Rex e l’Idra di San Diego

Rex, il nostro carissimo amico, era reduce dal “Gran Festival di San Diego dell’Unità fra le Tribù Pellerossa e la Gente di Frontiera”, dove erano intervenuti vari personaggi illustri, tra cui Jim Carson, che non ha di certo bisogno di presentazioni; Buffalo Bill, micidiale tanto con la pistola che con la carabina; Mike Fink, capace di colpire una tazza di whiskey posta sulla testa di una persona; Pecos Bill, che affrontò orsi, cavalcò puma e strozzò crotali, e che mai morì; Davy Crockett, che era di considerevole bruttezza, ma capace di montare baldanzoso su una saetta; Wild Bill Hitckok, che sparava con due fucili alla volta, oppure appoggiando l’arma sull’anca; il bufalesco Paul Bunyan, alto quasi tre metri, con la sua vacca che una volta inghiottì una stufa; Pat Garrett, un po’ invecchiato, ma sempre assai scaltro; Billy the Kid, finalmente rinsavito e con qualche capelluccio bianco; la fedifraga Calamity Jane, completamente riabilitata dopo un piccola pena detentiva; la tenace Mira Bella, moglie fedele di due mariti d’ambo i colori; il colonnello Joseph Brant, grande sachem degli Irochesi, poi guerriero filo-inglese e feroce nemico degli Jankees, e che ora vivacchiava con la pensione minima dell’esercito; e poi Doc Holliday, Butch Cassidy, i fratelli Earp, i Pinkerton, Nat e Dan, Jesse James, Toro Seduto, ormai novantatreenne, Cavallo Folle, Dente d’Oro della tribù dei Corvi, Coda Macchiata, sachem dei Piedi Bruciati, Curley il Navaho, Falco Nero, sachem dei Sacs, Nuvola Bianca, Nuvola Rossa, Nuvola Grigia, tre valorosi capi di tre diverse colori indiani, perennemente obnubilati ed in lotta fra di loro, il sempre aitante ed irriducibile Geronimo, l’ultimo guerriero, e il primo a non arrendersi mai, il saggissimo Cochise, suo spietato e lungimirante predecessore, Cavallo Bianco, d’animo serafico e conciliante, e tanti altri eroi dell’epopea western.
Tutti insieme, allora e per sempre!
Si era festeggiato, discusso, ballato, suonato, cantato, mangiato, bevuto e, soprattutto, gozzovigliato. La manifestazione era iniziata con l’ufficialità del grande incontro, ma quel poco di prosopopea che caratterizzò i discorsi dei primissimi giorni si trasformò in un “troviamoci tutti al bar che c’è sempre qualcuno che offre da bere”. In breve il Festival dell’Unità divenne una specie di mega-raduno degli Alpini, in cui “si schiudevano tutti i cuori, scorrevano tutti i vini”.
Jim Carson si mostrò subito assai sensibile al fascino di Bacco, Tabacco (e Venere!). Rex, invece, fu sufficientemente parco nel mangiare e soprattutto nel bere, ma non poté ogni volta esimersi dall’offrire e dall’essere offerto. E la compagnia del vecchio amico baffuto fu per lui un po’ traviante.
Quando mancavano ancora tre giorni alla fine del meeting, con la scusa che era nata una creatura alla figlia di suo cognato, di cui era stato nominato padrino, Rex si congedò da quegli amici chiari e se ne partì in tutta fretta verso la riserva degli Zilocches, assai desideroso d’immergersi nel tran tran quotidiano, che per lui poteva anche significare gettarsi a nuoto nelle rapide, inerpicarsi per cippi innevati, essere coinvolto in una pericolosa sparatoria oppure affrontare in duelli mortali micidiali bounty- killer…
– Papà! Chi sono i bantichille?
Erano dei loschi tipi che giravano il paese cercando di uccidere i banditi per quattro soldi. A volte lo stesso Rex dovette misurarsi con alcuni di loro, per difendere se stesso o i suoi cari.
Ancora un po’ stanco per i bagordi dei giorni passati, Rex decise di fare una sosta sotto una mangrovia che ombreggiava ai piedi di una collina.
– Chissà, forse mi sto rammollendo!
Non aveva neppure finito di formulare questo pensiero che udì uno straziante urlo di donna.
– Aiuto!
Rex corse immediatamente nella direzione da cui era stato lanciato il grido e s’imbatté in una giovane donzella vestita stranamente che, tutta piangente, lo implorò di fermarsi e di ascoltare la sua storia.
– Sono la contessina Genoveffa de Pilzettis, figlia di re Dagoberto di Toscana. Il mio fidanzato è Gustavino de Penellis, figlio del Gran Duca d’Arezzo. Siamo dovuti fuggire dal reame di papà a causa di una congiura di palazzo che ha portato al potere il crudele cugino Arcibaldo de’ Pazzi. Tra l’altro io sono… pure incinta!
– Auguri!
– Grazie!
– Siete Italiani?
– No. Toscani.
– E cosa ci fate in America?
– Cosa?
– Dove si trova ora quel Gustavino?
– Sta combattendo da solo con un’Idra!
– Mi ci porti!
– Fatemi montare sul vostro destriero, signor cavaliere, presto!
Dinamite, il velocissimo caballo niuro di Rex, divorò la strada che recava al luogo della tenzone fra Gustavino e la misteriosa Idra.
– Che sarà mai questa Idra? – si chiedeva Rex Miller.
– Dietro quel dosso c’è Gustavino! Speriamo che sia ancora vivo! – gridò, con voce straziata, la ragazza.
Gustavino era ancora vegeto e agguerrito, armato di una lunga e pesante alabarda, ma ridotto quasi in canotta e mutande. Davanti a lui c’era un bestione grosso quanto quel tirannosauro che Rex aveva già affrontato con successo in una passata avventura.
– Me la lacconti ancola, papà?
Più tardi, ora Gustavino ha troppo bisogno di noi o, meglio, di Rex Miller. L’Idra emetteva da ognuna delle sue quattro teste delle tremende zaffate di fuoco e dei rimasugli non digeriti di alberi e vegetazione e di piccoli roditori di cui probabilmente era assai ghiotto. Le vampe non erano tali da carbonizzare Gustavino che però, ad ogni scontro, ci rimetteva una parte significativa del suo abbigliamento. Era ormai rimasto quasi in deshabillé. Il mostro era assolutamente terrificante. Al suo confronto il dinosauro dei Siouxs era un animaletto da cortile, facilmente gestibile anche da un bambino di cinque anni.
– Anche io ci liuscilei, papà?
Certamente! L’Idra era di color beige con dei grandi ocelli azzurri su buona parte del corpo. Gustavino non era un cattivo paladino. Anzi, riusciva a colpire talvolta l’Idra, pur senza sortire effetto alcuno. L’unica parte molle del mostro era data dai suoi lunghi colli, che talvolta Gustavino giungeva a troncare, come si fa con la falce quando si combatte con l’erba alta, separandoli dal voluminoso corpo, tanto grasso da rendere un po’ tardi i movimenti del rettile. Ogni volta però che il prode de Penellis, rischiando di bruciacchiarsi tutto, riusciva a decapitare una testa, entro un paio di minuti cominciava a spuntarne una coppia, ognuna delle quali iniziava presto a sputacchiare tizzoni ardenti. Le teste ora erano diventate cinque.
– Gustavino! – grido Genoveffa.
– Mia amata, fuggi da qui! “Procomberò sol io”!
– Non ti abbandonerò mai!
– Invece lo abbandoneremo subito!
– No, messere, Vi prego!
– Signorina! La porterò al sicuro e poi correrò in aiuto del suo promesso sposo!
Detto questo, Rex galoppò in direzione di un fiumiciattolo che aveva visto scorrere lì nei pressi.
– Se per caso si fa vivo il mammolone, si butti subito a mollo. L’acqua è bassa e la corrente leggera.
– Ora andate dal mio Gustavino, nevvero?
– Vado e torno!
A Rex stava spuntando in capo un’idea per un piano che forse poteva riuscire, con un po’ di fortuna e di buona volontà. Si ricordava di una caratteristica del terreno di una zona vicina che poteva servire allo scopo. L’unica difficoltà consisteva nel convincere l’Idra a seguirlo fin là.
– Tieni duro, Gustavino!
– Messere, dove avete recato la mia futura sposa?
– Al sicuro, a differenza di noi due!
– Vi sarò debitore fin che vivrò!
– Se vuol vivere ancora parecchi anni le conviene montare dietro di me!
– E la Bestia Immonda?
– Ci seguirà!
Detto questo, Rex girò attorno all’Idra cominciando a sparargli nel sedere.
Le pallottole rimbalzavano su quella sua pellaccia, come era prevedibile. Il ranger mirò ai colli e li forò tutti quanti. In tal modo il fuoco che saliva incandescente dallo stomaco un po’ tracimava dai buchi causati dai proiettili. Una rapida cicatrizzazione, però, presto ricuciva lo strappo. Mentre Gustavino montava dietro al ranger, la Bestia Ignea cominciò a rendersi conto che c’era un nuovo avversario da abbrustolire. Sputò ancora il suo fiato mefitico e incandescente, che terminò di bruciacchiare la canotta di Gustavino. Ormai Rex galoppava in direzione del luogo ove aveva stabilito di portare a termine il suo piano. Non correva troppo forte, perché non voleva che l’Idra lo perdesse di vista. Non poteva lasciarlo libero di scorrazzare nella prateria ed incendiare i villaggi dei suoi Zilocches. Doveva assolutamente renderlo inoffensivo. Era ormai visibile la Terra delle Caverne Sotterranee, dove d’estate i bimbi della tribù erano soliti giocare ai quattro cantoni. Giunto colà, Rex condusse il cavallo nel vano interno di una grotta, costellata da numerose aperture naturali, da cui si poteva intravedere quanto accadeva all’esterno.
– Come nei sottomalini, papà?
Esatto!
– Eccoci! Scendiamo da cavallo e cominciamo pure i fuochi artificiali.
Rex si sporse da un anfratto e sbraitò qualcosa di incomprensibile all’indirizzo dell’Idra. In realtà aveva detto in perfetto Zilocchese:
– Marameo cucù! Marameo cucù!
L’Idra se ne ebbe a male e spedì verso il ranger, senza per altro sfiorarlo, una folata di salivaccia bollente!
– Che maniere! Sei peggio di un cammello!
Rex rispuntò dalla medesima apertura e ripeté la grave ingiuria:
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
Poiché il ranger si era ritirato prima di farsi prendere di mira, l’Idra a mo’ di struzzo, aveva infilato uno dei suoi cinque colli dentro la fessura. Rex fu rapidissimo ad intrappolare la testa, e a legarla con il lazo ad un spuntone acuminato, in un modo così serrato che non poteva né liberarsi né muoversi. Se l’Idra voleva sputare fuoco in quel pertugio poteva farlo ora in una sola direzione.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
E la seconda testa fu intrappolata!
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
Anche la terza capoccia seguì la sorte delle prime due.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
Toccò quindi alla quarta zucca.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
La quinta testa penetrò in una delle gallerie ma, nel frattempo, Rex era riemerso in superficie e montato a cavallo, avendo utilizzato un’uscita d’emergenza della caverna. Si era posto ad una rispettabile distanza dal bestione. Vicino alla grotta c’era un palo del telegrafo che suggerì un simpatico diversivo al ranger. Rex faceva da lì capolino.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
L’ultima testa libera dell’Idra, assai accigliata, se ne uscì dal buco e, individuato, il cowboy sfottitore, cominciò a bombardarlo di lapilli. Rex si era piazzato oltre la gittata massima di quello sputafuoco, per cui i tentativi di incenerimento altro non fecero che bruciacchiare un po’ i cespugli della prateria, disturbando quella piccola fauna fatta soprattutto di topi, di serpenti a sonagli e di piccoli mustelidi. Rex formò dei giri sempre più ampi al suo lazo che finalmente lanciò, catturando al primo colpo l’unico collo rimasto alla bestia. In breve legò un capo della corda ad un tronco di quercia già semidistrutto da un lampo. Girò poi attorno all’animalone e ci montò in coppa.
– Giddap! – urlò scappellandosi, da bravo ex mandriano. Raggiunse poi la bocca dell’Idra e la chiuse con del fil di ferro. Sceso da quella Chimera, ormai resa innocua quanto un cincillà, Rex sistemò in simil guisa anche le altre quattro teste.
I due nuovi compagni si recarono al fiumiciattolo dove li stava aspettando ansiosamente la bella Genoveffa.
– Finalmente siete venuti! Quanto tempo però!
– Abbiamo avuto da fare, signorina!
– Messer Rex ha ridotto all’impotenza quell’Idra funesta!
– E mo’, galantuomini?
– Avrei una mezza idea. – disse il ranger del Texas.
I due fidanzatini si rivolsero l’un l’altro uno sguardo interrogativo.
– Gustavino mi ha spiegato durante il viaggio che il castello del Re di Toscana sorge a poche miglia da qui. Faccio un po’ fatica a crederlo, ma oggi mi sono imbattuto in così tante assurdità che non mi posso permettere di dubitare delle vostre parole. A quanto pare il cugino Arcib… Arcib…
– Arcibaldo! – gli suggerì Genoveffa.
– Che caspita di nome! Okay, quel tale ha usurpato il posto che spetta di dovere a suo padre. La Guardia Reale è stata imprigionata insieme al re dagli sgherri del vile cuginastro e perciò ora quel tanghero è padrone del campo. Noi siamo solo in tre e… mezzo! E solo io porto armi da fuoco.
– Sono fantastiche! Rex, mi devi insegnare ad usarle!
– Promesso, Gustavino! Ma ora non c’è tempo. Noi abbiamo però un’arma terribile che quei marrani ignorano!
– Quale? – chiesero all’unisono i due cuori innamorati.
– Il lucertolone!
– Ah!
– Non male vero?
– Come no! E chi ce la fa a portarlo?
– Verrà da solo!
Rex sistemò le mandibole dell’Idra con un ingegnoso sistema di fili di ferro che a piacere consentivano l’apertura e la chiusura delle cinque bocche da fuoco. I due Peynet furono poi comodamente sistemati su una cesta posta sulla schiena del rettile. Irridendolo con il solito richiamo zilocco, Rex guidò l’Idra disarmata fino al tanto vagheggiato Castel Nuovo di Firenze. A quel punto Rex affidò Dinamite al valoroso paladino toscano.
– Andiamo Gustavino, che c’è gloria per tutti!
L’Aretino a cavallo, con l’alabarda ben tesa, e il Texano, con le sue fide colt e le cinque sputa-fuoco biologiche, seminarono il panico tra gli sgherri di Arcibaldo de’ Pazzi che, in meno che non si dica, si arresero, sconvolti più che altro dal punto di vista psicologico. Il re fu liberato e il suo primo nobile atto fu di prendere a calci nel sedere l’ambizioso cuginastro che implorò tra le lacrime il perdono, promettendo che non avrebbe mai più attentato alla vita del sovrano!
– Maledetto! E pensare che giocavamo insieme a strummulu!
– Lo lasci perdere, maestà! Mi pare che si sia davvero pentito della sua scelleratezza!
– Messer Rex! Consentitemi di nominarvi conte. Vi sono debitore di un Reame e di una figlia! E anche di un genero!
– E anche di un nipotino!
– Cosa?
– Sì papà… sono incinta di tre mesi!
Il re rimase senza parole, per alcuni interminabili istanti, e con la bocca assolutamente spalancata!
– Sire! Ehm… Che ne facciamo del… ehm… lucertolone?
– Ve lo potete anche tenere, messere!
– Come!?!
– Ho detto che ve lo potete tenere!
– E che ci faccio? Lo metto nel parco giochi della tribù?
– Affari vostri, messere!
– Ma che diamine! E non mi si era fatto conte, tra l’altro?
Rex si rigirò parecchie volte, assai innervosito, nel sacco a pelo di vero castoro texano, che egli recava sempre appresso, sia che andasse incontro a qualche avventura sia che fosse diretto a caccia o a qualche festa di paese.
– Mmmmm! E se stessi solo sognando? – bofonchiò tra sé e sé – E’ probabile! Mi deve aver fatto male, tra l’altro quell’indigesto stracotto d’asina seminole che Jim mi ha fatto ingurgitare a tutta forza ieri sera. Ma come cavolo si fa a svegliarsi! Proverò con un pizzicotto! Ahi! Un altro! Ahi! Ma allora! Era solo un sogno! Ah ah ah! L’Idra! Genoveffa incinta! Gustavino d’Arezzo! E Arcibaldo! Ah ah ah! “Non lo faccio più! Prometto!” Però non era malaccio da cavalcare, quel Dragone puzzolente! Buono soprattutto per accendere quei fragranti ed aulenti Toscani! Ah ah ah! Hasta luego, amigos! Ah ah ah!
Hasta a te, caballero!

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