A lume di candela

Prima meditazione

Siccome mi sento spesso ripetere che l’Assoluto “appare” (in “qualche modo”, si aggiunge subito dopo; epperò non si sa mai dire bene quale sia questo “modo”…) ovvero che l’Assoluto “si manifesta” – e poco cambia che mi si dica che *può* (libertà) o che *deve* (necessità) manifestarsi –, ebbene, chiederei, ora davvero con una certa intransigenza e perentorietà, che si risponda alla domanda che, in tali occasioni, sempre pongo e sempre sistematicamente resta inevasa, ossia la seguente, molto semplice: A CHI si manifesterebbe l’Assoluto? e, SE non si manifestasse, non sarebbe Assoluto? Ovviamente, non prenderò in considerazione come “risposta” sensata il “manifestarsi a se stesso”, che è espressione priva di senso, perché contraddittoria.
Marco Cavaioni

 

1. Se l’assoluto è in quanto tale, perché non dovrebbe apparire?

L’assoluto, proprio in quanto è sciolto da qualsiasi limite, non può essere limitato, non può essere cioè legato entro i limiti di una conoscenza che lo determini nella forma di un oggetto. La forma dell’oggetto infatti, in quanto costruzione trascendentale, può rappresentare l’assoluto, l’illimitato, solo limitandolo nella forma della sua rappresentazione, quindi essa non può essere l’assoluto che rappresenta; se lo potesse, sarebbe già essa stessa assoluto, dunque non sarebbe nemmeno possibile la distinzione tra un assoluto e la sua forma trascendentale.

Perché dunque una costruzione trascendentale dell’assoluto? Perché, più in generale, una forma dell’assoluto? Esso è infatti l’illimitato: può l’illimitato essere limitato, determinandosi entro una forma costruita trascendentalmente? Se l’illimitato non potesse essere limitato, allora non sarebbe illimitato ma sarebbe di già un limite, ovvero non sarebbe l’assoluto, non sarebbe cioè l’incondizionato, ciò che non può essere condizionato da alcun limite. L’aporia si risolve speculativamente: l’assoluto, proprio in quanto tale, può essere illimitato in quanto limitato (entro una forma trascendentale); e, inversamente, esso può essere limitato (entro una forma trascendentale) proprio in quanto illimitato.

Il movimento appena descritto genera in sé un’espansione infinita del limite. Il limite infatti, applicato all’illimitato, deve essere contemporaneamente posto e tolto; la posizione di un limite all’illimitato implica un prodotto che può essere tale solo in quanto tolto: il limite si sa come limite, dunque è il già pensato, ovvero ciò che limita l’infinitezza del pensare. Il movimento di posizione e toglimento del limite del pensato, applicato all’illimitato, è appunto l’apparire e lo sparire di una forma dell’assoluto, il coglimento della quale ne implica contemporaneamente la sparizione.

Se dunque l’assoluto in quanto illimitabile non apparisse, sarebbe limitato dal non apparire; quindi non sarebbe assoluto.

2. Se l’assoluto non si manifestasse, non sarebbe in quanto tale? Perché la manifestazione dell’assoluto non dovrebbe essere contraddittoria? A chi dovrebbe esso manifestarsi?

a) L’assoluto è tale a prescindere dal suo manifestarsi: la forma trascendentale nella quale esso si manifesta, lo rende conoscibile ma non lo rende essente in quanto assoluto, già essendo l’assoluto di per sé. L’apparire trascendentale dell’assoluto, che subito dispare, pone un limite nell’illimitato, ma il limite può essere tale solo in quanto tolto, solo in quanto già saputo come limite. La limitazione dell’illimitato è dunque posizione di un non ponibile, non ne può quindi condizionare l’assolutezza: l’illimitato continua ad essere in quanto tale anche nel limite; pertanto, il manifestarsi dell’assoluto entro il limite del pensato, il suo essere non posto in quanto pensato, non ne condiziona l’assolutezza.

b) L’assoluto continua dunque ad essere tale anche manifestandosi nel limite. Il limite però deve essere posto e tolto, altrimenti non potrebbe determinarsi come limite dell’illimitato. La posizione di un non ponibile, la determinazione oggettuale di un non oggettivabile, che è il limite dell’illimitato, deve quindi togliere ciò che pone: il limite agisce in quanto tale nell’essere tolto, agisce cioè in contraddizione con se stesso, senza che ciò condizioni l’assoluto che nel limite stesso si manifesta. È dunque questo stesso limite nella sua espansione infinita ad essere contraddittorio, non l’assoluto che esso manifesta.

c) Se l’assoluto è tale, allora esso è l’unico esistente; dunque non ammette l’esistenza di qualsivoglia altro da sé: l’unità dell’assoluto non può essere scissa. Tuttavia tale unità, proprio in quanto assoluta, non è condizionata da alcun limite, ovvero è illimitata; essa può dunque limitarsi all’infinito, senza che tale limitazione ne scinda l’unità. Ora, il chi è il termine (altro dall’assoluto) della manifestazione stessa, è il limite entro il quale dovrebbe contenersi la manifestazione dell’assoluto. Ma il limite dell’illimitato, per essere tale, deve essere posto e tolto in un’espansione infinita del limite stesso, deve cioè essere limite inesauribile: un limite inesauribile, che non si esaurisce mai in quanto limite, è limite infinito, venendo a coincidere con la stessa infinitezza dell’illimitato di cui è limite; cadendo dentro all’infinito, avvenendo dunque all’infinito, cessa di essere limite pur permanendo infinitamente come tale. Il chi espanso all’infinito è pertanto limite non limitante dell’illimitato: pur essendo distinto dall’assoluto in quanto ne è il limite, è identico ad esso in quanto ne è limite infinito, inesauribile.

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2 pensieri su “A lume di candela

  1. L’esigenza di Assoluto, necessaria e costante per un pensiero limitato, non comporta di per se stessa un’insolubile contraddizione.
    Se la comporta, ciò dipende dal fatto che il pensare vuol definirsi anticipatamente attraverso la sua esperienza mondana.
    E, dunque, quella contraddizione non appartiene ad un pensiero rivolto all’Assoluto, ma al pensiero che vuole raggiungere l’Assoluto partendo dal presupporgli la suddetta esperienza.
    Per questo, coglie nel segno Nicolò Cusano quando, ne “I dialoghi dell’idiota”, scrive: «Ti dico anzi che Dio è la facilità infinita e che a lui non si addice mai di essere la difficoltà infinita».

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  2. Ringrazio Alessandro Negrini e Luck Scaywolker per il gradimento, nonché Marco Cavaioni per la considerazione che mi ha offerto lo spunto.

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