Le sette strade

Concepito per il teatro del Palladio, in Vicenza.

img_20160901_135951palladioATTO UNICO

Concepito per il teatro del Palladio, in Vicenza.

Sette persone.

Una coppia di anziani.

Tre persone mature, due donne ed un uomo.

Un giovane.

Una ragazza.

Entrano in scena: la coppia di anziani, l’uomo, una delle due donne dal lato sinistro.

Gli altri, nell’ordine, la seconda donna e i due giovani, che sono i suoi figli, dal lato destro.

Camminano lungo il proscenio. Si mescolano un po’. Parlano fra di loro, ma a bassa voce, facendo percepire solo un brusio. Ritorna da dove era entrato l’anziano. L’anziana entra dalla parte opposta. L’uomo e una delle due donne mature entrano, rispettivamente, nella terza e quarta strada. Una delle due donne mature entra nella quinta strada. Il giovane nella seconda. La ragazza nella sesta.

Pausa di cinque minuti, in cui si sentono solo dei passi e ogni tanto delle voci che però non si riescono a comprendere, circa la loro appartenenza e nel significato del loro discorso.

Da adesso in poi tutti i personaggi entreranno in scena di nuovo dalla prima porta, cioè da dove era uscito l’anziano.

E’ accompagnato da un essere scuro, alto, che assomiglia a Juliette Greco vestita da Belfagor.

Padre: Venga con me signora…

L’anziano fa un inchino.

P: è molto che abita qui? Come? Da più tempo di me? Io sono nato al Gas, dove ora hanno fatto tutto bello con le fontane. Dovemmo lasciare l’appartamento perché dovevano buttare giù le case, per farne di nuove. Quelle che sono state distrutte qualche anno fa. Lo sa? Le vecchie macerie furono buttate via subito, e vennero tante squadre di muratori a ricostruire. In due anni il quartiere era tutto nuovo. Quando le hanno buttate giù ora, sono rimaste le macerie per sette anni! Lo chiamavano “il Colosseo”… ormai era diventato il modo di dire: dov’è il tal ufficio? Dopo il “Colosseo”…! Ci sediamo, signora?

Il padre e la signora si siedono.

P: Lei, signora, è un po’ all’antica, con la veste lunga. E nera. Ma è in lutto? Sì, mi dice… Chi le è morto? Troppo lungo l’elenco? Ah! Mi dispiace. A me morirono due fratelli quando erano ancora giovani. Aurelio aveva vent’anni, quando la domenica faceva a pugni, per gioco, con Gino, era il più forte. Era bello. Morì di una malattia improvvisa. Mai capito quale. Una febbre. Andò in ospedale un venerdì. La domenica era morto. Gino, invece, morì, a trenta… Aveva i denti “chiari”, un po’ separati, capisce? Segno di fortuna. Morì cadendo da un’impalcatura. Trent’anni! Mi richiamarono da Roma, dove facevo il militare. Lo sa che ho visto tante volte Mussolini e anche Hitler, erano su un’auto, che passavano.Vicini come da qui a lì.

(Indica un punto distante dieci metri)

P: anche Goebbels ho visto. E, qualche anno fa, mi è morto il mio fratello più grande, Mondo. Polimondo era il suo vero nome, ma lo chiamavamo Mondo. Lui era uno strano tipo. Era un gerarca fascista. Deve sapere che fecero irruzione in una casa dove c’erano dei comunisti e ci scappò il morto. Mondo, no, me l’ha giurato, non era stato lui a sparare. Ma dovette scappare a Parigi, dove c’era sua cognata. Sennò l’ammazzavano lui. Era un brutto momento. Io avevo cominciato come scaldachiodi alle “Reggiane”, a quattordici anni. Era il 1930. Era un lavoro duro! A casa c’erano mia madre, mio padre, mio fratello Mondo, la Rosa, sua moglie e, poi nacquero i loro due figli. Ero l’unico che lavorava. Tutto sulle mie spalle. Quando fui…, quando ebbi un incidente una dottoressa mi guardò le dita dei piedi, una accalcata malamente sull’altra, e mi disse che “sicuramente lei ha sofferto da ragazzo!”, e che quell’accavallamento era segno di stress. Avrei voluto vedere lei, al mio posto, se non si sarebbe stressata. Per me il lavoro è molto importante. Rimasi alle Reggiane fino al 1978, quando avevo 61 anni, pensi 47 anni di fedeltà. L’ultimo anno lo feci da consulente. In pratica facevo il lavoro di prima… capito? Ci misero un anno per sostituirmi! Avevo fatto carriera! Ero all’ufficio preventivi. Ero stimato, ma sa, io sono sempre stato un tipo ansioso! Mi svegliavo la notte e rifacevo i calcoli! Capito? Non era mai sicuro. Beh, la vuole sapere questa?, una volta mi alzai di notte perché tra un sonno e l’altro, mi era venuto un dubbio! Forse mi ero sbagliato! Mi alzai e divenni matto a rifare i calcoli, come se fossi un liceale! Io avevo le scuole regolari fino alla terza media. Poi studiavo al lume di candela, alla notte! Ma non mi diplomai. Dovetti sospendere. Non c’erano soldi! I miei soldi non bastavano a tutti, compreso me! Allora, dicevo, rifacendo i calcoli per l’ennesima volta, mi accorsi dell’errore! Era un errore enorme. Così mi parve. Sudai freddo. Dovetti andare in bagno a scaricarmi. Non c’era modo di riparare, il lavoro era stato già inviato al committente! Vissi giorni di inferno! Mangiavo pochissimo. Parlavo ancora di meno. Mia moglie si inquietò, ma non lasciai trapelare nulla. Anche in ufficio si erano accorti del mio cambiamento e mi dicevano, veh sagheet, cosa c’hai, a t’è mort al gaat? T’è morto il gatto?! Ah, lo capisce il dialetto?! Furono settimane da incubo. Temevo di tutto, soprattutto il licenziamento. Con che coraggio l’avrei detto a mia moglie?! Un giorno, torno in ufficio dopo la pausa. Sa, a mezzogiorno tornavo a casa, mangiavo. Stavo mezz’ora in poltrona a guardare la televisione. E alle due meno un quarto m’incamminavo a piedi verso l’ufficio, che distava cinquecento metri o poco più. Bene. Un altro pomeriggio a fare e disfare calcoli. Vedo un collega, un certo Benedetti, che mi dice: “Veh, Rolando! Ti cercano in Direzione!” mi sentii morire. Col cuore in tumulto mi diressi verso l’ufficio del Direttore Generale, una persona che non aveva cuore, dicevano, che io salutavo sempre scappellandomi e che non mi rispondeva mai. Finalmente avevo l’occasione di presentarmi! Finalmente un corno! Se mi chiamava lui era la fine. Mi licenzierà in tronco sicuramente, senza liquidazione, che servirà in parte per rimborsare la grossa perdita delle Reggiane! Lo sa cosa avevo fatto: un materiale costoso, il più costoso, il ferro, non l’avevo considerato nei calcoli! Roba da pazzi! Era come se le Reggiane lo regalassero! Per cui il totale era diventato troppo basso! Entro in ufficio, con gli occhi pesti. Il Direttore non è solo. Ci sono tutti i suoi immediati sottoposti e pure qualche scagnozzo di pari grado che probabilmente, saputo dell’incidente, aveva voluto partecipare all’incontro per ridermi in faccia! Il Direttore mi disse: “Caro Rolando, la posso chiamare così?, sono quasi quarant’anni che lavora con noi!, mi dica, come aveva iniziato, che età aveva?” “Quattordici anni, ero scaldachiodi!” Bellissimo mestiere. Le piacerebbe tornare a quell’età e a quel mestiere?! D’improvviso capii. Ero stato perdonato, ma retrocesso. Mi andava bene! Da Dio! Lei crede in Dio! Ah, non si vuole esprimere! Ma non era nulla di tutto questo! Il Direttore mi prese la mano, la strinse forte e mi disse: “Rolando! Grazie al suo geniale preventivo …in cui ha addirittura regalato il ferro!… abbiamo vinto una commessa milionaria!” si era nel 1956! Signora, la sto stancando. Anche io sono stanco… da morire! Quando nel 1977 fui lasciato a casa, avevo sessantun anni, e mi sentii finito. Alla fine della mia esistenza! I miei figli avevano ormai finito le scuole superiori. Mia figlia… dipolmata con 60 sessantesimi! si sarebbe laureata da lì a poco col massimo dei voti. Mio figlio Stefano non mi dava affidamento. Si iscrisse a filosofia, contro la mia volontà. Economia e commercio, gli dicevo! Poi ti faccio entrare alle Reggiane. Poi smise pure quello che aveva scelto. Andò a militare e chiuse così la sua giovinezza. Fece poi qualche mese come postino, come commesso in farmacia, quando riuscii a trovargli, nonostante la mancanza di laurea, un posto alle Reggiane, come marcatempo. Doveva restare seduto alla scrivania. E raccogliere i tempi di produzione dei vari lavori. Tutto lì. Era un lavoro semplice, per cominciare una carriera. Così avevo fatto io, da operaio! Andò a lavorare di giovedì. Il lunedì successivo si dimise. Fu una grande vergogna per me, mi sta seguendo, signora? Ah, bene! Evitavo di andare al bocciodromo di via Agosti, dove avrei incontrato tanti ex colleghi. Uno mi incontrò per caso e mi disse “ho saputo che tuo figlio ha fatto il giro delle Reggiane, si è schifato e ha mandato tutti a fan culo!”. Poi anche Stefano, piano piano, cambiò. Svolse altri servizi di postino e di commesso. Fece, ma io ero contrario, sa!, il garzone di un muratore parente di mia moglie. Poi entrò a ventiquattro anni, quando ormai disperavo, all’INPS. E’ diventato ispettore, lo sa? Mia figlia si era nel frattempo laureata e, dopo un po’ di gavetta, aveva trovato lavoro nella scuola. Insegna matematica e fisica! Le sue passioni! Insomma, me ne posso anche andare, ormai. Come no?! Ah sì, devo badare a mia moglie, che le è sparita un po’ la memoria. Brutto lavoro! Le dico, Mariagrazia mi ha detto che bisogna accendere i fornelli verso l’una! Poi vado in sala, a leggere. E secondo te, oh, scusi, le ho dato del tu, ah sì, posso darti del tu, grazie, amica mia, lei… tu ti ricordi?! No! E quando viene a casa mia figlia se la prende con me e non con lei! Mi dice: “ti avevo detto!”, e io ho detto a lei che si è dimenticata! Non è colpa mia! E proprio in questo periodo difficile, Stefano si è fidanzato con una ragazza del Sud, e si è sposato a luglio! Stefano, un ragazzo che non è come tutti gli altri! Ho sempre avuto paura che facesse del male a qualcuno, tanto è nervoso, a volte. O che si facesse del male. Ho avuto sempre paura che gli accadesse qualcosa di tragico! E’ andato sotto una macchina a sette anni… Non ho dormito per una settimana! A dieci anni faceva la gara in bici con me e, sbandando, è andato contro un palo di ferro. Svenuto! faceva la gara a testa bassa!

 

Rolando guarda l’ombra oscura che gli cammina al fianco e poi aggiunge:

 

P: Un anno di fidanzamento! Meno di un anno! Io non ce l’ho con quella ragazza ma, dico, con tante ragazze comode qui, perché andarla a cercare là. In vacanza! Si può sposare una che si è incontrata in vacanza?! Finché andava a Cervia non è mai successo! Con tante ragazze che ci sono là! Mah! Speriamo in bene! Poi è nato mio nipote, il mio secondo figlio, Michelangelo. Il nome non mi piaceva, troppo lungo! Ma poi mi sono abituato! E’ ora di alzarci, dai, ragazza mia. Per me sei quasi una bambina! Poi è nata un angioletto dei nome Anna, ho fatto appena in tempo a vederla…

 

Quasi bisbiglia, rivolto alla compagna di strada:

 

P: Io… non ho paura di morire… e ne ho tanta paura invece! Lei lo sa, signora, come finirà?

 

(intanto si sono alzati e si dirigono verso il centro del palco, diretti alla terza strada)

 

P: …ho fatto, dicevo, appena in tempo a vederl…. Ma dov’è andata, Rosalinda…   E’ sempre in giro, quella lì!

 

P si volta inquieto.

 

P: Da un po’ di tempo si scorda un po’ di tutto, quella lì, ah, Rosina!, la vecchiaia!

 

Spariscono dietro la quinta strada.

 

Passa un minuto, ed esce dalla prima porta una signora anziana, dall’aspetto contadino e furbo, accompagnata da un essere alto, che non si può definire né uomo, né mammifero, né uccello, ma animale sì. Pare un corvo, da una specie di becco giallo, ma le sue ali sono più da pipistrello, sebbene solo accennate. I due gireranno in tondo varie volte, senza mai sedersi.

 

Madre. Signore, ha già mangiato, o vuole che le prepari qualcosa? Ah, è a posto così. Da dove viene?

Silenzio.

Ma: Con lei vale il proverbio “Il bel tacere non fu mai scritto”, ma anche “Il silenzio è d’oro”. Lei è il più chiacchierone a casa sua?

Silenzio.

Ma: “Chi tace acconsente”. Rolando, mio marito, passa ore intere a leggere, senza rivolgermi la parola. Poi, appena si accorge che sto uscendo, sembra svegliarsi dal suo torpore e mi chiede, allarmato, “E adesso dove vai?” “A fer la putana!” Ah ah ah! Ah ah ah! Se gli dico che vado in città a comprare dei bottoni o delle stoffe alla “Casa degli scampoli”, lui comincia a brontolare e a dirmi di fare presto. Ma se dico così, si limita a grugnire e rificca il naso nel giornale. Rolandino! A volte lo chiamo Ciuffà! Non ricordo dove l’ho sentito! Ah sì! In una commedia sentita a Gavassa. Anche io facevo l’attrice a volte, in una compagnia di dilettanti, c’eravamo noi Borghi, i Filippini, e un sacco di ragazzi giovani. Una volta feci la parte di Franconi, un personaggio forte. Mentre la Savina fecava la parte di Timiducci! Una volta Savina si scordò la battuta e la scena era destinata a bloccarsi, ma io me la ricordavo bene, la sua parte, e gliela accennai. Savina si riprese subito e la commedia ebbe molto successo! A me piace tanto la vita! A lei no?

Silenzio.

Ma: Certo che è un bel tipo lei! Di molte parole. Me, mi sento un’ottimista, mica come Rolando, che vede tutto nero! Diceva mia madre: “Pianser fa trii e reder fa trii”! Ha capito?

Silenzio.

Ma: Piangere fa tre e ridere fa tre! Certo che con quel becco da nadero, da oca dai!, fa fatica a ridere! Ho fatto fino alla quinta elementare. A me piaceva studiare! Ma non c’è stato permesso. Il nonno disse che solo i maschi potevano andare oltre la quinta. Nessuno lo fece. Ma nessuna femmina poté cogliere l’occasione. Si viveva tutti in una casa di campagna molto lunga. Eravamo in trentadue. Il nunoun, la nonna, quattro fratelli, quattro mogli, ventidue nipoti. Io andavo d’accordo con tutti, ma preferivo la Savina, mia cugina. L’Adele, mia sorella, era molto più vecchia di me, e se la intendeva con le sue coetanee… ma le ho sempre voluto bene. Ancora non so darmi pace!

Silenzio.

Ma (guarda l’animale e scuote la testa): Che tipo! Adele da ragazza era larga come un filo d’erba. Poi si sposò e cominciò ad ingrassare, parto dopo parto. Era tanti anni che doveva farsi operare ad una gamba, per un fatto di circolazione. Ma non si decideva mai. Aveva paura. Una volta affrontai il problema e le dissi che doveva darsi una mossa. Fallo, le dissi! Non puoi continuare così! Ti stai esaurendo… Vedrai! Fra un paio di mesi sarai come nuova e non ci penserai più! Seguì il mio consiglio. Aveva già settant’anni poverina.

Ma si ferma. Guarda negli occhi l’animale, che si è fermato anche lui. Lo fissa per dieci secondi. Poi continua a camminare e a parlare:

Ma: Morì per un embolo E mi sentii in colpa Se non avessi insistito! Piansi. Per un po’… prima di addormentarmi, piangevo… Pensai al proverbio di mamma. Piansi ancora una o due volte. Poi mi passò.

Ma fa segno all’animale di spostarsi un po’. L’animale obbedisce, ma le resta ad un paio di metri.

Ma: A me la morte non fa paura. Né fa paura la vita. Sono una contadina. I contadini hanno tutto fuori. Se viene una tempesta a secco che distrugge il raccolto, non serve urlare o bestemmiare. O se serve lo si fa per poco, quel tanto che basta per scaricare i nervi Poi bisogna ricominciare.

Rosalinda china il viso.

Ma: La mia più grande paura… mah… riguarda Stefano… Secondo me non va più a messa… fa strani ragionamenti… mah! Quando morirò io, bada che sono già pronta! Quando morirò, finalmente mi riposerò dentro la cassa… Io mi alzo la mattina alle sei e lavoro tutto il giorno… Mi addormento alla sera, mentre lavoro all’uncinetto, guardando la televisione… Rolando mi da’ uno scossone e mi sveglio… Su, Rosina, l’ultimo sforzo! Vado in bagno e mi lavo dappertutto, e per bene i piedi… Poi vado a letto e solo allora mi viene da pregare, prima ero troppo occupata a fare delle cose… Stefano, secondo me Stefano non dice più le preghiere, non crede più a nulla!, non me l’ha confessato, ma lo sento, sono sua madre!… E questa è la mia paura!

Rialza il viso e guarda bene negli occhi l’Essere:

Ma: Ho visto morire mio fratello Dino, il più piccolo, che non aveva nemmeno cinquant’anni, cancro ai polmoni. Come tossiva alla fine, poverino! Poi toccò a Rico. Rico era il più vecchio e il più grande dei fratelli. Alto due metri. Fu preso dai nazisti e portato in Germania. In un lager! Quando tornò era un fil di ferro che non finiva più. Era così magro e alto che non era mai chiamato ai matrimoni. Si vergognavano di lui. Poi si sposò dopo i cinquant’anni con una di Celiera. Della provincia di Pescara. La chiamavo “Picché” perché non diceva la r, diceva “Picché” anziché “Perché”. Una brava donna. Lui l’amava. Era arrivato tardi, ma era contento di essere diventato anche lui come gli altri, con una casa, una moglie e una famiglia. Tornò sempre più magro, quasi come quando era stato nel lager! E morì, dopo pochi anni. Cancro. Allo stomaco. Poi toccò ad Adele. E a tanti zii e zie, a tanti cugini e cugine. Ogni tanto mi giungeva notizia di un qualche problema fisico di uno di loro. Eravamo in tanti! E poi se ne andarono in tanti: sin Luis, sin Ambros, sina Maria, sina Filomna, e via discorrendo. Pianser fa trii e reder fa trii. Ma tutti loro credevano in nostro Signore!… Stefano, no!

Pausa di qualche secondo.

Ma: Dai, viin ché. Vieni qua.

L’animale le si accosta.

Lo sai che mio figlio si sposa? No? Mi pare una brava ragazza. Del Sud. Oh! L’ha trovata là. Speriamo!… Andom! Andiamo!

Del sud o non del sud non m’interessa! L’importante è che lui esca di casa! Mi ha sempre dato affetto e problemi, mi rispondeva male, mi chiamava in tanti modi. Quando è andato sotto una macchina, mi suonarono il campanello. Stefano è caduto, mi dissero. Si tira poi su, risposi! Invece era in ospedale, in pericolo di vita! Mah! Mariagrazia non ha mai dato dei problemi, ma è un carattere chiuso! Chissà!

La strana coppia si infila nella settima strada.

Eh?… Sciufflin! Che ne dici?…

Sciufflin, cioè la figura alta, non risponde…

Ma: Mah (mentre sparisce): sì, poi si sposeranno, bisticci soliti, problemi, un figlio, una seconda figlia dopo tanti anni… insomma… la vita, mio caro! Et capii sa t’ò det?! Hai capito cosa ti ho detto ?! E’ la Vita!

(l’ultima frase è urlata con forza quasi rabbiosa)

 

Esce, sempre dopo un minuto e sempre dalla prima strada a sinistra, una donna di una quarantina d’anni, accompagnata da un essere molto alto, agghindato in maniera strana; la tuta del giocatore di basket, ed una chitarra a tracollo.

 

Mariagrazia: Che bella città, abbiamo visto!

 

Si rivolge al suo compagno di strada, senza fermarsi, per chiedere:

 

Mg: A lei è piaciuta? Lei è straniero, vero? E non capisce la lingua italiana? Parigi e Londra sono belle, le ho viste, anche la Scozia, ma, come questa cittadina greca, non credo ce ne siano tante. A me piace viaggiare. Se non l’ho fatto troppo, la ragione va cercata, o meglio, non va cercata. E’ occorsa. I miei sogni da ragazza le assomigliano un po’. Tanto lei non mi capisce e posso parlare senza tema di importunarla. Lasci che la mia voce sia un sottofondo a tanta bellezza. E’ brutto celebrarsi, ma io sono sempre stata la migliore in classe. Studiavo abbastanza, ma non eccessivamente, leggevo ad alta voce la lezione e la imparavo quasi subito. Un dono di natura. Avrei voluto laurearmi in lettere o in filosofia. Avevo letto tantissimo, fin da piccola. Ma l’amica con cui ero in sintonia, anche lei ottima studentessa, decise di iscriversi a Chimica Pura. Eravamo le uniche donne e tutti i ragazzi arrancavano ancora negli esami, quando noi festeggiammo, insieme, il diploma di laurea, con 110 e lode. Loro trovarono lavoro, noi no, in quanto donne presumo. Avevamo lasciato il nostro curriculum un po’ dappertutto, ma fu inutile. Al primo concorso della scuola a cui partecipammo, vincemmo una cattedra di matematica. Pierangela ed io siamo state compagne e poi colleghe dai tempi dell’asilo a tuttora. Poi lei si è accompagnata ad un uomo. Io no, purtroppo. Ma non voglio parlare delle mie venture e sventure. Ma di mio fratello e di mia cognata. No, nemmeno di ciò. Dei mie due nipoti, Michelangelo ed Anna. Per entrambi non ho mai negato attenzioni ed affetti. Entrambi mi giudicano una buona zia. Eppure i miei sogni erano altri. Assomigliavano a te, gentile e misterioso straniero. Volevo vivere una mia vita. Ora vivo quella degli altri, che hanno spesso bisogno di me. Una persona ha bisogno di libertà. Ma anche di catene. Loro sono le mie catene, e voglio loro bene. Ma la mia libertà, dov’è? Per anni mi sono fatta questa domanda. E non trovai mai la risposta. Eppure essa c’era, seminascosta nella nebbia della mia anima, bastava andarsene! Mollare tutto! Ma come facevo? C’era mio padre! Con lui ho avuto un rapporto conflittuale. Un giorno lo ringraziai per il grande regalo che mi aveva fatto, la tendenza all’angoscia! I miei temi piacevano così tanto alla maestra, che mi mandava in tutte le altre classi a leggerli ad alta voce. Che vergogna ogni volta! Quando mio padre li leggeva era sempre con la faccia torva, sempre severo, e sempre critico. Non gli andava mai bene niente. Lui avrebbe detto così e cosà, come avevo scritto io non gli piaceva. Una volta glielo ricordai a tavola, poco tempo fa. Forse un anno o due fa. Lui scosse le spalle, come per dire, che erano sciocchezze! Non lo erano per una bambina di dieci anni! Sono certo che lui è fiero di me, più di me che di mio fratello, ma lui vuole più bene a lui che a me! Anche mamma preferisce Stefano. E poi mamma si ammalò. Divenne demente. Fui la prima ad accorgersene. L’unica, fino a che mio fratello si convinse anche lui. Papà, fino all’ultimo, sembrò trascurare il fatto. Quello che prima faceva mamma, ora lo facevo io. Tutto il resto erano, per lui, vane chiacchiere…

 

Mg si ferma a riflettere…

 

Mg: Stefano poteva dire quello che voleva, anche offendere, ed era sempre scusato, giustificato. Se io mi permettevo di esprimere una critica, cadeva il mondo. Ho vissuto nell’ingiustizia.

 

Mg china la testa per qualche secondo, poi continua:

 

Mg: A Stefano, voglio bene. Specie dopo che ha lasciato la famiglia… E anche lui me ne vuole, lo so… Oh Dio! Quando lo vidi riverso sull’asfalto, in una pozza di sangue!, scaraventato come un pupazzo da quell’auto!… Aveva solo sette anni… ! Scappai a casa piangendo! Lo lasciai lì, da solo

 

Mg sogghigna un po’ maliziosamente.

 

Mg:! Recentemente l’ho aiutato in una fuga dalla famiglia acquisita… Mah!… Mi aveva convinto che non avrebbe mai convinto a sua volta la moglie, e che doveva assolutamente partire! Probabilmente sua moglie mi avrà odiato, per questo. Maria sarà anche una brava persona, ma sa essere malvagia e vendicativa. Ho subito il suo stesso problema, da ragazza. E non mi sono mai lamentata. Ora che è capitato a lei, e le è caduto il mondo. E’ forte, quella donna, come l’aceto di Camminati…

 

Quasi bisbigliando nell’orecchio di quell’immondo:

 

Mg:…che lo mescolava con dell’acqua, per guadagnarci!

 

Mg rimane ferma per qualche secondo e aggiunge:

 

Mg: Lo sai che una volta mi capitò di fare uno strano ragionamento. E se avessero cambiato le culle, quando sono nata? Da qui il mio desiderio di fuggire via. Volevo un’altra vita e un’altra storia!

 

Si dirigono verso la terza uscita. E mentre stanno sparendo, Mg quasi grida:

 

Mg: Ed ora non mi rimangono che le catene, e penso di non poterne più fare a meno!

 

E’ già sparita, quando si sente il suo grido, ripetuto:

 

Mg: Non ne posso più fare a meno!

 

Esce poco dopo un minuto un uomo maturo, accompagnato da un essere alto e coi capelli e barba lunghi, vestito con jeans e maglietta e grane cappello a tuba come quello che indossava Allen Ginsberg in copertina a Jukebox all’idrogeno. Un’avvertenza: può essere di qualsiasi colore ma, nemmeno per scherzo, a stelle e strisce.

 

S: Hy, man! Mi sa che mi ha rovinato leggere una delle tue infinite memorie. Nessuno lo sa, ma tu sei l’autore di quasi tutta l’arte mondiale. Diceva Duke che non esiste la differenza fra musica seria e non seria, ma fra buona e cattiva musica. Tutto quello che c’è di buono viene da te. Il resto è vile scopiazzatura. Scrivere è morire, dopo essere vissuto. Congelare alcuni attimi, dopo che questi ci hanno inebriati e cosparsi di liquame. Se un racconto è un labirinto, esso reca sempre a te. Ci sono stati dei casi celebri, come quelli di Guido, il tuo amante più caro. Guido scrisse un libro im-mortale, im…

(pausa di tre secondi)

S: …mortale. Raccontava di un tipo che si sveglia, esce di casa e si è dissipata l’umanità. Poi se vuoi rileggertelo per l’ennesima volta, fallo, è stato scritto per te! E’ di una noia mortale, vedrai come ti appassionerà! Per la settecentosettantasettesima volta! Come anche quel tale, che per due tomi interi si prova e riprova la febbre. Un tedio! E solo nelle ultime cinque pagine scopri che sarà per sempre una delle opere della tua vita! E, infine, che dire di quel Mersault, a cui muore la mamma alla prima pagina, che ammazza un magrebino, così, senza una ragione, per far piacere a un deficiente, e che sale sul patibolo, così, per far piacere a tutti gli altri deficienti…

 

(rivolto or all’amico barbuto):

 

S: E tutto per rendere onore a te, l’ultimo dei deficienti, ma in fondo simpatico! Cosa? Perché mi hai rovinato? Perché, per inseguire te e tutti i tuoi atroci mortiferi, i tuoi funambolici beccamorti, io ho passato metà della mia morte con te, e metà a pensare di te. Va bene, mi sono sposato, ho procreato vita-morte, sono stato un buon figlio, un buon fratello, un buon padre e un pessimo marito, raccogliendo una media sufficiente ad essere promosso come cittadino, ho lavorato come un bianco per vent’anni e quanti ne ho ancora davanti?! Eppure non mi basta mai la voglia di rincorrerti ovunque, in quel maledetto labirinto! Sei l’unica speranza che ho di fingere di riconoscere un’immortalità a quelle minuscole cose che tanto mi danno da fare! A Thing of beauty is a joy for ever!

 

Ride, fra sé e sé, come un demente.

 

S: Ah ah ah!

 

Si mette le mani sugli occhi, come per asciugarli e dice:

 

S: E tu non ridi con me? Anche mio padre leggeva, ma per diletto, Io leggo per bisogno corporale, lo stesso che mi costrinse a comandare a mio figlio di applicare ai muri del garage una dozzina di mensole per contenere parte dell’oceano libresco che continuava a inondare casa mia… ma perché se tu sei la cosa che più accomuna l’uomo, com’è che mi interessa tanto affrontare la tua tenebrosa silhouette, che è poi sempre la stessa?! Quien sabe, dice Tex Willer, anch’egli impreparato alla domanda… Mia madre diceva di me che sono un matto calmo, un maat chelom, perché sembro matto, ma alla fine mi calmo all’ultimo istante… E’ vero anche il contrario. Papà, che vedeva sempre il bicchiere mezzo vuoto, mi disse una volta che temeva che un giorno ammazzassi un uomo dalla rabbia. Numerosi esseri appartenenti alla mia specie animale rimangono sconvolti quando vedono me, normalmente mansueto e bonaccione, lanciare un grido inumano e spaventare il mondo conosciuto. Mia sorella… E’ più intelligente di me, ma nemmeno lei sa come finirà, cosa farà ancora della sua vita, se è meglio scappare o restare. Se rimango è per i figli.

 

Si ferma. Fissa il lungo beatnik per qualche secondo. E continua:

 

S: vedi che ho superato da anni la paura che avevo di te. Se vuoi ci fissiamo negli occhi e perde, anzi, muore, chi abbassa lo sguardo o accenna a un sorriso. Ma tu mi terrorizzi ancora, se penso ai miei due gameti preferiti! Non vorrei fossero mai nati! Se dovranno aver a che fare con te! Non posso che augurare loro di compiere il cammino, senza troppe interruzioni, guardando me come esempio, o nemmeno me, che sono un essere ridicolo!, guardando se stessi e basta…

 

Si ferma, si mette a sedere sulle cosce; lo imita l’essere dinoccolato. S medita qualche secondo e poi continua:

 

S: Mio figlio Michelangelo, come lo amo!

 

China la testa.

 

S: Una volta eravamo su una corriera che, alle due di notte, ci riaccompagnava all’albergo. Dormiva. E la sua testa cadeva in avanti. Io tenevo sollevato il gomito per dargli un appoggio. Mi sembra ieri che me lo tenevo a cavalluccio ed ora è alto come me, o forse un centimetro di più. E’ un punto di domanda, come lo ero io alla sua età. Non per questo lo amo di più, o di meno. Lo amo e basta. Quel che resta sacro in mano a lui, lo è anche per me.

 

Fa una pausa e poi continua:

 

S: E Anna? E’ la mia gioia, la persona più positiva fra quelle che mi ricordano. Sempre allegra e sempre, non dico piena, ma ricca di problemi! Perché si sente troppo magra, o troppo grassa, o con qualche brufoletto. Mai contenta, ma sempre ridente! E’ graziosa, affettuosa, smorfiosa, dispettosa, vanitosa, permalosa, gli aggettivi con -osa ce li ha proprio tutti!

 

Altra pausa. Riprende:

 

S: Mamma mi chiedeva, quando mi vedeva leggere, uno dopo l’altro, il Bardo Thodol, il Corano, la Bibbia e “La verità che conduce alla vita eterna”: “ma sa negosiet in cla testa leh?”, cosa combini in quella testa lì? Non lo so, mamma! Ho avuto un’infanzia felice? Non lo so! Sono una persona per bene? Non lo so! Ho mai amato qualcuno? Non lo so! Sono un ladro? Non lo so! Ho mai ucciso nessuno? Non lo so! Sono un lavoratore! No! Non sia mai! Solo da poco… circa due o tre decenni! Cosa mi aspetta nei prossimi anni? Non lo so! Me ne frega, poi? Non lo so! Non lo so! Non lo so! Non lo so! Non lo so! Non lo so! Non lo so! Non lo so! Non lo so!

 

Si rialza, fa qualche passo e si rimette come prima, sempre imitato dal suo poco loquace accompagnatore. Dice:

 

S: “Ti ricorderai sicuramente, sciupatiello mio!

 

S ride fragorosamente:

 

Oh! Non ti offenderai se ti chiamo così?! Quella volta che andai sotto una macchina sulle strisce pedonali. Stavo andando a catechismo con Mariagrazia. Avevo sette anni… Se morivo in quel momento il paradiso era certo. Poi, qualcuno… non so chi… mi spinse ad avere quel colpo di reni, di cui testimoniarono alcune persone presenti, con cui forse mi salvai la vita, evitando di cozzare con l’auto in maniera troppo diretta! Tu… mm… non ne sai niente…?!

 

Tace per qualche secondo, poi continua:

 

  1. Avevo un rapporto diretto con Dio. Quando non sapevo una cosa glielo chiedevo. Un po’ come fa la gente con Wikipedia. Solo che in quel mio caso, dovevo morire per sapere. Nessun problema! Quando morirò me lo dirai. Ricordati di ricordamelo. Poi qualcosa cambiò… In te invece credo tuttora. Non ti faccio però domande. La risposta è una sola ed è scontata!

 

Lo prende per la testa e lo guarda, sorridendo. Si stacca da lui con gesto impulsivo e riprende:

 

S: Papà mi aveva trovato lavoro in una ditta, la più importante della città, dove lui aveva lavorato quarantasette anni… durai quattro giorni… La mia fu una scelta di libertà. Ma il vecchietto ci ha sofferto… e parecchio! Povero papà! Quante botte morali ti ho “regalato”! Una volta sono fuggito di casa, grazie alla complicità di mia sorella e dei miei figli. Avevo una cinquantina d’anni! Pochi eoni fa! Mia moglie ci rimase con un palmo di naso! Ah ah! Se lo meritava! Fu una bella soddisfazione scappare di casa… come fece l’eroico Tolstoi! Fu uno spasso. Poi ne pagai le conseguenze! Se qualcuno dubita ancora della discontinuità dell’universo, che provi ad analizzare il pensiero di mia moglie! Mi ha cambiato la vita… Me l’ha trasfigurata! Me l’ha inquietata! Le devo metà della mia saggezza e tre quarti della mia nevrosi! Se non ci fosse stata lei, sarei altrove!

 

Scuote la testa.

 

S: E’ proprio vero. Il rancore fa più male ancora, se lo mescoli con l’affetto. Eh! Ma ogni tanto lo spirito di mia moglie Maria mi stupisce e mi affascina.

 

Rivolto all’energumeno:

 

Che ne vuoi sapere tu?! Anima illibata! Ascoltami… Siamo sull’Autostrada del Brennero, pausa a Povegliano est per caffè, pipi e pieno di carburante. I gabinetti sono esterni al bar. Entriamo e vediamo che ci sono 5 o 6 dame in fila. Gli uomini invece possono accedere tranquillamente. A quanto pare ci sono problemi per le toilette delle donne. Posso? Chiedo. Sì, lei sì. Gli uomini possono passare. Al che mia moglie sorprende l’uditorio dicendo: Anch’io posso passare! Sono un uomo! (uno e cinquantotto per quarantotto chili di peso). L’inserviente è presa anche lei di sorpresa: Ah sì! Se dice di essere un uomo, passi! Poi ci ripensa. Osservo questa scena: un uomo si avvicina all’uscio chiuso a chiave da mia moglie. L’inserviente gli si avvicina e lo informa: No! Questo è per il momento destinato alle donne! Può usufruire di quell’altro! Avete capito, uomini, donne, mezzo e mezzo, fratelli carissimi e di tutti gli orientamenti immaginabili… Per ottenere i propri diritti, bisogna osare! E bleffare all’occorrenza! Questa è mia moglie!

 

Rivolto all’omaccione:

 

Ti ringrazio di avermela fatta incontrare. Un po’ meno illogiche non ce n’erano? E’ più tragica di queste sette strade tebane! Lei sa ragionare col cuore e col cervello, ma lo fa soprattutto coi nervi. Ma l’amore, si sa… Gli amanti sono due scarafaggi ciechi che scorgono nel buio notturno la propria magica unità. Ma non è sempre domenica! Ed ha tanta paura di te! Dopo quello che le è successo…! Ha paura di te e, al contempo, brutto sgorbio che non sei altro, ti va pure cercando!

 

Stefano si alza e corre verso la seconda strada, rincorso dal taciturno e ombroso compagno. L’uomo poi grida sempre correndo e ora ridendo, rivolto a quel losco figuro, mentre scompare nel secondo meandro:

 

S: E ora prendimi, se ci riesci…! angelo custode delle mie speranze infrante!

 

Esce, dopo un minuto, dalla prima porta una donna di una quarantina d’anni, accompagnata da un essere alto con in testa una specie di corona d’alloro, con un abito chiaro da antico romano. Restano in scena, camminando, un po’ come gli altri, in lungo e in largo.

 

Mr: E’ stato molto gentile ad accompagnarmi! E’ tanto che vivo in quest’orrenda pianura, ma ancora non so orizzontarmi. Quando mi trovo in un paese che si affaccia sul mare non ho bisogno di accompagnatori. Qui non c’è una riva marina su cui riconoscere la propria posizione. E’ tutto piatto e indeterminato. Ogni tanto mio marito, per mostrare la sua ricca erudizione, mi parla della meccanica quantistica. Tutto è indeterminato, il gatto è vivo e morto. Queste cose le potevano teorizzare solo gente che abita al Nord. Al mare tutto è chiaro e certo. Tutto è luminoso. Tutto è di tutti. Non esiste la differenza fra povero e ricco. Non c’è lotta sociale. Tutti sono felici di essere vivi. Chi dice che io idealizzo troppo la mia terra lontana, non sa cosa significhi per una donna del mare vivere in questa fredda, umida e piatta città! Mio marito mi ha rapito dalla mia terra. Ha approfittato di un mio momento di debolezza. Mi ha strappato dalle mie origini. Non glielo perdonerò mai. Mi ha costretto in un appartamento. Chiusa in casa per dieci mesi all’anno. Ma d’estate io scappo. Me ne torno nel mio Sud! Già quando arrivo a Gaeta, mi sento rivivere. Mi risveglio da un brutto incubo. Rivedo la natura. Riassaporo il tepore della mia terra. E ancora sono lontana, molto lontana dalle mie origini. E’ solo un anticipo. Una boccata d’aria marina! E mi domando, cosa ci faccio lassù, dove sono imprigionata nella vita normale, io che sono nata libera e felice. Intendiamoci, amico mio…

 

Si gira verso l’essere misterioso. Continua:

 

Mr: Intendiamoci, non è mai stato facile per me l’esistenza. Nemmeno quando ero al mio paese. Qualcosa mi capitò. Un accidente. Che mi straziò l’anima Che mi complicò la coesistenza col prossimo. La mia famiglia fu investita da una disgrazia dopo l’altra. Vissi anni di inferno. Ma riuscii a raggiungere un certo equilibrio. Ed ora potrei vivere felice e realizzata. Ho due figli. Sono la mia gioia. L’unica ragione di vita. Ed io voglio vivere per loro. E per me. Conobbi mio marito nell’anno più infelice della mia vita. L’anno che morì mamma! L’essere che più mi amava! Quell’uomo, mio marito, che fece in tempo a conoscerla, ha da tempo esaurito il suo compito. Ma io non voglio lasciarlo. Ormai, siamo uniti. Ma lo pongo davanti alla scelta. O decide di riportarmi al Sud… Oppure non ci sarà un futuro comune… Gliel’ho giurato. E non mi ha mai risposto. Se non con dei cenni del capo che non ho mica capito. Sì o no?! Gli chiedo. E lui nicchia. Parla del tempo. E della meccanica quantistica. Dell’incertezza della vita. Della poesia. Della letteratura. Dell’arte. Dell’anima. Io ho la certezza che la mia anima può vivere solo dove l’arte e la letteratura e la poesia hanno raggiunto il loro massimo splendore: nel Sud! Viva il Sud! E quello che mi è successo un paio di anni fa, la malattia che non supererò mai, perché sempre si potrà ripresentare, è sorta a causa dell’aria insalubre che ho respirato qui nel Nord, dove tutto funziona, ma soprattutto il dolore e la morte. Scusi! Che ha! Ho detto qualcosa che l’ha urtata?!

 

L’essere non risponde. Maria riprende a parlare. Camminano, ma ogni tanto lei fa una sosta, subito imitata da lei.

 

Mr: Mi scusi! Forse lei è stanco. Sediamoci.

 

Si siedono sui talloni.

 

Mr: Mio marito m’è scappato di casa, lo sa? Aiutato da sua sorella! Che lui ama più di quanto ami me! Ne sono certo! Fa ancora parte della sua vecchia famiglia! Mi aveva promesso di amarmi e tutto quello che ha combinato è di inacidirmi e di farmi ammalare! Il suo è stato un vero e proprio rapimento! Che vita ho passato!

 

Mr china la testa e aggiunge:

 

Mr: Nei miei primi anni qui al Nord, non appena vedevo scorrere un torrente, che dico?!, un canale, una bonifica, chiedevo a mio marito di fermare la macchina. E mi mettevo ad ammirare il flusso della corrente, qualche piccolo vortice. E poi dicevo, Stefano!.., guarda! Un gabbiano! Ero un po’ miope. E mio marito rideva! Un gabbiano? A me pare un albatros! Non vedi che apertura alare? Un cormorano. E non vedi che cosa lunga! Come la chiamate al vostro paese? Da noi punga, pantegana! E allora mi accorgevo che il sublime volatile era invece un orrendo mammifero grande e grosso! Come quelli che si vedono anche dalle mie parti! Una volta, appena sposati, stavamo nel terrazzo della mia adorata Pixuntum, che dà sul giardino… e ad un certo punto, cos’è stato?! Ci dicemmo! Una scimmia?! Ma non ce ne sono al mio paese… Avevamo affittato a una coppia l’appartamentino abbasso. Anche loro erano in ammirazione del paesaggio che stava bagnandosi di quella luce dorata del primo tramonto… Ma cos’era? – si chiesero anche loro… Mio marito, più pronto di me, disse: un mustelide! Era tanto grossa! Disse la ragazza! Sì, rispose ancora mio marito, probabilmente era incinta! Ah ah! Era una zoccolona! Ah ah ah! Di quelle enormi! Beh… il giorno dopo la coppia se ne volle andare all’improvviso… Lei disse che le era morto il nonno. Lui che la nonna era in fin di vita…! Ah ah ah! Che risate! Ecco! Questo hanno in comune la mia terra e il Nord! Le zoccole!!!

 

Si rialza, imitata dal tipo.

 

Mr: Qui, nel Nord, ho tante persone che mi vogliono bene. Non lo nego. Conosco più io di lui, di mio marito, la gente della strada in cui vivo. Conosco tutti i luoghi dove si compra bene. Qui alcune cose costano meno che nel Sud. Ma la vita è cara! Complessivamente è molto più cara che nel Sud! Ma non ne faccio una questione di soldi, ma di sopravvivenza. Se voglio vincere quel male che il Nord mi ha così cortesemente donato, devo andare. Devo tornare da mia madre, che è sepolta nella terra del Sud! Mio marito ha rovinato mio figlio, rendendolo uguale a sé. E oramai anche lui è perso…

 

Maria apre la bocca come se volesse gridare, e ringhiare. Ma si trattiene e dice al neghittoso:

 

Mr: Ascoltami, caro… Se mio marito mi vorrà un residuo di bene, mi seguirà. Ma se cercherà di togliermi la figlia, il mio prezioso tesoro!, se accamperà dei diritti di scegliere… di mettermi dei bastoni tra le ruote, io gli farò la guerra! A lui, che forse non mi ama… a lui che ama ancora soltanto i frutti del nostro matrimonio! E non più ancora me!

 

Si mette le mani sugli occhi, sta quasi per piangere. Ma si fa forza. E continua:

 

Mr: Ed ora, signore, iamme a visitare quest’intrico di viuzze. Io gli voglio bene a quel Nordico! E quando mi disse che tredici giorni dopo la mia nascita, per caso… e fece una smorfia nel dirlo… per caso… lui ebbe un brutto incidente stradale… Beh, mi fece male quel discorso! Anche se fosse stato uno scherzo! E non so se lo fosse!

 

Maria si affretta, per non perdere il passo dell’oblungo compagno di cammino.

 

Ma, la prego, non corra, io sono giovane, ma dopo quel mio noto accidente, tengo qualche problemino di stanchezza… Iaaa… mi faccia strada!

 

L’essere accelera il passo, insieme a lei. Nessuno dei due guida l’altro. Si intrufolano nella sesta strada!

 

Dopo un minuto esce dalla prima porta un ragazzo sui vent’anni, accompagnato da una specie di altissimo shinigami, simile a quello reso famoso dal manga “Death Note”.

 

Michelangelo: Vieni caro… papà mi ha tanto parlato di te. Vedi che anche io ti riconosco per quello che sei. Ho preso da lui, da quel mio strambo genitore! Ti ringrazio del travestimento. E’ stato il mio cartoon preferito! Lo vidi tutto, e poi chiesi a papà di vederlo insieme a me. Quando ero un ragazzino passavo tante ore con lui. Vedevamo film a quintalate, parlavamo tantissimo tra di noi, lui mi raccontava delle favole da lui inventate. Mi ha spiegato tutto, ma proprio tutto, sul sesso! Mi ricordo che una volta mi chiese come dev’essere un pene per entrare nella vagina… Risposi: Grosso! No, anche di media misura, va bene. Peloso? No… anche rapato a zero non ha difficoltà a inserirsi… Allora, papà?! Come dev’essere? Dev’essere, mi disse, “irrorato da sangue”! La cosa non fece a tempo a terrorizzarmi, perché papà, con una mezza risata, mi spiegò che il cervello, con l’eccitazione, ordinava al sangue di gonfiare il pene… Papà… è sempre stato un ottimo genitore, con cui è sempre possibile discutere… diversamente da mamma, con la sua mania di voler dirigere la vita di tutti! E non ha smesso neppure dopo quell’accidente che ne ha messo in pericolo la vita! Anzi, è peggiorata anche in quel senso! Ora io voglio staccarmi definitivamente da loro! Non devo più dipendere! Ma è facile da dirsi, più difficile da farsi! Io sono uno scrittore, come papà! E come papà non concepisco la vita come un lavorare e basta! Mio padre disse ai suoi che non avrebbe mai lavorato un giorno in vita sua! Ed è una vita che lo fa! Non è stato fortunato… non ha avuto successo… non c’ha saputo fare… Io voglio differenziarmi da lui, da lui più che da chiunque altro… Dicono che assomigli fisicamente alla razza di mia madre, ma tanti miei atteggiamenti sono di papà! Una volta una mia ragazza me lo disse… hai gli occhi di tuo padre! Sono diversissimi, invece! Forse lo sguardo è lo stesso! Io voglio però il mio sguardo! Il mio atteggiamento! Mamma, povera mamma!, dice che papà mi ha rovinato! Forse! Mi ha reso troppo simile a lui! E per questo, caro il mio spelacchiato amico, che me ne devo andare! Ma andare significa rinunciare a quello che ho… Per essere, occorre non avere! Ed è difficile… qui ho la mia vita, la mia casa, il mio computer, il mio wifi, quante sciocchezze, vero?!… che immensa pena eh?!… Liberi da tutto ma non dalla necessaria connessione!… il mio lettino sempre rifatto, la lavastoviglie, la lavatrice, la mia operaia addetta allo stiro, il mio paparino, la mia mammuccia, la mia zietta preferita, la mia sorellina… Si, a proposito della dolce sorellina… Ah, quella! L’avevo accolta con tanto amore! E lei si è sempre dimostrata una guastafeste! Io ero quello che doveva sempre capire! Lei era quella piccola, che ancora non era in grado di capire!

 

Si ferma, si mette a sedere come prima Stefano. Lo imita subito lo shinigami. Poco dopo riprende:

 

Mi: Ho sempre amato la musica dura, quella che rompe le orecchie! La prima canzone che mi colpì, avevo solo dodici anni, era la colonna sonora di un film! Musica metallica e pesante. Poi ho cominciato a sentire musica hi pop, rap… e anche adesso amo ascoltare dei repponi metropolitani e angosciati. Perché anch’io lo sono, angosciato. Non ho mai avuto istinti suicidi, però talvolta ho pensato a come sarebbe risolutivo un gesto disperato e definitivo. Io amo la vita. Amo le donne. Le donne mi amano, per fortuna. La vita, non so! Non voglio avere una compagna con cui dividere la mia vita, per cui rinunciare alla mia libertà. Non voglio figli. Non voglio creare della sofferenza. Non voglio restare. Ma non voglio ancora andare. Talvolta capita che mi innamori. Sempre della persona sbagliata, che non dura, e un po’ soffro, un po’ no, è destino per me non avere scelta, ma cercare sempre ogni via d’uscita, senza uscire mai, nemmeno dopo che l’ho trovata…

 

Si alza. Anche lo shinigami. Riprende a parlare:

 

Mi: Lo sai, maledetto pennuto, che una volta papà ed io fuggimmo insieme? Come due ragazzetti! Siamo stati bene quei giorni. Eravamo come due fratelli… Anche se io continuavo a chiamarlo… papà!

 

Poi Michelangelo ha uno scatto, subito seguito dal pipistrellone.

 

Mi: Vamos amigo, che ci aspettano dei miei amici, senti siamo già in cinque nel mio vecchio macinino scassato. Tu fammi il piacere di rimanere appollaiato sul tettuccio. Ok? A proposito, ce l’hai una sigaretta? No? Lo sai che provoca la morte? Ah ah!

 

Si dirigono verso la prima uscita da dove erano venuti.

 

Dopo un minuto esce una giovane ragazza, di poco sotto i vent’anni, accompagnata da un essere molto alto, vestito sportivamente, che ha una maschera che riporta da un lato i tratti di uno e dell’altro degli attori citati a seguire.

 

Anna: Oh, Monsieur! Che piacere! Stavo chiedendomi dove fosse finito! Lei è il mio angelo custode, che più buono, anzi, bono non c’è. Quando mio padre mi chiedeva, sicuro della risposta, chi fosse il papà più bello del mondo, e otto volte su dieci, io dicevo che era lui, due volte su dieci cambiavo vincitore: dicevo “Raoul Bova!”, oppure “Brad Pitt!”. E lui fingeva di arrabbiarsi e mi diceva che la figlia più in gamba del mondo era una certa Teresina che erano trentasette anni che non la vedeva più! Eh eh! Mi rendo conto che la maggioranza delle figlie venera il proprio padre. Ma il mio è unico. Più unico che raro, davvero… Non solo ha una grande cultura, ma non ha mai avuto difficoltà a trasmetterla a noi figli. Avevo cinque anni e mi disse con semplicità la differenza che c’era fra la teoria relativistica e quella quantistica. Me la ricordo come se me l’avesse spiegata oggi. Einstein credeva che la visione cambiava a secondo dello spettatore e del suo moto. Se tu vai a dieci chilometri orari nella stessa direzione di un treno, il treno, ce va a cento all’ora, si allontana da te alla velocità di novanta chilometri orari. Questo è quello che pare a te. Se invece tu e il treno camminate in direzione opposta, la velocità di allontanamento è di centodieci chilometri orari. Quindi le velocità sono, come tutto, basate su punti di vista. Erano concetti facili, che capii immediatamente. E la meccanica quantistica era ancora più semplice. Nulla è determinabile con precisione assoluta, perché mentre lo si indaga, lo strumento muta le caratteristiche del fenomeno osservato. Questo è mio padre. Il mio grande amico e maestro. Mamma è la persona più vicina a me. Quella con cui litigo di più, e più ferocemente. Ma è colei a cui mi sono sempre appoggiata quando avevo bisogno. Mio padre mi ha sempre detto, e lo ha detto anche a GiòGiò, il mio grande fratellino, che lui ci ama nello stesso modo. E io lo dico di loro due genitori. Non posso scegliere fra l’uno e l’altra. Senza di loro non ci sarei! Voglio bene anche a zia, anche se penso che lei preferisca Michelangelo. Dà sempre ragione a lui, anche se è palese il contrario. Ti stai distraendo, tesoro?

 

L’allungato, al solito, tace.

 

Anna: Con zia io mi sento più… libera! Con mamma no, lei mi costringe a… tutto! Non la sopporto. Ma l’amo! Qualcosa da ridire, mummietta?

 

La “mummietta” al solito guarda dritto a sé, senza interloquire.

 

Anna: Ho diciannove anni, mi sto diplomando, dovrò scegliere il mio futuro. Come quando avevo tredici anni il mio sogno è di essere scrittrice, medico, veterinario, pittrice, fisioterapista, architetto, fisico nucleare, paracadutista, palombaro, coreografa, mosaicista e un altro paio di mestieri che non ricordo al momento. Sono intenzionata a dare il meglio di me, qualunque sia poi la mia scelta definitiva. Papà voleva leggere tutti i libri del mondo. Anche io. Ma comincerò dopo che lui avrà finito. Ne ho già letti tanti di libri, ma anche io mi rendo conto che la lettura è un fatto infinito. E’ un po’ come contare le croci di un cimitero. Che fai, annuisci?

 

L’ombroso fa finta di nulla!

 

Anna: Ah, fai le orecchie di mercante! Ho capito. Sei come tutti i ragazzi. Prima ti esprimi con una certa sicumera, e poi nicchi. Il mio uomo ideale deve avere gli occhi di Robert Redford, vecchietto ma sempre buono. Il fisico di Raoul Bova. E lo sguardo furbo di Paul Newman. Deve avere la magrezza di Brad Pitt. E dev’essere un istrione come Johnny Depp. Ma il cuore dev’essere del mio Stefanino! Del mio grande papà!

 

Si ferma un attimo.

 

Anna: Ma anche così miracoloso, mi sa che difficilmente piacerà a me. Sono di gusti impossibili! Eh eh! Perciò mi conviene fuggire! Povera mammina, col suo male addosso! Che dispiacere le darò!… Un giorno però me ne andrò, lontano da tutti e da tutte. Non voglio legarmi a troppa gente. Ormai ho capito della vita un fatto elementare. Se ci sono tre persone che ti amano, ne puoi far contenti soltanto un paio, e se ti va bene. Il terzo soffrirà, maledicendoti… Me ne andrò e ogni tanto mi farò viva, per dare i saluti. Ma la famiglia che ho, è forse paradigmatica del tipo italiano. Ti dà tanto, quasi tutto. Ma non ti permette di essere. E io voglio essere me stessa. Non una qualsiasi. Voglio essere Anna! Ed ora vieni con me, tesorino di sorellina tua!

 

I due, lei quasi corricchiando, la trista figura con ampie falcate, risalgono nella quarta strada.

 

Passano due lunghi, eterni minuti in cui non succede nulla. Si affacciano poi sulla scena:

 

Rolando dalla prima strada.

Rosalinda dalla quarta.

Stefano dalla terza.

Mariagrazia dalla quinta.

Maria dalla sesta.

Miki dalla settima.

Anna dalla seconda.

 

Il gruppo di parenti e affini si riuniscono nell’angolo del proscenio presso la settima porta, già bisbigliando non appena sono a portata l’uno dell’altro. Il brusio che se ne ricava è imponente e quasi fastidioso. Le figure gesticolano. Hanno gesti, alcuni individuabili, come ad esempio Mariagrazia che fa no agitando il medio della mano destra, ed altri incomprensibili.

Dopo due minuti di questi dialoghi perduti, si affaccia dalla prima strada l’essere altissimo vestito e agghindato con una miscellanea degli abiti e degli accessori che aveva indossato prima, fra cui la tuba di Ginsberg, rivelando al pubblico quello che questi aveva già intuito: si tratta del medesimo personaggio.

 

Si avvicina al gruppo. Si mescola ad esso, facendo bene attenzione a non farsi sfiorare da nessuno di loro. Nessuno sembra più accorgersi della sua presenza.

 

Il tipaccio si allontana e converge verso il centro del proscenio, dove rimane per meditare qualche secondo, fissando con una certa ostinazione dapprima il drappello dei sette, poi alcuni spettatori del pubblico. Ne fissa esattamente sette, presi a caso. Questa scelta dev’essere assolutamente casuale.

Dopo un paio di minuti, l’incomprensibile soggetto schiocca le dita e, immediatamente, i sette si bloccano e tacciono. Il fatidico continua ad osservare alternativamente quei sette spettatori.

 

Essere: Mi presento. Sono io, proprio io. Non ho nome, né cognome. A me basta il tuo. Sono il tuo angelo custode. Un’organizzazione necessita soprattutto di ruoli. Il mio è quello di accompagnare gli altri esseri, fino in fondo. Non sono diverso da te. Siamo consanguinei. Non figli dello stesso padre e della stessa madre. Intendo del medesimo sistema. Sì, fui io a suggerire a Stefano quel colpo di reni che gli salvò la vita. Sono io ad ispirare a qualcuno del tuo popolo, ai più dotati e sfacciati, quelle opere di piccola oreficeria, che sono chiamate arte, poesia, o ideale etico per cui immolarsi. Scorgo con un’innocente ironia il tuo bisogno di salvare, con mesta malinconia, i tuoi peggiori ricordi. E per fissarli maggiormente alla memoria, li deformi, li rendi poetici. Sei davvero lirico, affascinante e un po’ ridicolo. Perché alla fine ti immolerai come tutti, con solamente un piccolo bagaglio a mano, che potrai tenere con te durante il viaggio. Per cui poni attenzione ai tuoi piccoli litigi. Ogni comunicazione è una forma di incomunicabilità. Pensa a quei due poveri coniugi, di cui hai sentito la storia. Il dissidio tra un uomo e la sua donna giustifica ogni guerra. Tutto questo lo vuole la tua razza, non io. Ricordati che scegliere con attenzione, il viaggio, la destinazione, la vita significa scegliere la propria irrimediabile morte. Se è tutta una commedia, lunga come un sonno, i risvegli sono beffardamente tragici. Non è la morte a recare il lutto, è la sopravvivenza. Sicura c’è solo lei, la mia consorella vita, la più allegra delle mie imago. Io dovrò sempre venire, prima o poi. La morte per te è una specie di bisogno urgente, seppure tardivo. Io sono per l’iniziare e il continuare, e non per il finire. Non lascio mai nessuno a metà della sua storia. E poi ricomincio dalle sue spoglia. Sempre, insieme, con una certa qual passione. Ma discutere di una passione significa fraintenderla. Ogni passione è, potenzialmente, un crimine. Una Verità è a volte dolorosa, ma il cammino che conduce a Lei lo è molto di più. E’ fuggevole, non fai in tempo a chieder il suo nome. Ma è sempre la stessa, alla fine, e prima o poi la rivedrai. La strada verso la Verità è ricca di sacrifici. La Verità raggiunta è una rinuncia. Ricordati che però il mondo è rotondo, e si regredisce sempre al punto iniziale. Il tempo di una vita è un’illusione che ti autogestisci. Rosalinda era saggia. Diceva che agh’è piò teimp che veta. C’è più tempo che vita. La natura sembra indifferente alla propria bellezza e a qualsiasi misfatto umana. Non sei per niente un privilegiato e la legge non ha deroghe per te. Il quieto discorso di un’anima vale meno del silenzio in un mondo fragoroso e assurdo. La luce acceca e illumina, ma il buio ti cela e protegge. Se vuoi far innamorare qualcuno, non dirgli nulla, ascoltalo. Siete il mio armento. E io vi ascolto uno a uno, in fila per tre, e anche tutti quanti insieme. Registro ogni cosa. C’è sempre qualcuno che eccelle, fra di voi. Tre o quattro ogni miliardo di individui. E’ il poeta sommo, che può negare ogni cosa e dire di tutto. A lui è negata soltanto la facoltà di tacere. Nessuno come lui è in grado di far nascere e poi sgozzare un’anima. Sfrutta al massimo tutte e tre le leggi della termodinamica. Il combustibile più economico e più diffuso nel nostro pianeta è la sofferenza degli uomini. E questo lo porta in giro sulle vite degli altri, finte o reali che siano. Fra te e l’amato bene c’è sempre almeno un intruso. E questo crea il disagio. Chi non ama si sente escluso da questo mondo. Un amore non è mai uguale all’altro perché esula da ogni logica. Chi prova amore è un prigioniero in attesa di un processo, che mai sarà celebrato. “Ama il prossimo tuo come te stesso” è la più autorevole legittimazione dell’io. La compassione è il più forte dei sentimenti, poiché è radicato nell’io. E il poeta va raccogliendo pietosamente le storie di ognuno, cercando goffamente di imitarmi. E le dedica al suo nume preferito. Ma la pietas è un atto sublime o un onanismo, senza mezze misure. Alla fine io raccolgo la sua. Una delle tante animucce, appena un po’ più ricca. E c’è anche l’ombra esausta che canta la pargoletta mano del figlio cessato, e questo è il termine corretto, ancora bambino. Ne senti la pena? Io no. La morte di un giovane ci appare esattamente com’è. Non è giusto, dicono i più saggi tra i tuoi vecchi. Ma è follia degna dell’uomo il discorrere di giustizia. Dio, perché lo hai permesso? Si chiede l’anima gemente. Con la religione il primo a soccombere è Dio. Il secondo sei tu, uomo. Io ti conosco, mascherina. Per conoscere un uomo non basta porsi all’altezza dei suoi occhi. Bisogna visualizzarlo dall’alto e possibilmente dal basso e dai fianchi. E io questo faccio, giornalmente. Cerchi la fuga nella passione, che genera certezza che genera, a sua volta, disperazione, mentre il dubbio ti reca un fresco sollievo. Per quanto un personaggio si agiti, l’epilogo è scontato. Non si può scappare né per sopra, né per sotto, né per di lato, né dal di dentro. Occorre solo aspettare che si smorzi la batteria. La Storia è una collezione infinita di morti. E la morte è madre di infinite rivoluzioni e guerre civili. Ed è figlia delle medesime. L’idea della morte esalta il rivoluzionario. La vita è una lunga serie di riforme inutili. Quel che conta è finire, per poi ricominciare. Bruciare la casa e riutilizzare le ceneri. Sei ipocrita, mio sbiadito fratellino. Molti dei tuoi compagni d’arme non hanno mai desiderato di cessare, ma di sprofondare per la vergogna sì. Vivono in un mondo dove le gioie dividono e i dolori affratellano. Un mondo degno di voi. L’uomo soffre soprattutto per la propria ambiguità. In bilico fra ciò che vuole e ciò che vorrebbe. Ecce homo. Due farfalle impigliate nella tela di un ragno è l’immagine del contrasto di due moti dell’animo. In bilico fra ciò che vuole e ciò che vorrebbe. Ecce homo. Avere troppe libertà è come non averne alcuna. Rinuncia a tutte le catene, ma anche a tutte le vie di fuga. Sarai solo, ma discretamente tranquillo. E tu stesso emuli a modo tuo il mio mestiere. Ogni volta che ti svegli muore una storia con tutti i suoi omini. Questo vale per tutti i racconti e i labirinti umani. Il poeta è un cieco che sogna di vedere. I defunti rivivono nelle nostre teste, ma si è estinti per sempre nelle loro. Chi ti sogna possiede un pezzo di te. La poesia è la frattura che ti collega all’infinito. Sei più importante tu o i tuoi problemi? E’ un assillo per te. La verità è tua madre. Ed è la mia. Siamo fratelli. Ma come forse non sai, io non scrive di te, né ti leggo. E’ inutile che tu mi getta addosso parole infamanti. Io sono dislessica. Come ben sa l’amante infelice il dolore che deriva da una privazione è lancinante quanto è angoscioso quello che si deve a una greve presenza. Nulla è più grave e più leggero della parola. Nello stato di quiete si scorge ogni altrui movimento. Ma io sono quello immobile, sei tu il frenetico. Chi infrange una regola, ne crea almeno due. Se ti agiti, ricordati che la sabbia mobile incrementa il suo potere attrattivo. Hai mille legacci che ti intrappolano. E i legacci, se invisibili, stringono sempre di più. E se cerchi la salvezza nell’amore, non dire poi che il matrimonio è la tomba dell’amore. I morti non litigano mica. Ma anche in quest’ultimo, delicatissimo caso, le previsioni sono funeste. Pioverà a lungo sul tuo piccolo appezzamento di terra incolta. Se vuoi ci pianto una croce asimmetrica, per ricordare al mondo il tuo ultimo indirizzo conosciuto. E poi non mi temerai più. Non ti chiedo di credermi, perché il fatto non cambierebbe la mia azione. Sappi solo che il miglior modo di credere è di mettere in dubbio se stessi. I dubbi sono una risorsa, una ricchezza che non rende, ma con un valore immenso. Il perché di tutto questo è una domanda umana, non divina, e gli uomini la devono rivolgere a se stessi. Se me la fai rispondo. Ma non farmela, ti prego. Per il tuo bene. Del resto, fede e Disperazione sono anch’esse consanguinee. Che tutto questo sia Bene o Male non so. Se il Male è necessario, la necessità è malvagia. Se invece lo è il bene, trangugia da questo calice. Una cosa non è mai il suo opposto. O chissà? Una passione disgraziata, quando suona l’ora del risveglio pare sempre un’idiozia sublime. Nel frattempo prega un po’ quando è sera. Una preghiera che non sia totalizzante è solo una banalissima forma di accattonaggio. Te lo prometto, uomo, donna, bambino, anziano, vecchio, che, dopo, l’unica certezza è che ti lascerò in pace, eterna pace. Rammenta che per morire, hai dovuto nascere in un ventre morituro… Ed onde evitare l’evitabile, non evitare più l’inevitabile. Ma, a parte queste impreziosite chiacchiere, io…

 

Si interrompe.

Si gira verso quell’inconscio drappello .

Schiocca ancora le dita.

Si dirige verso quel manipolo di anime.

Accenna a un passo di danza con ognuno di loro.

Poi si ritira.

Le anime continuano a bisbigliare e ad agitarsi.

L’essere entra nella quarta strada.

 

Passano tre minuti.

 

L’essere esce dalla prima porta. Schiocca le dita ancora. I sette si fermano e tacciono.

 

Essere: Ognuno di voi cerchi la propria strada. Rolando, tua è la settima. Rosalinda, è tua la sesta. Tienti pronta anche tu.

 

I sette obbediscono. I due prescelti imboccano la via suggerita. Gli altri, quella che vogliono. Anna e Michelangelo la quarta. Anna correndo, Michelangelo a passo affrettato. Maria, Stefano e Mariagrazia, in vie separate, ad esempi, rispettivamente, la prima, la seconda e la terza.

L’essere rimane solo per un minuto. Si gira verso il pubblico. Si toglie la tuba e si inchina con studiata lentezza. Guarda poi, senza fretta alcuna, le sette strade. Lentamente si avvicina alla settima strada. Sparisce dentro di essa.

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