Rex Miller e gli indiani giganti

I due rangers stavano attraversando il deserto dell’Arizona, essendo di ritorno da una delle loro incredibili avventure. Quel vecchio cammello di Jim Marson, al solito lamentoso, disse a Rex Miller…

– Lex Millel?

No, “Rex Miller”. Lui e il suo pard, che in americano vuol dire amico, erano reduci da un brutta storia accaduta nel Klondike…

– Quale blutta stolia?

Te la racconto un’altra volta, appena me la invento. Allora Marson borbottò con voce gracchiante che due pellacce come loro potevano anche tirar dritto, ma che forse i rispettivi ronzini sarebbero stramazzati al suolo se non si fermavano a riposarsi un po’.

– Lo so che sei stanco, vecchio mio – disse Rex – Dilla tutta! Sei tu che hai bisogno di stendere la tua anziana carcassa, non queste brave bestiole. Okay, fermiamoci pure, anch’io sento la necessità di una sosta… e di tirare i remi in barca…

– Quale balca, papà?

E’ solo un modo di dire che significa “indugiare e meditare sul da farsi’”. Accesero il fuoco con… Ehm… Essendo il deserto privo di vegetazione, naturalmente non c’era della legna da ardere. Allora Rex estrasse dalla sella dei ciocchetti che portava sempre con sé e appiccò un focherello.

– E con il fuoco venne anche il fumo?

Sì, ma non troppo, perché l’aria era troppo secca… Marson si preparò per dormire. Rex fece il primo turno di guardia, anche se non c’era traccia di esseri viventi nel raggio di cinquanta miglia. La luna nuova illuminava splendidamente il cielo. Ad un certo punto…

– Ad un celto punto?

Ci stavo giusto pensando… Ah, ecco. Si sentì il flebile pianto di un bambino. Rex aveva un udito eccezionale, ma non sembrò credere alle proprie orecchie perché…

– Pelché?

Non ci doveva essere nessuno nel raggio di sessanta miglia, t’ho detto. E meno che mai un bambino!

– E cosa ci faceva un bambino lì nel deselto?

E’ quello che si chiese anche Rex, che subito svegliò Marson, che stava già dormendo della grossa, russando come una caffettiera napoletana.

– Come fai tu, papà?

Quasi. Marson non voleva sentire ragioni di destarsi e Rex dovette scrollarlo un po’. Poi, con le pistole in mano, i due rangers…

– Cosa sono i langels?

Sono i carabinieri del Rexas. I due rangers salirono in cima ad una duna, e notarono un bambino di quasi cinque anni, che stava fregandosi un occhio come se gli fosse entrata della sabbia. In realtà stava piangendo pianino pianino. Poiché anche lui pensava di essere solo soletto nel raggio di settanta miglia, non credeva fosse da furbi piangere ad alta voce. Rex gli si avvicinò con cautela, per non spaventarlo, e tossicchiò. Il bimbo si voltò di scatto e gli corse incontro gridando:

-Rex!

– Come fai a sapere il mio nome, piccino?

– Ho spesso ritagliato le tue foto dal giornale!

– Con le folbici, papà?

O con le forbici o con il coltello da piccolo scout. Rex gli chiese cosa stesse facendo da quelle parti e dove avesse lasciato i suoi genitori. Frankie, così si chiamava quel moccioso di sette anni, si mise a frignare come una fontanella. Quando finalmente si calmò, poté spiegare che il carro dei suoi genitori, insieme a quelli di altre dodici famiglie, era sparito nel nulla!

– Come nel nulla? – gli domandò Rex.

– Nel nulla! Ti prego di credermi, Rex. Solo tu mi puoi aiutare a ritrovare i miei vecchi. Ma per farlo, devi fidarti di quello che ti racconterò. Ero andato a dormire presto ieri sera, perché la giornata era stata lunga e zeppa di avvenimenti. In piena notte, finito un sogno, mi scetai e sentii il bisogno di alzarmi e fare la pipì. Mamma mi aveva spiegato che un ragazzino di otto anni come me non doveva avere paura del buio e che, se di notte mi scappava, potevo farla dove mi pareva, purché lontano dal carro. Mi misi in tasca il coltello e mi diressi oltre la duna da dove sei saltato fuori tu. Avevo gli occhi un po’ socchiusi, perciò non vi vidi.

– Mi parve di aver sentito un rumore di passi, ma credetti si trattasse di un topo…

– Papà, ci sono i topi nel deselto?

Sì, anche i serpenti. Questi si nascondono sotto la sabbia e quando sentono avvicinarsi un topo… zac!… se lo pappano. Il bambino riprese poi la sua storia:

– Quando tornai dal mio bisognino… Beh, immagina, Rex, la mia sorpresa quando mi accorsi che non c’era più nulla! E non potevo credere che mi fossi smarrito perché, al di là del dosso, la terra era spianata per ottanta miglia e più. Cos’era successo? Non riuscivo a concepire un’idea e nemmeno un piano e così… mi misi a piangere, dapprima forte e poi sempre più sottovoce. Poco dopo siete arrivati voi.

– Incredibile! – disse Rex. Ma quando si accorse che quel novenne temeva di non essere stato creduto, gli accarezzò dolcemente i riccioli d’oro e gli promise che avrebbe tentato di risolvere il mistero. Una luce accecante squarciò all’improvviso il cielo notturno e i tre compagni d’avventura furono attirati in un vortice. Cos’era accaduto? Non si sa bene, ma si ritrovarono tutti in un attimo con le mani legate in un luogo stranissimo. Ho detto che erano legati perché si sentivano stretti nei polsi ma, anche se non riuscivano a liberarsi, non potevano scorgere nessun tipo di corda. Forse qualcuno aveva usato il laser per tenerli prigionieri.

– Il lasel è quello che spala?

Serve anche per legare. Dopo un po’ i tre prigionieri furono trasportati per aria chissà in che modo e condotti in una pianura molto estesa, dove il bimbo poté incontrare i genitori e l’altra gente rapita, insieme ai cavalli e ai carri. Rex s’accorse tosto di avere le mani sciolte da quei magici vincoli e si sentì sospinto da dietro la schiena. Si voltò, facendo la mossa di estrarre la pistola, ma questa pareva incollata alla fondina.

– Pelché ela incollata alla fondina?

Perché qualcuno non voleva che Rex cominciasse a sparare a destra e a sinistra, come era suo solito.

– E pelché non voleva?

Ascolta il continuo della storia e lo capirai. Quando Rex si voltò, andò a sbattere con la faccia contro un ginocchio immenso! Davanti a lui si ergeva un gigante altro forse cinque metri e mezzo.

– Ehi, colosso!, bada a come cammini! – gli gridò il ranger: – E portami subito dal tuo capo!

– Non aveva paula del gigante, Lex Millel?

Miller! Non Millel! No. Era semplicemente roso dalla curiosità. Il gigante di sette metri rimase impressionato dal carattere autoritario di quella formica pistolera che osava sparare ordini a chi lo teneva prigioniero. Senza dire una parola se lo caricò sulle spalle, come se fosse una scimmietta.

– Ehi, piedone! Vacci piano! Non sono il tuo giocattolino preferito!

– Ah ah! Ha detto “il giocattolino plefelito”!

Il titano alto come una casa di tre piani lo informò che erano diretti dal capo e che era meglio per lui mantenere ora un comportamento corretto perché quello là era un tipo assai irascibile. Giunti oltre una galleria alta una trentina di metri, Rex venne scodellato per terra un po’ rudemente.

– Con te farò i conti più tardi, sottospecie di scimmione! – sbraitò. Ciò che il suo destino di avventuriero gli stava preparando era forse la scena più emozionante della sua vita. Assiso sul trono c’era un gigante che era forse il doppio del figuro che gli aveva fatto da autobus, con un ceffo orribile e con quattro bruttissimi denti a sciabola che sporgevano dalla bocca socchiusa…

– Come i coccodlilli, papà?

Anche peggio, perché i coccodrilli sono esseri stupidi, mentre quel mostro pareva dotato di un’intelligenza superiore. Rex si accorse che era assorto nella lettura di un quotidiano sportivo.

– Ehi tu, babbino! – gli strillò Rex. Questi, dall’alto dei suoi tre metri e passa, abbassò il giornale e così lo apostrofò:

– Chi sei tu per avere osato chiamarmi babbuino!

– Sei anche sordo, cumpà?

– E mi hai disturbato durante la pausa! Tutti sanno che per me è un rito oltre che un fine piacere scorrere a quest’ora la cronaca sportiva della galassia!

– E’ tutta colpa del gorillone che m’ha portato fin qui. Andiamo al sodo! Senti, nostromo, noi paesani ce ne vorremmo tornare al più presto nel deserto!

– E con quali mezzi, pulcino, se mi è permesso domandartelo?

– Essendo i nostri cavalli rimasti laggiù… Perché noi siamo quassù, vero? Beh, come siamo venuti vorremmo andare. – Il mostro di quattro metri rise di brutto. Poi gli rivolse la seguente domanda:

– E se non ti accontento, che mi succede?

– Nulla. E’ che non saprai mai la risposta giusta!

– Quale lisposta, papà?

Se lo domandò anche quell’energumeno di cinque metri. Rex aveva in tutta fretta preparato un piano.

– Senti, ciccione. Ascoltami. Ti porrò un indovinello. Se ci azzecchi, ti do la mia parola che mi taglierò col coltello da cacciatore dapprima il dito mignolo sinistro, poi tutte le altre dita, poi il braccio, poi farò lo stesso con l’altro braccio, con le gambe e col… pisello. Se invece non indovini, ci porterai dove ti dirò io. Va bene?

– Acconsento, piccolo scimpanzé! Ah Ah!

– Fa’ ora attenzione. Qual è quell’animale che quando nasce ha quattro gambe, quando è adulto ne ha due e quando è vecchio ne ha invece tre? – Il tipaccio di sei metri rimase sbigottito poiché non si aspettava una domanda così difficile. Provò ad indovinare. Di’ un animale… su!

– Il linocelonte…

– Il rinoceronte! – gridò quel colossale piantagrane e quel regio ragazzone.

– No! Ne ha quattro! – gli rispose Rex. – Su, di’ ora un altro animale…

– La folmica!

– La formica! – insistette il capo dei selvaggi, quasi convinto di averci preso.

– No no, caro mio! E’ un insetto e ha perciò sei zampe!

– Il tlicelatopo!

– Il triceratopo! – gridò allora quel sovrano troppo cresciuto, in altezza ma non in cervello.

– Macché, quello è un dinosauro estinto che, come il rinoceronte, aveva sempre quattro zampe. Hai fallito! E ora mantieni la promessa!

– Eh no, caro mio. Dimmi prima la risposta!

– Uhm, mi posso fidare di te? Okay. Ascolta: è l’uomo. Quando è piccolo, gattona come un quadrupede. Quando è grande cammina su due gambe. Quando invecchia ha bisogno del bastone, che gli fa da terzo piede!

– Ahhh! Guardie, a me! Catturate subito lo straniero!

A sera Rex fu legato ad un palo della tortura alto cento metri. Attorno a lui erano assiepati tutti gli abitanti della tribù. Furono portati, come filoni di bagettes sotto le ascelle, e scaricati senza troppi riguardi in prima fila, Jim Marson e tutta la gente della carovana. Una voce metallica poco prima era risuonata e aveva informato il gentile pubblico che ci sarebbe stata a breve l’esecuzione di colui che aveva osato sfidare il grande capo del pianeta Koros. Nessuna grazia era prevista per la vittima, che sarebbe stata infilzata da una gigantesca lancia arroventata. Dopo un’attesa che parve infinita, si sentì un tremendo rullio di tamburi.

– Mi sta andando proprio male! – borbottò, tra sé e sé, Rex Miller. Egli non era però tipo che si arrendesse facilmente, essendo un grande sostenitore dell’idea che finché c’è vita c’è speranza. Quando finalmente cessò quella tamburriata, il guerriero-boia prese rapidamente la rincorsa ma… d’un tratto…

Il mondo parve fermarsi. Tutto il mondo, ma non… Rex.

– Che cavolo sta succedendo? – si disse il ranger girando a destra e a manca la testa leggermente sudata a causa del sole torrido che stava quasi tramontando. Dico “quasi”… perché quel sole non tramontò più. Si sentì una voce autorevole, come quella di un Dio:

– Rex!

– Ehi, chi è là? Che, cos’è? La radio? Ah già, è vero, che non l’hanno ancora inventata!

– Rex! – ripeté quella voce terribile – Ti porgo i miei complimenti!

– Chi sei?

– Sono il padrone della galassia! Voglio esternarti la mia profonda ammirazione. Di rado mi sono imbattuto in un eroe più coraggioso di te. A te non la si fa proprio mica!

– Vocione mio, ascolta…!

Dopo aver quasi urlato queste parole, Rex si sentì avvolgere di nuovo, come già la notte scorsa, in un vortice e, pochi secondi o secoli dopo, si ritrovò nel deserto, avvolto da tiepide coperte di manzo zilocco. Marson stava ronfando e Rex lo svegliò scuotendolo con forza.

– Jim! Che storia pazzesca è mai questa!

– Che c’è, Rex! Che succede?

– Ora nulla. E’ già successo tutto!

– Tutto cosa?

– Non ricordi? Il gigante di nove metri, il bambino, la carovana scomparsa!

– Hai sognato, vecchio mio. Te lo dicevo io che si doveva fare una sosta da parecchie ore. Anche tu non sei più un giovanotto. Renditene conto. Su, da bravo, fattene una ragione e dormi!

– Okay, pellaccia! Come non detto!

Marson si riaddormentò di botto. Rex si alzò in silenzio, fece quattro passi e intravide, oltre la duna, il piccolo Frankie che, risolto quel suo bisognino, se ne stava tranquillamente tornando a letto. Rex stava per chiamarlo, ma seppe fermarsi in tempo. Aveva compreso ogni cosa. Il padrone della galassia aveva cancellato da tutti gli altri cervelli la memoria di quanto era accaduto, perché solo chi aveva il coraggio di Rex poteva ricordarsi ogni cosa senza provare una folle paura dentro di sé. Rex si diresse al suo giaciglio, senza trascurare di fare anche lui una piccola pisciatina, di cui non sentiva però una grande urgenza.

– Papà, chi ela il padlone di tutte le galassie?

– Era una specie di Dio, che sa tutto e vede tutto, ma che interviene solo quando c’è veramente bisogno. Vedi quel lampadario. E’ spento. E lui lo sa.

– E pelché non l’accende?

– Perché adesso tu devi dormire!

– Ma Lex Millel non aveva mai paula?

– Chissà? Forse no! Ora però chiudi gli occhi e…

 

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