Il recupero del senso dell’essere

G. R. Bacchin: Intero metafisico e problematicità pura. Paragrafo 4: Il recupero del senso dell’essere

 

La formulazione dell’essere si presenta per se stessa come la più radicale aporia in cui si muova o si irrigidisca la metafisica: se l’essere è ciò in virtù di cui ciò che è  < è >, non è possibile dire che l’essere « è », ché se esso fosse, l’implicazione di esso da parte di ciò-che-è, dell’essente, aprirebbe un processo indefinito, un processo per il quale l’essere, essendo, domanderebbe se stesso, ossia non domanderebbe e sarebbe assoluto; o domanderebbe qualcosa che gli è inevitabilmente estraneo e sarebbe domanda senza risposta possibile, ancora domanda nulla. Il quale discorso può valere anche a partire dall’essere come assoluto o come estraneo all’assoluto: se è assoluto deve pur essere come un ente dagli altri diviso, se è estraneo all’assoluto non può mai essere veramente, consistentemente.

Ritengo che questa situazione aporetica meriti un approfondimento, ché  proprio essa è presente anche se non sempre lucidamente saputa in qualsiasi metafisica e ne segna, appunto, i limiti teoretici rigorosi. Dunque, se l’essere è un ente (e tale deve poter essere se di esso si dà formulazione), esso implica se stesso indefinitamente e si vanifica in tale implicazione impossibile, che una implicazione di se stesso è, infatti, implicazione nulla. L’implicazione è implicazione di altro e l’essere, se qualcosa implicasse, implicando l’altro da sé, implicherebbe il nulla: l’esito della concezione analitica o non dialettica dell’essere è precisamente l’implicazione del nulla o assunzione del negativo in funzione positiva, quale costitutivo dell’essere; paradossalmente, la pretesa di « formulare » l’essere si risolve così in dialettismo, come nell’affermazione che il negativo è essenziale al positivo, affermazione per la quale il negativo cessa di essere veramente tale. L’altro dall’essere sarebbe, infatti, il nulla; ma il nulla non può non risolversi in opposizione all’essere e perciò in opposizione nulla, ché per essere « altro » dall’essere non è mai veramente « oltre » l’essere : il nulla è un « altro » che non riesce ad essere tale perché sarebbe solo se non fosse (l’altro è, infatti, altro nell’essere, non mai altro dall’essere: l’altro dall’essere semplicemente non è).

Ora, se per < formulare > l’essere, per dire l’essere nella sua opposizione all’altro da esso, v’è bisogno del suo opposto, v’è bisogno del nulla: la formulazione dell’essere è così «produzione» del nulla; ossia l’essere non è dicibile o il nulla è qualcosa, qualcosa di opposto all’essere, senza che il suo opporsi sia nullo. Si introduce qui, inevitabilmente, il discorso sul nulla, proprio per poter istituire un discorso “perì  tòu  òntos”;  che si strutturi, come ogni altro discorso, dell’altro di cui si dice, intorno a cui si dice: porsi intorno all’essere, poiché oltre l’essere nulla v’è, è porsi nel nulla, donde l’aporia della formulazione dell’essere. Il che significa che se si potesse formulare l’essere in un concetto, si potrebbe dare anche il concetto del nulla;  sennonché, si sa, il concetto del nulla è, piuttosto, la negazione del concetto, di modo che quanto non risulta concettualizzabile è appunto < nulla > e dire che l’ente è « intelligibile » (questo è il « senso » del concetto) è dire che il non intelligibile non può essere. Paradossalmente, il discorso sul nulla appare qui meno aporetico di un discorso sull’essere, se per dire l’essere occorre il nulla, cioè l’impossibile, e per dire il nulla è invece sufficiente trovarsi nell’essere e mantenersi in esso. Ma proprio qui è facile cadere nella tentazione di eludere l’aporia del nulla, di oscurare con un «gioco» della fantasia la sua «importanza»; è il ricorso alla determinazione del « nulla » come nozione « convenzionale », come parola cui nulla corrisponde di vero. Mi pare che la segreta preoccupazione di Severino sia non tanto la incombente « presenza » del nulla quanto la facile acquiescenza della metafisica tradizionale che non sa vedere l’aporia e vi rimane perciò tutta impigliata; ma anche Severino, che pur vede l’aporia, non sembra vedere che essa è già dissolta nel suo venire saputa, che cioè non si può sapere che essa è « costruita » senza disporre in questa consapevolezza dell’atto che la supera come aporia. È vero, comunque, che considerare la nozione del nulla come una mera convenzione linguistica significa dire che la parola « nulla » non ha significato, che è un semantema «vuoto»; ma con ciò si pretende di significare « costruendo » un significato che abbia la peculiare caratteristica di « non essere » (è la costruzione della proposizione del linguaggio comune: « questa cosa non è »), mentre è in questione proprio la possibilità di significare e, se il nulla non è, significare il nulla è non significare.

Rigorizzando questo discorso si può dire che il nulla è tale solo in quanto, per non-essere, cade tutto nell’essere di cui è negazione, cade nell’essere e vi si annulla, cosicché non l’essere è passibile di negazione ma il nulla, proprio perché il nulla è annullamento: in termini di negazione e di negato si può dire che il nulla si prospetta come la negazione di ogni determinazione, ma la negazione si attua inevitabilmente all’interno dell’innegabile e la stessa negazione di tutte le determinazioni sarebbe una determinazione o non sarebbe, il che significa che è impossibile negare ogni determinazione come esigerebbe la posizione del nulla: così, la negazione del nulla è, in se stessa, affermazione dell’essere come posizione dell’innegabile entro cui avrebbe posto la stessa negazione dell’essere. È questo il senso in cui si può dire che l’affermazione dell’essere è dialettica e non « immediata », poiché in tanto si pone in quanto si nega di non potersi porre: non v’è negazione possibile se non v’è negazione della possibilità di negare ogni possibile; è necessario, cioè, pensare l’essere perché  non è possibile pensare il nulla, ossia è impossibile non pensare perché  il pensiero è sempre pensiero di qualcosa essendo sempre qualcosa come pensiero: se pensare il nulla è non pensare, l’impossibilità di non pensare è per se stessa l’impossibilità di pensare il nulla, l’intrinseca nullità del nulla; non si dice, cioè, che il nulla non è, né che il nulla è qualcosa di contraddittorio, bensì che esso è la sua stessa contraddizione, il contraddirsi in atto, che in esso la negazione non restituisce qualcosa, ma si toglie senza « attuarsi » come negazione vera e propria. Allora, se si approfondisce questa consapevolezza della fittizietà della negazione propria del nulla, si può pervenire a stabilire una differenza, che diremmo ontologica, tra negazione e contraddizione, differenza essenziale ad un discorso sulla posizione dell’essere come esclusione del nulla. ‘ Contraddittorio ‘ diciamo ciò che è posto e che è tolto: in esso l’atto che pone è lo stesso atto che toglie, un atto, cioè, che non pone né toglie, semplicemente non è; il «negato», invece, è posto per venire tolto: in esso l’atto che pone non è lo stesso atto che toglie, gli atti sono due ed entrambi sono reali, ma solo uno dei due è vero, perché se è vero l’atto che pone non può non essere falso l’atto che toglie, e viceversa. Il contraddittorio esce così da qualsiasi considerazione teoretica: esso è del tutto ateoretico, poiché il nulla non è, la sua pretesa « nozione » ha radice pragmatica, operativa: il nulla è annullamento, dicevamo; tuttavia, se il contraddittorio è il non-essere, esso « è » in quanto è detto come tale, ma è in quanto è negato come essere e, perciò, dire il contraddittorio significa negare che esso sia. Ne segue che la considerazione teoretica del nulla è riduzione del « contraddittorio » al «negato», non viceversa: dire il contraddittorio non è contraddirsi, se l’atto che lo pone come tale non è lo stesso atto che lo toglie, dire il contraddittorio significa dire che in esso porre e togliere non sono tali; ma non sono tali appunto in esso: significa costruire la contraddizione, non trovarla davanti, non « pensarla » come qualcosa di cui ci si debba chiedere ragione. Il « mostrare » l’assurdo si articola proprio come un procedere positivo (dimostrare) che perviene a conclusioni opposte alle premesse e che, per questa opposizione, « è » esso stesso assurdo : non è un mostrare che « qualcosa » è assurdo, proprio perché non si può « mostrare » che qualcosa non è (sarebbe mostrare niente), bensì è possibile « fare » qualcosa di assurdo (costruire il contraddittorio, usando positivamente, come per una dimostrazione, di termini dei quali uno è, appunto per costruzione o « ipotesi », l’opposto dell’altro, con l’altro incompossibile). Mostrare la contraddizione è semplicemente contraddirsi ed è contraddicendosi che appare l’impossibilità della contraddizione.

La contraddizione, dunque, una volta posta è anche tolta e quindi non ha bisogno di < venire negata > : ciò che può venire negato è, invece, posto per venire tolto; poiché gli atti del porre e del togliere sono reali entrambi, ma uno solo dei due è vero, resta rigorosamente fondata, mi pare, anche la differenza tra e reale » e « vero », differenza ontologica che si rileva in qualsiasi negazione : per dire che qualcosa non è ( = non è vero), bisogna che lo si prenda in considerazione e questa considerazione non può non essere « reale », non può non esserci; tuttavia, questa considerazione non può non esserci solo rispetto al suo venire negata e, perciò, non può pretendere veramente all’essere. Così, la stessa differenza ontologica tra reale e vero rivela il suo carattere dialettico: se essa fosse analiticamente fondabile, bisognerebbe postulare un genere entro cui porla, riproponendo all’infinito una identità astratta tra « reale » e « vero » (entro cui abbia posto quella differenza), o far cadere la differenza contraddittoriamente, nell’uno o nell’altro, nel « reale » o nel < vero > e la differenza dovrebbe poter essere, indifferentemente, reale e vera. Ma che la differenza tra reale e vero abbia carattere dialettico risulta dal carattere dialettico della differenza tra negazione vera e propria e contraddizione, differenza che consente di strutturare la negazione della contraddizione, che è già posizione dell’essere: la posizione dell’essere essendo dialettica, il recupero del senso dell’essere è la negazione del toglimento tentato dell’essere, negazione che si fonda sul rilevamento del < fatto > che il toglimento dell’essere è solo un tentativo, un conato, una costruzione che abbisogna del suo opposto e si vanifica in questo suo bisogno.

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