Rex e il Tirannosaurus

Rex stava presiedendo il Gran Consiglio degli Zilocches quando arrivò trafelato il corriere della posta con un dispaccio urgentissimo che…
Il capo bianco degli Zilocches fece cenno al postino di sedersi a pochi metri di distanza, che prima o poi gli avrebbe dato retta. Dopo sei ore di accanite e contrastanti discussioni, i vari sachem delle strutture periferiche della tribù rinnovarono il mandato di capo assoluto a Rex, il quale, dichiarata conclusa l’assemblea, propose a tutti, anche al postino, di fumare il calumet della rinnovata alleanza. Solo allora chiese al corriere di porgli il messaggio, che proveniva da Fort Sioux e che era firmato dal colonnello Ramington in persona, il quale implorava Rex di dirigersi alla volta della Valle Perduta che era nel territorio dei Lakotas di Mano Gialla, poiché vi era sparito da ormai tre mesi Sir Abelard Harrison, il famoso paleontologo britannico, lontano cugino della regina Vittoria, che covava da anni la speranza di rinvenire colà i resti di una specie di carnosauro dalle dimensioni terribili, basando le sue celebri teorie su alcune incerte testimonianze di alcuni trappers che erano sconfinati senza volere in quella zona selvaggia.
Finito che ebbe di leggere il dispaccio, Rex diede alcune istruzioni al figlio Jim sulla gestione della tribù fino al suo ritorno. Partì poi a cavallo di gran carriera, lasciando indietro il povero corriere che lo inseguiva come un pazzo per fargli firmare la ricevuta della raccomandata.
Dopo un viaggio di tre giorni, Rex raggiunse un colle nei pressi dell’accampamento di Mano Gialla e subito ebbe la conferma dei suoi sospetti. Chissà da quanto tempo, Harrison era legato al palo della tortura. Era visibilmente sfinito, ma non sembrava ferito o in pericolo di morte. Rex si mise in testa la benda di sachem e scese al piccolo trotto il promontorio. Giunto nel villaggio sparò tre o quattro colpi in aria e cominciò a sbraitare come un’aquila:
– Ehilà! Amici! Me lo volete fare o no un caffettino? O devo tornarmene a Rodio?
In breve il ranger fu circondato da qualche centinaio di Siouxs armati fino ai denti e dal ghigno terribile. Con noncuranza il nostro eroe smontò da cavallo, che affidò ad un guaglioncello, insieme a un lecca lecca alla fragola, perché gli desse un po’ di biada e da bere. Poi si diresse, facendosi spazio fra due ali di pellerossa, in direzione della tenda più grande che sicuramente era la dimora di Mano Gialla. Il capo dei Siouxs stava dormendo come un ghiro, data l’ora pomeridiana di una giornata molto afosa.
– Manuccia! Alza le chiappine!
Mano Gialla non capiva la lingua di Rex, ma quel tono di voce imperiosa e insieme scherzosa lo fece sobbalzare e, in meno che non si dica, il grande guerriero stava già brandendo il tomahawk, con la chiara intenzione di ficcarlo nella fronte di quel folle uomo bianco che tanto aveva ardito in sua presenza. Rex gli bloccò con una mano il polso, bisbigliandogli, questa volta in dialetto Sioux:
– Calmati amigu, ci sta nu tiempu pa li saluti e nu tiempu pa a guerra!
– Chi sei?
– Sono Aquila della Notte, grande capo degli Zilocches!
– E io sono Mano Gialla, grandissimo capo dei Siouxs. Morirai per essere entrato come un ladro nella mia tenda senza farti annunciare!
– Su… non fare il permalosuccio! Sono venuto qui con un unico scopo: liberare il viso pallido…
– Papà! Pelché ha detto “viso pallido”?
E’ l’espressione con cui gli Indiani chiamano gli stranieri, che sono un po’ più chiari di pelle rispetto a loro.
– E i negli come li chiamano?
Visi pallidi dalla pelle scura!
– E i cinesi?
Piccoli visi gialli con occhi di topo!
– Quel maledetto profanatore morrà allo scadere della prossima luna! – ringhiò Mano Gialla.
– Aquila della Notte ti sfida, giovane sbarbatello e ti insegnerà il vero valore di un capo indiano, quale è ancora tuo nonno, il prode Toro Sdraiato in Carriola.
– Ti farò rimpiangere d’avermi recato tanta offesa!
– Vedremo, Manina!
A sera fu preparato il luogo del duello. Prima che la tenzone incominciasse Rex, sigaretta in bocca, prese la parola:
– Sentite, grande popolo dei Siouxs. E’ mia intenzione riportare a casa il vecchio viso pallido dai quattr’occhi che è legato da tanti giorni al palo della tortura. Egli non ha mai voluto arrecarvi offesa, come forse pensate. Egli è un grande uomo della medicina dei visi pallidi, il quale cerca sotto la terra le grosse pietre bianche, che voi adorate come le ossa dei vostri antenati, per recar loro onore. Mi rivolgo a te, Gufo Spelacchiato, grande stregone dei Siouxs. Spiega al tuo popolo che le intenzioni del vecchio non sono dettate da animo malvagio, ma solo dallo spirito avventuroso che spinge il saggio ad affrontare mille fatiche pur di raggiungere la vetta della conoscenza.
– Ugh! Sarà Manitù a decidere della sua e della tua sorte, Aquila della Notte. Se tu uscirai vincitore dal duello all’ultimo sangue con Mano Gialla, potrai andartene col vecchio viso pallido. Se vincerà il nostro sachem, perirete tutti e due.
– Papà! Ultimo sangue cosa significa?
I due avversari combatteranno fino alla morte del perdente.
– Bene!- disse Rex, gettando su un vicino focherello il mozzicone della bionda.
I duellanti furono legati ad un polso e ad una caviglia. Fu poi consegnato loro un coltello. Quello di Mano Gialla era lungo circa il doppio di quello che fu dato a Rex Miller.
– Pelché, papà?
I Siouxs volevano avvantaggiare il loro campione, è chiaro. Non è però importante la lunghezza del coltello, quanto la capacità di usarlo.
– E Rex lo sapeva usale?
Vedrai. Mano Gialla diede subito un violento strattone. Il ranger, che si aspettava una mossa del genere, rimase immobile, come se fosse conficcato nel terreno. Rex era alto quanto Mano Gialla, ma assai più forte ed esperto. Mollò un ceffone al giovane sachem e, mentre questi barcollava, avrebbe avuto buon gioco a piantargli il coltello nel cuore.
– E pelché non l’ha ucciso?
Rex non ammazza mai per un suo piacere personale, ma solo se non può proprio evitarlo. Stanco di essere legato come un salame, egli troncò di netto i legacci che lo univano al Sioux, che gli si fece sotto, infuriato come un grizzly. Il ranger mollò un calcio sul polso di Mano Gialla che fece balzare lontano il suo coltello. Quindi gettò assai lontano il proprio. Si avvicinò quindi al Pellerossa, sussurrandogli:
– Non hai speranze, grande capo!
Mano Gialla, alzandosi, gettò con una manata della polvere negli occhi di Rex, il quale barcollò per un attimo ma, riavutosi subito dalla sorperesa, seppe riprendere in mano la situazione. Contando sul proprio udito e soprattutto su un istinto belluino, Rex attese che l’avversario si decidesse ad attaccarlo. Mano Gialla ricuperò il coltello e si avventò su di lui, convinto di aver ormai vita facile contro Rex, che era rimasto immobile come una statua, fino all’ultimo istante. Quando sente vibrare il colpo si scosta quel tanto che gli basta per mandare a cogliere farfalle l’Indiano, facendogli perdere l’equilibrio. Mano Gialla cade come un sacco di patate alle spalle del valoroso cowboy. Rex gli dà allora un atroce pugno sulla nuca. Gli monta poi sulla schiena, prendendogli il coltello e puntandoglielo dritto sul collo, torcendogli nel contempo un braccio.
– Meriti di essere trafitto alla schiena come si fa coi coyotes!
– Uccidimi cane bianco! Non ho mica paura di morire, io!
– Gufo Spelacchiato! Lascerai libero il vecchio viso pallido?
– Tu hai vinto! Tu partirai con lui verso il tuo popolo!
– E’ giusto quel che volevo!
– Ma nessuno dovrà più profanare le ossa degli antenati!
– Mi sembra ben detto!
– Altrimenti i loro spiriti faranno sentire le grandi voci tonanti. Ed un ultima cosa, Aquila!
– Dimmi, Gufo!
– Ugh!!!!!
Rex si avvicinò al professore, lo liberò dal palo, lo dissetò con un mestolo di legno e quindi lo caricò sul suo cavallo, montandolo a sua volta. Partirono così, senza profferire parola. Più tardi Rex disse al professore:
– Amigo, dimentichi quelle dannate pietre. Sono sacre ai Siouxs e nessuno le può toccare. Lei è molto stanco ed affamato. Fra poco ci riposeremo.
Raggiunsero una radura, presso cui scorreva un fiume che s’infilava poi in una vasta foresta. Rex accese il fuoco, scaldò del caffè in un pentolino e diede della carne secca e salata al professore che subito la divorò. Da tanti giorni era a digiuno!
– Adagio, professore, che le fa male!
Rex decise di non montare alcun turno di guardia poiché era certo che i Siouxs non li avrebbero più molestati. Il ranger aveva un sonno leggerissimo e il suo orecchio era tanto sensibile che avrebbe udito l’accensione di un fiammifero a più di dieci miglia di distanza. I due compagni si addormentarono di botto. Nel mezzo della notte, Rex si svegliò di soprassalto, poiché il terreno stava tremando come se ci fosse il terremoto. Il professore non si accorse di nulla, essendo cotto dai terribili momenti che aveva dovuto superare.
– Oh! Che caspita di rospaccio!
Rex non voleva credere ai propri occhi! Davanti a lui, alto forse una cinquantina di piedi, c’era un tirannosauro nero a pois gialli, dalla lunga coda, ritto in piedi su delle zampe posteriori poderosissime, con due minuscoli moncherini al posto degli arti inferiori, che emise uno spaventoso ruggito.
– La voce degli antenati! – pensò Rex.
La sua bocca, enorme, era zeppa di denti aguzzi, grandi quanto un bambino. Si stava dirigendo verso il piccolo accampamento dei nostri eroi. Il professore dormiva sempre, come se nulla gli stesse succedendo intorno. Rex raccolse il fucile e cominciò a correre verso la foresta, attirando su di sé l’attenzione del rettile.
– Papà! Il tilannosaulo non ela un lettile!
Hai ragione, ma a quel tempo si pensava che lo fosse. Rex correva come un treno, col dinosauro lento ma inesorabile alle calcagna. Quando ebbe una cinquantina di metri di vantaggio, il ranger si chinò e prese la mira con calma. Sparò un colpo che centrò il ret…, volevo dire, il dinosauro alla testa. Il proiettile rimbalzò sulla fronte senza penetrare nella pelle coriacea. Rex fece fuoco altre due volte, colpendo i due occhi del mostro, che emise ruggendo un atroce e sordo urlo di dolore, che non gli impedì tuttavia di continuare la sua tragica corsa: si affidava probabilmente al suo odorato. Rex era sottovento e quindi assai facilmente individuabile dal bestione.
– Sottovento, papà?
Sì, l’aria trasportava il suo odore alle narici del mostro. La foresta era intricatissima ma, dopo qualche ora di corsa tra la vegetazione, Rex riuscì a scorgere una luce che forse indicava che era ormai al termine della corsa. Il lucertolone gli era sempre vicino. Rex ne udiva i passi, che erano inquietanti anche per un tipo coraggioso come lui. Ormai egli contava solo sulle proprie gambe perché, non avendo un cannone sotto mano, sapeva che nulla e nessuno avrebbe potuto fermare il bestione immane. Oltre l’ultimo intrico, una sorpresa lo aspettava. La vegetazione era finita e si apriva uno strapiombo profondo almeno un centinaio di metri.
– Sono fritto, dannazione!
Purtroppo, tra le tante risorse di Rex non figuravano delle alucce da angioletto:
– Se mi butto magari mi spunteranno anche!
Nei momenti più drammatici Rex non perdeva mai il suo buon umore. Quando non c’è nulla da fare, la migliore tattica consiste nel rimanere immobile, attendendo con calma l’indifferente stringa degli eventi. Essa s’accorcia e s’allunga da sé. Rex si accese un sigaro toscano puzzolente e si sedette, assai placido, sul ciglio. Dopo pochi istanti apparve dall’alto l’orrida testa del carnosauro. Rex prese con freddezza la mira e sparò. Il proiettile penetrò un po’ all’interno del naso rimanendo conficcato in una cavità ossea. Il dinosauro fece un ulteriore passo in direzione del ranger e… piombò nel vuoto! Anche Rex dovette tuffarsi, per evitare di farsi travolgere da quella montagna di muscoli e lardo.
Quando il Texano nacque era avvolto da quella pellicina trasparente, per cui si dice che uno è nato con la camicia, cioè molto, molto fortunato.
Rex non cadde alla cieca, ma rivolgendo tutta l’attenzione allo scopo di rinvenire un arbusto sporgente a cui potersi aggrappare. Lo scorse, finalmente, circa una trentina di piedi più sotto e lo brancicò al volo. Rimase penzoloni per qualche secondo, con le dita attaccate a quella provvidenziale pianticella, che cominciava però a scricchiolare. Iniziò quindi a risalire, agile come una scimmietta, e incurante del baratro che stava lasciandosi alle spalle. Dopo tre ore di corsa, Rex raggiunse la radura. Il professore si era già svegliato e stava flemmaticamente bollendo il caffè nel pentolino.
– Ormai è pronto, Sir. – disse.
– Grazie, Sir. – rispose un po’ affannato Rex.
– Trovato qualcosa di pittoresco nella foresta, Sir?
– Nulla d’importante, Sir!
– Che strada prenderemo per il ritorno, Sir?
– Vedrà che le piacerà, Sir!
– Peccato per quelle ossa, Sir! Proprio peccato!
– Lo conosce quel vecchio proverbio zilocco, Sir?
– Quale proverbio, Sir?
– Non c’è osso buco che valga una bella fiorentina, Sir!
– E che diamine vuol dire, Sir?
– Lo scoprirà presto, Sir!
– Goddam! Perché ora ride, Sir?
– Ah ah ah, Sir!
– Allora, Sir?
– Ah ah ah ah ah, Sir!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...