Rex e l’invisibile Bill

Quella volta Rex fu chiamato dal comando dei rangers del Texas per risolvere un caso che sembrava destinato a restare insoluto. In sette mesi c’erano state altrettante rapine ai danni della diligenza che da Laredo portava a Santa Fè. Che le rapine recassero la stessa firma era fuor di dubbio per come s’erano svolti i fatti. Non si sapeva però se fossero opera di una vera e propria banda di delinquenti oppure di un misterioso fuorilegge isolato. Tutto ciò può apparire a prima vista incredibile ma… ora stammi bene a sentire…

– Papà, cosa sono i fuolilegge?

Sono quelli uomini che agiscono contro la società restando nascosti fuori dal paese. La carovana percorreva senza fastidi il suo percorso quando, ogni volta, all’improvviso…

– Pelché tu dici semple “all’implovviso”?

Perché nel West tutto accade così, d’un tratto, secondo la teoria dei quanti. Si sentivano delle schioppettate e delle grida, appariva un cavallo sellato e scosso, senza nessuno in groppa cioè. Il conducente dava subito l’alt alle proprie bestie. Una voce forte allora urlava:

– In alto le mani se vi preme la vita!

Tutti levavano in alto le mani anche se non si scorgeva nessuno. Qualcuno, o forse qualcosa, sbottonava le giacche e i panciotti degli uomini e perquisiva senza ritegno le donne. Soldi, ori e preziosi sparivano come d’incanto. Quando quella gente disgraziata si riaveva dalla sorpresa, poteva solo prendere atto di essere stata completamente spogliata di ogni avere. Il cavallo intanto era fuggito oltre alcune ripide rupi, dove probabilmente viveva allo stato brado. Ben presto si sparse la voce che esisteva un cavaliere fantasma che derubava le diligenze.

Al Comando dei rangers non credevano a siffatte leggende e il maggiore Nelson, un po’ afflitto, chiamò il buon Rex per affibbiargli il compito di sbrogliare quell’intricata matassa. Rex ascoltò attentamente il rapporto che il colonnello ansiosamente gli stava snocciolando e ogni tanto scrollava il capo. Talvolta il suo viso si faceva pensieroso, come se stesse rimuginando qualcosa. Egli era un uomo logico e pratico, che andava dritto al sodo. La vita però gli aveva riservato delle vicende al limite dell’incredibile che gli aveva aperto, che dico?, spalancato la mente. Non è che lui credesse passivamente alla magia senza dubitare nemmeno un po’, ma ammetteva sempre l’eventualità di ogni sorta di diavoleria. Ti ricordi cosa gli era capitato quella volta col bambino che aveva perso i genitori nel deserto?

– Sì, papà. Me lo lacconti ancola?

Un’altra volta, ragazzo. Ora dobbiamo occuparci di queste rapine misteriose. Quando il generale ebbe finito di parlare, Rex accettò volentieri l’incarico, ma gli spiegò che aveva una fretta del diavolo di ritornare al proprio villaggio perché doveva andare a caccia di cervi. Che dunque gli si desse carta bianca e ogni sorta d’appoggio. Assegnò al colonnello il compito di spargere la voce che il mercoledì successivo la diligenza avrebbe trasportato con sé le paghe annuali dei soldati e che non sarebbe stata scortata a causa della cronica penuria di uomini. Detto ciò, garantendo il successo del proprio piano, Rex si scusò col maggiore, che l’aveva gentilmente invitato a cena, saltò al volo sul proprio cavallo ed uscì dal fortino come un forsennato. Si diresse sulle Colline Nere, dove risiedeva una tribù assai temuta di indiani Paqui, che il ranger non temeva perché era amico d’infanzia del loro sachem, un certo Castoro Indeciso.

– Papà, cos’è un sachem?

E’ il capo degli Indiani. Giunto al villaggio Rex chiese di lui. Un anziano gli rispose che purtroppo non c’era.

– E’ forse uscito? – s’informò Rex.

– No, è stato probabilmente accoppato sette lune fa – gli rispose con pacatezza l’Indio che Rex riconobbe come Orso Fantastico, il fratello stregone del capo. Una sera, aggiunse Orso, il sachem era uscito dopo aver cenato, per fare due passi incontro alla luna. E di lui non si seppe più nulla, né fu mai rinvenuto il suo corpo.

– Sette lune fa… – bisbigliò fra sé e sé Rex – Molto interessante…. Rex si ricordava dell’esistenza di un terzo fratello, la pecora nera della famiglia…

– Pelché lo chiamavano la pecola nela?

Il suo vero nome era Lupo Tedioso ma, nonostante il nome, era la pecora nera della famiglia perché all’età di vent’anni aveva cercato di far fuori il fratello maggiore, della cui fortuna era geloso, per subentrargli come capo della tribù.

Rex gli chiese che ne era stato di lui. Orso scosse il capo e non volle rispondere. Il ranger gli si fece un po’ sotto e, delicatamente, lo prese sotto braccio, sussurrandogli:

– Sento che hai qualcosa che ti rode il fegato, amico. E’ ora che ti decida a tirare fuori il rospaccio. – Il vecchio chiese a Rex di giurare su Manitù di mantenere il segreto su quanto gli stava raccontando. Questi acconsentì. In breve. Lupo, a causa di una bionda, si era venduto tutto quello che possedeva ed era rimasto senza mezzi di sostentamento. Era diventato un ubriacone e di lui si erano perse le tracce fino ad un anno prima, quando fu rinvenuto il suo cadavere all’uscita di un saloon, presso l’abbeveratoio. Si sospettava che l’assassino fosse un baro di nome Bill, con cui Lupo Tedioso aveva fatto per anni comunella. Costui era un ladro, oltre che un giocatore di carte, ed aveva dei gravi precedenti penali. Era stato scarcerato per buona condotta, ma da allora aveva vissuto d’espedienti. Rex, che aveva ascoltato attentamente la storia raccontata dal vecchio, quando quello ebbe finito, gli disse:

– Orso, andiamo al nocciolo della questione. Tu sei stato un grande stregone che, fino all’età del pensionamento, ha strabiliato la tribù con tutta una serie di trucchi e trucchetti. Ricordo come se fosse ieri quella volta che Castoro Indeciso mi aveva invitato ad un tuo spettacolino, e in quell’occasione ebbi modo di ammirarti in un numero stupefacente. Ti eri nascosto sotto una coperta di pelle di bufala cilintrana. Poi un guerriero aveva scagliato una lancia contro di te. Poco dopo tu apparisti magicamente alle spalle del pubblico, a raccogliere i meritati applausi. E’ giunta l’ora di gettare la maschera. Era un trucco di prestigio oppure qualcosina di più…?

Orso Fantastico ebbe come un lampo negli occhi nel rammentare i trascorsi successi della sua luminosa carriera. Poi si fece serio e confessò a Rex il proprio tragico segreto. C’era un’erba sulle Colline Nere con cui si poteva preparare una specie di tisana molto olezzante. Se la si ingurgitava si diventava invisibili. L’effetto durava non più di tre ore, ma era garantito. Il mattino dopo Rex lasciò l’accampamento e si diresse al forte. Era domenica. Nei tre giorni seguenti Rex trascorse un po’ fiaccamente il tempo al saloon a condurre a buon fine dei lunghissimi solitari e… null’altro. Il capitano una volta osò chiedergli se stava prendendo seriamente l’incarico. Rex rispose di sì, sorridendo, e cambiò subito discorso. Mercoledì mattina la diligenza partì da Laredo al solito orario e senza traccia di passeggeri. All’incrocio che conduce per una via a Santa Fè e per l’altra a Lentiscosa, si sentì una schioppettata. Puntuale come una bolletta della Sip ecco giungere il solito puledro privo di cavaliere. Il nocchiero fermò il quadrupede e alzò spontaneamente le mani, senza che nessuno gli avesse detto una parola. Risuonò una voce stridula che gridò.

– In alto la mani! Mannaggia! Manco ho parlato e già questo si è arreso! Uhm! Strano!

Il cavallo si avvicinò alla carrozza e “qualcuno” spalancò la portiera. Esposta in bella vista c’era una cassetta di legno, socchiusa e assai invitante! Il suo coperchio parve sollevarsi da sé, quando una voce bofonchiò:

– Ammazzete! Mai visti tanti soldi in vita mia! Quasi quasi mi arruolo anch’io! La naja paga!

– Papà, cos’è la naja?

Il mestiere che fa il soldato. Delle mani fantasmi presero la cassetta e la caricarono sul cavallo, esclamando:

– Mi sembra tutto fin troppo facile!.

Intanto il conducente che si era subito arreso si era anche appisolato, come se si fosse annoiato a causa dell’intoppo occorsogli nel viaggio.

– Ma guarda un po’ quello lì… E’ la prima volta che… Ehi! Bada bene di non seguirmi! Intesi?

Il vetturino rispose alla voce fantasma con un ronfo basso e profondo. Il cavallo apparentemente spoglio di cavaliere prese a correre un po’ faticosamente, come se invece trasportasse un grosso peso. La salita sembrava troppo ripida per lui e ogni tanto si sentiva la voce di prima che lo spronava a galoppare.

– Giddap! Su, cavallino… un ultimo sforzo e ci siamo!

Dopo un paio d’ore la bestia, quanto mai affaticata, giunse nei pressi di una caverna. Intanto, magicamente, gli era apparso in groppa un uomo, un biondino dal ceffo poco raccomandabile.

– Parola di Bill, ancora un paio di colpi come questi e ci potremo ritirare a vita privata, che ne dici Morellino? Oggi non mi sembri per niente in forma! Prima di cambiar regione, dovremo però occuparci di quel trombone pennuto!

Bill scese da cavallo, lo legò, e si diresse all’interno della grotta. Lì se ne stava, legato come un salame, un vecchio sachem che rispondeva, guarda guarda, al nome di Castoro Indeciso.

– Hai sete, vecchio mio?, gli domandò Bill gettandogli con disprezzo una borracciata in testa, e sghignazzando. Non aveva terminato quel gestaccio incivile che Bill spiccò un magico volo andando a sbattere contro la parete dell’antro.

– Ahi! Cos’è stato?- lo si udì gridare. Qualcosa lo prese per la camicia e lo sollevò da terra, dopo di cui tornò a sbattere contro la roccia. Poi apparve Rex, come d’incanto.

– Chi sei, maledetto? – gli urlò Bill.

– Non importa tanto chi io sia, bellezza, ma cosa ti farò adesso.

Rex lo riprese in mano, come se fosse un pargoletto, e gli appioppò un pugno poderoso alla mascella. Bill accusò duramente il colpo e svenne. Il ranger liberò Castoro Indeciso e gli chiese di raccontare la sua storia. Nel corso della sua lunga prigionia, egli aveva sentito Bill vantarsi più volte di aver ucciso Lupo Tedioso, dopo che questi gli aveva confessato durante una sbornia che i suoi due fratelli erano in grado di diventare invisibili grazie ad un’erbetta magica a loro solo conosciuta. Bill aveva quindi rapito Castoro Indeciso perché Orso Fantastico gli pareva troppo pericoloso per via dei mille trucchetti magici che senz’altro praticava e che un po’ lo spaventavano. Castoro, minacciato da una colt, accettò di svolgere la mansione di fattucchiere, mestiere che aveva imparato quand’era giovane, sotto la sapiente guida di Orso. Era però sicuro che, prima o poi, Bill l’avrebbe fatto fuori perché era ormai in grado di prepararsi da solo la pozione. L’intervento di Rex gli aveva salvato la vita.

Il ranger accese un focherello con cui inviò dei segnali di fumo per avvertire i Paqui del ritrovamento del loro sachem. Dopo aver legato e caricato sul cavallo il malcapitato Bill, che era ancora esanime, salutò il vecchio amico. Unirono poi formalmente i polsi in segno di grande amicizia. Si sarebbero rivisti forse verso la primavera, in occasione di qualche raduno.

Rex prese tutti gli ori e le ricchezze rubate da Bill, lasciando nella grotta la cassa di legno contenente le paghe dei soldati. E si diresse quindi al forte.

– Papà! Pelché ha lasciato nella glotta la cassetta?

Glielo domandò anche Bill, non appena furono usciti all’aria aperta.

– E cosa gli lispose Rex?

Nulla, ma iniziò a ridere così forte, che Bill si offese come una iena maculata e non gli rivolse più la parola per tutta la durata del viaggio!

– E pelché lise?

Mah…? A capirlo poi!

– E’ un segleto?

Sì, figlio mio.

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