Rex e il Cobra Reale

Ti ricordi di quella volta che Rex andò a Calcutta per catturare quella tigre di cui divenne poi amico?
– Sì!
Dopo quell’avventura Lion dovette rientrare in America perché stava iniziando la stagione della caccia e la tribù aveva bisogno di tiratori esperti come lui. Rex invece rimase in India per qualche settimana, perché fu organizzata una breve tournée di spettacoli con la tigre, allo scopo di raccogliere dei fondi per i bambini orfani. Una sera, alla fine di uno spettacolo nella città di Benares, Rex stava camminando tranquillo in uno di quei vicoletti insidiosi e sporchi della celebre Città Sacra, quando udì delle improvvise e variegate urla:
– Aiuto! Adiuva me! Socorro! Hulp! Hilfe! Help me! A’ l’aide!
In un baleno Rex piombò sul posto, scorse un vecchio brahmino assalito da due tipi muscolosi, si buttò nella mischia e riuscì subito a stendere con un pugno uno dei due energumeni. L’altro, assai rapido, vista la mala parata ed avendo forse notato le grosse colt del ranger, si diede ad una salutare fuga. Rex rinunciò ad inseguirlo poiché tutt’intorno v’era tutto un dedalo di viuzze male illuminate ed assai intricate, che facilmente si prestavano ad imboscate. Si avvicinò quindi al brahmino che, per fortuna, non aveva subito grosse ingiurie da parte dei due criminali.
– Ti ringrazio, sahib! Che la Trimurti sia con te!
– Papà, cos’è la Tlimulti?
Sono le tre divinità indiane: Brahma, Shiva e Visnù.
– Come ti senti, vecchio?
– Bene! Senza il tuo intervento mi avrebbero derubato e ucciso!
– Le vie di Benares sono un po’ insicure, specie di notte!
– Specialmente da quando agiscono questi fanatici del Cobra!
Rex, in quegli attimi concitati, era riuscito appena a notare che, sul braccio dei due teppisti, faceva bella vista uno strano tatuaggio con un cobra.
– Guarda, sahib! Il segno del cobra è stato impresso col fuoco!
– Quanti ce ne sono in giro di questi baldi gentiluomini?
– Non lo si sa di preciso… Parecchi!
– E la polizia che fa?
– Ha paura di loro! Ti sei forse imbattuto in qualche agente di ronda che perlustrava queste vie?
– Ora che mi ci fai pensare non ne ho visti!
– Guarda, sahib, si sta scetando!
– Sveglia bello mio! Lo vuoi un bel caffettino con la cioccolata?
– Ough!
– Come ti chiami?
Il tipo aprì la bocca solo per mostrare al ranger che la sua lingua era stata recisa a metà.
– Ah! Sei davvero un tipo di poche parole!
– Ough!
– Portami dal tuo compare, Ough!
Ough fece cenno di no. Rex lo minacciò con un pugno, tenendolo sollevato con un braccio solo. Gli occhi dell’Indiano si sbarrarono all’improvviso. Il ranger intuì che c’era pericolo nell’aria e si girò di scatto in direzione di quello sguardo terrorizzato. Sentì un sibilo e vide Ough stramazzare a terra. Una freccina, sicuramente avvelenata, l’aveva spacciato. Stavolta Rex non ci pensò due volte a gettarsi all’inseguimento del responsabile di quel nuovo delitto, ma i meandri della città erano troppo oscuri per consentire al ranger di raggiungere l’assassino. Presto Rex rinunciò a catturarlo e tornò dal brahmino.
– Dimmi tutto quel che sai di questa storia!
– So tanto e so poco, sahib, come tutti. L’organizzazione del cobra ha messo le mani su tutta la criminalità della città. In città non si muove foglia, che l’organizzazione non voglia.
– Si conoscono i suoi capi e si sa dove sia la sua base?
– In questo ti può essere utile Kim, il mio nipotino di cinque anni. Qualche sabato fa per caso incocciò in un individuo vestito stranamente, che si stava dirigendo verso un antico mulino abbandonato, da dove pare che escano i fantasmi di notte, e che perciò nessuno frequenta da anni. Quel mio nipotino è un bimbo che non tiene paura di nulla. Seguì il tipo misterioso, finché lo vide sparire all’improvviso dietro ad un muro. Kim è ‘na criatura sveglia e presto capì che ci doveva essere una leva o qualcosa del genere che permetteva di entrare nell’edificio. La trovò: era un finto ramo di una quercia la cui chioma lambiva il mulino. Vi entrò attraverso un muro girevole e, dopo aver percorso un breve corridoio, raggiunse l’entrata di una stanza, dove stava accadendo di certo qualcosa di losco. Ad un certo punto distinse un sibilo fortissimo di un serpente e una voce strozzata di un uomo e poi tanta gente che inneggiava al Sacro Cobra Reale che…
– Portami da Kim!
Nonostante l’ora tarda, Kim era scetato come nu grillo e accettò con immenso piacere la richiesta di Rex di condurlo al vecchio mulino.
– Se vuoi vedere quella gente cattiva dobbiamo andarci di sabato!
– Sicuro?
– Sì! Non ho detto nulla al nonno, ma ci sono tornato altre volte in quel posto, ed ho visto venire qualcuno solo di sabato.
– Papà, pelché ci andavano solo di sabato?
Forse perché il giorno dopo, che è festa, potevano rimanere a letto!
Il sabato successivo Rex e Kim si recarono al mulino, quand’era già scoccata l’una di notte. Entrarono nel muro girevole e, silenziosi come gatti, si avvicinarono all’entrata della stanza destinata al culto del Cobra Reale. Non potevano sporgersi granché, per timore di essere scorti da qualche adepto della setta. Rex fece montare sulle proprie spalle il mocciosetto che, in quella maniera, poteva osservare la situazione attraverso uno spioncino, senza essere scorto, anche per via dell’oscurità.
– Rex! Saranno un centinaio!
– Bene! Che altro mi dici?
– Hanno delle facce assai brutte!
– E che altro?
– In mezzo a loro, al centro di una specie di piattaforma, ci sta quello spaventapasseri che ho pedinato l’altro giorno. Sembra lui il Grande Sacerdote di chilli scemi.
Tutto accadde in un attimo. Kim si sentì girare all’improvviso di centottanta gradi e scorse un indio seminudo emettere un gemito e poi scivolare a terra, trafitta la fronte dal coltello di Rex, tenendo ancora in mano un lungo laccio bianco che serviva di certo a strangolare.
– Dimmi che altro vedi! – chiese Rex, ruotando di nuovo, come un perno bel oliato, su se stesso.
– Sì, Rex… Per la Peppa! Ora stanno portando un uomo al cospetto del Grande Sacerdote. Poverino, trema come una foglia. Si è messo ora in ginocchio.
– Alzati disgraziato!
– E’ il sacerdote che parla, Rex!
– Pietà! Nu vogliu murì!
– Taci, stupitu! Nu teni più dirittu, né ri vive né di sbarrià!
– Sonu veduvu e tengu sette figli affamati che mi aspettanu a casa!
– Anche Lui… è affamato! . disse il Sacerdote tendendo l’indice in una direzione ben precisa.
– Rex! Là dietro, in fondo, è spuntata una gabbia di vetro con dentro un cobra. Ostrega! Sarà lungo venti piedi!
– Noooo! Pietà!
– Non puoi più implorare, perché sei già un pezzente morto! Ah ah ah ah ah!
Rex, che aveva ascoltato pazientemente le varie battute del dialogo tra il carnefice e la vittima, decise che doveva intervenire subito per salvare la vita di quel pover’uomo. Non aveva abbastanza pallottole per tutta quella gente, ma la cosa non lo impensierì più di tanto. Fece scendere Kim e gli ordinò di tornarsene a casa, che gli avrebbe poi raccontato con calma ogni cosa. Kim finse di volergli obbedire, ma in cuor suo intendeva vedere di persona come sarebbe andata a finire. Rex aprì l’uscio, si affacciò all’ingresso e, col suo miglior sorriso, ma con voce tonante, sbraitò:
– Ehi!… brava gente!
I fanatici si voltarono tutti verso il ranger. Il Grande Sacerdote urlò, di rimando:
– Chi sei tu miserabile, che osi profanare questo tempio sacro?
– Chiedo scusa, corvaccio niuro dei miei stivali. Non è un tempio, questo, ma nu vecchiu mulinu sgarrupatu!
– Pagherai anche questa offesa!
– Appunto. Fai tornare quel padre dai suoi sette marmocchi. E’ mia intenzione affrontare al suo posto il brucone cresciutello!
– Sei pazzo! E al Dio dei Serpenti piacciono i pazzi, assai più che i poveri diavoli. Guardie. Sciogliete i lacci a questo miserabile e fatelo andar via. Bada a te, uomo! Se solo oserai spifferare a qualcuno l’ubicazione del Tempio distruggeremo la tua famiglia!
– Vi ringraziu, Eminenza! Lo sapite! Tengu puri na mugliera zuppa! Ce virimmu!
Il padre dei sette bimbi non più orfani fuggì alla velocità di un razzo!
– Come Supelman, papà?
Quasi. Rex si rivolse ancora al Grande Sacerdote.
– Cosa ci scommetti, bacuccu, che riuscirò a neutralizzarlo in meno di un batter d’occhio?
– L’affronterai senza usare armi!
– Un momento! Proprio perché sei tu, ti voglio dimostrare che mi sbarazzerò del pennellone senza usare le pistole!
– Non ti lascerò nemmeno il coltello!
Rex posò per terra armi, cinturone e coltello. Si tolse poi la camicia.
– Non vorrei impolverarmela, capisci!
– Sei sempre più pazzo, gringo!
– Voglio vedermela con quel biscione senza usare le braccia.
– Sì! Buonanotte!
Rex scostò con un braccio l’incredulo Sacerdote e ordinò ai fanatici, quasi fosse lui il loro nuovo capo, di aprire la gabbia.
– A me gli occhi, bel ramarrino!
Il cobra sembrò quasi catturato dal fluido che pareva uscire dagli occhi di Rex che, sempre senza smettere di fissarlo, si accese una sigaretta, che cominciò a fumare avidamente. Questo era l’unico suo gesto che sembrava tradire una certa insicurezza, poiché egli manteneva per il resto un costante sorriso, teso agli angoli della bocca. Anche il cobra fissava Rex con sguardo intenso, restando del tutto immobile davanti a lui.
– Papà, se il cobla molsica Lex, poi Lex muole?
Il cobra reale ha tanto di quel veleno nelle ghiandole che potrebbe stroncare un elefante. Il serpente tirò indietro il capo, formando col collo una “S”, ed aprì la sua bocca gigante, come se volesse colpire proprio in quel momento. Rex gli espirò addosso tutto il fumo che aveva inspirato. Il cobra cominciò a tossire come un povero tisico, silacchiando tutto quell’acido giallastro sul pavimento. Quand’ebbe finito, Rex gli acciuffò con una mano la testa dilatata e con l’altra la coda ed introdusse quest’ultima nell’antro della bocca. Il serpente si tramutò così in una specie di cerchione gigante. Il Grande Sacerdote sbraitò:
– Catturate l’infedele! Ha profanato questo luogo ed ha umiliato il nostro Dio!
– Non statelo ad ascoltare! Quel vile approfitta della vostra ignoranza per perseguire dei fini di lucro. Dove sono finiti i frutti delle vostre ruberie? Li ha forse mangiati questo salvagente che ho in mano? Esso non è altro che un volgare salsicciotto da quattro soldi, che manco sopporta un anelluccio di fumo. D’ora in poi sono io il vostro capo. Io, che vi ho dimostrato di aver tanto coraggio da vincere un cobra senza usare le mani!
– E’ vero! Il sahib ha ragione! – era la voce di Kim che, preso coraggio, apparve sulla soglia gridando:
– Conosco quel tipaccio. Coi soldi che voi avete rubato si è costruito la Reggia di Calcutta!
La folla di uomini-cobra rimase senza parole per quasi un minuto. Poi, uno di loro, forse il più anziano, prese la parola:
– Compagni! A me il sahib piace, perché non ha mostrato paura davanti a nulla. Ci ha affrontati da solo ed ora se ne sta lì con un cobra di venti piedi in mano! Ma noi non possiamo avere due capi! Che il Grande Sacerdote possa perire! Ho detto!
– Ugh! – confermò Rex Miller.
L’anziano lestofante, non più Grande, e nemmeno più Sacerdote, vista la mala parata, prese a fuggire in direzione di Kim. Rex, senza scomporsi, gli gettò il pesante cobra, manco fosse un lazo, centrandolo perfettamente.
– Mi spetta un orsacchiotto, gente!
– Papà! E il cobla cos’ha detto al Glande Saceldote?
Era ancora imbambolato e non riusciva a staccarsi la coda dalla bocca…
– E Lex cosa fece al cobla?
Lo portò lontano dalla città, rinchiuso in un sacco di iuta. Poi lo mollò nell’aperta campagna.
– Ma i cobla… sono semple cattivi?
Solo quelli velenosi, figliu miu.

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