Rex e la tigre bianca e nera

Rex ricevette una mattina un telegramma disperato dal Governatore del Bengala, che lo scongiurava di salpare con la prima nave diretta in India perché colà c’era bisogno di lui.
Il ranger, senza por tempo in mezzo, mandò a chiamare Lion Jack, l’Indiano d’America, e gli chiese di partire con lui alla volta del porto di Los Angeles.
Dopo una burrascosa navigazione durata circa tre mesi, i due amici sbarcarono nell’impressionante porto di Calcutta.
Gambe in spalla, raggiunsero poi il Palazzo del Governatore, dove furono accolti come dei liberatori.
– Che succede Larry?
Larry, cioè il Governatore, si mise con gesto plateale le mani nei capelli, anzi, sul turbante e cominciò a spiegare a Rex i particolari di una storia incredibile.
– Tu sai che queste zone sono da sempre infestate da bestie pericolose, soprattutto serpenti e tigri. Ogni tanto succede che una belva più feroce delle altre semini il terrore fra la popolazione. In genere basta una battuta di caccia nella foresta per risolvere la questione e tutto finisce con una gran festa e con la fiera uccisa e appesa per le zampe ad un bel gancio d’acciaio. Nel caso attuale non è andata così. Si aggira nella campagna una tigre enorme, pesante forse quasi mille libbre, che ha già distrutto ben sette famiglie…
– Come? Sette famiglie intere? E come ha fatto?
– Li ha azzannati tutti, dal primo all’ultimo, senza pietà! Quello che rende la cosa ancora più sconcertante è che pare che, ad un certo punto, la tigre cominci a volare!
– A volare!?!
– Le sue tracce spariscono all’improvviso, come per magia. L’ultima strage è occorsa ieri sera! Come in tutte le altre occasioni era una notte senza luna.
– Accompagnami sul posto. Organizzerò immediatamente una battuta di caccia!
– Come vuoi. Sappi però che l’ultima e vana battuta di caccia contro la tigre era composta da quasi cento uomini e da una quindicina di elefanti!
– Sì, ma io ho Lion con me! Lui riuscirebbe a seguire le tracce di un salmone in un torrente in piena!
– Okay… ti faccio accompagnare dal mio vice.
Giunti sul posto, Lion e Rex si gettarono alla cerca come due cani segugi. Delle impronte di un grosso felino iniziavano misteriosamente all’inizio di una radura e in quei pressi subito sparivano. Era ovvio che una bestia di quelle dimensioni non poteva non aver lasciato delle orme sul terreno ma, per quanto i due americani si dannassero, non riuscirono a cavare un ragno dal buco. Avevano scorto soltanto dei segni lasciati da un carro, che si era addentrato poi nella foresta vergine. C’era nei pressi un fiume che risaliva tutta la regione. Quando i due si furono stancati di girovagare a vuoto in lungo e in largo, tornarono al Palazzo con le pive nel sacco e con due facce un po’ appese. Rex odiava le sconfitte. Perciò cominciò ad usare con frenesia la sua celebre scatola grigia…
– Papà! Cos’è la scatola gligia?
La testa, figlio mio. Il ranger non ignorava che ad ogni problema ci doveva essere per forza una soluzione e che ci si poteva arrivare con un po’ di calma. Chiese al Governatore di fornirgli tutti i dati delle famiglie sterminate. Notò che le loro case erano situate lungo un’immaginaria circonferenza al cui interno si trovava una zona vasta diverse centinaia di ettari.
– Dimmi, Larry. Ora a chi appartengono le terre di quella povera gente uccisa?
– Sono state vendute per quattro soldi ad un misterioso acquirente di cui non si sa nulla, ma che di certo ha speculato sul dolore dei parenti delle vittime.
– Devi farmi sapere qualcosa su di lui.
– E’ impossibile. Anch’io ho pensato che la faccenda puzzava d’interessi finanziari ed ho provato ad informarmi. Quel tale si è servito di diversi mediatori, che hanno ricevuto l’ordine di comprare tramite altri intermediari, di cui però non si sa nulla. Anch’egli, come la tigre, è riuscito per il momento a far perdere le sue tracce, ma vedrai che prima o poi…
– Non abbiamo così tanto tempo! Dimmi, Larry: quanta altra gente è rimasta in quella zona e che potrebbe essere ancora trucidata?
– Solo la famiglia Ferrari.
– Ferrari? Ma non è un cognome italiano?
– Sono originari di Reggio Emilia, ma sono diventati ormai Indiani a tutti gli effetti, dopo quasi cinquant’anni di permanenza. Si occupano di import-export con l’Italia, soprattutto di formaggio grana. Hanno una bella proprietà da quelle parti. Si tratta di gente in gamba, che non si lascia intimorire facilmente.
– Domani andremo a far loro una visita.
Così fecero, di buon mattina. I Ferrari li accolsero con immensa soddisfazione, poiché conoscevano di fama quei chiari eroi, per cui il biglietto di presentazione del Governatore risultò del tutto superfluo. Il vecchio Ferrari volle far vedere ai due ospiti la proprietà, che si estendeva per quasi trenta ettari, tutta destinata alla coltivazione dell’erba da fieno e all’allevamento di bufali. In India non si potevano tenere delle vacche, poiché erano ritenute sacre dalla religione indù. I bufali fornivano dell’ottimo latte per la produzione di mozzarella, che era mischiato con quello vaccino, proveniente in gran segreto dall’Italia.
– Pelché le vacche elano sacle, papà?
– Non lo so. Se una di loro si piazzava sulle rotaie di una ferrovia, il macchinista doveva fermarsi e non poteva spostare il bovino, per cui non gli rimaneva altro che aspettare tutto il tempo.
– Come nella pubblicità?
Quasi.
– Andiamo al sodo, signor Ferrari. Lei è stato molto gentile a mostrarci la sua proprietà, ma ora dobbiamo pensare alla tigre. Io sono convinto della sua esistenza, ma credo che, in tutta questa storia, ci sia lo zampino di qualche farabutto, per cui debbo chiederle di organizzare la sua famiglia in modo da sapersi difendere eventualmente con delle armi da fuoco. Per ora, me ne torno in città. Nulla dovrebbe succedere fino al prossimo mese, quando la luna sparirà dal cielo, come in tutte le altre occasioni. Ma tenetevi sempre pronti ad ogni evenienza.
Rex tornò dal Governatore a fargli rapporto e poi si diresse col fido Lion in un saloon occidentale, dove si serviva dell’ottima birra ghiacciata e dove si poteva fare, volendo, un pokerino. Rex era reduce da numerose avventure, per cui tutto quello che desiderava ora era di stare lontano per un po’ dai guai.
– Papà! E la tigle?
E’ quello che si chiese il Governatore quando venne a sapere della vita un po’ sbandata che il gringo e l’indio stavano conducendo. Un giorno si presentò nel saloon e si avvicinò a Rex, che stava giocando a scopone coi tre figli del vecchio Ferrari.
– Rex!
– Larry?
– Ma ti sembra il modo?
– Sì, Larry.
– L’intero paese ci sta guardando e tu te ne stai a perder tempo con quello strano gioco italiano!
– Non è male, Larry.
– Vince sempre lui, Signor Governatore!
– Ascoltami, Larry. Ci vuole orecchio per il scopone!
– Ma che vuoi che me ne…
– Larry… ssstt!
Il Governatore voleva replicare ma poi, in gesto di sconforto, batté le mani a mezz’aria e si diresse all’uscita. Rex sorrise, anzi, quasi ghignò, con lo sguardo assorto su quelle sue carte perennemente vincenti.
Passarono i giorni e le settimane. Una sera Lion…
– Papà… Lion vuol dile leone?
Sì, in inglese. Lion bisbigliò qualcosa nell’orecchio di Rex, che si alzò come una molla e si congedò appena dai compagni di bagordi, che non si aspettavano una reazione così repentina da parte sua. Si erano ormai convinti che l’Americano fosse un fannullone balordo al pari di loro. Rex recuperò in un attimo tutta la sua determinazione ed efficienza.
– Dunque, Lion?
– E’ come avevi previsto. Nella foresta vicina all’azienda dei Ferrari stasera c’è stato del movimento.
– Quante persone?
– Venti persone, più o meno, e inoltre un carro trainato da due muli.
– Come immaginavo.
I due pards raggiunsero il colle da cui potevano osservare indisturbati la casa degli Italiani. Attesero il lento ed ineffabile precipitare degli eventi fino a mezzanotte. La notte era nerissima, senza neanche una luce. La vista di Rex e di Lion erano però eccezionali, per cui si accorsero di parecchie ombre in movimento a pochi metri dalla casa. I due pards accesero un focherello con cui appicciarono alcune frecce, che squarciarono il buio andando a ficcarsi sul terreno più in basso. La scena si illuminò d’incanto. Si contarono più di venti banditi a capo scoperto, armati di coltelli e di scuri, che si voltarono insieme verso il colle da dove erano piovute le frecce. I nostri amici stavano scendendo al galoppo contro di loro e ne nacque perciò una breve sparatoria. I banditi non poterono nulla contro la precisione e la rapidità con cui Rex e Lion, più protetti dal buio rispetto a loro, gli spararono alle gambe e alle braccia. In pochi minuti la battaglia cessò. I Ferrari uscirono dalla loro abitazione e cominciarono a spegnere il fuoco e a legare i prigionieri mentre…
– Mentle?
Si sentì un rumore metallico come di chi stesse aprendo una gabbia.
– Lion! Andiamo nella foresta dove c’è il carro!
Lo raggiunsero prestissimo. Si accorsero dapprima di un omino con un gran berretto di puzzola calcato in testa, che stava fuggendo verso l’intricatissima vegetazione. Lion lo fermò con una precisa freccia che gli trafisse un polpaccio e poi…
– E poi…?
Una tigre enorme, di una specie rarissima, dalle strisce bianche e nere, si avventò sul cavallo indiano di Rex, che stramazzò al suolo.
Il ranger ruzzolò a terra stando attento a non farsi male e immediatamente si rese capace della situazione. Davanti a lui c’era il più grosso felino che avesse mai visto, grande come un grizzly, quattro o cinque volte più pesante di un puma, che ora lo stava fissando con uno sguardo silente e terribile.
– Mich! Mich! Vieni… su… bello!
Lo sfottò di Rex fece infuriare ancora di più la belva, che balzò in quella porzione d’universo dove, fino ad un attimo prima, Rex si stava comodamente arrotolando una sigaretta. Ad ogni suo salto, schivato con assoluta flemma e sempre per un pelo da Rex, la tigre s’incattiviva vieppiù, ma proprio non riusciva neanche solo a sfiorare el gringo maldido. La serata era caldissima ed umida. La tigre respirava con la bocca aperta, come un pugile fuori forma. Il suo stesso peso la penalizzava. Rex era poi agilissimo.
– Col lazo, Lion!
Lion catturò la tigre con una lunga corda annodata. Il ranger ci saltò su, come se volesse addomesticare un puledrino, e cominciò a fargli sentire l’acre sapore degli speroni. Per buona misura Lion le lanciò il suo lungo coltello, che andò a piantarsi nel vasto deretano della bestia, che emise un ringhio sordo per il dolore, e cercò di sbalzare con tutta la forza che le restava in corpo il più che tenace cow-boy. I due coriacei avversari corsero tutta quella notte, ed anche il mattino e il pomeriggio del giorno appresso. La tigre ora non cercava più di scaraventare a terra Rex, ma sembrava non riuscire a fermarsi, avendo perduto, forse, il senso di quello che stava accadendo nel cosmo infinito. Rex la teneva con una mano sola, mentre con l’altra si scappellava come un clown di fronte alle signorine e si fumava decine di sigarette.
– Come va, gattino? Vuoi correre un altro po’?
A questa domanda apparentemente ironica, il felino rispose nella maniera più imprevedibile:
– Miaaaaaaaoooooooo!
Il miracolo era avvenuto. La bestia, senza più energia, né animus belli, era domata. Si fermò d’un colpo e crollò su un lato, con ancora il pugnale di Lion che le sporgeva dal sedere. Rex fece appena in tempo ad evitare di finire sotto quel terribile peso. Si accese poi l’ennesima sigaretta e si recò a far visita al tipo che aveva liberato la tigre, ancora dolorante per via del colpo al polpaccio, che era stato amorevolmente fasciato dalla moglie di Ferrari, la signora Linda. Senza dirgli nulla lo sollevò da terra con un braccio e con l’altro gli mollò uno sganassone che lo fece volare ad alcuni metri di distanza.
– Felix mi ha parlato molto male di te e dei tuoi cabrones…
– Papà… chi è Felix?
E’ il nome che Rex aveva dato alla tigre.
– E cosa sono i cablones?
Sono chiamati caproni quelli che seguono un capo-bandito…
– Ah! I complici!
Esatto. Dopo una cura pedagogica alla Rex Miller, a suon di sberle e calci, il tapino, un indigeno di nome Alì, confessò che tutte le stragi erano state effettuate dai suoi uomini e che la bestia, pur ferocissima, non aveva mai ammazzato nessuno. Aveva solo divorato in parte i cadaveri, poiché la si teneva a digiuno per una settimana prima di ogni colpo, dovendo così simulare lo sbranamento. Alì fece il nome del mandante: un certo Brambilla, un Brianzolo ricco sfondato che s’era innamorato della zona e che se la voleva accaparrare ad un prezzo irrisorio, per costruirci un immenso parco-giochi per la gioventù. Un povero pazzo! Rex andò subito a fargli visita, insieme al Governatore e al capo della polizia, portandosi appresso la tigre, ormai divenuta inoffensiva e fedelissima al ranger.
– Lex ela un velo langel, papà?
Certo. Brambilla, nel sentirsi accusato di così ignobili crimini, finse di cadere dalle nuvole. Negò tutto risolutamente. Del resto non c’erano prove contro di lui, ma solo l’infida testimonianza di un farabutto dichiarato. Rex lanciò un fischio a Felix, la quale si avventò sull’azzimato Brianzolo che, terrorizzato, confessò subito tutto e…
– Papà… ma la tigle voleva mangiallo?
Per quanto ammaestrata, una belva mantiene sempre i suoi istinti…
– E non saltò mai più addosso a Lex?
No…
– E pelché? Aveva paula?
Sì… e poi… Rex le aveva regalato una cosa importantissima…
– Quale cosa impoltantissima?
La libertà… Rex la portò con sé in America. Felix diventò l’orgogliosissima tigre da guardia del villaggio degli Zilocches…
– La legava qualche volta Lex?
Solo se c’erano in giro delle puzzole!
– E pelché?
Ahhh! Non sei stato mica attento!

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