Elogio critico del Sopracciò

Elogio critico del Sopracciò

 

Sopracciò da ragazzo, in preda a malinconia misantropa, talvolta fraternamente abbraccia, solo e desolato, un albero, come se fosse a lui compagno, nel senso di uguale a sé. Egli, figlio di socialista, in giovane età aderisce alla fede comunista.

Suo padre è un uomo di spessore, presidente di una cooperativa agricola, ma si sente sempre un mezzadro. Il Sopracciò lo immagina e forse lo scorge, col cappello in mano, mentre si reca a sentire i professori del figlio, come quando ci si inginocchia al confessionale per qualche atavico peccato.

Pur parendo ombroso, spesso, in compagnia, è in grado di escogitare quell’act gratuite, degno di un André Gide; di lanciare quella battuta icastica, degna di un Vittorio Gassman, mattatore improvvisato, in grado di scompensare e, al contempo, rallegrare il gruppo di amici.

I suoi ex compagni di classe lo ricordano come un ragazzo originale, simpatico, chiuso e aperto ad un tempo, e molto spiritoso.

Ha sempre temuto gli esami orali, e affrontato le interrogazioni con malcelato terrore, affrontando serenamente gli scritti, specie se sotto forma di quiz a risposta chiusa.

Lui, ancora oggi, crede di essersi sentito, in quel periodo, troppo diverso, per essere amato, accettato, stimato dall’“altro”.

Nessuno lo sa, lui meno di chiunque, ma è in quei momenti spinosi e irregolari che il Sopracciò si spiana la strada per il suo futuro brillante.

Nel 2017 riesce finalmente ad affermare: “Ho raggiunto risultati che vanno ben oltre la mia aspettativa. Quel che la vita mi ha dato è così tanto che a volte mi chiedo se è davvero successo!” Lo dice con tono spassionato, col dito indice rivolto all’alto.

 

Alcuni decenni dopo…

 

Nei nervosi anni di fine secolo e nei primi, più monotoni, che seguirono, il Sopracciò vede crollare il mondo intorno a sé, mattonella dopo mattonella, muro dopo muro.

Provò a riedificare un nuovo edificio, in base a nuovi criteri e teorie.

Ma la vecchia ideologia, ormai fraintesa da tutti, aveva perso il suo carattere di collante.

Non cessò di essere comunista, fu il comunismo a cessare in lui.

A spegnere quella fiamma che non bruciava più, ma nemmeno più riscaldava.

Al figlio del mezzadro, non rimase che provvedere alla creazione di un nuovo mito.

Il Sé si espanse così tanto, che ormai faticava ad essere contenuto in una singola stanza.

Il suo stesso modo di camminare si trasformò. Era sempre parso un pivot condannato all’ennesimo rimbalzo in attacco, che pesantemente risaliva verso l’area avversaria. Ora il passo era, o pareva, più determinato. Rimaneva però il pur virile bacineggiare dell’ex mezzadro padano, uomo dotato dalla natura di un paio di anche ipertrofiche.

Quando il suo Sé non fu più in grado di entrare in ufficio, l’ufficio finì, inevitabilmente, ad entrare in lui.

 

Il sopracciò

 

A Bologna, durante il corso per ispettori, il Sopracciò stabilì il record di un mese intero di scrocco. Al bar toccava sempre offrire ai suoi due epigoni, leggasi gli attuali “Segretario” e “Capo Boaro”. In tali casi egli aggiungeva un Ferrero Rocher a testa, ai due offerenti e a qualche astante casuale.

Amava allora ricordare che gli capitò di incantonare un noto scroccatore di Montecchio, a cui riuscì di far offrire addirittura un pranzo. E rideva, pensando così di allietare i pur amati solidali, nella loro miserevole condizione di lavoratori sfruttati dal collega emergente. Al che, il futuro Capo Boaro, non ancora tale solo dal punto di vista nominalistico, obbiettò: “Con quello facesti bene, ma noi, che c’entriamo?

Nella sua matura età, il Sopracciò non ha rinunciato a questo vezzo, a quest’erogazione forzata da parte della corte di tributi, ma talvolta sa sorprendere l’uditorio con una smodata mega offerta di caffè, paste e dolcetti vari. Durante quest’epifania di doni, il Sopracciò non manca di sottolineare ripetutamente che è lui ad offrire: “Oh! Sono io che ho offerto oggi! Volevo solo farlo notare!”, tono stentoreo, gesticolare impetuoso, con braccio destro levato come un’asta, su cui sventola la bandiera del suo essere quello che è: l’Unico e il Genuino, insomma il Sopracciò! L’effetto dura l’espace d’un matin, ma è cosa significativa, miracolosa, meravigliosa. C’è però da distinguere fra le due offerte. Quella del Sopracciò che elargisce “benevolmente” cibo e bevande alla corte, e l’inverso, quando la corte “omaggia” il Sopracciò. Il primo gesto è dettato da magnanimità, ed è “assolutamente” franco da vincoli o debiti. Il secondo è un atto “tradizionalmente” dovuto, un’offerta disciplinata da regole. Anche e non solo per questo, più onerosa. Il suddito sa bene che al Sopracciò spetta non solo una pasta (in genere un cannellino), un, pur piccolo, panino (al prosciutto per lo più), un te caldo, ma anche, “assolutamente” e “necessariamente” una bottiglietta di acqua naturale che, con autorità, il Sopracciò direttamente stacca dal frigo del bar aziendale, ammonendo l’offerente con le consuete parole: “Oh… c’è anche questa “ovviamente”!” – tono sereno, autorevole, e mai autoritario; gesto “plastico”.

 

Il Sopracciò scoprì, solo intorno ai trent’anni, di essere alto più della media.

Soltanto verso i quaranta, ebbe la gradita sorpresa di attestare di possedere un glande superiore al normale. Del prepuzio non ha, alla presente età, ancora notizie attendibili.

Questo lo porta talvolta a considerare alcuni amici, nonché membri della corte, in una maniera superlativa, dicendo di uno di loro, il Capo Boaro, per esempio: “E’ un genio e non lo sa!” Esagera? No, è il sopracciò. Non esagera mai il Sopracciò, ma esaltate sono, per principio, le sue parole.

Il Sopracciò allude con una certa frequenza alle esperienze vissute e alla farmacopea assunta da parte di un fantomatico cugino, mai identificato. Quando ne parla, ghigna.

Su un unico dogma si fonda il sopracioato, ma in fondo è lo stesso su cui si reggono tutti gli autocratismi di questo mondo. Egli è incapace di aver torto. Al contempo, talvolta ammette, rivolto ad un membro della corte: “Mi tocca darti ragione!”, tono complice, gesticolare: una pacca sulla spalla rasserenante.

Una caratteristica del Sopracciò è la congenita incapacità di uscire da una gaffe, rifugiandosi in off side, o cambiando argomento, come farebbe un comune mortale. Lui, addentrandosi in un torbido cul de sac, deve soltanto amplificare. Proviamo ad immaginarlo in un bagno della Direzione Territoriale del Lavoro di Reggio Emilia. Vorrebbe lavarsi le mani, ma purtroppo il lavabo è impegnato. Per affetto, come fa solitamente, deposita la mano destra sull’omologa chiappa dell’altro avventore. Il quale si volta e rivela di essere il Dr. S. M., pregiato direttore del Dipartimento Emilia-Veneto. Il Sopracciò, lievemente imbarazzato, si profonda in scuse: “Credevo…”, no, siamo sinceri, dice: “Cre…cre…credevo fosse Ver-ver-Verdolotti!” “Ah sì?” Ver-Ver-Verdolotti è l’ispettore capo della sede reggiana. “no… vo-vo-volevo dire… che non sapevo fosse lei!” “Ho capito!”, “Nie-niente… io e Ver-Ver-Verdolotti siamo in ottimi rapporti…” “Capisco!” “da … da a-a-amici… però!” “Voglio sperare…” “La sa-sa-sa-luto!” “Anch’io!”.

Il dottor S. M. provvederà poi a chiedere a Ver-Ver-Verdolotti quanto profonda sia l’amicizia di questi con il Sopracciò… Da notare che, caratteristico in tutta la sua infanzia e buona parte dell’adolescenza, oggi il balbettio del Sopracciò è ormai residuale, e solo rispolverato per le grandi occasioni.

 

Talvolta un suddito cerca di accattivarsi la simpatia e il favore del Sopracciò, come se ciò fosse possibile. Egli già vuol fin troppo bene ai propri sudditi. Allora si assiste al timido far presente, da parte del membro della corte, che “grazie a lui” e al suo “prezioso consiglio” il Sopracciò ha tratto un giovamento nell’espletamento di una delle sue elevate attività. La risposta del Sopracciò dà poco spazio a tali ipocrite speranze: “E allora? A cosa mi servi?”, chiede Egli giustamente. La ragione di un fedele servizio deve bastare e avanzare.

Il Sopraccioato non è ispirato da principi di democrazia liberale.

E’ il Sopraccioato, punto.

Egli, il Sopracciò si pone al centro della corte, da cui si irradia il Suo Carisma.

Talvolta capita al Capo Boaro di giungere in ufficio nel primo pomeriggio, dopo una mattinata intera in cui il Segretario è rimasto sottoposto ai raggi del Sopracciò.

Al che non è possibile non constatare che il Segretario è stato sommosso da una forza panica. Egli appare insolitamente vispo, ebbro e fin troppo faceto, a volte quasi istrionico.

Il Sopracciò non è tale per diritto divino o per volontà popolare, bensì per decisione autoreferenziale e inoppugnabile.

Il paradosso di Russell insegna che “L’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso.”Il Sopracciò non si appartiene e, al contempo, non appartiene a null’altro che a sé.

Tutto questo richiede un atto di fede.

Egli non crea, né inventa, interpreta, interpola, estrapola, personalizza.

Egli ruba l’altrui genialata perché la proprietà è un furto, ma subito la immerge, l’eroga nell’ambiente.

In più di un’occasione il Capo Boaro, il “callido Boaro”, così lo cantò l’immaginifico D’Annunzio, emise tra sé e sé una battuta delle sue, che fu colta solo dal Sopracciò. Essa era destinata a disperdersi all’aere e alla conseguente entropia cosmica. Il Sopracciò seppe coglierla, valorizzarla, facendola sua, e la sghignazzò a voce stentorea. L’assemblea ebbe dapprima un sussulto, ma poi levò in Suo onore un’interminabile e omerica risata.

Nulla del suo pensiero orale è originario, ma tutto è nuovo e, mi si permetta l’ardire, di un’alchimistica diversità da quanto lo precedette.

Per lui gli uomini si dividono, necessariamente, in persone e personaggi, come per tutti, in un certo senso. La differenza è che, per il sopracciò, i personaggi sono la stragrande maggioranza. Si è tali solo ad un certo punto del percorso effettuato. Scatta, imprevedibile, un meccanismo e l’anima prava si trasforma.

Una delle esclusive competenze del Sopracciò è la capacità di ‘caricare’ (dal reggiano ‘cargheer’), cioè di incrementare il difetto o l’eccesso di una persona, nonché le ragioni che questi propugna. L’azione ha un carattere rituale. Anticamente, durante il duro lavoro nei campi, presto sopraggiungeva la fatica, ma soprattutto la noia. Ecco che l’esasperare la vittima di turno, un po’ prendendola in giro, un po’ enfatizzando le sue caratteristiche negative, un po’ assicurandole un ipocrita compatimento per la sua sorte, questa finiva inesorabilmente per esagerare, in un senso o nell’altro. Quando era caricata a dovere, scoppiava di botto.

“Ognuno ha il suo percorso” da Osho Rajneesh, diventa, per la solita figura retorica della battuta partecipata: “Ognuno ha il suo…?” Al che bisogna aggiungere “…percorso…” tono magistrale, gestualità: indice destro che punta verso l’alto.

Anche lui (pausa) … è una bestia che soffre – alludendo ad un’anima angustiata (il problema riguarda circa 7 miliardi di individui). Voce serena. Gestualità assente.

Il Sopracciò si autodefinisce “uccello pilota”, in quanto è consapevole che il suo cammino lo porterà a deviare continuamente dal tragitto previsto dalle norme e dalle consuetudini, previsto per la specie di bipedi a cui egli appartiene, secondo i dotti studi del Linneo. Dov’egli andrà non si sa, ma di certo non gli porterà né onta né disgrazia. “Alla mia età, ormai” – egli ama considerare – “non me ne frega più nulla di nulla!” Egli sa che non tutti, ma solo alcuni fidati compagni lo seguiranno. Tale istituzione sociale si chiama propriamente ‘corte del Sopracciò’. Il primo emendamento della mai scritta costituzione della corte prevede che quando entra in scena per la prima volta nella giornata il Sopracciò, un membro della corte è tenuto ad abbracciarlo. Se si è in stanza in tre, ci si abbraccia in tre (threesome), in quattro, o più: tutti sono tenuti ad abbracciare tutti, ecumenicamente. Tale abbraccio fra i singoli membri della corte è facoltativa, assai spontanea ed apprezzata da ognuno.

 

Alla sua destra (o sinistra), a seconda di dove deposita i suoi tre zainetti, c’è il Vice, sempre solidale con il Sopracciò, vera e propria ipostasi dello stesso.

Su un piano (molto) inferiore, decisamente subordinato, c’è il Segretario, che raccoglie e mai disvela segreti e funge da stampatore e fotocopiatore di ogni dispaccio rientri nell’interesse del Sopracciò, e da magazziniere d’ogni tipologia di oggetto (biro, cavalieri, spilli e, all’occorrenza, vinavil, etc etc).

Merita un capoverso a parte il Capo Boaro, anch’egli auto-nominatosi tale. Alla domanda del Vice: “Cosa vorresti rappresentare all’interno della corte del Sopracciò?”, egli rispose: “Se c’è un posto da Capo Boaro, mi va bene; altrimenti, nulla si farà.”

Su un gradino inferiore, anche da punto di vista generazionale, c’è il Camerlengo, chiamato il ragno delle Dolomiti, in quanto la sua aspirazione è di scalare in tempi brevi tutta la china che lo porterebbe al Sopraccioato.

Figure minori, ma essenziali in quanto uniche nel loro genere:

il Gran Ciambellano: dalle mansioni incerte; essendo appassionato studioso di storia, il suo compito, ancora non ufficializzato, potrebbe essere quello di cronista di corte;

il Giullare di corte, la cui natura vieta il riso, ma solamente un mite e pacioso sorriso;

il Canaro, uomo dalle possenti membra, il quale esercita mansioni superiore di gestione puledri di razza e purosangue. Vedi diatriba sindacale denominata “Il Canaro contro tutti”.

Tra il Sopracciò e il suo Capo Boaro esiste un’intesa ultra-trentennale. Vi sono anche riferimenti biografici che ne determinano le assonanze e… le dissonanze. Il primo atto di rivolta, il padre di ogni ribellismo futuro, nacque inaspettatamente da una criticità sorta fra questi due personaggi. Il Capo Boaro in quel tempo non mise in discussione l’autorità del Sopracciò, ma semplicemente uscì dalla corte, a testa alta, lasciando un vuoto incolmabile nel suo ruolo, che nessuno cercò di rivestire, nemmeno ad interim o formalmente. Permase però un reciproco rispetto fra le due figure. Il Sopracciò è, agli occhi del Capo Boaro, l’”unicum” che non va messo in discussione come Sopracciò, ma giudicato, come uomo, caso per caso. Il Capo Boaro è, per altruistica millanteria, super stimato dal Sopracciò. Sovente, a seconda del valore della battuta, il Capo Boaro è da lui definito un “ecco… la solita genialata”, tono fiducioso; gestualità: la mano destra col palmo verso l’alto che indica il Capo Boaro. Oppure: “Vedi, è un genio, ma non lo sa!” Il Capo Boaro ha il dono della sintesi, a differenza del Segretario che è sempre esauriente, esaustivo, ma un po’ ridondante. Perciò il Sopracciò non manca di farlo notare al più fedele dei sottoposti: “Non hai dono della sintesi!”, tono rassegnato, gestualità: viso più o meno come il tono. Una breve battuta del Capo Boaro diventa, invece, secondo il giudizio inappellabile del Sopracciò, un “ecco… due parole e ha fatto… un affresco!…” – tono a volte commosso, gestualità animosa e irrequieta.

Dopo un anno e più di reciproco allontanamento, il Sopracciò disse all’ormai ex Capo Boaro: “Tu sei stato il primo che si è ribellato, e da allora lo stesso Segretario ha cominciato a mostrare incertezze, il Camerlengo ha tentato di succedermi, e nulla è stato come prima!” Il Capo Boaro, di botto, inaspettatamente rispose, con la consueta laconicità: “Eccomi, Sopracciò… Sono tornato!” Un abbraccio commosso sancì la nuova intesa. Si aggiunse immediatamente il Segretario e avvenne, dopo tanto tempo, un threesome.

 

Un detto che il Sopracciò adopera con frequenza rara, ma sempre in momenti topici: “Oh…! Sono stronzo!… eh…?!”- tono ridente, sguardo leggermente ammiccante. Un esempio del perché un Sopracciò è a volte come si è definito. Una volta decise di vendere i ricordi a cui teneva di più, libri e carte antiche soprattutto. Il tutto faceva parte di un piano di auto-rigenerazione. Contattò per una serata il Capo Boaro e il Segretario. Mostrò loro i suoi prodotti, le sue merci catartiche. Il Segretario fu quasi convinto a comprare una libreria. Il Capo Boaro selezionò un numero ingente di libri e di giornalini. Poi fece un’offerta, badando bene a non offendere la finissima sensibilità del Sopracciò e disse: “180 euro!”. Al che il Sopracciò, mal simulando l’evidente sorpresa per l’alto importo dell’offerta, rispose pronto, stringendo vorticosamente la generosa mano del Capo Boaro: “Ci sto! 190!” In questo episodio, fece a meno di pronunciare la battuta sulla sua stronzaggine. Era palesemente pleonastica. Ma aggiunse il suo solito: “Sopracciò…! Sono il Sopracciò”, liberatorio, appunto: catartico.

“La natura è stata matrigna con te…” – allusione alle fattezze non apollinee del Capo Boaro e del Sopracciò. Tono commiserevole. Gesticolare incerto.

Altre volte è più rassicurante, quando blandisce un sottoposto e gli sussurra, dolce ma infido: “Ce la puoi fare!”, discorso mirato ad un’eventuale agognata preda femminile. Tono tranquillo, gestualità affettuosa, ma trattenuta.

 

Detti celebri del Sopracciò

 

“Mi avete stufato” – aria che simula fastidio; gestualità: si alza e se ne va.

“Ho forse esagerato…?” – fare interrogativo. Tono fintamente compunto. Mani aperte in segno di egualmente finto rispetto.

“Oh signor…!” – fare tra lo stupito e il rassegnato. Gestualità: sguardo verso l’alto.

“Tipo ‘o signor’…” – fare rassicurante; gestualità: col dito alzato.

“Non proprio ‘O signor’… tipo…” – comportamento analogo al precedente.

“Offri tu, vero?” – fintamente compagnone, gestualità: a volte la scena continua in un abbraccio.

“Me ne faccio una ragione…” tono pacato, gestualità assente.

“Con una donna non bisogna scopare in maniera divina, sennò ti cercherà sempre, ti romperà le palle… Né far brutta figura, che poi parla. Bisogna fare una figura media. Ma non è facile…” fare esplicativo, didattico; gestualità assente.

“E’ ‘riduttiva”, cioè una donna a cui il sesso risulta essere un aspetto riduttivo dell’esistenza. Fare rassegnato, ma non triste, gestualità assente.

Il termine ‘riduttivo’ è stato mediato dalla consorte del Sopracciò, la quale non è assurta al rango di Sopracciò regina, bensì di non troppo umile consorte, rappresentante di quella “buona borghesia meridionale”, varietà di eterno femminino tanto fascinosa per chi nacque, in ‘illo tempore’, in quel di Montecchio Emilia, figlio di mezzadri.

Si evidenzia che il Sopraccioato è un’istituzione che non prevede l’ingresso di femmine, neppure delle migliori esemplari del gentil sesso, se non nei discorsi, dove esse rappresentano l’oggetto più presente, anzi, ostinatamente costante. La presenza di una donna nella corte creerebbe pertanto imbarazzi di tipo marcusiano, per cui l’eros non coinciderebbe più con la civiltà, ma con la mestizia matrimoniale. Tutti i componenti della corte, infatti, sono sposati, fatta eccezione dell’infante camerlengo. Tutti coniugati, senza alcuna necessità di esecrabili avverbi di modo. Occorrerebbe, in presenza di qualche dama, cambiare all’improvviso argomento e quale altro potrebbe reggere il confronto con quello della Donna, quest’immenso, assurdo, ineffabile e spudorato Essere. Le accuse ripetute di maschilismo nei confronti dell’Istituzione del Sopraccioato valgono quanto le ragioni dell’Istituzione stessa. I due sessi vivono nel diverbio, nella diatriba reciproca, e se la coppia persiste, persisterà sempre, o quasi, nel dissidio. Un membro della corte venne un giorno mandato a fare in culo dalla moglie. Rispose, immediato: “Altrettanto, cara! Ma non insieme!”

Il Sopraccioato rappresenta un’isola di libertà, dove i naufraghi hanno eletto il proprio eu-topos, bel luogo, in mancanza di un u-topos, un alcun luogo. “Piuttost che gnint, l’è mei piuttost.” Il Sopraccioato non è un luogo di democrazia, in quanto uno non vale uno, ma lo è in quanto solo tu vali compiutamente come te.

“Figlio di mezzadro” è l’unico soprannome autorizzato del Sopracciò presso la sua benemerita corte. Altri appellativi, come ad esempio “Scroc” e “Interracial” son mal sopportati all’interno di essa.

Di origine ostuniana, e quindi coniugale, è “Ti meriti una ceccia!”, accompagnato da un bel colpo al collo dello sventurato astante, erogato soprattutto quando l’infelice ha svolto un compito di utilità generale. Tono amorevole, gestualità impietosa.

V’è un’altra interiezione, praticata dal Sopracciò, di salentina provenienza: “Per piaceeeereee!”, gridato dallo stesso con voce melliflua e muliebre, in imitazione di un’esclamazione tipica della consorte. Il sopracciò usa tale espressione ovunque, ma principalmente nel bar aziendale, quando si rivolge alla barista che egli chiama, urlando, convenzionalmente, “Patriiiiiciuaaaaaaaaa!”. I due gridi sono espressivamente gravi, la gestualità è quella tipica del piccolo di condor che aspetta il cibo dall’amata madre.

Similmente si comporta con la collega Loglisci. Parlando a lei o di lei in terza persona essa viene indicata, con grido molto acuto, come “Grandissima Logliiiiiiiisciiiiiii!”, espressione in cui viene torta la bocca a destra in uno spasmo di apparente, ma del tutto fittizia fatica. Più avanti, si vedrà come il superlativo assoluto, che pare tipico del Sopracciò, in realtà è mediato dal Vice.

“E’ una… vorrei ma non posso”: una ‘riduttiva avanzata’. Sogghigno, gestualità assente. “Vorrebbe, ma è una che parla…”, comunque vada a finire. Tono sicuro di sé, gestualità: mano destra aperta sulla mediana della bocca.

“Non sa quello che perde!” alludendo ad una rappresentante del gentil sesso un po’ tiepida nei suoi confronti. – Voce rancorosa. Gestualità assente.

E, pronto, aggiunge: “Ohhh! Nove testa larga!” – tono trionfale. Gesto che simula un cerchio con i due pollici e i due indici. Correlata è l’altra espressione: “Beh, in effetti, le dimensioni non contano, ah ah ah!” – riso di chi sa perché ride. Gestualità: mano destra benedicente.

“Oh, se la vuol capire!” – detto di donna che ha ricevuto un complimento un po’ sopra le righe. Tono dubitativo, ma speranzoso. Gestualità: mani che si allargano verso l’esterno e l’alto, fermandosi all’altezza del petto.

“E’ assolutamente consapevole…”, dicesi di donna ricca di charme e consapevole del suo fascino. Tono rispettoso; gesticolazione: palmi della mano distesi in avanti. En passant, si precisa che “assolutamente” è l’avverbio di modo privilegiato del Sopracciò. Assolutamente.

“E’… molto… negativa…” – quando “qualcuna” non la dà e al contempo pare spenta, priva di bollori, destinata a una vita infame, non troppo meritevole di sopravvivere. Tono negativo, gestualità: naso arricciato.

“Era un tipico esemplare di duecoppismo…” – allusione a un marito che si arroga esclusivamente le decisioni basilari per la famiglia, ad esempio: con quale tipo di benzina fare il pieno la propria macchina, la Super verde o la Super verde +.

“Come si fa a non volerti bene!”, rivolto anche ad un terzo: “Come non si fa a volergli bene!”, con fare compiaciuto ed affettuoso, gestualità che si esprime con prendere tra le mani le spalle dell’amico.

L’amico (Vice, Segretario etc) è in ritardo: “Scusa… il traffico… un semaforo… alla rotonda c’è stato un mini tamponamento… etc etc”. Il Sopracciò, davvero magnanimo, allunga la mano destra aperta verso il suddito e dice: “Ti perdono…”, voce calma, rispettosa dei tuoi diritti di povero diavolo, umana, molto umana. Il Sopracciò è un misto di umanesimo e di Superomismo niciano.

“Sì, è una persona simpatica… a dosi omeopatiche!”. Tono poco entusiasta, gesticolazione striminzita: ambedue i palmi ondeggianti e inducenti alla prudenza. Il Capo Boaro introdusse una più fine unità di misura: “.. a dosi quantistiche”.

“Oh…. Modera l’entusiasmo…”, quando a un collega viene assegnata una mansione o una pratica rognosa; con tono pacato e sorriso appena accennato.

“Oh… qui c’è gente che lavora! eh eh!”, quando dal corridoio giungono voci di colleghe che starnazzano come chiocce. Tono severo e subito dopo ilare. Gesticolare: dito indice destro che vibra lateralmente e vorticosamente. A volte, a volte spesso, il Sopracciò fa seguire al grido un applauso istrionico.

“Oh… non ti esce l’ernia!”, quando chiede un favore a un collega che sembra restio. Tono apparentemente comprensivo. Gesticolare: dito indice destro che ondeggia a velocità media.

“Uno alla volta, eh…!”, quando rivolge una domanda a un uditorio svogliato, tono ironico e mano destra che, ondeggiando su e giù lentamente, induce alla calma.

Sul modo di ridere del Sopracciò andrebbe compilato un capitolo a parte, che però si può sintetizzare in poche righe. Il Sopracciò ride in un modo fragoroso: “Ahahahahahahah!”, tono roboante e gestualità leonina. Ma anche in maniera sincopata: “Ah-ah-ah-ah…”, tono tenue, gestualità: mimica facciale che si apre lenta nell’ergersi ugualmente lento del capo. Esiste poi il personalissimo “sssss…” con la s insidiosa e sibilante, come per dire: “che ridere, eh?”. Sogghigno, gestualità assente.

“Beh…. Pelle d’oca!”, inizialmente detto per fatti antichi e memorabili, che ancora causavano pelle d’oca, poi per qualsiasi cosa ricorrente, anche se banale. Voce quasi emozionata. Gestualità: indica il proprio braccio destro.

Quando qualcuno, soprattutto il Segretario perde tempo, magari per l’ennesima inutile e flatulente stampina, il Sopracciò non manca di dire: “Dai.. borsa!” – tono affettuoso ma scocciato, gestualità rassegnata.

“Strano..” – quando un amico o un collega ripete per l’ennesima volta un comportamento assolutamente prevedibile; tono fintamente sorpreso, gestualità: sguardo girato verso l’interlocutore.

Quando questi esagera, al Sopracciò sfugge un “Ahio!”. Tono tra il divertito e il leggermente preoccupato.

“Oh… a occhio!”. Detto sempre a proposito di specificità umane e psicologiche. Tono meditabondo, gestualità assente.

“Per default!” – per attestare un fatto che si può anche discutere, ma è così e basta. Tondo enfatico, gestualità: con il solito indice destro alzato.

“Grandissima cultura liceale!” – quando un rappresentante della corte pronuncia un evento storico-filosofico-letterario che rivela un nozionismo liceale: del tipo: “Erano trecento, giovani e forti, e sono morti!”. Tono entusiasta, ci si deve alzare tutti e quanti, pena una reprimenda da parte del Sopracciò.

“Grandissima cultura post-liceale”, quando qualcuno rivela una conoscenza che va oltre la maturità scientifica o classica a seguito di una frase del tipo: “Il “Pentateuco” è parte integrante della Torah ebraica, in ebraico תּוֹרָה…” Anche qui il tono e il gesto ricalcano i precedenti.

“Mi vedete preoccupato?” – quando qualcuno gli fa notare che è stato oggetto di critica o di rimprovero verbale. Tono di voce suadente e leggermente ironico. Gestualità minima.

“Ci vediamo domattina alle 7,20…” nel tale luogo: informazione di servizio rivolta al collega ispettore. Tono serio. Gestualità: mano alla bocca per tentare di celare la bocca distesa in un’ampia ma silente sghignazzata.

“La pratica è tua, vai avanti tu!” – Tono sbrigativo. Gestualità: mano destro che accompagna l’avanzamento del collega titubante.

Talvolta il Sopracciò, per dare sollievo alla corte di un carico di lavoro che pare, talvolta, simile a quello che occupava Sisifo, ama pronunciare la frase, sicuramente blasfema: “Oh… è peggio lavorare in fonderia!”

I rapporti con il Capo Boaro sono di mutuo (ma non certo muto) rispetto. In un certo senso, un Capo Boaro è un impossibile Sopracciò, e viceversa, ma entrambi derivano dalla stessa radice contadina. Si tratta di carriere separate, con contratti eterogenei. Spesso il Sopracciò è carente di qualche utensile o modulo. In presenza del Segretario, si rivolge a lui, appunto, “per default”. In presenza unicamente del Capo Boaro prova a chiedere, già poco convinto a priori, ad esempio: “Non avresti un modulo di rinnovo dell’uso del proprio mezzo?” al gesto inequivocabile, detto della pigna, della mano destra da parte del Capo Boaro, il Sopracciò, ogni volta, esclama, quasi in tono di scusa: “Oh oh… scusami… è una domanda fuori luogo la mia…”. Gestualità minima.

La battuta che è ricorsa spesso negli anni di militanza fra questi due irriducibili amici-antagonisti, che indica per tutto e in tutto l’immensa stima reciproca, è il detto popolare tipicamente reggiano “A te’m’sa più bel che furob!”, “Mi sembri saper più di bello che di furbo”.

Ci sono poi le espressioni mediate da rappresentanti della corte, in cui il Sopracciò insinua, cinicamente, il suo contributo. Diciamo che le autorizza, appropriandosene.

Secondo l’alfiere nonché Vice del Sopracciò, chiunque è, se non deprecabile; “grandissimo”; il Sopracciò compartecipa all’espressione, dedicando al suo fido la definizione di “grandissimo millantatore!”. Tono ironico, gestualità assente. Oppure “grandissimo stratega!”, tono enfatico, gestualità soprattutto facciale. Oppure “grandissimo cattolico!”, quando una bonaria ipocrisia si stampa sul viso del celebre Mastio Rodigino, a cui il Vice va senz’altro paragonato.

Il suddetto Vice-Sopracciò, è uso dire: “Nooo!” quando qualcuno, intero o esterno alla corte, si rifiuta, adducendo anche motivi plausibile a fornire a questi un favore. Il Sopracciò si è appropriato dell’espressione che viene usata in qualsiasi situazione in cui una negazione pare necessaria, anche se non sempre vereconda.

Per quanto riguarda l’enorme figura del Vice, sarà relazionato a parte, con separato elogio critico. Basti solo, al momento, ricordare a proposito una celebre battuta del Capo Boaro: “Il Vice ebbe un’infanzia felice, che perdura tuttora, serenamente”.

Totò diceva, sollevando l’ombrello: “Questo è ovvio”. La battuta è stata ripresa più volte dal Segretario del Sopracciò. Ora il Sopracciò, quando deve parlare di un’ovvietà, esclama: “Questo è… com’è… com’è?” e qualcuno dei presenti deve dire “ovvio!” E’ anch’essa una battuta partecipata. Fare concitato, gestualità: mano che simula di tenere febbrilmente in mano un oggetto indeterminato.

Analogo tono e gestualità è quando riporta, con una certa frequenza, la famosa frase “Oh! Tira più… eh ?”, l’oh! è del tipo obbligatorio, servendo da condimento alla solita zuppa ideologica; e la frase è troncata per evidenziare in modo icastico l’attrazione pilifera. Quest’ultima espressione è adottata in special modo quando il Capo Boaro è indaffarato a imboscare il violino, cioè il personal computer, arraffando in fretta carte e plichi, diretti alla sede dove svolge le sue mansioni un celebre ufficiale di polizia giudiziaria, dalla voce roca dal seno esposto fin nei minimi termini e dai capelli fluenti.

Esiste un gesto del sopracciò, privo di audio, non facilmente descrivibile a parole. Dito pollice e indice destri accostati alle labbra mosse in maniera ritmica, come a simulare un’immissione di fiato, con la lingua che pare approssimarsi ad uscire, ma non esce, a simulazione grossolana di degustazione di un quid d’ineffabile, di un più che beato suggere il nettare, facilmente riconducibile all’oggetto del capoverso precedente.

Nel corso di lustri precedenti all’insorgere del Sopracioato, un compaesano del Sopracciò, ex pugile, ex picchiatore, tuttora simpatizzante dell’ideale avverso al Sopracciò, non per questo fu suo nemico, ma anzi ne fu profeta. Egli amava esclamare, a volte connesso ad una problematica espressa, a volte in maniera del tutto astratta da discorsi precedenti: “Per quanto…!”, voce stentorea, mussoliniana, tonante. Il Sopracciò fece tesoro di questo pur destrorso messaggio e ogni tanto esclama un “Che dire…!”, voce stemperata e rassegnata, con nessuna gestualità.

In concorso col suo Vice, il Sopracciò introdusse nell’immaginario collettivo la figura chimerica del “Menevach”, un essere chimerico, metà donna di pulizia e metà guappo ‘e vicoli, che emette strani ruggiti: “Menevach! Menevach! Menevach!”. Questa creatura tenebrosa per anni tenne un corso di dialetto napoletano al Vice, il quale, pur disertando gran parte del corso di laurea, conseguì il meritato alloro presso il prestigioso ateneo di Durazzo.

 

Per descrivere il seguente gesto, detto “sopracciata” è stato utilizzato come modello il Vice, in occasione di una partecipazione non rituale ad una videoconferenza del Nuovo Istituto: Irrigidimento del tronco, mani tese, palmi verso il basso, capo reclinato a destra di circa diciannove gradi, sguardo di compatimento intriso di una pur bonaria ferocia. Tale gesto, estremamente significativo, va utilizzato con parsimonia, non più di dodici volte al giorno e sta a significare: “un misto di costernazione, delusione, stupore e moralismo ieratico”. Desmond Morris (1960), nella sua ormai epica “Semiotica del gesto” la definisce, esplicitamente, una “sopracciata”, confermato da Roland Barthes in più parti della sua opera (1965-1969-1971), ma anche da Umberto Eco (1977), da Eric Landovski (1981) e, sia pure tra mille dubbi, anche da Thomas Albert Sebeok (1992). Un esempio: in località Bianello, presso un noto ristorante, il Sopracciò chiede se è possibile degustare della spalla cotta. Il cameriere, con ironia fuori di luogo, sostiene che in tale ristorante la spalla era cessata da qualche minuto. Al che, all’unisono, il Sopracciò e il Vice si ergono e manifestano la loro palese disapprovazione con una “sopracciata”, umiliando e spaventando il cameriere, che indietreggia.

 

C’è chi ipotizza un parallelo fra l’ascesa e la caduta del comunismo, con il fenomeno, altrettanto emblematico del nostro tempo, del Sopraccioato. La caduta del muro di Berlino avvenne in anni anteriori all’instaurarsi del processo di cui il sopracciò fu eponimo. Il sopracciò, prima della sua investitura fu comunista. A chi gli dava dell’ex comunista, egli riservava strali polemici: “Io sono un comunista, anche se fossi l’ultimo! Ex sarai tu!” e partecipava alle sedute amministrative del comune di Montecchio Emilia, quale consigliere onorario di Rifondazione. Ora, nell’anno di cui stiamo narrando le Vicende, il Sopracciò limita la sua influenza politica a invitare alla diffidenza per chi milita nel PD: “Io li conosco! E non mi fido di loro!” Lo spirito comunista è svanito in un nulla, ed è crollato insieme al muro di Berlino. Il Sopraccioato non è mai caduto, in quanto non si è mai del tutto eretto. Ha creato una corte, reificandosi in un’assemblea. Inutile controllare su Google, reificato significa che ha realizzato una compagine di individui vivi che insieme hanno vissuto un’era, non straordinaria, ma particolare, sotto l’egida di una personalità unica e dalle proporzioni abbondanti.

Nel corso del 2016, anno bisestile e travagliato, la signoria del Sopracciò subisce una serie impressionante di tracolli. Il Capo Boaro, insieme al Camerlengo, mosso da carità, si offre volontario ad accompagnarlo al confine, serenamente. Il Sopracciò sembra rinunciatario e facilmente circuibile.

Il Sopracciò, buon profeta, disse, una volta, parlando del Camerlengo, cui tanto fece una pressoché involontaria docenza: “Ho creato un mostro!”, tono soddisfatto pur con un’ombra di inquietudine, gesticolare blandamente ieratico.

Infatti, agli sgoccioli di un agosto non meno triviale di luglio, il mondo assiste a un grottesco tentativo di colpo di stato da parte dello stesso Camerlengo che, annusata aria di dimissioni, per altro mai rassegnate, tenta il golpe, il putsch, “l’uscita dal sacco”, che fallisce unicamente per la carenza di un ulteriore Camerlengo autorizzato a nominare nuovo “Sopracciò” l’ex Camerlengo.

Al giorno d’oggi, il Sopracciò mantiene la sua posizione, preferendo però come luogo dell’anima l’“altrove” all’“hic et nunc”. Più che un esiliato in patria, egli è un sovrano assente.

A chi gli domanda cosa pensa di sé, il Sopracciò rispolvera ogni volta la sua frase più celebre, l’indimenticabile e irrimediabile: “Invecchio serenamente…”.

Esiste un ultimo quesito, che ancora nessuno gli ha fatto, ma che lui forse si aspetta, trepidante e al contempo rassegnato. Sopracciò, ma per conto di chi? Di chi sei il sovrintendente? La domanda, tardiva, fu posta a un suo illustre, anonimo e ormai quasi dimenticato predecessore. Egli però non riuscì, forse, a terminare la pur immediata risposta… colto da un leggero attacco di asma.

La frase potrebbe essere pertanto monca, oppure contenere un suo bel senso compiuto: “Ad ognuno il suo…!”

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