute dai movimenti operai durante il trentennio dorato e i periodi ad esso precedenti;
– il disinvestimento dall’economia reale, in favore dell’investimento deregolamentato nell’economia finanziaria, genera le cosiddette “bolle speculative” che mettono in crisi interi settori produttivi e di conseguenza interi sistemi economici ripercuotendosi oltre i confini dei singoli stati, su scala sovra-nazionale;
– l’alimentazione senza limiti di stili di vita consumistici genera enormi problemi di sostenibilità ambientale, degradando irreversibilmente la dimensione eco-bio-sferica, essendo fra i fattori principali che incidono sull’aumento della cosiddetta “impronta ecologica”;
– la creazione di bisogni indotti di beni voluttuari, il cui consumo è reso possibile incrementando a dismisura l’insoddisfazione ed il desiderio di possesso di beni, a sua volta, determina vite solitarie, alienanti, superficiali, tendenzialmente infelici e stressanti, generando ciò che è stato evidenziato dagli studi della cosiddetta “economia del benessere” come “paradosso della felicità”.

I costi generati da tali dinamiche, come sperimentiamo quotidianamente, sono di entità tale da più che compensare i benefici derivanti dagli effetti delle stesse, quindi non rappresentano alternative sostenibili.

Alla luce di tali considerazioni si comprende agevolmente come, nella fase attuale di tramonto del modello di sviluppo “usa e getta” basato sulla produzione ed il consumo senza limiti, qualunque tentativo dal timbro keynesiano-riformista, sia del tutto anacronistico, in quanto sarebbe impossibile ripetere ciò che si poté verificare durante il trentennio dorato del capitalismo occidentale.

Infatti, le condizioni che permisero a politiche keynesiane di migliorare significativamente la situazione materiale dei ceti subalterni (direttamente nella forma di aumenti salariali e indirettamente nella forma di servizi del welfare state), sono venute meno all’indomani della crisi economica degli anni Settanta, ovvero con il verificarsi delle emergenze mutative evidenziate nell’ontologia del presente che ho tratteggiato in vari miei contributi, le quali hanno determinato il passaggio dal capitalismo “keynesiano-fordista” al capitalismo attuale, cosiddetto “neoliberista” o “globalizzato”, che ha determinato un mutamento radicale della situazione economica su scala planetaria.

Nella fase “keynesiano-fordista” infatti la produzione di beni di consumo poteva essere assorbita da una domanda sempre crescente poiché alimentata dalla massa di consumatori sempre più ampia, in virtù di politiche riformiste che trasferirono maggiore ricchezza e migliori condizioni di lavoro ai ceti subalterni, soprattutto nella forma di ampliamento dei diritti e di aumento dei redditi.

Tale fase fu resa possibile in quanto l’aumento effettivo del reddito dei lavoratori fu vantaggioso anche per i capitalisti per due motivazioni sostanziali:

– l’aumento dei salari era necessario a garantire una domanda sufficiente ad assorbire le aumentate quantità di prodotti standardizzati di massa, rese disponibili dalla produzione mediante le catene di montaggio;
– gli imprenditori fornirono, in termini salariali, incentivi alla motivazione dei lavoratori che, alienati dalla catena di montaggio, potevano, mediante atti di rivendicazione, agevolmente mettere in crisi le produzioni basate sul modello della fabbrica fordista. Tale modello infatti era altamente vulnerabile in quanto per bloccare la produzione erano sufficienti forme di lotta poste in essere non necessariamente da tutti i lavoratori, ma anche da una minoranza.

A partire dagli anni Settanta, le condizioni caratterizzanti la fase del trentennio dorato, vennero sottoposte a dinamiche di cambiamento concretizzatesi grazie alle seguenti motivazioni:

– i bassi livelli di disoccupazione determinarono un aumento di potere contrattuale del lavoro dipendente, che quindi fu in grado di ottenere sensibili miglioramenti della propria condizione, sia in termini salariali sia in termini di diritti e concessioni che determinarono l’erosione dei margini di profitto del capitale;
– l’aumento del margine di profitto conseguente al maggiore consumo dei prodotti standardizzati di massa, reso a sua volta possibile dall’aumento dei livelli salariali, tende, oltre una certa soglia, a non aumentare più in quanto l’aumento dei livelli salariali non si traduce soltanto nell’aumento dei consumi, ma anche dei risparmi: la quota di ricchezza dei dipendenti “dirottata” dai consumi verso i risparmi contribuisce all’erosione dei profitti degli imprenditori.

A fronte di tali dinamiche, gli imprenditori, al fine di salvaguardare i propri margini di profitto, hanno trovato classi politiche disposte a porre in essere scelte di politica economica orientate a:

– erodere i salari ed i diritti acquisiti dai lavoratori attraverso ad esempio gli attacchi ai sindacati operati da Reagan e dalla Thatcher, nonché attraverso politiche accondiscendenti nei confronti della delocalizzazione e della concorrenza sleale creatasi per via della disponibilità sempre più ampia di manodopera immigrata, priva di diritti;
– agevolare la transizione dalle produzioni di tipo fordista a produzioni meno dipendenti dal lavoro salariato a relativamente basso “contenuto intellettuale”, e ciò è stato possibile soprattutto grazie all’automazione ed all’informatizzazione sia delle catene di montaggio, sia di tutti i processi produttivi in generale;
– dirottare gli investimenti dalla produzione alla finanza ed incoraggiare la creazione di strumenti finanziari derivati, originariamente pensati per proteggere gli investimenti produttivi volti all’esportazione dalle oscillazioni dei cambi tra le monete, che dopo il 1971 divennero variabili, e divenuti, negli anni successivi, grazie anche a politiche di deregulation dei mercati finanziari, i principali strumenti di speculazione, che hanno permesso la generazione delle deleterie bolle finanziarie a discapito degli investimenti nelle economie reali.

Occorre poi tenere in considerazione la tesi di Marx secondo la quale gli economisti classici basavano le proprie teorie sul paradigma Merce-Denaro-Merce (M-D-M’) che, a ben vedere, non rappresenta l’unico “paradigma propulsore” dell’economia capitalista che è costituita ontologicamente di due dimensioni in simbiosi inter-retro-attiva: la dimensione reale e quella finanziaria.

Se la produzione seguisse soltanto il paradigma Merce-Denaro-Merce (M-D-M′), relativo alla dimensione reale, il mantenimento del regime produttivo sarebbe garantito dallo scambiare una merce (o un lavoro) contro denaro, al fine di ottenere un’altra merce (o lavoro), non si terrebbe conto invece di ciò che si osserva relativamente alla dimensione finanziaria, per la quale occorre semmai postulare il paradigma Denaro-Merce-Denaro (D-M-D′), ovvero tale per cui si cede denaro in cambio di una merce (o di un lavoro), allo scopo di ottenere una quantità maggiore di denaro.

Sulla scorta delle acquisizioni di Marx, Keynes peraltro tematizza anche altri due fattori che Marx non aveva tematizzato, ovvero l’incertezza e la conoscenza incompleta, i quali non sono soltanto fattori ontologici dell’economia di mercato, ma addirittura della nostra condizione umana, come sperimentiamo quotidianamente.

Infatti, non soltanto prendiamo continuamente decisioni in condizioni di incertezza rispetto a ciò che l’avvenire ci può riservare, ma oltre a ciò la conoscenza che possediamo circa le condizioni che influiscono sulle nostre decisioni e che queste ultime possono produrre sul contesto in cui vengono prese sono estremamente limitate. In particolare scrive Keynes nella Teoria Generale Dell’Occupazione Dell’Interesse E Della Moneta (1936):

«Per motivi in parte ragionevoli, in parte istintivi, il nostro desiderio di tenere moneta come riserva di ricchezza è un barometro del nostro grado di sfiducia nelle nostre capacità di calcolo e nelle nostre convenzioni sul futuro.»

Tali considerazioni mostrano come l’impiego della moneta a fini speculativi è un elemento ontologico del capitalismo, che produce effetti di diminuzione degli investimenti in economia reale, poiché la convenienza ad investire nell’economia reale viene sottoposta a contrazione dalla convenienza a destinare capitali verso la finanza.

Ne segue la necessità dell’intervento statale per contrastare la tendenza ontologica del capitalismo all’ipertrofia del circuito finanziario o, come preferisco dire con lessico “amebistémico”, ricorrendo alla figura della metastasis, la tendenza al formarsi di decorsi metastatici dei flussi finanziari.

Keynes, in particolare, tematizzando l’incertezza e l’incompletezza delle informazioni disponibili, rintraccia, come ulteriore dinamica che alimenta i decorsi metastatici dei flussi finanziari, l’atteggiamento prudenziale che incentiva gli imprenditori a non destinare interamente il proprio capitale al fine di impiegarlo fino a saturare completamente la capacità produttiva disponibile, ovvero per raggiungere il livello di piena occupazione del lavoro.

Ciò si spiega in quanto appare più credibile ipotizzare una propensione della maggior parte degli imprenditori a non rischiare oltre una certa soglia. Infatti, tendenzialmente, gli imprenditori in situazione di incertezza e di incompletezza informativa non saranno propensi a rischiare eccessivamente e quindi avranno convenienza a mantenersi possibilmente al di sotto di quel livello di soglia, al di là del quale, essi assumerebbero interamente su di sé i rischi correlati all’impresa.

Viceversa, mantenendosi al di sotto di esso, ottengono l’effetto di spostare sul lavoro parte del rischio connesso all’eventuale produzione invenduta, in corrispondenza del pieno impiego della capacità produttiva. E questo spiega anche l’interesse degli imprenditori ad avere sempre una certa quantità di riserva del fattore lavoro (l’esercito di riserva di marxiana memoria) a cui poter attingere soltanto in determinate fasi congiunturali per rispondere ad incrementi della domanda di prodotti.

L’esigenza dei detentori di capitale di impiegarlo ricorrendo a tale quantità di riserva soltanto per rispondere a momentanei e contingenti aumenti della domanda di prodotti, è esattamente la principale determinante che alimenta fenomeni di flessibilità, mobilità e precarietà del lavoro che, nella fase attuale del capitalismo, non a caso hanno mostrato dinamiche ipertrofiche.

Tematizzando l’incertezza e l’incompletezza delle informazioni Keynes mostra anche come nel sistema capitalistico si verifica costitutivamente il cosiddetto “paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza”: secondo Keynes la situazione normale del sistema capitalistico consiste in una condizione in cui l’attività produttiva permane al di sotto delle sue effettive capacità per periodi non brevi, senza che vi siano tendenze endogene a spingerla né verso la ripresa né verso il collasso.

Il permanere dell’economia capitalistica in tale tendenza, socialmente è inaccettabile in quanto comporta la compresenza tra situazioni di ricchezza e di povertà ed il sistema di mercato, se lasciato a se stesso, spontaneamente non è in grado di realizzare una distribuzione equa della ricchezza, ma determina invece un progressivo inasprimento delle differenze fra minoranze agiate e maggioranze disagiate.

Le preziosissime analisi di Marx e Keynes concordano di fatto anche sulla tesi che il capitalismo è costitutivamente caratterizzato da fasi di crisi che non hanno natura transitoria, ma sono strutturali.

Ora è evidente che la situazione attuale deriva sicuramente delle politiche anti-keynesiane ovvero neo-liberiste avviate negli anni Settanta, che hanno trovato pieno supporto accademico da parte dei teorici dell’economia politica ortodossa (cosiddetta “neoclassica” o “marginalista”), tuttavia tornare ad applicare politiche dei redditi ad impostazione keynesiana senza ripensarle e ricontestualizzarle alla luce delle nuove emergenze mutative verificatesi nella fase attuale del capitalismo, si risolverebbe molto probabilmente in un’operazione con scarsissima efficacia ed i cui effetti sarebbero con tutta probabilità più negativi che positivi.

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