Del fondamento incontrovertibile in quanto pensiero del Limite come identità-differenza: Realtà ed Effettualità in Kant e in Aristotele

di Ermanno Vergani

Occorre soffermarsi a meditare su alcuni aspetti che possono provocare il fraintendimento dei contenuti da me espressi laddove, con il mio tentativo di portare ad espressione entro il linguaggio quel plesso di sapere incontrovertibile, che nel mio lessico denomino “fondamento amebistémico”, spesso mi imbatto in rilievi che, peraltro con grande superficialità (il più delle volte ritengo inconsapevole), considerano le mie riflessioni interessanti, ma sostanzialmente: “inutili”, “misteriose” o addirittura “dogmatiche”.

Alcuni dei rilievi più acuti e sottili che recentemente sono stati rivolti alle mie modalità di pensiero, e a cui qui mi dedicherò in particolare, provengono da coloro che si inscrivono nell’orizzonte di senso dischiuso dalle riflessioni del grande Kant.

Costoro in ultima istanza ritengono astratto il mio pensiero perché se ne sono formati un’idea inadeguata nel senso che, secondo loro, esso intenderebbe far segno a ciò che per sua natura sarebbe inesistente, seppure in qualche modo “dicibile”: questo rilievo è evidente laddove mi si accusa di confondere “il dicibile” con “l’esistente”, in quanto cadrei nell’abbaglio di considerare “esistente” il fondamento, laddove esso sarebbe un “che” di meramente “dicibile”, ma di fatto, esso sarebbe semplicemente il prodotto del linguaggio che guida la mia ricerca: a ulteriore rinforzo di tale tesi, essi aggiungono che io non avrei compreso ciò che Kant avrebbe inteso sostenere con la sua celebre immagine afferente i “cento talleri”.

Tornerò su questo punto nelle conclusioni, ma per adesso mi concentro su un primo tratto di tali rilievi che, come confido di mostrare, derivano dal non aver letto compiutamente i miei scritti, cosa che ne pregiudica inevitabilmente la comprensione.

Per adesso segnalo un primo paradosso in cui costoro si avvolgono senza averne il benché minimo sentore, in quanto, da una parte, non riescono in alcun modo a negare ciò a cui faccio segno come “fondamento amebistémico”, dall’altra, allo stesso tempo, intenderebbero sostenere che esso sarebbe inesistente poiché le nostre significazioni determinate, con cui siamo necessitati a farvi segno, sarebbero in ogni caso inadeguate a comprenderlo.

Allora, prima di tacciare il mio pensiero di astrattezza, inviterei costoro a confrontarsi meglio con la propria personale idea (questa sì astratta, perché influenzata da un’interpretazione eccessivamente gnoseologistica di Kant), riguardo ai concetti di “astrazione” e di “concretezza”.

Siccome, tuttavia, non mi interessa “vincere facile” riducendo al silenzio i miei avversari dialogici, semplicemente facendo notare loro i paradossi ed i corto circuiti logici in cui si infilano da soli, proverò ad indicare un aspetto comunque sensato del loro rilievo, ma che non può in alcun modo negare il fondamento amebistémico, né restare fedele alla complessità kantiana della tematica del limite, seppure questo sarebbe l’intento dei loro rilievi.

Essi pongono semplicemente un problema di comunicazione inter-soggettiva, conseguente al mio modo particolare di portare ad espressione quello “sfondo”, laddove si guardano bene dal negare il darsi concreto dell’esperienza del fondamento che ho chiamato in altri scritti anche “trama infinita dell’inter-retro-agire”, in quanto, hanno intuito (pur senza averne ancora comprese le ragioni profonde), che la difficoltà della comprensione tra soggetti diversi, pur essendo oggetto di esperienza, non è tale tuttavia da negare il fondamento amebistémico.

Quindi, per questo tratto, essi sostanzialmente sollevano un mero rilievo di carattere formale e niente affatto sostanziale, del tipo: “ciò a cui intendi far segno lo vediamo anche noi, ma lo esprimeremmo in modo diverso”, e come tale si tratta di un rilievo che non è in alcun modo capace di scalfire l’incontrovertibilità del fondamento amebistémico.

Un rilievo che radicalizza tale posizione e che intenderebbe essere fedele al pensiero della kantiana “cosa in sé” può esser compendiato nella forma: “ciò a cui intendi far segno non è conoscibile in nessuna forma adeguata perché tu pretenderesti di portare ad espressione nel linguaggio ciò che non può essere oggetto di nessuna esperienza empiricamente e razionalmente conoscibile”.

Ne segue che, a ben considerare, nemmeno i più radicali sostenitori dell’inconoscibilità della kantiana “cosa in sé” possono confutare il fondamento, del resto non potrebbero dato che ammettono l’esistenza di ciò che, sulla scia di Kant nominano “cosa in sé” e che lo stesso Kant pensa come un “che” di non conoscibile mediante la razionalità scientifica, ma che tuttavia riconosce essere CONCRETO ED ESISTENTE in quanto oggetto dell’esperienza che attiene non la scienza empirica, ma piuttosto il dominio dell’IMPERATIVO CATEGORICO, ovvero della legge MORALE che è universale in quanto si impone ad ognuno il quale è necessitato a volerla perché è ciò che non si può non volere.

Com’è noto infatti la necessità incontrovertibile della legge universale, Kant la pone nel solo ambito morale, ma questo non è affatto il senso in cui va inteso ciò a cui mi riferisco quando parlo di fondamento amebistémico.

Il punto sta proprio nella circostanza che il fondamento non può essere pensato come la kantiana “cosa in sé”, sia perché, come Hegel ha mostrato, se si pensa ad una “cosa in sé” in senso kantiano si sta presupponendo che vi sia una sorta di confine invalicabile da parte del pensiero e che oltre tale confine sussista qualcosa di indipendente dal pensiero: ma se si dà il pensiero della “cosa in sé” significa che effettivamente la stiamo comunque pensando.

Si giunge quindi allo snodo decisivo della riflessione amebistémica afferente il fondamento poiché con essa si intende corrispondere alla necessità di portare ad espressione con il massimo rigore ciò che è oggetto di esperienza, in quanto esperienza dell’incontrovertibile.

Ne segue la necessità di prendere atto dell’INADEGUATEZZA dei significati DETERMINATI che pretendono di DEFINIRE IN MODO DETERMINATO ED ESAUSTIVO COSA SIA IL FONDAMENTO, ma non della INADEGUATEZZA del pensiero a corrispondere all’incontrovertibilità del fondamento.

Faccio un esempio che può aiutare a comprendere il senso decisivo a cui mi sto qui riferendo.

Se si prova a far segno al tratto del fondamento che ho tentato di portare ad espressione ad esempio nel mio contributo seguente (https://youlogosblog.wordpress.com/…/il-mostrarsi-dellincon…) ci si imbatte nel modo che più di ogni altro, a mio avviso (e su questo potremmo ovviamente discutere), è concretamente oggetto di esperienza largamente condivisa e condivisibile, ovvero il tratto che pertiene all’ONNIACCOGLIENZA con cui il fondamento si manifesta.

Sì che se ci si concentra esclusivamente su questo particolare tratto del fondamento si riduce l’esperienza dell’incontrovertibile ad un segno soltanto tra i molti aspetti in cui può articolarsi l’esperienza e la riflessione sul fondamento.

Se ci si attesta soltanto su un aspetto e non ci si inoltra nell’esperienza di pensiero che consente di comprendere anche altri aspetti, si fraintende inevitabilmente il mio dire, nel senso che quest’ultimo non può essere inteso come un dire DEFINITORIO, tale da ridurre il fondamento ad un certo SIGNIFICATO DETERMINATO (ad esempio l’onniaccoglienza a cui ho fatto segno nel contributo a cui ho rinviato).

Evidentemente tale fraintendimento deriva dal non aver letto o non aver compreso ciò che ho indicato nel mio scritto al quale sono necessitato a rinviare: https://youlogosblog.wordpress.com/2016/10/21/delloriginario.

Supposto che si sia chiarito tale fraintendimento, su questo terreno tra neo-kantiani e “praticanti amebistémici” sarebbe quindi possibile un confronto poiché si potrebbe tranquillamente instaurare un confronto su quale sia effettivamente il modo inter-soggettivamente più comprensibile per far segno al fondamento.

Laddove invece temo non sia possibile alcun confronto tra “praticanti amebistémici” e neo-positivisti o anche con coloro che ritengono la razionalità filosofica come esaustivamente compientesi nei termini della razionalità scientifica, attiene al tratto in cui questi ultimi intendono far segno al sapere del fondamento nelle forme in cui lo intendono le scienze e le cosmologie contemporanee (ad esempio: “teoria della complessità”, “teoria della cosmologia ciclica”, “teoria del Big Bang”, “teoria delle Stringhe”, “teoria delle M-Brane”, etc.).

In prima istanza, quando si pensa al fondamento in senso amebistémico esso non viene inteso in senso esclusivamente cosmologico (o fisicalistico) e quindi non si deve affatto credere, come ho scritto in vari miei contributi, che quando si fa segno al fondamento lo si intenda ridurre all’orizzonte cosmologico.

In seconda istanza, occorre tornare sulla riflessione (anche kantiana) afferente il tema del limite, poiché quando i neo-kantiani mi accusano di voler “travalicare il limite” della conoscibilità razionale, essi rivelano ancora di non aver compreso (o letto compiutamente) i miei scritti, dato che tra le figure appartenenti al plesso fondazionale della teoresi amebistémica vi è anche IL LIMITE che, in particolare, non viene inteso come confine, ma piuttosto nel senso di IDENTITÀ-DIFFERENZA.

Anzitutto il grande Kant quando faceva l’esempio tale per cui “dire di avere cento talleri non equivale ad averli in tasca” non intendeva certamente far segno alla differenza empirica sussistente tra il dicibile e l’esistente (che appunto ridurrebbe l’esperienza del limite tra il dicibile e l’esistente a quella del confine tra i due), che sarebbe stata una banalità (come già peraltro sapeva Aristotele), ma piuttosto intendeva far segno all’esperienza del limite sussistente tra la Realitat (la realtà dell’essenza) dei “cento talleri pensati” e la Wirclichkeit (l’esistenza effettiva) dei “cento talleri in tasca”, che al contempo e co-originariamente, si dà come esperienza del limite sussistente tra la Realitat e la Wirclichkeit in quanto la prima è condizione trascendentale di possibilità della seconda.

Quindi con Kant siamo di fronte ad una nuova esigenza di pensare la figura dell’identità-differenza, rispetto a come l’aveva pensata Aristotele come sinolo di materia (potenza) e forma (atto), poiché in Kant gioca un ruolo decisivo il rapporto tra il soggetto e l’oggetto.

Ma appunto, la figura del limite come identità-differenza, pensata da Aristotele come sinolo di potenza e atto, e da Kant come limite tra Realitat e Wirclichkeit, non coincide affatto con la figura del limite a cui faccio segno nell’ambito della teoresi amebistémica, poiché sia Aristotele, sia Kant fondano la propria riflessione teoretica sulla persuasione che costituisce il timbro di fondo che ha condizionato il corso dominante del pensiero occidentale, ovvero, la persuasione tale per cui originario deve essere ciò che già è in sé, in quanto determinato e, proprio in quanto tale, significabile in modo epistémico ed incontraddittorio.

Persino Anassimandro, laddove intenderebbe far segno al fondamento come apeiron (indeterminato), finisce per rinchiuderlo pur sempre in un significato determinato poiché l’indeterminato viene a determinarsi come ciò che istituisce la legge in base alla quale ogni ente è obbligato, conseguentemente all’ingiustizia intrinseca del proprio sorgere in contrasto con tutti gli altri enti, a “pagare il fio”, cioè a tornare a dissolversi nell’indeterminato.

Viceversa, quando faccio segno al fondamento come avente ad esempio il tratto dell’onniaccoglienza, sto indicando il fatto che il fondamento non può essere nessuna di tali forme particolari di significazione e di significabilità determinata (sia essa quella di Anassimandro, di Aristotele o di Kant), poiché esso consente ad ognuna di esse di insorgere e tale insorgenza non va certamente pensata come la pensava Anassimandro, cioè tale da impedire ad altre insorgenze di venire alla presenza, perché questo è il modo in cui non si è ancora pensata la figura del limite in quanto identità-differenza.

Sì che il fondamento è l’originario in quanto inter-retro-agire, che è condizione di possibilità di ogni insorgenza, e in questo senso va pensato sia come condizione trascendentale, sia come “sfondo onniaccogliente”, tuttavia esso non si riduce a nessuna di tali significazioni, pur essendo tutte queste significazioni, ma il suo esserle non corrisponde ad un astratto “esser-sé” dell’originario fondamento, che sarebbe in tal modo esaustivamente definito, ma sono piuttosto il RISULTATO dell’originario inter-retro-agire che, sebbene in questo momento sto affermando necessariamente nella forma di significati determinati (perché il dire stesso, in quanto significare, me lo impone), sono anche necessitato ad esprimere la consapevolezza che tali significazioni determinate non lo possono esaurire in se stesse, perché non possono essere l’originario, a cui possono soltanto far segno nella loro determinatezza che, essendo finita, non può esaurirlo, poiché esso è indefinitamente inter-retro-agente, nel continuo prodursi della differenza dei significati determinati i quali inter-retro-agiscono anch’essi, ma incontrando inevitabilmente prima o poi (anche se in modi imprevedibili) il loro ultimo CONFINE, che appunto non è un limite, poiché essi pur potendo dar luogo a relazioni di identità-differenza ed essendo sempre inscritti in relazioni identitario-differenziali, non ne costituiscono il “luogo” di originaria scaturigine.

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