Loreta e Coccodè

Tragi-commedia in atto unico di Stefano Pioli

A sipario chiuso si sentono la voce di un bimbo (B) di circa otto anni e quella di un padre (P), che si sentiranno in diversi momenti, senza mai apparire in scena.ogni qual volta si sentono i loro dialoghi la scena si oscura un po’ e i personaggi rimangono fermi.

B: Papà! dai! Raccontami una favola, una nuova!
P: E va bene, signorino! Datemi un foglietto… Ecco: “32-”
B: No! Papà! Le sottrazioni no! Ho già fatto abbastanza compiti per oggi!
P: Ma cos’hai capito, Michelangelo. Guarda questo 3, come assume la forma di un pennuto, che diventa adesso un pappagallo e poi questo 2, con un po’ di fantasia, come si trasforma in una testa di vecchietta… un po’ grassoccia… O la vuoi invece più secca e macilenta?… Dai, Michi… non ho tanto voglia… ti prego… domani te la racconto, promesso…
B: Ti scongiuro, papà! Ora siediti sul letto e allunga i piedi come faccio io!
P: E secondo te basta allungare un po’ i piedi e starsene a letto per poter inventare una storia?
B: Sì!
P: Ah, be’ allora… C’era… una volta una contadina, che teneva come compagnia un bel pappagallo ara macao aconcagua, rosso verde e blu, di nome Coccodè y Lopez y Martinez y Gonzales, ed una sparuta gallinella di nome Loreta e basta. Ecco, vedi, ora te la disegno… Guarda, ha appena depositato cinque o sei uova… In reggiano, la “galinela” è anche il duro guano di gallina che serve per concime, migliore del corrispondente “ruud” bovino e di quel liquame vaccino chiamato, in Gallia, “al sess”, da cui nacque forse il nome di Sesso, aulente frazioncina di Reggio Emilia. Perché la cacca dei pennuti sia migliore, non lo so, non la tengo a casa. Ma una specie di cacca era la povera Loreta, l’ultima e negletta gallinella della fattoria.
Un giorno la contadina, da tutti giudicata tanto povera da essere sprovvista persino del codice fiscale, tipica bracciante della bassa Reggiana, “che non mangia per non cagar”, “che non si piglia in piazza un caffè, perché viene assai”, chiama i due pennuti a rapporto per dir loro che… non avendo né figli, né affiliati, né nipoti, né parenti, né consanguinei, né affini… li nomina eredi universali della sua immensa e disastrosa sfortuna…

Il sipario si alza. Sul palco si scorge una vecchietta e due strani personaggi, uno dei quali, nell’abbigliamento, ricorda un po’ un pappagallo ed è legato ad una zampa con una corda annodata ad una barra di ferro; l’altro rammenta alla lontana una chioccia; la vecchietta è un po’ grassoccia e dall’espressione scaltra, vestita un po’ miseramente. La scena prevede, alla destra del pubblico, una stanza che ha una porta d’ingresso che dà sul cortile. Vi è poi una seconda stanza, unita alla prima da un uscio, ammobiliata con una credenza, un tavolo e delle sedie. Ciascuna delle due stanze s’illumina solo quando vi si svolge un dialogo fra i personaggi.

V: A te, Coccodè, concedo la legittima e la disponibile. Sarai padrone del trespolo su cui vivi, della gallina Loreta e della mia riconoscenza imperitura, tanto sono morta e non ti conosco più!
Coccodè, il pappagallo, ha un travaso di bile e borbotta, fra sé e sé:
C: Mannaggia a chi t’ha viva, disgraziata, mi lasci assai!
La contadinella, vetusta donnina sulla settantina, continua il suo macabro discorso:
V: E tu, mia infinitesima Loreta, scoreggia del mio culo, ti lascio la libertà di deporre le uova… e di covarle!
L: Coccodè! Coccodè! Coccodè! – fa la chioccia, allegra come una struzza.
V: E la vita va così! Su e giù per la camicia! Ah ah ah!
Mentre la colonella, così garrendo, si allontana verso il cortile, sparendo dalla scena tutta gaia per il suo gesto generoso, un amareggiato Coccodè si rivolge all’ingenua gallinacea:
C: Uhè, ragazzina! Qui non ci stiamo!
L: Coccodè! Coccodè!
C: Sì! Ho capito, coccodè! E’ il nome mio! E allora! Svegliati, gallinella, che l’aria è dolce!
L: Coccodè! Coccodè! Coccodè!
C: Zitta! Tu che non parli! E stammi a sentire! Quella là… Quella là fa finta… di non tenere denaro… Ma è “china e’ soldi”, come “l’è china ed schina”! Il suo commercialista mi ha detto l’altro ieri… che è padrona di quarantasei poderi. Cioè, non l’ha detto micca a me, naturalmente… Ne stava parlando con lei e io ero in coppa a ‘sto palo a sentirli e… e ti garantisco che il suo patrimonio si calcola con nove o dieci zeri! Questa casa micca è vero che stia in affitto, quant’è vero st’anacoluto! Lei tiene e possiede e ha pigliato tutto il mondo per il culo!
L: Coccodè! Cuulo!
C: C’hai detto, Loretella? Parli dunque! O dormivo? Ho inteso bene?
L: Coccodè! Inteso!
C: Osta, cretinella! Era tempo che aprissi il becco, dopo tutti i miei pazienti insegnamenti! Eureka!
L: Coccodè! Eureka!
C: Dunque allora! Che si diceva? Ah, quella femmina… quella femmina, ohhh, io ci voglio bene… Micca non ce ne voglio! Capito?
L: Coccodè! Capito!
C: Tanto bene ci voglio!
L: Coccodè! Lo voglio!
C: Sì, anch’io lo voglio! E lo devo avere! Intendo dire che la… la nostra padroncina tiene quasi settant’anni! E che vivesse altri cent’anni! Non dico di no! Ma se noi due eredi…
L: Coccodè! Eredi!
C: Sì… se noialtri eredi campassimo ancora dopo! Tu lo sai che i pappagalli e in special modo le are amazzoniche possono vivere quasi duecent’anni! Allora! Dimmi, in nomine dei…! E’ meglio condurre da poveretti tutta un’esistenza, oppure vivere negli agi almeno una cinquantina d’anni?
L: Coccodè! E’ meglio!
C: Sì è meglio, lo dici pure! La vecchina è… un po’ patutina! E sta in piedi per miracolo! Perché tirano quattro venti! Te ne sei accorta! Come la va china con la sua povra schina e come tiene lungo il naso? No! Non la vedo niente bene!
L: Coccodè! Bene!
C: Macchè bene! Chilla, prima o dopo, muore e si sotterra! E si riposa nella cassa! E ci facciamo una piangiuta! E che! Stiamo a pazzia’! E noi poi ci viviamo, con quei due o tre cespitini che st’arraggiata ci ha concesso…? E che sono quelle miserie…! Quelle cagatine! Dinnanzi all’oro che tiene in cassaforte!
L: Coccodè! Cassaforte!
C: Sì, soldi, soldi, soldi, i signori dei dell’universo!
L: Coccodè! Soldi!
C: Dobbiamo quindi farle cambiare il testamento!
L: Coccodè! Testamento!
C: Sì, dobbiamo farci intestare tutto a noi! Le terre! Un po’ a te e tutto il resto a me (che scampo di più)! Le case! Ne tiene sei! Una a te e tutte le altre a me (che so volare)! I mobili antichi! Tutti a me! Tu non te ne intendi! I soldi! Tutti a me! Che poi il becchime te lo compro io! E gli ori e il corredo! Ma di questo argomento ne parleremo dopo!
L: Sì… ne parleremo dopo!
C. Eh…? Cooome…! E… coccodè… non lo dici più?
L: E quanti coccodè devo dirti ancora, povero coglione, non ne sei ancora sazio?
C: No! Volevo dire! Ma tu…! parli bene, come me… o quasi…!
L: Togli quel “quasi”! Dì pure “meglio”! Facciamo la prova! Cosa significa “aggiottaggio”? Uno, l’imitazione di Giotto da parte di un suo allievo? Due, una speculazione di borsa? O, tre, far la cresta sulla spesa?
C: E che ne so!
L: E la fisica della stringhe sub-quantistiche, quante dimensioni prevede, tre, dieci o undici?
C: E che stringhe ho da sapere, se non tengo manco le calze!
L: E tu lo sai, amico mio, lo sai calcolare… l’errore con cui una serie di Taylor troncata dopo n termini approssima una funzione?
C: No! Non funziono più! M’arrendo! M’è sufficiente!
L: Bene. Prenderò io in mano la situazione. E ricordati che, oggi come oggi, nell’ottica del Dio Denaro, la parola è sacra, e val ancora una messa! Perciò, stattene ritto, zitto e non mi scassar! Mi raccomando!
La scena ora si oscura, quando si sente la voce dei due consanguinei:
B:: Papà! Ma la gallina sapeva tutte queste cose?
P: Non occorre essere geni per sapere tante cose! Il segreto è parlare solo di quel che si sa, e di null’altro.
B: E la gallina sapeva la… fun… la fun…?
P: La funzione? No! Sapeva però che la risposta era un errore e che qualsiasi errore poteva essere una risposta… Beh, salvo errore! Tornando a quei due… Uno se ne stette buono, mentre l’altra, la gallinella, corse fuori ad aspettare la padroncina. Questa arrivò intorno all’una, stracca e stracarica di masserizie, accattate per due o tre soldi, al mercato di Pixuntum.
(la scena, ora di nuovo illuminata, è la stessa di prima)
Quando Loreta se ne avvede, le corre incontro festosa.
V: Loretina – grida la vecchietta – ma sei pazza? Ma dove vai?
La pennutella fa un improvviso dietro front e si dirige in tutta fretta verso l’uscio di casa, entrando di filato.
V: Uhè! Pazzerella! In casa no! Che il tuo posto è fuori, col cane, a razzolare per l’aia, o nel casariello. E’ fuori, col cane, disgraziata! Ma guarda te! ‘Sta stupidella! L’ho fatta entrare una volta per sbaglio e quella crede d’aver ormai pieno diritto d’accesso! Eh no! Vattene fora a becchettar. Raushhh! Divieto di transito per gli ignoranti! Vade retro, insipidis! Ma dov’è corsa?! E’ forse andata in salotto?! E no, chioccerella, e no! Colà no! Non placet! Forbidden! Verboten! Nicht Hinauslehnen…!
Loreta s’è indirizzata proprio in salotto, dove sa bene quanto è tabù per tutti entrarvi, anche per gli ospiti. La vecchietta riceve solitamente in cucina persino il prete quando viene a benedire e proprio non si capisce per chi mai abbia speso quattro milioni per una tavola e per una credenza in arte povera che nessuno, nemmeno lei, usava mai. E’ cosa assurda, ma per una padrona di casa la credenza val più di una fede.
– Nooo! Sulla credenza noooo!
P: Loreta, a differenza del povero ergastolano Coccodè, non avendo mai subito l’onta di alcun legaccio, ha sempre esercitato il diritto di scivolar dappertutto, anche e specialmente dove non deve. Secondo tua nonna Rosalinda non c’è animale più dispettoso di una gallina. “Sono peggio che le scimmie!”, dice sempre. Lo sai, Michi, che le galline sono più intelligenti delle aquile?
B: Davvero, papà?
P: E lo sai perché? Perché tutto il giorno ronzano per la campagna alla ricerca di qualcosa da mettere sotto il becco. Spigolando di qua, annusando di là, si fanno un’esperienza che nessun altro pennuto…
B: Ma anche l’aquila è intelligente!
P: Mica tanto, Michi. L’unica attività che svolge è quella di volteggiare in cielo in larghi cerchi concentrici fissando l’attenzione su tutto ciò che si muove e che ha la sembianza di un animale! Mica ci vuole un gran cervello per farlo!
B: Ma però…
P: No! O “ma” o “però”…
B: Però l’aquila ha l’apertura alare più…
P: …più piccola di quella dell’albatros… Ma ora fammi finire la storiella… Loreta è salita sulla credenza e mentre l’anziana femmina la sta quasi ad acchiappar, ecco che la gallina le dice, a mo’ di buongiorno:
(intanto la scena si è svolta com’è stata descritta; nella stanza d’ingresso, che si oscura un po’, rimane soltanto il povero Coccodè)
L: Ave, o avedda mia! Avidissimus avis te salutat! T’avetti avuta per dispersa! An du stavi? Al mercatello? Ad accattà dui bagatielle? A cicalà cu’ le cumpagne tuie? A fa’ l’amuri cu’ lu previtu?
V: Ohhhhh! Miracolo! La stronzetta parla!
L: Parlo, scrivo, fo’ di conto ed argomento!
V: E chi t’ha imparato, disgraziata?
L: Le orecchie mie! T’ho ascoltato tutta una vita di fesserie! E mo’ m’ascolti tu! Apri bene le orecchie!
V: Non so se son desta o se dormo!
Loreta si getta direttamente dalla credenza ponendo le zampe sulle curve spallucce della padrona e comincia a beccarle il collo, tanto che le fa il solletico.
V: Ah ah aha aha aha! E basta! Daii! Dacci un taglio!
L: Ora stammi a sentire!
V: Ma che sorpresa, Sant’Agnello mio! E fammi sapere che m’hai da dire!
L: Tu stamattina ci hai detto delle cose!
V: Perbacco se ve le ho dette!
L: Che non tieni nessuno oltre a noi sulla terra!
V: E’ vero! Solo voi tengo!
L: E che hai deciso di elargirci generosamente, da morta, tutto quello che possiedi!
V: Tutto quello che ho dichiarato di possedere!
L: E no! Che non va bene! Tu non hai mai dichiarato nulla!
V: Perché non possiedo nulla!
L: E questa casa?
V: E’ in affitto!
L: E a chi lo paghi? Non ho mai visto nessun padrone che sia venuto a riscuotere la pigione!
V: Eh… Il padrone è… è morto!
L: Forse è morto di fame, oppure di sete!
V: Forse!
L: Come teneva gli occhi, blu o marroni?
V: Portava sempre gli occhiali!
L: Era magro o chiattone?
V: Indossava un caffettano, che non si riusciva mai a capi’!
L: Di capelli ne aveva assai o pochetti?
V: Teneva sempre la scoppola in capa!
L: Anche in casa?
V: Ehh… lo pagavo stando fuori!
L: E la mano, nel prendere i soldi, calzava forse un guanto?
V: No, non mi pare, forse d’inverno!
L: E d’estate, teneva le unghie sporche o pulite?
V: Pulite… no! Sporchette!
L: Di’ la verità, ti sei inventata!
V: Ehhh! Loreta!!! L’ammetto, dai!… Ma che vuoi!… Porca l’oca! Solo questa casa tengo, ma non la dichiaro, perché trattasi di rustico non idoneo all’abitazione…
L: Sì, domani!, dodici posti letto, come minimo!… E che mi dici di quei quarantanove poderi?
V: Veh! Quarantasei, esagerato! Oh! Mannaggia! Che t’ho detto!
L: E delle nove ville?
V: Sei! E son casarielli! Delle catapecchie!
L: E com’è che ce le hai?
V: Li ho ereditati da uno zio notaro! Ma son più le spese che il guadagno!
L: E quanti soldi hai?
V: Pochi… pochissimi!
L: Quanti zeri? Otto? Nove? Dieci?
V: Ehi! Voglio dire! Sei! Se ci sono pure!
L: Sei milionaria, dunque!
V: Insomma! I risparmi di una vita onesta!
L: Alla faccia di chi ti vuol bene! E di oro, quanto ne hai?
V: La medaglietta della cresima e poc’altro!
L: Venti chili?
V: Noooo! Tre o quattro al massimo! Mannaggia, m’è scappata pure questa!
L: E il corredo, dove lo mettiamo?
V: In tre armadi belli grossi! Oh no! Te l’ho spiattellato!
L:A questo punto… è giusto che tu lo sappia!
V: Che cosa?
L: Della congiura!
V: Quale congiura?
L: Quella del notaro Manfredi!
V: Quel famoso rubagalline?
L: Fossero solo chioccette come me!
V: E che ruba ancora?
L:La fiducia degli amici!
V: Anche la mia?
L: E come no!
V: Vacca cane! Una volta mi disse che per lui i vincoli dell’amicizia sono sacri!
L: Sì! Ma gli unici amici di quel fetente sono i quibsi, i soldi, la grana!
V: E a me che me ne… In fondo… che me ne…
L: Aspetta… Coccodè sa parlare, ma sa anche ascoltare. Un giorno venne quel tuo commercialista a far due conti con te… Gli affari, gli investimenti! E il Sudamericano multicolore se ne stette con le orecchie puntate e colse tutto quel via vai di milioni che svolazzavano da un fondo all’altro, da un acquisto di titoli tecnologici all’altro…
V: E allora?
L: Niente! Ma venne un altro giorno, quel mariolino di Manfredi… di nascosto da te, e Coccodè gli fece un bel discorsetto… Lo convinse a farti firmare un testamento in cui quel minchione del Mato Grosso veniva dichiarato erede universale di tutta la tua fortuna, con la legittima e la disponibile…
V: Ma io non ho firmato mai niente!
L: Manco una petizione per indurre il Comune di Pixuntum ad illuminare i vicoli almeno d’agosto?
V: Ehhhh! Quella l’ho firmata sì!
L: L’hai letta bene?
V: No! Me l’ha data in mano una sera in piazza proprio quell’unghia incarnata di Manfredi, in un momento che non tenevo gli occhiali… Era tanto che la menava!… Era diventato una “borsa”, se sapessi!… Non ne potevo più!… Ed ho firmato un po’ alla cieca…
L: Quanto fa uno più uno?
V: Due stronzi!
L: Uno era il notaro e l’altro lo sai chi è, lo puoi immaginare…
V: Coccodè!
L: Brava! Hai fatto l’uovo! Mo’ non perder tempo… Che quei banditi possono anche pensare di toglierti di mezzo… Ormai, per loro vali solo da morta! Tu sai che qui, in questa casa, puoi contare solo su di me… sulla mia lealtà! Prendi qua e scrivi che… che mi nomini tua unica erede… mi raccomando… di tutto… anche delle due pensioni!
V: Delle tre!
L: Delle tre!
V: Tengo pure l’accompagnamento! Ecco fatto! Tiè! Contento?
L: Assai… (oh, è fatta!)… Mettilo pure su ‘sta falsa tambiotica e aspetta qua!
V: E tu dove vai? Ma guarda te cosa mi tocca fare!
L: Vado a pescare un pescetto di coccio!
V: Ma ti pare questo il momento? Ne’, zuriedda?
Loreta raggiunge l’altra stanza che, mentre il soggiorno di spegne, a sua volta s’illumina, dove lo sta attendendo con ansia Coccodè, a cui la gallina fa rapporto a modo suo:
L: E’ fatta!
C: E cosa?
L: Ha firmato!
C: E che?
L: Il testamento!
C: E cosa c’è scritto?
L: Tutto quel che ha… prima o poi passerà a chi se lo merita!
C: E come ci sei riuscita?
L: Gliel’ho semplicemente chiesto!
C: E lei ha accettato!
L: E lo dubitavi?, dritto… Ricordati: la parola è sacra! Mo’ non resta che… fare il fatto, che fin che non si fa, non s’è fatto!
C: Quale fatto?
L: Il misfatto!
C: Cosa dici!
L: E che facciamo! Ce ne rimaniamo qua… come due scemi… come due deficienti!… ad aspettare il lieto, che dico, il lietissimo evento, che accadrà magari fra trent’anni? La vecchia fra un mese fa settant’anni, suonati con l’organo del prete! Ma è figlia di centenari! E’ di razza scampadora! Noi dobbiamo, come dire, soltanto affrettare il passo del destino, agevolare il corso degli eventi! Sospingerlo! Capito? Così! Op! Là! Dalla finestra!
Loreta fa un movimento in avanti con una zampina. Coccodè, tremante, le balbetta, con un mezzo singhiozzo:
C: Io… io non me… la sento… Pen…saci tu!
L: Senti… Bello mio… E come faccio? Non tengo artigli, mentre i tuoi sono degni di un’aquila. Non tengo quasi becco, mentre il tuo è più adunco di quello di un condor. Non hai scelta! Hai voluto il triciclo? Mo’ pedala, che sei solo in fuga!
C: No…! Di scuro… io. .. io… non…
C: Di sicuro, bello!, c’è ‘sta vita qua! E niente più!
C: Noooooo!
L: Sìììììì!
Con un colpo di becco Loreta recide la fune che lega Coccodè alla catena e poi mordicchia il culetto all’amico, che ancora recalcitra…
L: Vai!!!! Vai!!!!- gli urla!
C: Vado! Cristo! Oh mannaggia a me! Povero me, cosa vado a fare!
Solo allorché Loreta vede Coccodè sparire in salotto, trae un sospiro di sollievo e bofonchia, tra sé e sé:
L: Verba humana sunt! Mala facta bestiarum!

Sipario

P: Perpetrato lo scempio di quella vecchierella, Coccodè si dà alla macchia, avendo smarrito l’uso della ragione, tant’è sconvolto per tutto quel sangue versato.
Loreta esce dalla casa e corre verso una fattoria vicina e lì giunta comincia a strombazzare:
L: Coccodè! Coccodè! Coccodè! Coccodé! Coccodè! Coccodè! Coccodè! Coccodé!
Tutto quel baccano richiama l’attenzione dei coloni che stanno ancora pranzando, i quali non si sanno spiegare cosa mai sia successo di tanto grave da spingere una stupida gallinella a fare tanta strada e tanto schiamazzo! Loreta prende poi a correre verso casa sua e tutti quelli dietro, come tanti bei naderi!
B: Papà! Cosa sono i naderi?
Le paperelle!
B: Ma papà! Coccodè aveva ucciso la vecchia?
P: Le conclusioni a cui pervenne l’altissimo commissario che condusse l’inchiesta fu che Coccodè aveva agito da solo. Un pappagallo grande come lui poteva davvero realizzare quell’enorme strazio. Solo lui pareva in grado di compiere un delitto così efferato, dovendo cercare il colpevole fra i pennuti locali. Il fatto che fosse scappato dopo che fu commesso il delitto depose in suo sfavore. Coccodè non si poté nemmeno difendere, avendo perso, per lo choc, l’uso della parola: quella dote che lo caratterizzava dalle altre bestie. Il rinvenimento del testamento in cui Loreta era stata dichiarata erede universale dell’immensa fortuna della vittima fu indicato come il movente. Il gesto di Coccodè era stato ispirato da un insano ed inaudito desiderio di vendetta. Infatti si uccide per vendetta, per passione, per la brama di potere o per un ideale ma, più facilmente, per i soldi, come ammoniva zia Agatina. Oppure per stupidità! Quella donnetta gli aveva preferito una meschina gallinella e lui non ci aveva pensato due volte a scannarla a sangue freddo, e con tanta efferatezza, come si fa con un vitello.
B: Ma erano malvagi tutti e due quei brutti uccellacci!
P: Certo… Michi… Ma uno solo finì in cattività e fu giustiziato dopo quasi sei anni di tormenti, passati a rimuginare sulla propria imbecillità, nel braccio della morte, che è quell’angusta gabbietta dove i condannati alla pena capitale patiscono l’agonia, ospiti dalla comunità di persone pacifiche, e così dette per bene.
B: E Loreta cosa gli disse, a Coccodè, quando lo vide in manette?
P: Coccodè! Coccodè! Coccodé! Coccodè! – E poi ancora: – Coccodè!

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