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Olide – sceneggiatura per film

Scena 0

 

Insegna di un ristorante: “Col che gh’è ghè”

 

All’interno del locale, due soli commensali

 

Il Tempo (un uomo sui 50 anni, d’apparenza umile) e la Storia (una donna elegante, non giovane ma fascinosa) a tavola, mentre mangiano spaghetti.

 

S: Io sono la Storia e cerco… la Verità (e lo dice con la bocca un po’ piena)!

T: No!, davvero?… E te la portano fino a casa ‘sta Verità?

S: E a te chi la porta a casa?

T: Oh, tutte le volte! – si tocca la camicia.

S: Poccione! Ti sei macchiato di sugo la camicia!

T: Capita!

S: A te capita spesso!

T: Vado a cambiarmi…

S: Tu sei come quella persona che capiva tutto lui!… che aveva sempre ragione lui… e sai che fine ha fatto quel tale?

T: Io ho detto che, essendo io il Tempo, ci convivo, con la Verità, non che la capisco.

S: Ci convivi, eh? E poi mi vieni a cercare quando lei non ti basta più!

T (facendo finta di guardare attraverso un finto cannocchiale formato dai due pollici e indici messi a circolo: E’ giunta l’ora! La sala è ormai piena!

 

Il Tempo si alza all’improvviso e abbandona il desco.

Si sente socchiudere la porta.

La Storia, rimasta a bocca aperta, si alza e comincia a gridare:
S: Tempo! Sei solo un miserabile quintale di sabbia che scorre inevitabile in un unico e maledetto senso!

 

Oste (esce a rincorrere il Tempo, e ricevendo la porta quasi in faccia): Signore… il conto!

 

Il Tempo riapre la porta.

T: Dai andiamo, cara, non è del Tempo lasciare in asso una bella Storia!

S: Sei un bruto! Prima mi offendi e poi…

 

Il Tempo fa un gesto amichevole nei suoi confronti e dice, molto dolcemente: “Su, andiamo, amore mio…”

 

Allunga una banconota grande sul bancone.

L’oste la piglia avidamente e la guarda esterrefatto.

 

Oste: Ma l’è troop… me non…

 

Il Tempo gli risponde, sorridendo:

T: Ed me e disen che a sun un mes galantom!

E poi, rivolta alla Storia: Dai andiamo, Cara, che ci stanno aspettando!

 

Si presentano in un luogo dove vi sono due microfoni e due cuffiette.

 

Scritta iniziale, prima dei titoli:

 

Voce del Tempo (overvoice fino a oppure…):

 

Non ci sono due colli uguali, ma in qualsiasi luogo della terra la pianura è una ed è sempre la stessa. Io percorrevo una strada della pianura. Mi domandai senza molta curiosità se mi trovavo nell’Oklahoma,o nel Texas oppure…                                                                                      “Borges – Il libro di sabbia”

 

Una macchina (moderna) avanza nei viottoli di Fodico, stradine strette che si incrociano con altre stradine strette.

La guida, vista dall’interno, sembra sempre più nervosa, il navigatore appeso al parabrezza; nel frattempo scorrono varie rilassanti immagini esterne della pianura: roto-balle di fieno, bianche garzette che si levano in massa e abbondano nei campi irrigati, o alberi solitari circondati dalla più deserta campagna, vecchi casolari ormai diroccati, case enormi e lontane che pullulano di gente nei campi.

 

La macchina continua ad avanzare a scatti, come se fosse un rally, magari al suono di una musica molto ritmata di jazz/rock/pop.

Dopo un bel po’, la macchina si ferma. Ne escono una coppia di giovani fidanzati. Lei sembra nervosa, lui rassegnato, con le braccia un po’ alzate, come a dire “e chi ci capisce niente; chissà dove siamo!”

 

Voce della Storia (overvoice):

 

In certi posti è arduo giungere.

Ma lo sarà di più abbandonarli.

 

Prima scena.

 

Una bici appoggiata al muro interno di una fattoria, del tipo antico, dove la stalla era a sinistra, la cucina a destra, in mezzo il lungo androne.

Nella sala da pranzo, primo piano sugli oggetti della stanza. Primo piano sulle numerose mosche, che abbondano vicino alla frutta raccolta in un vaso intorno alla tavola (mele, pere, sorbe, melograni, uva etc).

Una voce di donna: Quanti moschi! Per la ma’!!

Si rivolge a uno che sta uscendo nell’androne.

Donna: Renso, e dov’et adesa?

Renzo: A fer un gir!

Donna: A lavurer con to peder no, eh?

R: No, mama! E vagh dop da papà!

Donna: A t’è propria un fiol ed…

R: Ste’ ateinti a parler, mama! – dice ridendo. “Av salot, dai!”

D: Mascalsoun! – ma lo dice quasi ridendo.

Si vede solo ora il giovane Renzo che, inforcata la bici, se ne va fuori in strada.

 

Seconda scena.

Anche lì una bici, ma da donna, anch’essa appoggiata in un altro androne.

Sala da pranzo analoga, anche qui mosche.

La mamma sta facendo cuocere qualcosa sui fornelli (patate, o riso).

Adele: Mama!

Mamma: Sagh’è adesa?

Adele: Posia ander?

Mamma: “Ma indove?”

Mamma: A fer un gir!

Mamma: A st’ora… con cul chel che’?

Adele: Seh, agò bisogn ed sgranchir un po’ al gambi!

Mamma: Va’ un po’ a sciancher l’erba!

Adele: Mama, a sun stofa, am sun alveda a sinc or, ajò munt, ajò spase la stala, adesa agò voja ed fer dl’eter!

Mamma: Dl’eter?! – pausa: Oh! Ander mia a fer la putana… Am’arcmand!

Adele: Mama!

Mamma: Va bein, ma fra n’ora viin a ca’!

Adele: Va bein!

Si vede solo ora la giovane Adele che, inforcata la bici, se ne esce in tutta fretta in strada.

 

Anche ora immagini della pianura, le bici si vedono da lontano, prima una e poi l’altra.

Lui si volta indietro e fa un gesto di richiamo. E poi comincia a pedalare forte. Lei pure accelera. I due amanti raggiungono un luogo, dove abbandonano le bici contro a un albero.

E se ne vanno correndo e sparendo nell’erba alta.

 

Scena terza, che si alterna a Scena quarta:

 

Olide (O) che parla con un amico (Giuseppe), nel piazzale della chiesa.

 

III:

 

O: Va bein, adesa e vagh…

G: Ma resta un eter po… tant sa vet a fer a ca’?…

O: oh, agnè seimper…

G: Ma se anghet gnan na stala, gnan un pcoun d’un camp…

O: At ringrasi!

G: No, speta… ant’ vriva mia ofender!…

 

IV:

 

Dall’erba si sentono grida e ansimi…

 

III:

 

G: Ma, dim un po, l’è veira che l’an masee?

O: Ma chi?

G: To non!

O: Ma chi t’ha det ‘na caseda compagna?
G: As dis in gir…

O: In paes as nin dis tanti ed cujonedi!

G: E alora?

O: Alora, l’è stee truvee mort in carosa, dopa che a l’è caschee in dal caneel…

G: a l’è mort ‘nghee,insoma?

O: Frena. A l’è mort dopa aver picie’ cla soca… an priva mia ‘ngher in mes meter d’aqua…

(scena dell’incidente)

G: Ma l’è veira che anghìà mia lasee gninto?

O: ‘na carosa rota..e e du cavai…

G: Ma come l’è possebil?

O: A l’è stee un fes. Luigi, al set col che ag’à viva da aprire un negosi, a gh’a fat firmer dal cherti, carte d’avvallo am per che as ciamen, e akse’ a s’è impegnee per di debit d’un eter.

G: E dopa Luigi a l’è andee a Res, a lavurer sota padron…

O: Eh seh!

 

IV:

 

Scena del verde, si sentono le lontane voci dei due amanti, che ogni tanto rompono il silenzio.

 

III:

 

G: E ora siiv…

O: A sum armes con ‘na man davanti e una dree…

G: Che sfiga!

O: Gninto che an so mia risolver… occorr lavurer… a proposit… second te a ghè qualchidun ca gà bisogn d’un che fatiga in na stala?

G: Edmand a me peder! Ma te… anghet mia da spuseret?

O: Per al mumeint agò da penser a camper!

G: Beh… la to ragasa dla tera agn’à!

O: E second te a la dan a ‘na dona?

G: Che rapport a ghet coi so fradee?…

O: Mia tant boun…

G: Prova a fer un o’ al rufian…

O: An sun mia boun a fer certi cosi…

G: Ma va’ da lor ed dmanda che fagan a mood con la sorela!

O: An sun mia al tipo!

G: a t’è troop orgoglious!

O: A sun cme sun!

G: a t’è inamuree ed l’Adele?

O: Cme al prem de’!

G: E l’è ‘na persouna a mood?

O: E perché ‘sta dmanda?

G: Bela a l’è bela…

O: Ma a l’è anca… bouna, pasinta, un po’ riserveda forse… a sarà ‘na mojera tranquela che ‘spetta al marii che torna a ca’ dopa ch’è faat al cul tot al de’!

 

IV:

 

Scena del verde, si sentono ancora guaiti, gemiti, urletti:

 

Adele: Vocca ‘ste tremend!

Renzo: niin voot ancora?

Ad: Seh!

R: Dim te fin quant!

Ad: Fin che agn’et !

 

Le frasi sono dette a mozziconi, fra i suddetti guaiti e urletti

 

III:

 

G: Ne et sicur?

O: Sa voot river a dir? (sta quasi montando in collera)

G: agh’è chi dis che pies anca a un eter om..

O: A chi?!

G: As dis l pchee e non al pecator…

O: Am sa ed saveir chi po’ eser, un cuioun…

G: E se al doni piesen i cuoioun?

O: Adele a l’è mia akse’…

G: Seh… Ah l’è tot ‘n’etra cosa… (ironico)

O: Perché an l’è mia akse?

G: Tot al doni iin cumpani in dal piser!

O: E ‘sa vol dir?

G: A vol dir che…

O: Sent un po’… a ghè un pover semo che va in bici alla sira areint a ca’ sua e dla streda a taca a canter, e poi spares…

G: As ciama Renso?

O: Am peer… l’è al fiol d’un ed Castelnov… un che fa ed msteer al birroccer…

G: Olide! Al doni iin particuleri…

O: An preocuperet mia… s’agha da succeder, me mas sia loh che lee… At salot…

G: Ma no dai, frena, che a vein teegh!

 

IV: nel verde, si odono solo le voci.

Risolini.

 

Ad: E scapp!

R: Dai, ne… ne fomia n’etra?

Ad: Ma saghet in dal boss, la fabrica?

R: Seh, la fabrica del Vatican!

Ad: Miscredeint! Ag’ò da ander!

R: A t’è piasuu?

Ad: E te se peinset?

R: M’et lasee la voja…

Ad: Ancora?

R: Seh, adesa me vag a ca’ e me faag ‘na vaca!

Ad: Ohh, beata lee!

R: Ma se et voja ancora, dai… ne fomia n’etra!

Ad: Seh, delinqueint, ma dat ‘na mosa… la mama l’è la’ che m’aspeta!

R: Magara l’è la che ciola anche leh!

Ad: Strunz!

R: Troia!

Si sente uno schiaffo.

Ad: A t’è gustee?!

Si sente un altro schiaffo.

R: E a te? A l’ed ed to gradimeint, sgnoreina?

 

III:

 

I due amici sono in bici.

Sarà mezzogiorno.

Si vedono da lontano mentre percorrono i zigzaganti viottoli ghiaiosi.

Soggettiva.

 

G: Oh, agh’è del movimeint dree a cal pianti là!

O: Eh?

G: A ghe du polaster che ciolen!

 

Si vede subito dopo Adele che cammina impettita e tutta spettinata, con l’erba appicicata ai vestiti.

Giuseppe dietro, che dice: E so… dai… fermet!

 

Adele cammina dritto, poi sente arrivare le bici, le osserva e ha un moto di sorpresa, rimanendo a bocca aperta, con le mani sulla bocca!

G: Bon! La friteda l’è fata!

 

Giuseppe raggiunge la bici e scappa dalla parte opposta.

 

Adele rimane ferma, sbigottita, incapace di parlare.

 

La camera inquadra la campagna più avanti, da cui escono, tranquilli, mano nella mano, la Storia e il Tempo.

 

Scena quinta

 

Si vede Giuseppe che si sta allontanando, ormai distante alcune centinaie di metri.

 

Adele: Olide, me…

Olide: Va’ a ca’! (duro ma con voce appena un po’ alta)

Adele: Me… non…

Olide: Va’ a ca’! (durissimo e voce urlata in modo terribile).

 

Adele raggiunge la bici ancora appoggiata all’albero e se ne va.

 

Olide rimane immobile e segue il lento percorso della sua fidanzata.

 

Rimane immobile, anche quando Adele non si vede più.

 

Scena sesta

 

Adele nella sua stanza, a capo chino.

Si alza d’un tratto.

Gira per la stanza senza requie.

Dà un calcio all’armadio.

Si fa male: Ad: Ahi!

Si rimette a letto, supina, occhi chiusi.

 

Scena settima

 

La mamma e il fratello di Adele, di nome Abele.

Mamma, M: E adesa?

Ab: Adesa gninto!

M: Come gninto!

Ab: Adele… l’è gravida!

M: Cosa? E ed chi?

Ab: Come ed chi?

M: Ed… Olide?

Ab: L’è loh al peder!

 

Scena ottava

 

In bici Abele esce.

E’ sera.

Raggiunge una casa.

Appoggia la bici.

Suona.

 

Scena nona:

O: E second te me al saiva mia?

Ab: A t’è un disgrasiee!

O: Me?

Ab: Tot du!

O: L’è capitee… l’avre spuseda apeina l’era possebil!”

Ab: Cujoun!

O: Abele, noeter du a som mia due amigoun… e… a fom fatiga a suporteres…

Ab: E ‘sa vol dir?

O: Da un amig a pos tor ‘na morela, ma da te no. Te la morela la fet a to sorela!

Ab: Andom al sood. Adesa sa voot feer?

O: A nal so mia. Al putin l’è mio! E speta a me!

Ab: Ehi… Chelmet! An l‘è mia un videl!

O: Me l’Adele an la voi piò veder!

Ab: Te l’e da spuser, eter che bali!

O: Ah… seh. A s’è vest… l’è intereseda a un eter piò che a me!

Ab: Lesa ster col che la peinsa lee…

O: E quel che peins me siin faghia?

Ab: Nessun al sa col ch’è sucess!

O: I mee maron! Agh’era al me amigh! E ghera anca col mandrel cla la guseva!

Ab: Ed al to amigh egh peins me!

O: E second te me a spos ‘na ragasa cl’è gravida, prunta a sposeres e che intant a sfa trumber da un imbambii!

Ab: O tla toot, o t’mas!

O: Oh! Siiv ‘na bela famija…

Ab: Se t’la spos, et sare’ cunteint ala fin! Adele l’è ona che an sta mia con al mani in man…

O: Seh seh… al so.. an sta mia col mani in man!

Ab: Sa fer la sfoja. Sa fer i caplett. Lavoura in dla stala.

O: E s fa incaner…

Ab (dopo un primo momento di nervosismo, si tranquillizza e quasi sorride): Te aghet da sfogher! Sfoghet… ma se an tla spos mia, dopa am sfog me. Se tla spos saress cunteint, at dagh la me tera che an gh’et mia, se an sbali, avress ‘na ca’ da padreteren. Et lavour in di camp ch’iin too, c’me fag me. Et sares padroun ed te e mia piò servitour. Me e te dla stessa perta. E Adele sara’ tegh. E me an la voi piò difender se sbaja ancora! Et capii?… Iin cas so. Et po’ anca maserla, se al merita. Ma te adesa l’et da spuser, angh’ è mia manera!

 

Fuori, in bici, il Tempo, fermo, aspetta e, nell’attesa, si accende una sigaretta.

 

Scena decima

 

Adele nella sua stanza, sul letto, bocconi, immobile, come morta.

Si sente gridare una voce di anziana, dalla camera accanto.

 

Nonna: Na putana l’è to fiola! L’è seimper steda ‘na delinqueinta. E l’era anca incinta! ang basteva mia! An se sposa piò, et scommet!?

Mamma di Adele (MA): a l’è inotil! Ormai l’è fata! Al lat l’è stee versee!

Nonna: L’è stee versee al lat d’na troia!

 

Adele per non sentire comincia a cantare una canzone delle mondine. Le altre continuano a gridare:

 

Voce di Nonna: Seintla! E’ la che canta! An l’è mia nurmela! Canta por, desgrasieda!! Finiree in mes a ‘na streda!”

 

Scena undicesima:

 

Adele, sempre cantando, esce in bici dal portone e va dritta in una direzione, sa dove andare.

Scena dodicesima.

 

Adele e Olide.

 

O: Set gnuda a fer?

Ad: Et fagh schiva?

O: ‘Sa voot che et dega, la veritee?

Ad: La veritee a l’à scoperta chi aga viva da perder quel…

O: Sa vol dir?… me an’t ò mai capii a te!

Ad: Me pos diret tot al casedi che m’per, tant ang’ò mia piò gninto da perder!

O: Vabbè dai… Te tet fat fino alla quinta, me fino alla tersa!

Ad: Seh, a sun ‘na dotoresa!

O: A t’è solameint ‘na sioca!

Ad: Chi è m’è gnuu a dree, te a me o me a te?

O: E sa gh’eintra?

Ad: Vol dir che at piasiva, noh?

O: Taja curt ca ghò da fer!
Ad: E t’è piasu gnir ala foja megh!

O: A te no?

Ad: E a forsa d‘ander ala foja met mess incinta!

O: me a t’avree spusee, sema!

Ad: E dopa? An t’è piò caghee… cla sema che!

O: E alora… te t’è andeda con cul cuioun?
Ad: As pol der!

O: Me… an t’ voi mia ruviner la veta… me penseva che…

Ad: Che…? Laveda e sugheda e per gnan druveda!

O: Ma c’me ragionet?

Ad: Al dis seimper cla tacalit ed me nona!

O: A t’è mata!

Ad: Peinsa set spous na verginela che dop al matrimoni at rempiess ed coren!

O: E te tet mesa avanti col lavor faat!

Ad: Seh… al mio l’ò bele faat! Adesa son a post. Pos feer la mujera.

O: Ant’ò mai capida te, Adele… et me seimper piasuda per col motiv le’!

Ad: Se t me spos, me saress seimper fedeila!

O: No, Adele, me am ricurderò seimper ed te… ma adesa va’ fora, sparess… che ant voi piò veder la toh facia!

(la voce di Olide ora è tremante, quella di Adele sempre dura).

Adele è come presa in contropiede, rimane allibita, indietreggia, tocca la porta con la schiena. Continua a fissare Olide.

Ad: Se am me spos mia, tla faran pagher i mee fradee!

O: E chi al dis dis, Abele?

Ad: Chisà! Magara a sun ‘na putana, ma anca ‘n’indovina!

 

Poi esce dalla stanza, senza parlare.

 

Va in bici.

 

Si allontana.

Dietro, la Storia la segue in bicicletta.

 

Scena tredicesima

 

Adele è in bici, primo piano con lacrime di rabbia, faccia irata.

 

Scena quattordicesima

 

In bicicletta, Abele va a casa e monta su un trattore.

 

Scena quindicesima

 

Olide parte quando è ancora scuro a casa e arriva in un vecchio caseificio.

Entra.

Camera fissa sulla bici, mentre il giorno tende alla sera e al buio.

Col buio Olide esce e va in bici, fanale acceso.

 

Scena sedicesima

 

Adele in casa comincia a tessere scalfarotti di lana per il nascituro.

Posa l’ago e si alza, va fuori dalla stanza.

 

Scena diciassettesima

 

Abele ancora sul trattore che gira per i campi.

 

Scena diciottesima

 

Olide torna quando è ancora buio al casello. Entra.

Ne esce quando è già buio.

Va in bici, sereno.

 

Scena diciannovesima

 

Adele sta in camera con un ragazzo molto timido, un po’ più giovane di lei, Mauro, con cui si scambia alcune frasi, educatamente. E’ un villano giovane e alla buona. Non si sente nulla se non un (di lui):

Mauro: E quand nasrà?

Adele: Quand a gsra’ a dree.

M: E come al ciamom?

Ad: E te, Mauro, come at piasrè ciamerel?

M: A nal so mia! – detto con un filo di voce.

Ad: A l’è propria un bel nom “Analsomia!”, ma seh, al ciamom akse’!

M: Am tot seimper in giir!

Ad: No, ant’al merit mia, nano!

M: Am piasre’ ciamerel come al pover papà!

Ad: E cme as ciameva al to pover papà?

M: Cristofor, ma al ciameven Stufanein!

Ad: E akse’ al ciameromm, Cristofor det Stufanein!

M: Ma se è po’ ‘na femna?

Ad: No, Dio mama! Cristofora deta Stefaneina!

M: No! Palmina, come la me mama!

Ad: Va bein, cme et voot, ma adesa… lasom in peis… stag mia tant bein!

M: Obbedesc!

Ad: Avanti Marsh!

M: Ma at’è propria tremenda! – lo dice mentre esce quasi a passo di marcia.

 

Scena ventesima.

 

Olide e Clara fanno la fuitina e vanno a Parma a vedere la città.

 

Scena ventunesima

 

Olide staziona nervoso su una vecchia vespa o simile del tempo (anni 35), ogni tanto si posta di qualche metro. Sta arrivando Clara.

Olide, nervoso: “Quant teimp!, dai!, monta sò!”

 

Scena ventiduesima

 

Olide e Clara vanno a casa di Olide, dove c’è la mamma che accoglie la nuora festosa.

Savina, madre di Olide: beh, stasira e per un po’, Clara la dorom megh! A som d’acordi?

Clara: Seh, sgnoura…

Olide: Seh, mama…

 

Scena 23esima

 

Clara e la mamma di Olide dormono insieme, nel lettone matrioniale.

 

La cinepresa gira per la casa fino a che trova Olide, nel letto, che ride da solo.

 

Scena ventiquattresima multipla

 

Scene di vita contadina.

Ballo di contadini e contadine nella stalla.

Ballo di contadini e contadine nell’aia.

Feste popolari su momenti agricoli, aratura, trebbiatura o simili.

Musica contadina, miscellanea.

Galline e papere starnazzanti a suon di musica.

Con la musica alta: scena di parto di una scrofa.

Con la musica alta: scena di parto di una vacca.

Con la musica alta: scena di parto della figlia di Adele.

Primo piano della neonata.

Ritorno alla “festa”, musica sempre alta.

Crescendo.

Sera, dopo il tramonto, silenzio.

 

Nel buio si intravedono le figure del Tempo e della Storia.

 

Scena venticinquesima

 

Clara ha i dolori del parto.

Viene chiamata una levatrice anziana, armata di forcipe.

La cosa si fa grave.

Visi preoccupati.

 

Scena 26esima

 

La levatrice esce dalla stanza e dice: Angl’à mia fata! L’è mort!

Olide stoico, trattiene le lacrime.

Primo piano della puerpera: affranta.

 

In un angolo dell’androne, seduto, il Tempo assiste, tranquillo.

Al suo fianco la Storia si mette le mani nei capelli.

 

Scena 27esima

 

Olide cammina. Incrocia il solito Giuseppe, che gli dà una pazza sul braccio.

I due parlano, ma non si sente niente essendo lontani.

Rumori di cicale.

 

Con la musica alta: scena di parto della figlia di Olide.

 

Scena 28esima

 

Olide in bici. Lo affianca Giuseppe, anche lui in bici.

 

G: An vet mia al matrimoni dla to bella?

O: La me bella l’è a ca’!

G: Al seet che agh’an compree un bel marit all’Adele?

O: Ah se’?

G: Insoma… A regola… a l’è un servitor ed so fradell!

O: Giuseppe, me agh’ò da lavurer, e vagh ed pressia!

G: Anca la domenica?

O: Per un caser la domenica l’è eguela al venerde’!

G: At salot! Brev om!
O: At salot! Bon da gninto!

 

Olide accelera, lasciando quasi sul posto Giuseppe.

 

Scena 29esima

 

Olide incontra Abele.

O: Me fiola dovela?

Ab: Chi?

O: l’ev ciameda Caterina, ahn?

Ab: Chi? Ah! Me nvoda?… l’è… l’è morta!

O: Beda bein che a me m’interesa mia gninto ed la toh fameja…a me am prem sol…

Ab: L’à parturii a Perma… ma la putina l’è morta!

O: An gh creed gnan!

Ab: Fa’ col che t peer, ragasol…

Passa il Tempo e urta involontariamente Abele:
Ab: Ohhh… Sta’ ateinti!

Il Tempo, senza scusarsi, prosegue.

Ab: Ma chi el, col lè?

Abele si volta verso Olide, che però è sparito.

 

Scena 30esima

 

Clara dice a Olide.

Cl: A prans e voi fer al cunii, va’ a torn’un e masel col baston…

O: Macche’bastoun, em basta un colp in cò con la man!

Cl: Brev marii!

O: Ma an t’è mia bouna te?

Cl: Se aghè da sciancher al cool a ‘na galeina (e qui si vede la scena di Clara che insegue una gallina, la cattura e, senza farlo vedere espressamente, agh tira al cool), a sun bouna, ma se aghè da meser un cunii ag vol un omen!

O: Oh, n’etra volta dmanda a to fradel Mario, lo al drova la sfrombla, prima li mola e poi agh tira i sass!

CL: Al so bein che l’è un delinqueint!

Si vede fuori un ragazzino che nell’aia con una fionda che “punta” contro un coniglio.

 

Scena 31esima

 

Si vede Olide che toglie un coniglio dalla gabbietta e si sposta. Camera sulla gabbia. Si sente un colpo in testa. E un commento del marito:

“Bon, vest?, a l’è bastee un colp secc! An’tl’è gnan sintuu!”

 

Si può far vedere, sempre in modo soft e non sanguinolento, l’avvenimento dell’arrivo in casa di Olide del masein (uccisore, scuoiatore etc di maiale).

 

Olide va a caccia e a pesca. Scene senza dialogo.

 

Olide, ripreso all’interno di un caseificio, dà ordini a destra e a manca: è ormai il capo casaro.

 

Scena 32esima

 

A casa, Olide, chiama a raccolta la famiglia e dice loro, come se fosse il capo famiglia:

I capi mi hanno chiesto di sostituire Bruno che andrà a lavorare a Cadelbosco, insieme a Paolo e Carlo. Ve lo chiedo solo una volta ma voglio una risposta subito e sincera. Ve la sentite di aiutarmi, tu, Rico, saresti il mio vice, tu, Dino, il garzone. Insieme a te lavorerà Enzo.

I due fratelli fanno sì con la testa.

Olide: Seh, alora?

I fratelli: “Seh!”

Olide: Luigi, che era minore al tempo della morte del nonno, ha i soldi necessari per andare in collegio. E ci va.

Almeno uno di noi studierà. Luigi? Che dici?

Luigi (un ragazzone di tredici anni): Va bein!

 

In una poltroncina a lato, siede il Tempo, che fuma una sigaretta.

 

Scena 33esima.

All’interno del caseificio.

 

Olide mostra ai fratelli i vari lavori del caseificio.

Poi si vede gli stessi che lavorano.

 

Scena 34

 

Ennesima riunione di famiglia:

Olide: Non si sa se ci daranno gli stipendi per questo mese, i capi sono andati a Milano e non so se torneranno. Quindi per cui, domani andremo in caseificio e ci prendiamo le cose nostre.

Fratello di Olide: dovremmo prenderci anche il grana che ci spetta.

Olide: No, a som mia di leder noeter!

Fratello: Ala fin iin noster, at degh!

Olide: No.

Fratello: Ma se iin scapee via seinsa pagher gli operai!

Olide: fa gninto!

Fratello: Ma perché?

Olide: Perché agh’è la guera!

L’altro fratello: E noeter, sa magnomia, i sas?

Olide: Venerde’ e vagh a Rez, alle Reggiane a sercher un lavor, per me e per voeter du. Adesa stom tot in paes e as fa l’ort tot quant. Al pan al fom in ca’. Anca al vein e la grapa.

Olide si alza e se ne esce di stanza.

Primo fratello che ha parlato, ora con un po’ di acrimonia: “Cme seimper al decis tot loh, al noster cap!”

Secondo fratello: Oh! Olide l’è fatt acsé!

Primo fratello (incattivito): Beh, a l’è fatt meel!

Al che Olide, che, probabilmente, ha sentito tutto, dice: “Seh, a sun fatt acsé… e av dirò anca che me a non voi mia fer la fin dal barboun a Res, quindi per cui io… ricomincio a studiare fino alla licenza, capito?

Fratello primo: sa perlet, adesa, in italian?

Olide: An pos mia?

Fratello primo: At met a studier?

Olide: Seh, perché a te fa schiva?

Fratello Primo: A me seh!

Olide: Quand e ved la Dirce, la me vecia maestra, egh dmand s’am prepera lee! Se vrii… anca vueter… – lo dice mentre esce di stanza. Si riaffaccia poi dicendo: Del teimp leber agnè!

Al che il primo fratello fa il gesto dell’ombrello con una certa violenza.

 

Scena 35esima

 

Scenette varie di Olide con la maestra Dirce mentre usa goniometri, righe, calamai e inchiostro. Magari mentre si sprizza tutto di inchiostro.

 

Scena 35esima bis

 

Maestra Dirce: in Matematica siete svelto a far i conti, Olide…

O: Ho dovuto imparare sennò mi fottevano.

D: Non si dicono parolacce!

O: Scusem, sgnoura Dirce, a m’è scapeda!

D: E non si parla in dialetto, almeno qui, quando siete a lezione.

O: Scusatemi!

D: Va bene, Olide, avete studiato le pagine di Storia che vi ho dato ieri?

O: Seh, ma vorrei essere interrogato domani!

D: Qualcosa vi è poco chiaro e…

O: No, tutto chiaro ma non ho imparato a memoria i nomi!

D: Non vi piace la Storia, Olide!

O: Me medra… ehm… mia madre diceva che era una gran brutta bestia la Storia.

D: Si dice così della politica!

O: sì, maestra, ma la Storia da cosa è fatta, se non dalla politica…

 

La Dirce lo guarda perplessa.

 

Davanti a lei la Storia che, indispettita, rovescia un po’inchiostro sulle mani e sul maglione di Olide.

 

D: Olide, anche oggi vi siete sporcato le mani di inchiostro… guardate… anche il maglione…! State più attento…. Parete quasi un bambino!

 

Olide è avvilito.

 

Scena 36esima

 

Scene di lavoro in fabbrica di Olide e dei suoi fratelli.

 

Scena 37 esima:

 

Bombardamenti su OMI Reggiane.

 

Scena 38esima

 

Olide dice ai fratelli, sotto un capannone:

 

Han bombardato anche la casa dell’avvocato, non so dove andare a dormire stanotte, ci arrangiamo qua (si intravedono anche la moglie e un bambino di 8 anni), domani partiamo per Poviglio.

 

Scena 39esima

Olide torna a casa, sudato e in canottiera.

Clara: Olide!

Olide: Sagh’è?

Clara: Et sintuu se è success ai Piccinini?

Olide: A chi?

Clara: Ma seh, cla ginta che viin da Modna.

Olide: Ah, se gh’è success?

Clara: An masee un tedesc e i fasesta an radunee dla ginta in piasa.

Olide: In dove?

Clara: In piasa, dvant ala cesa! E dopa… un a un ian mandee a ca’ la ginta!

Olide: Tot quant?

Clara: No! Mia Piccinini, al peder, e i due fioo che in mia ancora partii militer…

Olide: Alora… sa gani faat?

Clara: Eren leghè cme conii! Po’ agh’an det… prii ander… e gh’an sparee in dla schina!

Olide: Boia d’un can! An’s pol mia ander Avanti aksee!

Clara: No! An’s pol mia!

Olide: me fag i mee!

Clara Seh! L’è al miglior partii!

Olide: sperom ca basta!

 

Scena 40esima

Olide alla moglie: A sun disperee, ragasola, aio faat e faat e guerda adesa! Aghò gninto in saca e angò gnan ‘na ca’ mia.

Clara: An l’è mia veira che angh’et gnint in saca. A fom un prestit e gla fom a cumprer ‘na ca’!

Olide. Bah! Sperom!

 

Scena 41:

 

Un ragazzo sui 17 anni, nel buio, corre disperato, cade, si rialza, corre ancora.

 

Un uomo in bicicletta si ferma e gli chiede:

 

Uomo: Se è success?

Enso Iori: E m’an bruse tot quant!

Uomo: Ma chi?

 

Enso sviene.

 

Scena 42:

 

Uomo: Alora dutour?

Doc: A ghan fat un bel servesi!

Enso: Iin stee I fasesta!

Doc: Con al sigareti apiedi?

Enso: Seh!

Doc: Aio capii…

Enso: Me peder li masa, adesa!

Doc: Parlerò io a tuo padre!

Enso: Vagh fer al partigian!

Doc: Quant ann agh’et?

Enso: Derset!

Doc: Sa vot fer da grand?

Enso: Al dutour!

Doc: Allora pensa prima a studiare!

Enso: No, prema e vagh a fer al partigian!

Doc: Fa’ quello che ti pare.

Enso: E voi… e voi… e sviene.

Uomo: è morto?

Doc: No… non l’ammazzo mica io il mio futuro sostituto!

Uomo: Ah, l’è svnuu…

Doc: Se no, cme faghia ad ander in pensioun!

 

Il dottore si lava le mani.

 

Scena 43

 

Inaugurazione della casa nuova.

 

Olide tutto scoppiettante dice al figlio:

Dai Sandro! Aiutom a porter cul cancher che in canteina!

E prende una serie di arnesi e, insieme li portano in cantina. O, meglio, Sandro apre le porte a Olide. E lo segue.

 

Scena 44esima

 

Clara: Olide! Agò ‘na novitee!

Olide: Nooo!

Clara: Seh!

Olide: Sperom che sia femna, dai!

Clara: Tulom col ca viin!

Olide: Come diceva la mamma: Pianser fa trii…

Clara: “… e reder fa trii!”

Olide (la scena si sposta fuori) e si sente solo la sua voce:
Esatt!!!

 

Scena 45esima

 

Clara sempre più incinta.

Olide l’abbraccia forte.

 

Null’altro che questo.

 

Scena 46:

 

(sono a tavola: mangiano minestra con verdura varia senza pasta)

 

Olide: Han ciapè Ugo, Sergio e Renato!

Clara: Chi?

Olide: Chieter!

Clara: Come chieter?

Olide: Chi à vint a guera!

Clara: Ah! E seg fan?

Olide: Boh! La ved brotta!

Clara: Per lor?

Olide: No, per noeter?

Clara: E noeter sagh’entrom?

Olide: In cal gir lè egh fan entrer chi volen!

Clara? Eh?

Olide: Soquant de fa an fermee Rolando…

Clara: Chi?

Olide: Dla ginta che gniva da Modna, angh’era anca Mignola…

 

Scena 47

 

Un gruppo di facinorosi fermano un uomo sui 30 anni.

 

Mignola: Cuschè l’è un di lor!

R: Sa vri da me, saio faat?

M: …L’è un cuioun che va seimper a messa!

Capo: E se gh’eintra se va a messa?

M: An l’è mia un di noster!

C: Agh’n’è di noster che iin ed cesa!

M: Cusché a l’è dla perta dal padroun!

C: Sent un po’, zuvnot: da che perta steet?

R: Dla perta dla me fameja!

C: Ant’saree mia un partigian?

R: No!

M: Masommel!

C: Tees, Mignola! Ant’saree mia un fasesta!

R: Sun un che fa i soo!

M: At degh ed maserel!

Amico: Al cnioss, as ciama Rolando, a fa l’impieghee alle Reggiane, e l’è na breva persouna!

M: Ma sl’è un clerichel ed merda!

C: Sa fomia, al mulom, ste bisouch?

A: Seh, dai, sagh’entra loh col fasisom!

Il capo spara per aria ridendo.

Si vede Rolando che, quasi correndo, si eclissa dopo un voltone della strada.

 

Scena 48

 

M: Me l’avres masee!

A: Me al so perché!

M: E perché, sintom!

A: Perché at da seimper la pega a zugher al boci!

M: Ma tola in dal cul, semo!

A e C: ridono.

 

Ritorno a scena 46 (i due sono alla frutta; Olide mangia l’uva col pane).

 

Cl: Pover Rolando, a s’l’è vesta brota!

O: Ieri an masee al peder dla Maria!

Cl: Chi?

 

Scena 49: si sente un urlo: “Mott! Viin szo!” – si vede un uomo sui cinquant’anni che si affaccia al dal vetro aperto di un secondo piano, stanza buia.

 

Scena 50: “Mott”scende le scale borbottando un po’ furente: “Se peinsen c’abia paura!”

Si vede che apre il portone. Si sentono due spari.

 

Ritorno a scena 46

 

O: Quelchidun, a n s capess mia chi, l’à ciamee zo!

Cl: Un so amig?

O: Seh, un so amigh… aghan sparee set colp ed s-ciopp!

Cl: Dio mama!

O: E per col motiv l’è che a sun preoccupee!

Cl: T’è seimper lavuree onestameint!

O: Anch al peder dla Maria!

Cl: An’t’è mai ocupee ed poletica!

O: No, me no, ma chieter seh!

Cl: E chi?

O: Chi a gl’à megh per un fatt antig! E che m’la giureda!

Cl: Ancora per col fat là?

O: Ahn ahn! (nel senso di assentire, non di ridere)

Cl: Ma va….

O: At vedree se an gh prouva!

Cl: Dai, l’è un semo ma an l’è mia un delinqueint!

O: La guera cambia al persouni e in pes!

Cl: Va bein, però!

O: I semo dveinten facilmeint delinqueint!

 

Scena 51esima

 

Urla.

Clara, alla finestra: Oh Dio, adesa sa volen!

Olide è nell’orto che zappa.

 

Una decina di uomini lo attorniano, lo prendono e portano via.
Clara esce di corsa dalla casa e grida:

Olideeee!

 

Scena 52

 

Clara esce con la bicicletta come un missile.

Viene fermata da una donna, che le chiede: Ma dove l’han portato?

Cl: A Castelnoov!

Donna: Ma indove?

Cl: Nla caserma di carabineer!

Don: Iin d’acordi coi carabineer?

Cl: Macché! La caserma l’è voda. L’han ocupeda chi viiacc!

Don: E adesa…?

Cl: Adesa ag’ò da scaper!

 

Scappa via come un fulmine in bici.

 

Scena 53esima

 

Clara appoggia la bici a una caserma mal ridotta, bombardata da un lato. Clara sente delle voci, delle grida, dei rumori. Si avvicina con una certa cautela. La caserma ha vari squarci. Entra in uno e dà uno sguardo dentro la stanza attigua, attraverso il vuoto fra i cardini e la porta: tre uomini seduti e legati mani e piedi. Torna indietro. Fa il giro dell’edificio. Entra in un altro squarcio, ma qui la porta è chiusa e lei prova a tirarla lentamente: chiusa. Continua il giro. Entra con grande circospezione da una porta socchiusa. La stanza è vuota. Si avvicina ad una porta chiusa. L’apre lentissimamente con una certa trepidazione. Vede Olide e un altro, ambedue legati mani e piedi e girati di schiena.

Cl: Olide…! – bisbigliando

Cl: Olide…! – un po’ più forte.

Olide fa fatica a girarsi e quando ci riesce mostra una maglietta insanguinata.

O: Clara! Ma sa feet che’! Va’ a ca’!

Cl: Ma sa t’han fatt… – tono addolorato ma non piangente.

O: A m’an quesi masee!

Cl: Olide caro!

O: Guerda san fat a Ugo!

Ugo si volta e ha il viso completamente tumefatto.

Cl: Ugo!

O: Adessa va’…

Cl: vagh e vein, con ‘na majeta pulida, anca per Ugo!

Ug: An dir mia gninto a me mujer ed cme m’et vest!

Cl: Sì! Sta’ tranquel… Alora vad e torn con maii subeet… A togh dl’aqua da bever!

O: Seh cola l’è la va seimper bein, al maj e cred ed no, fra chi cancher aghè anca Abele…

Cl: Al fradel ed cla disgrasieda…

O: Seh, propria loh!

Cl: A som a post!

O: E l’è un di piò catiiv!

Cl: Vagh a parleregh!

O: Va a ca’, basta un in fameja in dla merda!

Cl: Vagh e vein!

O: No… dmateina!

Cl: Anca dmateina!

O: No! Sol dmateina… ora l’è trop pericolos! A l’è bele sira!

Clara esce di corsa.

O: E vagh e vein e fagh du giir dgiva me medra!

Olide piange sommessamente…

 

Scena 54esima

 

Clara va in bici verso casa…

Arriva a casa.

Sandro, il figlio, le corre incontro:

Sa: Dovet andeda?

Cl: Da papà!

Sa: E adesa dovel papà?

Cl: L’è armes fora a lavurer…

Sa: Tot la not?

Cl: Seh, tot la not!

Sa: Ma dman viin a ca’?

Cl: Seh, dman a vin a ca’… (voce un po’ rotta dal pianto)

Sa: Adesa set sa voi fer? E vagj a lett, e dorom e quand me svej aggh’è papà!

Cl: Breve, Sandro, fa’ akse’!

 

Scena 55esima

 

La Storia grida: Noooo!

 

Un camion guidato da un tipo che ridacchia, al suo fianco un altro che pure ridacchia ed ogni tanto guarda indietro. Scena senza voci e senza rumori. Lunga due-tre minuti.

 

Scena 56esima

 

Il corpo di un uomo attaccato con i piedi al camion, supino, si muove appena.

Il grido di un bambino, non inquadrato: Papà!

Pianti di bimbi e di una donna.

 

Il Tempo e la Storia ripetono le parole di un certo Graziano Dall’Aglio, memoria storica del paese, da contattare), in overvo

 

La mattina dell’8 maggio 1945 mezzo paese vide e non fiatò. Il Biro entrò alla guida del suo mezzo nella piazza; dietro, legato ai piedi con una corda come in certi film western, strisciava nella polvere Ugo Pelicelli, il papà di Ettore e di altri sei figli. «Ero un bimbo, ma quella scena me la ricordo bene: la testa, insanguinata e gonfia, sbatteva sul selciato, il corpo ricoperto di lividi, la gente, ebbra, gridava e lo ricopriva di insulti, un occhio, ma il dettaglio se lo ricordano solo gli anziani, penzolava fuori dall’orbita. Lo spettacolo durò un minuto, forse più. Mio padre mi portò via, ma presto anche il camioncino sparì e la gente sentì gli spari alla periferia del paese».

 

Scena 57esima

 

Un fucile spara verso il basso, presumibilmente verso un corpo disteso.

 

Scena 58esima

 

L’autista del camion, un po’ più invecchiato, dice, con le palme rivolte alla camera:

Me era ala guida del camion ros, a val giur!… me an so eter!

 

Scena 59esima:

 

Vari volti, uomini. Donne, ragazzi, vecchi, atterriti e ammutoliti. La faccia (ora di nuovo giovane) del camionista che ride e che dà un calcio al cadavere.

Il Tempo guarda la scena con sguardo privo di paura.

La Storia lancia un grido e poi gira la testa, sulle spalle del Tempo.

 

Scena 60esima

 

Clara in bici. La camera la riprende a lungo. Arriva alla caserma quando il sole è ormai alto. Ha nel cesto del cibo e un paio di magliette pulite.

Non c’è più nessuno. Caserma vuota. Tracce di sangue per terra.

Esce chiede alla gente che scuote il capo e non sa dirle nulla. Scena rivolta a lei che entra in qualche casa lì nei pressi, raggiunta in bici ma o non c’è nessuno o se c’è qualcuno scuote il capo. Nessuna voce si deve sentire in tutta questa scena.

 

Scena 61esima

 

Sandro nella campagna, presso un bosco di alberi lunghi e smilzi. Raccoglie una specie di scatoletta di ferro. Per aprirla ci butta sopra una pietra sopra e questa esplode.

 

Scena 62esima

 

Clara, che è incinta grossa, parla con un medico.

Cl: Alora, dotor?

Med1: secondo me, bisognerà amputare le due mani.

Cl: No….

 

Scena 63esima

 

Clara parla con un altro medico.

Med2: forse riusciamo a salvare le mani, ma tre o quattro dite dovranno essere salvate!

Clara: Feev al possebil, signor dottore! Om paghee a suficinza per stan!

Med2: Lo so, signora. Lo so.

 

Scena 64esima

 

Il bimbo gioca nell’aia con le mani bendate.

Clara: Sandro! Vieni che è pronto!

  1. Seh, mama!

 

Scena 65esima

 

Dalla porta chiusa escono delle grida di Clara.

Spingi, cocca! Su… Brava…! Spingi che è quasi fuori!

Oh! Ecco! Brava! Non si muova adesso! Stia tranquilla! Tutto bene. E’ bellissima. Sì. Una bambina! Che bella biondina! Come la chiamerete?

Cl (con un filo di voce): Olide!

 

Scena 66esima

 

Il tempo (overvoice):

 

Quando nacque la nuova Olide tutto il paese venne a trovarla per vedere se tutte le disgrazie avessero causato qualche problema.

Si vede un via vai di persone che entravano ed uscivano di casa.

 

Esce una donna che dice: A gh’è tota, angh manca gninto!

Ed un’altra, più vecchietta: Seh… l’è perfetta!… E l’è anca bleina!

Ed un’altra ancora: Degh che ne à pasedi dal disgrasie, povra dona!

 

Scena 67esima

 

Adele porta a tavola al marito e alla figlia, quasi decenne, Ketty i piatti di cappelletti.

Scena serena. Adele seria. E un po’ severa dice:

 

“Aspettee che s’arsora!”

 

Scena 68esima

 

Clara che porta a tavola della minestra in brodo, con Sandro che ha alle mani due proteggo dite nero, che nascondono le mutilazioni. Sul seggiolone, Olide che ride e scherza con Sandro, che gioca, ma è triste.

 

Scena 69esima

 

Il Tempo (overvoice):

 

Olide, a cinque anni, giocava molto con Grazia, una coetanea, anzi, che aveva un anno in più, che era in prima elementare, la cui casa era adiacente all’asilo. Di pomeriggio, fino a che la zia non la veniva a prendere, Olide e lei giocavano tra di loro, senza mai litigare, o quasi.

 

Si vedono le due bambine che giocano tra le reti divisorie. Olide ha 5 anni, Grazia uno di più.

 

Grazia dà ad Olide un pomodoro bello caldo. Lo apre e toglie i semi.

 

O: Ma cosa fai?

Gr: Tolgo i semi che fanno male!

O: Ma cosa dici!

Gr: Lo so!

O: Ma cosa vuoi sapere tu che non sai neanche che tuo padre ha ucciso mio padre!

Gr: Tu sei una cretina!

O: E tu sei la figlia di un assassino!

Gr: Coosa?

O: Lo sanno tutti che tuo padre ha ucciso il mio papà!

 

Grazia scappa via piangendo.

 

Scena 70esima

 

Un camioncino parte con tutta la roba della casa di Grazia.

 

Scena 71esima

 

Dietro una macchina attende. Dopo un po’ entrano i genitori di Grazia, Grazia e un fratellino più piccolo (due o tre anni) che piange come una fontana.

 

Voce del Tempo (overvoice):

 

Tutti in paese sapevano chi ero,

ma solo la bimba seppe riconoscermi.

 

Voce della Storia (overvoice):

 

In quel Tempo più che strano assurdo,

non c’entrava il fatto di essere

fascista o partigiano, o chissà.

Ma occorre ora capire se chi

si credeva uomo od anch’eroe

avesse ancora l’Anima o se

l’avesse violentata la Paura.

 

Intanto scorrono immagini rurali che ispirano serenità, speranza.

Il Tempo (overvoice):

 

Chi sono io? Son il Tempo?

Quella cosa che va e a

volte ritorna. Quello che

c’è ora e che c’è stato,

e che ci sarà. Il Tempo

dei vivi, perché quello dei

morti è, forse, altrove.

 

La Storia (overvoice):

 

…e io sarò sempre quell’infida e misera madre…

L’unica ad esser partorita dai suoi stessi figli!….

 

Il Tempo (overvoice):

 

E io sarò ognuno di quei figli.

L’anima di ognuno di voi, brevi

voci che si sommano, che non sanno

mentire, e che la Storia non sempre

sa ascoltare, che tutto sanno e

non sempre sanno dire nemmeno

a se stesse.

 

Scene di visi muti, chini, quasi vergognosi.

 

Il Tempo (di persona, dopo l’interruzione):

 

Io sono di…

 

La Storia, appena un attimo dopo (di persona):

 

Se mi cerchi…

 

Il Tempo (overvoice)

 

La prego, Signora Storia, Le lascio la parola… Io sono me stesso e ho tanto Tempo…

 

La Storia (overvoice), si schiarisce la voce e dice:

 

“Molto gentile, signore…”

 

La Storia (overvoice):

 

Se mi cerchi,

mi troverai,

non son così

lontana dai

sogni tuoi.

 

Il Tempo (overvoice):

 

Io sono di tutti,

e non di Qualcuno,

e mai nessuno mi

capirà… del tutto…

 

Ancora il Tempo (overvoice):

Clara era convinta di saper riconoscere il marito dalla dentatura, che era perfetta.

Andò a verificare parecchie fosse comune e mai trovò il corpo che cercava.

Ma non smise mai di sperare.

 

Scene di ricerca, di scavi.

Primo piano finale di Clara. Intenso, dignitoso, deciso.

 

Scene (72 varie) di vita di campagna, poi di città, immagini moderne, con macchine e fumi che escono dalle ciminiere.

 

 

 

 

 

 

Rex e il Cobra Reale

Ti ricordi di quella volta che Rex andò a Calcutta per catturare quella tigre di cui divenne poi amico?
– Sì!
Dopo quell’avventura Lion dovette rientrare in America perché stava iniziando la stagione della caccia e la tribù aveva bisogno di tiratori esperti come lui. Rex invece rimase in India per qualche settimana, perché fu organizzata una breve tournée di spettacoli con la tigre, allo scopo di raccogliere dei fondi per i bambini orfani. Una sera, alla fine di uno spettacolo nella città di Benares, Rex stava camminando tranquillo in uno di quei vicoletti insidiosi e sporchi della celebre Città Sacra, quando udì delle improvvise e variegate urla:
– Aiuto! Adiuva me! Socorro! Hulp! Hilfe! Help me! A’ l’aide!
In un baleno Rex piombò sul posto, scorse un vecchio brahmino assalito da due tipi muscolosi, si buttò nella mischia e riuscì subito a stendere con un pugno uno dei due energumeni. L’altro, assai rapido, vista la mala parata ed avendo forse notato le grosse colt del ranger, si diede ad una salutare fuga. Rex rinunciò ad inseguirlo poiché tutt’intorno v’era tutto un dedalo di viuzze male illuminate ed assai intricate, che facilmente si prestavano ad imboscate. Si avvicinò quindi al brahmino che, per fortuna, non aveva subito grosse ingiurie da parte dei due criminali.
– Ti ringrazio, sahib! Che la Trimurti sia con te!
– Papà, cos’è la Tlimulti?
Sono le tre divinità indiane: Brahma, Shiva e Visnù.
– Come ti senti, vecchio?
– Bene! Senza il tuo intervento mi avrebbero derubato e ucciso!
– Le vie di Benares sono un po’ insicure, specie di notte!
– Specialmente da quando agiscono questi fanatici del Cobra!
Rex, in quegli attimi concitati, era riuscito appena a notare che, sul braccio dei due teppisti, faceva bella vista uno strano tatuaggio con un cobra.
– Guarda, sahib! Il segno del cobra è stato impresso col fuoco!
– Quanti ce ne sono in giro di questi baldi gentiluomini?
– Non lo si sa di preciso… Parecchi!
– E la polizia che fa?
– Ha paura di loro! Ti sei forse imbattuto in qualche agente di ronda che perlustrava queste vie?
– Ora che mi ci fai pensare non ne ho visti!
– Guarda, sahib, si sta scetando!
– Sveglia bello mio! Lo vuoi un bel caffettino con la cioccolata?
– Ough!
– Come ti chiami?
Il tipo aprì la bocca solo per mostrare al ranger che la sua lingua era stata recisa a metà.
– Ah! Sei davvero un tipo di poche parole!
– Ough!
– Portami dal tuo compare, Ough!
Ough fece cenno di no. Rex lo minacciò con un pugno, tenendolo sollevato con un braccio solo. Gli occhi dell’Indiano si sbarrarono all’improvviso. Il ranger intuì che c’era pericolo nell’aria e si girò di scatto in direzione di quello sguardo terrorizzato. Sentì un sibilo e vide Ough stramazzare a terra. Una freccina, sicuramente avvelenata, l’aveva spacciato. Stavolta Rex non ci pensò due volte a gettarsi all’inseguimento del responsabile di quel nuovo delitto, ma i meandri della città erano troppo oscuri per consentire al ranger di raggiungere l’assassino. Presto Rex rinunciò a catturarlo e tornò dal brahmino.
– Dimmi tutto quel che sai di questa storia!
– So tanto e so poco, sahib, come tutti. L’organizzazione del cobra ha messo le mani su tutta la criminalità della città. In città non si muove foglia, che l’organizzazione non voglia.
– Si conoscono i suoi capi e si sa dove sia la sua base?
– In questo ti può essere utile Kim, il mio nipotino di cinque anni. Qualche sabato fa per caso incocciò in un individuo vestito stranamente, che si stava dirigendo verso un antico mulino abbandonato, da dove pare che escano i fantasmi di notte, e che perciò nessuno frequenta da anni. Quel mio nipotino è un bimbo che non tiene paura di nulla. Seguì il tipo misterioso, finché lo vide sparire all’improvviso dietro ad un muro. Kim è ‘na criatura sveglia e presto capì che ci doveva essere una leva o qualcosa del genere che permetteva di entrare nell’edificio. La trovò: era un finto ramo di una quercia la cui chioma lambiva il mulino. Vi entrò attraverso un muro girevole e, dopo aver percorso un breve corridoio, raggiunse l’entrata di una stanza, dove stava accadendo di certo qualcosa di losco. Ad un certo punto distinse un sibilo fortissimo di un serpente e una voce strozzata di un uomo e poi tanta gente che inneggiava al Sacro Cobra Reale che…
– Portami da Kim!
Nonostante l’ora tarda, Kim era scetato come nu grillo e accettò con immenso piacere la richiesta di Rex di condurlo al vecchio mulino.
– Se vuoi vedere quella gente cattiva dobbiamo andarci di sabato!
– Sicuro?
– Sì! Non ho detto nulla al nonno, ma ci sono tornato altre volte in quel posto, ed ho visto venire qualcuno solo di sabato.
– Papà, pelché ci andavano solo di sabato?
Forse perché il giorno dopo, che è festa, potevano rimanere a letto!
Il sabato successivo Rex e Kim si recarono al mulino, quand’era già scoccata l’una di notte. Entrarono nel muro girevole e, silenziosi come gatti, si avvicinarono all’entrata della stanza destinata al culto del Cobra Reale. Non potevano sporgersi granché, per timore di essere scorti da qualche adepto della setta. Rex fece montare sulle proprie spalle il mocciosetto che, in quella maniera, poteva osservare la situazione attraverso uno spioncino, senza essere scorto, anche per via dell’oscurità.
– Rex! Saranno un centinaio!
– Bene! Che altro mi dici?
– Hanno delle facce assai brutte!
– E che altro?
– In mezzo a loro, al centro di una specie di piattaforma, ci sta quello spaventapasseri che ho pedinato l’altro giorno. Sembra lui il Grande Sacerdote di chilli scemi.
Tutto accadde in un attimo. Kim si sentì girare all’improvviso di centottanta gradi e scorse un indio seminudo emettere un gemito e poi scivolare a terra, trafitta la fronte dal coltello di Rex, tenendo ancora in mano un lungo laccio bianco che serviva di certo a strangolare.
– Dimmi che altro vedi! – chiese Rex, ruotando di nuovo, come un perno bel oliato, su se stesso.
– Sì, Rex… Per la Peppa! Ora stanno portando un uomo al cospetto del Grande Sacerdote. Poverino, trema come una foglia. Si è messo ora in ginocchio.
– Alzati disgraziato!
– E’ il sacerdote che parla, Rex!
– Pietà! Nu vogliu murì!
– Taci, stupitu! Nu teni più dirittu, né ri vive né di sbarrià!
– Sonu veduvu e tengu sette figli affamati che mi aspettanu a casa!
– Anche Lui… è affamato! . disse il Sacerdote tendendo l’indice in una direzione ben precisa.
– Rex! Là dietro, in fondo, è spuntata una gabbia di vetro con dentro un cobra. Ostrega! Sarà lungo venti piedi!
– Noooo! Pietà!
– Non puoi più implorare, perché sei già un pezzente morto! Ah ah ah ah ah!
Rex, che aveva ascoltato pazientemente le varie battute del dialogo tra il carnefice e la vittima, decise che doveva intervenire subito per salvare la vita di quel pover’uomo. Non aveva abbastanza pallottole per tutta quella gente, ma la cosa non lo impensierì più di tanto. Fece scendere Kim e gli ordinò di tornarsene a casa, che gli avrebbe poi raccontato con calma ogni cosa. Kim finse di volergli obbedire, ma in cuor suo intendeva vedere di persona come sarebbe andata a finire. Rex aprì l’uscio, si affacciò all’ingresso e, col suo miglior sorriso, ma con voce tonante, sbraitò:
– Ehi!… brava gente!
I fanatici si voltarono tutti verso il ranger. Il Grande Sacerdote urlò, di rimando:
– Chi sei tu miserabile, che osi profanare questo tempio sacro?
– Chiedo scusa, corvaccio niuro dei miei stivali. Non è un tempio, questo, ma nu vecchiu mulinu sgarrupatu!
– Pagherai anche questa offesa!
– Appunto. Fai tornare quel padre dai suoi sette marmocchi. E’ mia intenzione affrontare al suo posto il brucone cresciutello!
– Sei pazzo! E al Dio dei Serpenti piacciono i pazzi, assai più che i poveri diavoli. Guardie. Sciogliete i lacci a questo miserabile e fatelo andar via. Bada a te, uomo! Se solo oserai spifferare a qualcuno l’ubicazione del Tempio distruggeremo la tua famiglia!
– Vi ringraziu, Eminenza! Lo sapite! Tengu puri na mugliera zuppa! Ce virimmu!
Il padre dei sette bimbi non più orfani fuggì alla velocità di un razzo!
– Come Supelman, papà?
Quasi. Rex si rivolse ancora al Grande Sacerdote.
– Cosa ci scommetti, bacuccu, che riuscirò a neutralizzarlo in meno di un batter d’occhio?
– L’affronterai senza usare armi!
– Un momento! Proprio perché sei tu, ti voglio dimostrare che mi sbarazzerò del pennellone senza usare le pistole!
– Non ti lascerò nemmeno il coltello!
Rex posò per terra armi, cinturone e coltello. Si tolse poi la camicia.
– Non vorrei impolverarmela, capisci!
– Sei sempre più pazzo, gringo!
– Voglio vedermela con quel biscione senza usare le braccia.
– Sì! Buonanotte!
Rex scostò con un braccio l’incredulo Sacerdote e ordinò ai fanatici, quasi fosse lui il loro nuovo capo, di aprire la gabbia.
– A me gli occhi, bel ramarrino!
Il cobra sembrò quasi catturato dal fluido che pareva uscire dagli occhi di Rex che, sempre senza smettere di fissarlo, si accese una sigaretta, che cominciò a fumare avidamente. Questo era l’unico suo gesto che sembrava tradire una certa insicurezza, poiché egli manteneva per il resto un costante sorriso, teso agli angoli della bocca. Anche il cobra fissava Rex con sguardo intenso, restando del tutto immobile davanti a lui.
– Papà, se il cobla molsica Lex, poi Lex muole?
Il cobra reale ha tanto di quel veleno nelle ghiandole che potrebbe stroncare un elefante. Il serpente tirò indietro il capo, formando col collo una “S”, ed aprì la sua bocca gigante, come se volesse colpire proprio in quel momento. Rex gli espirò addosso tutto il fumo che aveva inspirato. Il cobra cominciò a tossire come un povero tisico, silacchiando tutto quell’acido giallastro sul pavimento. Quand’ebbe finito, Rex gli acciuffò con una mano la testa dilatata e con l’altra la coda ed introdusse quest’ultima nell’antro della bocca. Il serpente si tramutò così in una specie di cerchione gigante. Il Grande Sacerdote sbraitò:
– Catturate l’infedele! Ha profanato questo luogo ed ha umiliato il nostro Dio!
– Non statelo ad ascoltare! Quel vile approfitta della vostra ignoranza per perseguire dei fini di lucro. Dove sono finiti i frutti delle vostre ruberie? Li ha forse mangiati questo salvagente che ho in mano? Esso non è altro che un volgare salsicciotto da quattro soldi, che manco sopporta un anelluccio di fumo. D’ora in poi sono io il vostro capo. Io, che vi ho dimostrato di aver tanto coraggio da vincere un cobra senza usare le mani!
– E’ vero! Il sahib ha ragione! – era la voce di Kim che, preso coraggio, apparve sulla soglia gridando:
– Conosco quel tipaccio. Coi soldi che voi avete rubato si è costruito la Reggia di Calcutta!
La folla di uomini-cobra rimase senza parole per quasi un minuto. Poi, uno di loro, forse il più anziano, prese la parola:
– Compagni! A me il sahib piace, perché non ha mostrato paura davanti a nulla. Ci ha affrontati da solo ed ora se ne sta lì con un cobra di venti piedi in mano! Ma noi non possiamo avere due capi! Che il Grande Sacerdote possa perire! Ho detto!
– Ugh! – confermò Rex Miller.
L’anziano lestofante, non più Grande, e nemmeno più Sacerdote, vista la mala parata, prese a fuggire in direzione di Kim. Rex, senza scomporsi, gli gettò il pesante cobra, manco fosse un lazo, centrandolo perfettamente.
– Mi spetta un orsacchiotto, gente!
– Papà! E il cobla cos’ha detto al Glande Saceldote?
Era ancora imbambolato e non riusciva a staccarsi la coda dalla bocca…
– E Lex cosa fece al cobla?
Lo portò lontano dalla città, rinchiuso in un sacco di iuta. Poi lo mollò nell’aperta campagna.
– Ma i cobla… sono semple cattivi?
Solo quelli velenosi, figliu miu.

Rex e la tigre bianca e nera

Rex ricevette una mattina un telegramma disperato dal Governatore del Bengala, che lo scongiurava di salpare con la prima nave diretta in India perché colà c’era bisogno di lui.
Il ranger, senza por tempo in mezzo, mandò a chiamare Lion Jack, l’Indiano d’America, e gli chiese di partire con lui alla volta del porto di Los Angeles.
Dopo una burrascosa navigazione durata circa tre mesi, i due amici sbarcarono nell’impressionante porto di Calcutta.
Gambe in spalla, raggiunsero poi il Palazzo del Governatore, dove furono accolti come dei liberatori.
– Che succede Larry?
Larry, cioè il Governatore, si mise con gesto plateale le mani nei capelli, anzi, sul turbante e cominciò a spiegare a Rex i particolari di una storia incredibile.
– Tu sai che queste zone sono da sempre infestate da bestie pericolose, soprattutto serpenti e tigri. Ogni tanto succede che una belva più feroce delle altre semini il terrore fra la popolazione. In genere basta una battuta di caccia nella foresta per risolvere la questione e tutto finisce con una gran festa e con la fiera uccisa e appesa per le zampe ad un bel gancio d’acciaio. Nel caso attuale non è andata così. Si aggira nella campagna una tigre enorme, pesante forse quasi mille libbre, che ha già distrutto ben sette famiglie…
– Come? Sette famiglie intere? E come ha fatto?
– Li ha azzannati tutti, dal primo all’ultimo, senza pietà! Quello che rende la cosa ancora più sconcertante è che pare che, ad un certo punto, la tigre cominci a volare!
– A volare!?!
– Le sue tracce spariscono all’improvviso, come per magia. L’ultima strage è occorsa ieri sera! Come in tutte le altre occasioni era una notte senza luna.
– Accompagnami sul posto. Organizzerò immediatamente una battuta di caccia!
– Come vuoi. Sappi però che l’ultima e vana battuta di caccia contro la tigre era composta da quasi cento uomini e da una quindicina di elefanti!
– Sì, ma io ho Lion con me! Lui riuscirebbe a seguire le tracce di un salmone in un torrente in piena!
– Okay… ti faccio accompagnare dal mio vice.
Giunti sul posto, Lion e Rex si gettarono alla cerca come due cani segugi. Delle impronte di un grosso felino iniziavano misteriosamente all’inizio di una radura e in quei pressi subito sparivano. Era ovvio che una bestia di quelle dimensioni non poteva non aver lasciato delle orme sul terreno ma, per quanto i due americani si dannassero, non riuscirono a cavare un ragno dal buco. Avevano scorto soltanto dei segni lasciati da un carro, che si era addentrato poi nella foresta vergine. C’era nei pressi un fiume che risaliva tutta la regione. Quando i due si furono stancati di girovagare a vuoto in lungo e in largo, tornarono al Palazzo con le pive nel sacco e con due facce un po’ appese. Rex odiava le sconfitte. Perciò cominciò ad usare con frenesia la sua celebre scatola grigia…
– Papà! Cos’è la scatola gligia?
La testa, figlio mio. Il ranger non ignorava che ad ogni problema ci doveva essere per forza una soluzione e che ci si poteva arrivare con un po’ di calma. Chiese al Governatore di fornirgli tutti i dati delle famiglie sterminate. Notò che le loro case erano situate lungo un’immaginaria circonferenza al cui interno si trovava una zona vasta diverse centinaia di ettari.
– Dimmi, Larry. Ora a chi appartengono le terre di quella povera gente uccisa?
– Sono state vendute per quattro soldi ad un misterioso acquirente di cui non si sa nulla, ma che di certo ha speculato sul dolore dei parenti delle vittime.
– Devi farmi sapere qualcosa su di lui.
– E’ impossibile. Anch’io ho pensato che la faccenda puzzava d’interessi finanziari ed ho provato ad informarmi. Quel tale si è servito di diversi mediatori, che hanno ricevuto l’ordine di comprare tramite altri intermediari, di cui però non si sa nulla. Anch’egli, come la tigre, è riuscito per il momento a far perdere le sue tracce, ma vedrai che prima o poi…
– Non abbiamo così tanto tempo! Dimmi, Larry: quanta altra gente è rimasta in quella zona e che potrebbe essere ancora trucidata?
– Solo la famiglia Ferrari.
– Ferrari? Ma non è un cognome italiano?
– Sono originari di Reggio Emilia, ma sono diventati ormai Indiani a tutti gli effetti, dopo quasi cinquant’anni di permanenza. Si occupano di import-export con l’Italia, soprattutto di formaggio grana. Hanno una bella proprietà da quelle parti. Si tratta di gente in gamba, che non si lascia intimorire facilmente.
– Domani andremo a far loro una visita.
Così fecero, di buon mattina. I Ferrari li accolsero con immensa soddisfazione, poiché conoscevano di fama quei chiari eroi, per cui il biglietto di presentazione del Governatore risultò del tutto superfluo. Il vecchio Ferrari volle far vedere ai due ospiti la proprietà, che si estendeva per quasi trenta ettari, tutta destinata alla coltivazione dell’erba da fieno e all’allevamento di bufali. In India non si potevano tenere delle vacche, poiché erano ritenute sacre dalla religione indù. I bufali fornivano dell’ottimo latte per la produzione di mozzarella, che era mischiato con quello vaccino, proveniente in gran segreto dall’Italia.
– Pelché le vacche elano sacle, papà?
– Non lo so. Se una di loro si piazzava sulle rotaie di una ferrovia, il macchinista doveva fermarsi e non poteva spostare il bovino, per cui non gli rimaneva altro che aspettare tutto il tempo.
– Come nella pubblicità?
Quasi.
– Andiamo al sodo, signor Ferrari. Lei è stato molto gentile a mostrarci la sua proprietà, ma ora dobbiamo pensare alla tigre. Io sono convinto della sua esistenza, ma credo che, in tutta questa storia, ci sia lo zampino di qualche farabutto, per cui debbo chiederle di organizzare la sua famiglia in modo da sapersi difendere eventualmente con delle armi da fuoco. Per ora, me ne torno in città. Nulla dovrebbe succedere fino al prossimo mese, quando la luna sparirà dal cielo, come in tutte le altre occasioni. Ma tenetevi sempre pronti ad ogni evenienza.
Rex tornò dal Governatore a fargli rapporto e poi si diresse col fido Lion in un saloon occidentale, dove si serviva dell’ottima birra ghiacciata e dove si poteva fare, volendo, un pokerino. Rex era reduce da numerose avventure, per cui tutto quello che desiderava ora era di stare lontano per un po’ dai guai.
– Papà! E la tigle?
E’ quello che si chiese il Governatore quando venne a sapere della vita un po’ sbandata che il gringo e l’indio stavano conducendo. Un giorno si presentò nel saloon e si avvicinò a Rex, che stava giocando a scopone coi tre figli del vecchio Ferrari.
– Rex!
– Larry?
– Ma ti sembra il modo?
– Sì, Larry.
– L’intero paese ci sta guardando e tu te ne stai a perder tempo con quello strano gioco italiano!
– Non è male, Larry.
– Vince sempre lui, Signor Governatore!
– Ascoltami, Larry. Ci vuole orecchio per il scopone!
– Ma che vuoi che me ne…
– Larry… ssstt!
Il Governatore voleva replicare ma poi, in gesto di sconforto, batté le mani a mezz’aria e si diresse all’uscita. Rex sorrise, anzi, quasi ghignò, con lo sguardo assorto su quelle sue carte perennemente vincenti.
Passarono i giorni e le settimane. Una sera Lion…
– Papà… Lion vuol dile leone?
Sì, in inglese. Lion bisbigliò qualcosa nell’orecchio di Rex, che si alzò come una molla e si congedò appena dai compagni di bagordi, che non si aspettavano una reazione così repentina da parte sua. Si erano ormai convinti che l’Americano fosse un fannullone balordo al pari di loro. Rex recuperò in un attimo tutta la sua determinazione ed efficienza.
– Dunque, Lion?
– E’ come avevi previsto. Nella foresta vicina all’azienda dei Ferrari stasera c’è stato del movimento.
– Quante persone?
– Venti persone, più o meno, e inoltre un carro trainato da due muli.
– Come immaginavo.
I due pards raggiunsero il colle da cui potevano osservare indisturbati la casa degli Italiani. Attesero il lento ed ineffabile precipitare degli eventi fino a mezzanotte. La notte era nerissima, senza neanche una luce. La vista di Rex e di Lion erano però eccezionali, per cui si accorsero di parecchie ombre in movimento a pochi metri dalla casa. I due pards accesero un focherello con cui appicciarono alcune frecce, che squarciarono il buio andando a ficcarsi sul terreno più in basso. La scena si illuminò d’incanto. Si contarono più di venti banditi a capo scoperto, armati di coltelli e di scuri, che si voltarono insieme verso il colle da dove erano piovute le frecce. I nostri amici stavano scendendo al galoppo contro di loro e ne nacque perciò una breve sparatoria. I banditi non poterono nulla contro la precisione e la rapidità con cui Rex e Lion, più protetti dal buio rispetto a loro, gli spararono alle gambe e alle braccia. In pochi minuti la battaglia cessò. I Ferrari uscirono dalla loro abitazione e cominciarono a spegnere il fuoco e a legare i prigionieri mentre…
– Mentle?
Si sentì un rumore metallico come di chi stesse aprendo una gabbia.
– Lion! Andiamo nella foresta dove c’è il carro!
Lo raggiunsero prestissimo. Si accorsero dapprima di un omino con un gran berretto di puzzola calcato in testa, che stava fuggendo verso l’intricatissima vegetazione. Lion lo fermò con una precisa freccia che gli trafisse un polpaccio e poi…
– E poi…?
Una tigre enorme, di una specie rarissima, dalle strisce bianche e nere, si avventò sul cavallo indiano di Rex, che stramazzò al suolo.
Il ranger ruzzolò a terra stando attento a non farsi male e immediatamente si rese capace della situazione. Davanti a lui c’era il più grosso felino che avesse mai visto, grande come un grizzly, quattro o cinque volte più pesante di un puma, che ora lo stava fissando con uno sguardo silente e terribile.
– Mich! Mich! Vieni… su… bello!
Lo sfottò di Rex fece infuriare ancora di più la belva, che balzò in quella porzione d’universo dove, fino ad un attimo prima, Rex si stava comodamente arrotolando una sigaretta. Ad ogni suo salto, schivato con assoluta flemma e sempre per un pelo da Rex, la tigre s’incattiviva vieppiù, ma proprio non riusciva neanche solo a sfiorare el gringo maldido. La serata era caldissima ed umida. La tigre respirava con la bocca aperta, come un pugile fuori forma. Il suo stesso peso la penalizzava. Rex era poi agilissimo.
– Col lazo, Lion!
Lion catturò la tigre con una lunga corda annodata. Il ranger ci saltò su, come se volesse addomesticare un puledrino, e cominciò a fargli sentire l’acre sapore degli speroni. Per buona misura Lion le lanciò il suo lungo coltello, che andò a piantarsi nel vasto deretano della bestia, che emise un ringhio sordo per il dolore, e cercò di sbalzare con tutta la forza che le restava in corpo il più che tenace cow-boy. I due coriacei avversari corsero tutta quella notte, ed anche il mattino e il pomeriggio del giorno appresso. La tigre ora non cercava più di scaraventare a terra Rex, ma sembrava non riuscire a fermarsi, avendo perduto, forse, il senso di quello che stava accadendo nel cosmo infinito. Rex la teneva con una mano sola, mentre con l’altra si scappellava come un clown di fronte alle signorine e si fumava decine di sigarette.
– Come va, gattino? Vuoi correre un altro po’?
A questa domanda apparentemente ironica, il felino rispose nella maniera più imprevedibile:
– Miaaaaaaaoooooooo!
Il miracolo era avvenuto. La bestia, senza più energia, né animus belli, era domata. Si fermò d’un colpo e crollò su un lato, con ancora il pugnale di Lion che le sporgeva dal sedere. Rex fece appena in tempo ad evitare di finire sotto quel terribile peso. Si accese poi l’ennesima sigaretta e si recò a far visita al tipo che aveva liberato la tigre, ancora dolorante per via del colpo al polpaccio, che era stato amorevolmente fasciato dalla moglie di Ferrari, la signora Linda. Senza dirgli nulla lo sollevò da terra con un braccio e con l’altro gli mollò uno sganassone che lo fece volare ad alcuni metri di distanza.
– Felix mi ha parlato molto male di te e dei tuoi cabrones…
– Papà… chi è Felix?
E’ il nome che Rex aveva dato alla tigre.
– E cosa sono i cablones?
Sono chiamati caproni quelli che seguono un capo-bandito…
– Ah! I complici!
Esatto. Dopo una cura pedagogica alla Rex Miller, a suon di sberle e calci, il tapino, un indigeno di nome Alì, confessò che tutte le stragi erano state effettuate dai suoi uomini e che la bestia, pur ferocissima, non aveva mai ammazzato nessuno. Aveva solo divorato in parte i cadaveri, poiché la si teneva a digiuno per una settimana prima di ogni colpo, dovendo così simulare lo sbranamento. Alì fece il nome del mandante: un certo Brambilla, un Brianzolo ricco sfondato che s’era innamorato della zona e che se la voleva accaparrare ad un prezzo irrisorio, per costruirci un immenso parco-giochi per la gioventù. Un povero pazzo! Rex andò subito a fargli visita, insieme al Governatore e al capo della polizia, portandosi appresso la tigre, ormai divenuta inoffensiva e fedelissima al ranger.
– Lex ela un velo langel, papà?
Certo. Brambilla, nel sentirsi accusato di così ignobili crimini, finse di cadere dalle nuvole. Negò tutto risolutamente. Del resto non c’erano prove contro di lui, ma solo l’infida testimonianza di un farabutto dichiarato. Rex lanciò un fischio a Felix, la quale si avventò sull’azzimato Brianzolo che, terrorizzato, confessò subito tutto e…
– Papà… ma la tigle voleva mangiallo?
Per quanto ammaestrata, una belva mantiene sempre i suoi istinti…
– E non saltò mai più addosso a Lex?
No…
– E pelché? Aveva paula?
Sì… e poi… Rex le aveva regalato una cosa importantissima…
– Quale cosa impoltantissima?
La libertà… Rex la portò con sé in America. Felix diventò l’orgogliosissima tigre da guardia del villaggio degli Zilocches…
– La legava qualche volta Lex?
Solo se c’erano in giro delle puzzole!
– E pelché?
Ahhh! Non sei stato mica attento!

Rex e il Tirannosaurus

Rex stava presiedendo il Gran Consiglio degli Zilocches quando arrivò trafelato il corriere della posta con un dispaccio urgentissimo che…
Il capo bianco degli Zilocches fece cenno al postino di sedersi a pochi metri di distanza, che prima o poi gli avrebbe dato retta. Dopo sei ore di accanite e contrastanti discussioni, i vari sachem delle strutture periferiche della tribù rinnovarono il mandato di capo assoluto a Rex, il quale, dichiarata conclusa l’assemblea, propose a tutti, anche al postino, di fumare il calumet della rinnovata alleanza. Solo allora chiese al corriere di porgli il messaggio, che proveniva da Fort Sioux e che era firmato dal colonnello Ramington in persona, il quale implorava Rex di dirigersi alla volta della Valle Perduta che era nel territorio dei Lakotas di Mano Gialla, poiché vi era sparito da ormai tre mesi Sir Abelard Harrison, il famoso paleontologo britannico, lontano cugino della regina Vittoria, che covava da anni la speranza di rinvenire colà i resti di una specie di carnosauro dalle dimensioni terribili, basando le sue celebri teorie su alcune incerte testimonianze di alcuni trappers che erano sconfinati senza volere in quella zona selvaggia.
Finito che ebbe di leggere il dispaccio, Rex diede alcune istruzioni al figlio Jim sulla gestione della tribù fino al suo ritorno. Partì poi a cavallo di gran carriera, lasciando indietro il povero corriere che lo inseguiva come un pazzo per fargli firmare la ricevuta della raccomandata.
Dopo un viaggio di tre giorni, Rex raggiunse un colle nei pressi dell’accampamento di Mano Gialla e subito ebbe la conferma dei suoi sospetti. Chissà da quanto tempo, Harrison era legato al palo della tortura. Era visibilmente sfinito, ma non sembrava ferito o in pericolo di morte. Rex si mise in testa la benda di sachem e scese al piccolo trotto il promontorio. Giunto nel villaggio sparò tre o quattro colpi in aria e cominciò a sbraitare come un’aquila:
– Ehilà! Amici! Me lo volete fare o no un caffettino? O devo tornarmene a Rodio?
In breve il ranger fu circondato da qualche centinaio di Siouxs armati fino ai denti e dal ghigno terribile. Con noncuranza il nostro eroe smontò da cavallo, che affidò ad un guaglioncello, insieme a un lecca lecca alla fragola, perché gli desse un po’ di biada e da bere. Poi si diresse, facendosi spazio fra due ali di pellerossa, in direzione della tenda più grande che sicuramente era la dimora di Mano Gialla. Il capo dei Siouxs stava dormendo come un ghiro, data l’ora pomeridiana di una giornata molto afosa.
– Manuccia! Alza le chiappine!
Mano Gialla non capiva la lingua di Rex, ma quel tono di voce imperiosa e insieme scherzosa lo fece sobbalzare e, in meno che non si dica, il grande guerriero stava già brandendo il tomahawk, con la chiara intenzione di ficcarlo nella fronte di quel folle uomo bianco che tanto aveva ardito in sua presenza. Rex gli bloccò con una mano il polso, bisbigliandogli, questa volta in dialetto Sioux:
– Calmati amigu, ci sta nu tiempu pa li saluti e nu tiempu pa a guerra!
– Chi sei?
– Sono Aquila della Notte, grande capo degli Zilocches!
– E io sono Mano Gialla, grandissimo capo dei Siouxs. Morirai per essere entrato come un ladro nella mia tenda senza farti annunciare!
– Su… non fare il permalosuccio! Sono venuto qui con un unico scopo: liberare il viso pallido…
– Papà! Pelché ha detto “viso pallido”?
E’ l’espressione con cui gli Indiani chiamano gli stranieri, che sono un po’ più chiari di pelle rispetto a loro.
– E i negli come li chiamano?
Visi pallidi dalla pelle scura!
– E i cinesi?
Piccoli visi gialli con occhi di topo!
– Quel maledetto profanatore morrà allo scadere della prossima luna! – ringhiò Mano Gialla.
– Aquila della Notte ti sfida, giovane sbarbatello e ti insegnerà il vero valore di un capo indiano, quale è ancora tuo nonno, il prode Toro Sdraiato in Carriola.
– Ti farò rimpiangere d’avermi recato tanta offesa!
– Vedremo, Manina!
A sera fu preparato il luogo del duello. Prima che la tenzone incominciasse Rex, sigaretta in bocca, prese la parola:
– Sentite, grande popolo dei Siouxs. E’ mia intenzione riportare a casa il vecchio viso pallido dai quattr’occhi che è legato da tanti giorni al palo della tortura. Egli non ha mai voluto arrecarvi offesa, come forse pensate. Egli è un grande uomo della medicina dei visi pallidi, il quale cerca sotto la terra le grosse pietre bianche, che voi adorate come le ossa dei vostri antenati, per recar loro onore. Mi rivolgo a te, Gufo Spelacchiato, grande stregone dei Siouxs. Spiega al tuo popolo che le intenzioni del vecchio non sono dettate da animo malvagio, ma solo dallo spirito avventuroso che spinge il saggio ad affrontare mille fatiche pur di raggiungere la vetta della conoscenza.
– Ugh! Sarà Manitù a decidere della sua e della tua sorte, Aquila della Notte. Se tu uscirai vincitore dal duello all’ultimo sangue con Mano Gialla, potrai andartene col vecchio viso pallido. Se vincerà il nostro sachem, perirete tutti e due.
– Papà! Ultimo sangue cosa significa?
I due avversari combatteranno fino alla morte del perdente.
– Bene!- disse Rex, gettando su un vicino focherello il mozzicone della bionda.
I duellanti furono legati ad un polso e ad una caviglia. Fu poi consegnato loro un coltello. Quello di Mano Gialla era lungo circa il doppio di quello che fu dato a Rex Miller.
– Pelché, papà?
I Siouxs volevano avvantaggiare il loro campione, è chiaro. Non è però importante la lunghezza del coltello, quanto la capacità di usarlo.
– E Rex lo sapeva usale?
Vedrai. Mano Gialla diede subito un violento strattone. Il ranger, che si aspettava una mossa del genere, rimase immobile, come se fosse conficcato nel terreno. Rex era alto quanto Mano Gialla, ma assai più forte ed esperto. Mollò un ceffone al giovane sachem e, mentre questi barcollava, avrebbe avuto buon gioco a piantargli il coltello nel cuore.
– E pelché non l’ha ucciso?
Rex non ammazza mai per un suo piacere personale, ma solo se non può proprio evitarlo. Stanco di essere legato come un salame, egli troncò di netto i legacci che lo univano al Sioux, che gli si fece sotto, infuriato come un grizzly. Il ranger mollò un calcio sul polso di Mano Gialla che fece balzare lontano il suo coltello. Quindi gettò assai lontano il proprio. Si avvicinò quindi al Pellerossa, sussurrandogli:
– Non hai speranze, grande capo!
Mano Gialla, alzandosi, gettò con una manata della polvere negli occhi di Rex, il quale barcollò per un attimo ma, riavutosi subito dalla sorperesa, seppe riprendere in mano la situazione. Contando sul proprio udito e soprattutto su un istinto belluino, Rex attese che l’avversario si decidesse ad attaccarlo. Mano Gialla ricuperò il coltello e si avventò su di lui, convinto di aver ormai vita facile contro Rex, che era rimasto immobile come una statua, fino all’ultimo istante. Quando sente vibrare il colpo si scosta quel tanto che gli basta per mandare a cogliere farfalle l’Indiano, facendogli perdere l’equilibrio. Mano Gialla cade come un sacco di patate alle spalle del valoroso cowboy. Rex gli dà allora un atroce pugno sulla nuca. Gli monta poi sulla schiena, prendendogli il coltello e puntandoglielo dritto sul collo, torcendogli nel contempo un braccio.
– Meriti di essere trafitto alla schiena come si fa coi coyotes!
– Uccidimi cane bianco! Non ho mica paura di morire, io!
– Gufo Spelacchiato! Lascerai libero il vecchio viso pallido?
– Tu hai vinto! Tu partirai con lui verso il tuo popolo!
– E’ giusto quel che volevo!
– Ma nessuno dovrà più profanare le ossa degli antenati!
– Mi sembra ben detto!
– Altrimenti i loro spiriti faranno sentire le grandi voci tonanti. Ed un ultima cosa, Aquila!
– Dimmi, Gufo!
– Ugh!!!!!
Rex si avvicinò al professore, lo liberò dal palo, lo dissetò con un mestolo di legno e quindi lo caricò sul suo cavallo, montandolo a sua volta. Partirono così, senza profferire parola. Più tardi Rex disse al professore:
– Amigo, dimentichi quelle dannate pietre. Sono sacre ai Siouxs e nessuno le può toccare. Lei è molto stanco ed affamato. Fra poco ci riposeremo.
Raggiunsero una radura, presso cui scorreva un fiume che s’infilava poi in una vasta foresta. Rex accese il fuoco, scaldò del caffè in un pentolino e diede della carne secca e salata al professore che subito la divorò. Da tanti giorni era a digiuno!
– Adagio, professore, che le fa male!
Rex decise di non montare alcun turno di guardia poiché era certo che i Siouxs non li avrebbero più molestati. Il ranger aveva un sonno leggerissimo e il suo orecchio era tanto sensibile che avrebbe udito l’accensione di un fiammifero a più di dieci miglia di distanza. I due compagni si addormentarono di botto. Nel mezzo della notte, Rex si svegliò di soprassalto, poiché il terreno stava tremando come se ci fosse il terremoto. Il professore non si accorse di nulla, essendo cotto dai terribili momenti che aveva dovuto superare.
– Oh! Che caspita di rospaccio!
Rex non voleva credere ai propri occhi! Davanti a lui, alto forse una cinquantina di piedi, c’era un tirannosauro nero a pois gialli, dalla lunga coda, ritto in piedi su delle zampe posteriori poderosissime, con due minuscoli moncherini al posto degli arti inferiori, che emise uno spaventoso ruggito.
– La voce degli antenati! – pensò Rex.
La sua bocca, enorme, era zeppa di denti aguzzi, grandi quanto un bambino. Si stava dirigendo verso il piccolo accampamento dei nostri eroi. Il professore dormiva sempre, come se nulla gli stesse succedendo intorno. Rex raccolse il fucile e cominciò a correre verso la foresta, attirando su di sé l’attenzione del rettile.
– Papà! Il tilannosaulo non ela un lettile!
Hai ragione, ma a quel tempo si pensava che lo fosse. Rex correva come un treno, col dinosauro lento ma inesorabile alle calcagna. Quando ebbe una cinquantina di metri di vantaggio, il ranger si chinò e prese la mira con calma. Sparò un colpo che centrò il ret…, volevo dire, il dinosauro alla testa. Il proiettile rimbalzò sulla fronte senza penetrare nella pelle coriacea. Rex fece fuoco altre due volte, colpendo i due occhi del mostro, che emise ruggendo un atroce e sordo urlo di dolore, che non gli impedì tuttavia di continuare la sua tragica corsa: si affidava probabilmente al suo odorato. Rex era sottovento e quindi assai facilmente individuabile dal bestione.
– Sottovento, papà?
Sì, l’aria trasportava il suo odore alle narici del mostro. La foresta era intricatissima ma, dopo qualche ora di corsa tra la vegetazione, Rex riuscì a scorgere una luce che forse indicava che era ormai al termine della corsa. Il lucertolone gli era sempre vicino. Rex ne udiva i passi, che erano inquietanti anche per un tipo coraggioso come lui. Ormai egli contava solo sulle proprie gambe perché, non avendo un cannone sotto mano, sapeva che nulla e nessuno avrebbe potuto fermare il bestione immane. Oltre l’ultimo intrico, una sorpresa lo aspettava. La vegetazione era finita e si apriva uno strapiombo profondo almeno un centinaio di metri.
– Sono fritto, dannazione!
Purtroppo, tra le tante risorse di Rex non figuravano delle alucce da angioletto:
– Se mi butto magari mi spunteranno anche!
Nei momenti più drammatici Rex non perdeva mai il suo buon umore. Quando non c’è nulla da fare, la migliore tattica consiste nel rimanere immobile, attendendo con calma l’indifferente stringa degli eventi. Essa s’accorcia e s’allunga da sé. Rex si accese un sigaro toscano puzzolente e si sedette, assai placido, sul ciglio. Dopo pochi istanti apparve dall’alto l’orrida testa del carnosauro. Rex prese con freddezza la mira e sparò. Il proiettile penetrò un po’ all’interno del naso rimanendo conficcato in una cavità ossea. Il dinosauro fece un ulteriore passo in direzione del ranger e… piombò nel vuoto! Anche Rex dovette tuffarsi, per evitare di farsi travolgere da quella montagna di muscoli e lardo.
Quando il Texano nacque era avvolto da quella pellicina trasparente, per cui si dice che uno è nato con la camicia, cioè molto, molto fortunato.
Rex non cadde alla cieca, ma rivolgendo tutta l’attenzione allo scopo di rinvenire un arbusto sporgente a cui potersi aggrappare. Lo scorse, finalmente, circa una trentina di piedi più sotto e lo brancicò al volo. Rimase penzoloni per qualche secondo, con le dita attaccate a quella provvidenziale pianticella, che cominciava però a scricchiolare. Iniziò quindi a risalire, agile come una scimmietta, e incurante del baratro che stava lasciandosi alle spalle. Dopo tre ore di corsa, Rex raggiunse la radura. Il professore si era già svegliato e stava flemmaticamente bollendo il caffè nel pentolino.
– Ormai è pronto, Sir. – disse.
– Grazie, Sir. – rispose un po’ affannato Rex.
– Trovato qualcosa di pittoresco nella foresta, Sir?
– Nulla d’importante, Sir!
– Che strada prenderemo per il ritorno, Sir?
– Vedrà che le piacerà, Sir!
– Peccato per quelle ossa, Sir! Proprio peccato!
– Lo conosce quel vecchio proverbio zilocco, Sir?
– Quale proverbio, Sir?
– Non c’è osso buco che valga una bella fiorentina, Sir!
– E che diamine vuol dire, Sir?
– Lo scoprirà presto, Sir!
– Goddam! Perché ora ride, Sir?
– Ah ah ah, Sir!
– Allora, Sir?
– Ah ah ah ah ah, Sir!

Elogio critico del Sopracciò

Elogio critico del Sopracciò

 

Sopracciò da ragazzo, in preda a malinconia misantropa, talvolta fraternamente abbraccia, solo e desolato, un albero, come se fosse a lui compagno, nel senso di uguale a sé. Egli, figlio di socialista, in giovane età aderisce alla fede comunista.

Suo padre è un uomo di spessore, presidente di una cooperativa agricola, ma si sente sempre un mezzadro. Il Sopracciò lo immagina e forse lo scorge, col cappello in mano, mentre si reca a sentire i professori del figlio, come quando ci si inginocchia al confessionale per qualche atavico peccato.

Pur parendo ombroso, spesso, in compagnia, è in grado di escogitare quell’act gratuite, degno di un André Gide; di lanciare quella battuta icastica, degna di un Vittorio Gassman, mattatore improvvisato, in grado di scompensare e, al contempo, rallegrare il gruppo di amici.

I suoi ex compagni di classe lo ricordano come un ragazzo originale, simpatico, chiuso e aperto ad un tempo, e molto spiritoso.

Ha sempre temuto gli esami orali, e affrontato le interrogazioni con malcelato terrore, affrontando serenamente gli scritti, specie se sotto forma di quiz a risposta chiusa.

Lui, ancora oggi, crede di essersi sentito, in quel periodo, troppo diverso, per essere amato, accettato, stimato dall’“altro”.

Nessuno lo sa, lui meno di chiunque, ma è in quei momenti spinosi e irregolari che il Sopracciò si spiana la strada per il suo futuro brillante.

Nel 2017 riesce finalmente ad affermare: “Ho raggiunto risultati che vanno ben oltre la mia aspettativa. Quel che la vita mi ha dato è così tanto che a volte mi chiedo se è davvero successo!” Lo dice con tono spassionato, col dito indice rivolto all’alto.

 

Alcuni decenni dopo…

 

Nei nervosi anni di fine secolo e nei primi, più monotoni, che seguirono, il Sopracciò vede crollare il mondo intorno a sé, mattonella dopo mattonella, muro dopo muro.

Provò a riedificare un nuovo edificio, in base a nuovi criteri e teorie.

Ma la vecchia ideologia, ormai fraintesa da tutti, aveva perso il suo carattere di collante.

Non cessò di essere comunista, fu il comunismo a cessare in lui.

A spegnere quella fiamma che non bruciava più, ma nemmeno più riscaldava.

Al figlio del mezzadro, non rimase che provvedere alla creazione di un nuovo mito.

Il Sé si espanse così tanto, che ormai faticava ad essere contenuto in una singola stanza.

Il suo stesso modo di camminare si trasformò. Era sempre parso un pivot condannato all’ennesimo rimbalzo in attacco, che pesantemente risaliva verso l’area avversaria. Ora il passo era, o pareva, più determinato. Rimaneva però il pur virile bacineggiare dell’ex mezzadro padano, uomo dotato dalla natura di un paio di anche ipertrofiche.

Quando il suo Sé non fu più in grado di entrare in ufficio, l’ufficio finì, inevitabilmente, ad entrare in lui.

 

Il sopracciò

 

A Bologna, durante il corso per ispettori, il Sopracciò stabilì il record di un mese intero di scrocco. Al bar toccava sempre offrire ai suoi due epigoni, leggasi gli attuali “Segretario” e “Capo Boaro”. In tali casi egli aggiungeva un Ferrero Rocher a testa, ai due offerenti e a qualche astante casuale.

Amava allora ricordare che gli capitò di incantonare un noto scroccatore di Montecchio, a cui riuscì di far offrire addirittura un pranzo. E rideva, pensando così di allietare i pur amati solidali, nella loro miserevole condizione di lavoratori sfruttati dal collega emergente. Al che, il futuro Capo Boaro, non ancora tale solo dal punto di vista nominalistico, obbiettò: “Con quello facesti bene, ma noi, che c’entriamo?

Nella sua matura età, il Sopracciò non ha rinunciato a questo vezzo, a quest’erogazione forzata da parte della corte di tributi, ma talvolta sa sorprendere l’uditorio con una smodata mega offerta di caffè, paste e dolcetti vari. Durante quest’epifania di doni, il Sopracciò non manca di sottolineare ripetutamente che è lui ad offrire: “Oh! Sono io che ho offerto oggi! Volevo solo farlo notare!”, tono stentoreo, gesticolare impetuoso, con braccio destro levato come un’asta, su cui sventola la bandiera del suo essere quello che è: l’Unico e il Genuino, insomma il Sopracciò! L’effetto dura l’espace d’un matin, ma è cosa significativa, miracolosa, meravigliosa. C’è però da distinguere fra le due offerte. Quella del Sopracciò che elargisce “benevolmente” cibo e bevande alla corte, e l’inverso, quando la corte “omaggia” il Sopracciò. Il primo gesto è dettato da magnanimità, ed è “assolutamente” franco da vincoli o debiti. Il secondo è un atto “tradizionalmente” dovuto, un’offerta disciplinata da regole. Anche e non solo per questo, più onerosa. Il suddito sa bene che al Sopracciò spetta non solo una pasta (in genere un cannellino), un, pur piccolo, panino (al prosciutto per lo più), un te caldo, ma anche, “assolutamente” e “necessariamente” una bottiglietta di acqua naturale che, con autorità, il Sopracciò direttamente stacca dal frigo del bar aziendale, ammonendo l’offerente con le consuete parole: “Oh… c’è anche questa “ovviamente”!” – tono sereno, autorevole, e mai autoritario; gesto “plastico”.

 

Il Sopracciò scoprì, solo intorno ai trent’anni, di essere alto più della media.

Soltanto verso i quaranta, ebbe la gradita sorpresa di attestare di possedere un glande superiore al normale. Del prepuzio non ha, alla presente età, ancora notizie attendibili.

Questo lo porta talvolta a considerare alcuni amici, nonché membri della corte, in una maniera superlativa, dicendo di uno di loro, il Capo Boaro, per esempio: “E’ un genio e non lo sa!” Esagera? No, è il sopracciò. Non esagera mai il Sopracciò, ma esaltate sono, per principio, le sue parole.

Il Sopracciò allude con una certa frequenza alle esperienze vissute e alla farmacopea assunta da parte di un fantomatico cugino, mai identificato. Quando ne parla, ghigna.

Su un unico dogma si fonda il sopracioato, ma in fondo è lo stesso su cui si reggono tutti gli autocratismi di questo mondo. Egli è incapace di aver torto. Al contempo, talvolta ammette, rivolto ad un membro della corte: “Mi tocca darti ragione!”, tono complice, gesticolare: una pacca sulla spalla rasserenante.

Una caratteristica del Sopracciò è la congenita incapacità di uscire da una gaffe, rifugiandosi in off side, o cambiando argomento, come farebbe un comune mortale. Lui, addentrandosi in un torbido cul de sac, deve soltanto amplificare. Proviamo ad immaginarlo in un bagno della Direzione Territoriale del Lavoro di Reggio Emilia. Vorrebbe lavarsi le mani, ma purtroppo il lavabo è impegnato. Per affetto, come fa solitamente, deposita la mano destra sull’omologa chiappa dell’altro avventore. Il quale si volta e rivela di essere il Dr. S. M., pregiato direttore del Dipartimento Emilia-Veneto. Il Sopracciò, lievemente imbarazzato, si profonda in scuse: “Credevo…”, no, siamo sinceri, dice: “Cre…cre…credevo fosse Ver-ver-Verdolotti!” “Ah sì?” Ver-Ver-Verdolotti è l’ispettore capo della sede reggiana. “no… vo-vo-volevo dire… che non sapevo fosse lei!” “Ho capito!”, “Nie-niente… io e Ver-Ver-Verdolotti siamo in ottimi rapporti…” “Capisco!” “da … da a-a-amici… però!” “Voglio sperare…” “La sa-sa-sa-luto!” “Anch’io!”.

Il dottor S. M. provvederà poi a chiedere a Ver-Ver-Verdolotti quanto profonda sia l’amicizia di questi con il Sopracciò… Da notare che, caratteristico in tutta la sua infanzia e buona parte dell’adolescenza, oggi il balbettio del Sopracciò è ormai residuale, e solo rispolverato per le grandi occasioni.

 

Talvolta un suddito cerca di accattivarsi la simpatia e il favore del Sopracciò, come se ciò fosse possibile. Egli già vuol fin troppo bene ai propri sudditi. Allora si assiste al timido far presente, da parte del membro della corte, che “grazie a lui” e al suo “prezioso consiglio” il Sopracciò ha tratto un giovamento nell’espletamento di una delle sue elevate attività. La risposta del Sopracciò dà poco spazio a tali ipocrite speranze: “E allora? A cosa mi servi?”, chiede Egli giustamente. La ragione di un fedele servizio deve bastare e avanzare.

Il Sopraccioato non è ispirato da principi di democrazia liberale.

E’ il Sopraccioato, punto.

Egli, il Sopracciò si pone al centro della corte, da cui si irradia il Suo Carisma.

Talvolta capita al Capo Boaro di giungere in ufficio nel primo pomeriggio, dopo una mattinata intera in cui il Segretario è rimasto sottoposto ai raggi del Sopracciò.

Al che non è possibile non constatare che il Segretario è stato sommosso da una forza panica. Egli appare insolitamente vispo, ebbro e fin troppo faceto, a volte quasi istrionico.

Il Sopracciò non è tale per diritto divino o per volontà popolare, bensì per decisione autoreferenziale e inoppugnabile.

Il paradosso di Russell insegna che “L’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso.”Il Sopracciò non si appartiene e, al contempo, non appartiene a null’altro che a sé.

Tutto questo richiede un atto di fede.

Egli non crea, né inventa, interpreta, interpola, estrapola, personalizza.

Egli ruba l’altrui genialata perché la proprietà è un furto, ma subito la immerge, l’eroga nell’ambiente.

In più di un’occasione il Capo Boaro, il “callido Boaro”, così lo cantò l’immaginifico D’Annunzio, emise tra sé e sé una battuta delle sue, che fu colta solo dal Sopracciò. Essa era destinata a disperdersi all’aere e alla conseguente entropia cosmica. Il Sopracciò seppe coglierla, valorizzarla, facendola sua, e la sghignazzò a voce stentorea. L’assemblea ebbe dapprima un sussulto, ma poi levò in Suo onore un’interminabile e omerica risata.

Nulla del suo pensiero orale è originario, ma tutto è nuovo e, mi si permetta l’ardire, di un’alchimistica diversità da quanto lo precedette.

Per lui gli uomini si dividono, necessariamente, in persone e personaggi, come per tutti, in un certo senso. La differenza è che, per il sopracciò, i personaggi sono la stragrande maggioranza. Si è tali solo ad un certo punto del percorso effettuato. Scatta, imprevedibile, un meccanismo e l’anima prava si trasforma.

Una delle esclusive competenze del Sopracciò è la capacità di ‘caricare’ (dal reggiano ‘cargheer’), cioè di incrementare il difetto o l’eccesso di una persona, nonché le ragioni che questi propugna. L’azione ha un carattere rituale. Anticamente, durante il duro lavoro nei campi, presto sopraggiungeva la fatica, ma soprattutto la noia. Ecco che l’esasperare la vittima di turno, un po’ prendendola in giro, un po’ enfatizzando le sue caratteristiche negative, un po’ assicurandole un ipocrita compatimento per la sua sorte, questa finiva inesorabilmente per esagerare, in un senso o nell’altro. Quando era caricata a dovere, scoppiava di botto.

“Ognuno ha il suo percorso” da Osho Rajneesh, diventa, per la solita figura retorica della battuta partecipata: “Ognuno ha il suo…?” Al che bisogna aggiungere “…percorso…” tono magistrale, gestualità: indice destro che punta verso l’alto.

Anche lui (pausa) … è una bestia che soffre – alludendo ad un’anima angustiata (il problema riguarda circa 7 miliardi di individui). Voce serena. Gestualità assente.

Il Sopracciò si autodefinisce “uccello pilota”, in quanto è consapevole che il suo cammino lo porterà a deviare continuamente dal tragitto previsto dalle norme e dalle consuetudini, previsto per la specie di bipedi a cui egli appartiene, secondo i dotti studi del Linneo. Dov’egli andrà non si sa, ma di certo non gli porterà né onta né disgrazia. “Alla mia età, ormai” – egli ama considerare – “non me ne frega più nulla di nulla!” Egli sa che non tutti, ma solo alcuni fidati compagni lo seguiranno. Tale istituzione sociale si chiama propriamente ‘corte del Sopracciò’. Il primo emendamento della mai scritta costituzione della corte prevede che quando entra in scena per la prima volta nella giornata il Sopracciò, un membro della corte è tenuto ad abbracciarlo. Se si è in stanza in tre, ci si abbraccia in tre (threesome), in quattro, o più: tutti sono tenuti ad abbracciare tutti, ecumenicamente. Tale abbraccio fra i singoli membri della corte è facoltativa, assai spontanea ed apprezzata da ognuno.

 

Alla sua destra (o sinistra), a seconda di dove deposita i suoi tre zainetti, c’è il Vice, sempre solidale con il Sopracciò, vera e propria ipostasi dello stesso.

Su un piano (molto) inferiore, decisamente subordinato, c’è il Segretario, che raccoglie e mai disvela segreti e funge da stampatore e fotocopiatore di ogni dispaccio rientri nell’interesse del Sopracciò, e da magazziniere d’ogni tipologia di oggetto (biro, cavalieri, spilli e, all’occorrenza, vinavil, etc etc).

Merita un capoverso a parte il Capo Boaro, anch’egli auto-nominatosi tale. Alla domanda del Vice: “Cosa vorresti rappresentare all’interno della corte del Sopracciò?”, egli rispose: “Se c’è un posto da Capo Boaro, mi va bene; altrimenti, nulla si farà.”

Su un gradino inferiore, anche da punto di vista generazionale, c’è il Camerlengo, chiamato il ragno delle Dolomiti, in quanto la sua aspirazione è di scalare in tempi brevi tutta la china che lo porterebbe al Sopraccioato.

Figure minori, ma essenziali in quanto uniche nel loro genere:

il Gran Ciambellano: dalle mansioni incerte; essendo appassionato studioso di storia, il suo compito, ancora non ufficializzato, potrebbe essere quello di cronista di corte;

il Giullare di corte, la cui natura vieta il riso, ma solamente un mite e pacioso sorriso;

il Canaro, uomo dalle possenti membra, il quale esercita mansioni superiore di gestione puledri di razza e purosangue. Vedi diatriba sindacale denominata “Il Canaro contro tutti”.

Tra il Sopracciò e il suo Capo Boaro esiste un’intesa ultra-trentennale. Vi sono anche riferimenti biografici che ne determinano le assonanze e… le dissonanze. Il primo atto di rivolta, il padre di ogni ribellismo futuro, nacque inaspettatamente da una criticità sorta fra questi due personaggi. Il Capo Boaro in quel tempo non mise in discussione l’autorità del Sopracciò, ma semplicemente uscì dalla corte, a testa alta, lasciando un vuoto incolmabile nel suo ruolo, che nessuno cercò di rivestire, nemmeno ad interim o formalmente. Permase però un reciproco rispetto fra le due figure. Il Sopracciò è, agli occhi del Capo Boaro, l’”unicum” che non va messo in discussione come Sopracciò, ma giudicato, come uomo, caso per caso. Il Capo Boaro è, per altruistica millanteria, super stimato dal Sopracciò. Sovente, a seconda del valore della battuta, il Capo Boaro è da lui definito un “ecco… la solita genialata”, tono fiducioso; gestualità: la mano destra col palmo verso l’alto che indica il Capo Boaro. Oppure: “Vedi, è un genio, ma non lo sa!” Il Capo Boaro ha il dono della sintesi, a differenza del Segretario che è sempre esauriente, esaustivo, ma un po’ ridondante. Perciò il Sopracciò non manca di farlo notare al più fedele dei sottoposti: “Non hai dono della sintesi!”, tono rassegnato, gestualità: viso più o meno come il tono. Una breve battuta del Capo Boaro diventa, invece, secondo il giudizio inappellabile del Sopracciò, un “ecco… due parole e ha fatto… un affresco!…” – tono a volte commosso, gestualità animosa e irrequieta.

Dopo un anno e più di reciproco allontanamento, il Sopracciò disse all’ormai ex Capo Boaro: “Tu sei stato il primo che si è ribellato, e da allora lo stesso Segretario ha cominciato a mostrare incertezze, il Camerlengo ha tentato di succedermi, e nulla è stato come prima!” Il Capo Boaro, di botto, inaspettatamente rispose, con la consueta laconicità: “Eccomi, Sopracciò… Sono tornato!” Un abbraccio commosso sancì la nuova intesa. Si aggiunse immediatamente il Segretario e avvenne, dopo tanto tempo, un threesome.

 

Un detto che il Sopracciò adopera con frequenza rara, ma sempre in momenti topici: “Oh…! Sono stronzo!… eh…?!”- tono ridente, sguardo leggermente ammiccante. Un esempio del perché un Sopracciò è a volte come si è definito. Una volta decise di vendere i ricordi a cui teneva di più, libri e carte antiche soprattutto. Il tutto faceva parte di un piano di auto-rigenerazione. Contattò per una serata il Capo Boaro e il Segretario. Mostrò loro i suoi prodotti, le sue merci catartiche. Il Segretario fu quasi convinto a comprare una libreria. Il Capo Boaro selezionò un numero ingente di libri e di giornalini. Poi fece un’offerta, badando bene a non offendere la finissima sensibilità del Sopracciò e disse: “180 euro!”. Al che il Sopracciò, mal simulando l’evidente sorpresa per l’alto importo dell’offerta, rispose pronto, stringendo vorticosamente la generosa mano del Capo Boaro: “Ci sto! 190!” In questo episodio, fece a meno di pronunciare la battuta sulla sua stronzaggine. Era palesemente pleonastica. Ma aggiunse il suo solito: “Sopracciò…! Sono il Sopracciò”, liberatorio, appunto: catartico.

“La natura è stata matrigna con te…” – allusione alle fattezze non apollinee del Capo Boaro e del Sopracciò. Tono commiserevole. Gesticolare incerto.

Altre volte è più rassicurante, quando blandisce un sottoposto e gli sussurra, dolce ma infido: “Ce la puoi fare!”, discorso mirato ad un’eventuale agognata preda femminile. Tono tranquillo, gestualità affettuosa, ma trattenuta.

 

Detti celebri del Sopracciò

 

“Mi avete stufato” – aria che simula fastidio; gestualità: si alza e se ne va.

“Ho forse esagerato…?” – fare interrogativo. Tono fintamente compunto. Mani aperte in segno di egualmente finto rispetto.

“Oh signor…!” – fare tra lo stupito e il rassegnato. Gestualità: sguardo verso l’alto.

“Tipo ‘o signor’…” – fare rassicurante; gestualità: col dito alzato.

“Non proprio ‘O signor’… tipo…” – comportamento analogo al precedente.

“Offri tu, vero?” – fintamente compagnone, gestualità: a volte la scena continua in un abbraccio.

“Me ne faccio una ragione…” tono pacato, gestualità assente.

“Con una donna non bisogna scopare in maniera divina, sennò ti cercherà sempre, ti romperà le palle… Né far brutta figura, che poi parla. Bisogna fare una figura media. Ma non è facile…” fare esplicativo, didattico; gestualità assente.

“E’ ‘riduttiva”, cioè una donna a cui il sesso risulta essere un aspetto riduttivo dell’esistenza. Fare rassegnato, ma non triste, gestualità assente.

Il termine ‘riduttivo’ è stato mediato dalla consorte del Sopracciò, la quale non è assurta al rango di Sopracciò regina, bensì di non troppo umile consorte, rappresentante di quella “buona borghesia meridionale”, varietà di eterno femminino tanto fascinosa per chi nacque, in ‘illo tempore’, in quel di Montecchio Emilia, figlio di mezzadri.

Si evidenzia che il Sopraccioato è un’istituzione che non prevede l’ingresso di femmine, neppure delle migliori esemplari del gentil sesso, se non nei discorsi, dove esse rappresentano l’oggetto più presente, anzi, ostinatamente costante. La presenza di una donna nella corte creerebbe pertanto imbarazzi di tipo marcusiano, per cui l’eros non coinciderebbe più con la civiltà, ma con la mestizia matrimoniale. Tutti i componenti della corte, infatti, sono sposati, fatta eccezione dell’infante camerlengo. Tutti coniugati, senza alcuna necessità di esecrabili avverbi di modo. Occorrerebbe, in presenza di qualche dama, cambiare all’improvviso argomento e quale altro potrebbe reggere il confronto con quello della Donna, quest’immenso, assurdo, ineffabile e spudorato Essere. Le accuse ripetute di maschilismo nei confronti dell’Istituzione del Sopraccioato valgono quanto le ragioni dell’Istituzione stessa. I due sessi vivono nel diverbio, nella diatriba reciproca, e se la coppia persiste, persisterà sempre, o quasi, nel dissidio. Un membro della corte venne un giorno mandato a fare in culo dalla moglie. Rispose, immediato: “Altrettanto, cara! Ma non insieme!”

Il Sopraccioato rappresenta un’isola di libertà, dove i naufraghi hanno eletto il proprio eu-topos, bel luogo, in mancanza di un u-topos, un alcun luogo. “Piuttost che gnint, l’è mei piuttost.” Il Sopraccioato non è un luogo di democrazia, in quanto uno non vale uno, ma lo è in quanto solo tu vali compiutamente come te.

“Figlio di mezzadro” è l’unico soprannome autorizzato del Sopracciò presso la sua benemerita corte. Altri appellativi, come ad esempio “Scroc” e “Interracial” son mal sopportati all’interno di essa.

Di origine ostuniana, e quindi coniugale, è “Ti meriti una ceccia!”, accompagnato da un bel colpo al collo dello sventurato astante, erogato soprattutto quando l’infelice ha svolto un compito di utilità generale. Tono amorevole, gestualità impietosa.

V’è un’altra interiezione, praticata dal Sopracciò, di salentina provenienza: “Per piaceeeereee!”, gridato dallo stesso con voce melliflua e muliebre, in imitazione di un’esclamazione tipica della consorte. Il sopracciò usa tale espressione ovunque, ma principalmente nel bar aziendale, quando si rivolge alla barista che egli chiama, urlando, convenzionalmente, “Patriiiiiciuaaaaaaaaa!”. I due gridi sono espressivamente gravi, la gestualità è quella tipica del piccolo di condor che aspetta il cibo dall’amata madre.

Similmente si comporta con la collega Loglisci. Parlando a lei o di lei in terza persona essa viene indicata, con grido molto acuto, come “Grandissima Logliiiiiiiisciiiiiii!”, espressione in cui viene torta la bocca a destra in uno spasmo di apparente, ma del tutto fittizia fatica. Più avanti, si vedrà come il superlativo assoluto, che pare tipico del Sopracciò, in realtà è mediato dal Vice.

“E’ una… vorrei ma non posso”: una ‘riduttiva avanzata’. Sogghigno, gestualità assente. “Vorrebbe, ma è una che parla…”, comunque vada a finire. Tono sicuro di sé, gestualità: mano destra aperta sulla mediana della bocca.

“Non sa quello che perde!” alludendo ad una rappresentante del gentil sesso un po’ tiepida nei suoi confronti. – Voce rancorosa. Gestualità assente.

E, pronto, aggiunge: “Ohhh! Nove testa larga!” – tono trionfale. Gesto che simula un cerchio con i due pollici e i due indici. Correlata è l’altra espressione: “Beh, in effetti, le dimensioni non contano, ah ah ah!” – riso di chi sa perché ride. Gestualità: mano destra benedicente.

“Oh, se la vuol capire!” – detto di donna che ha ricevuto un complimento un po’ sopra le righe. Tono dubitativo, ma speranzoso. Gestualità: mani che si allargano verso l’esterno e l’alto, fermandosi all’altezza del petto.

“E’ assolutamente consapevole…”, dicesi di donna ricca di charme e consapevole del suo fascino. Tono rispettoso; gesticolazione: palmi della mano distesi in avanti. En passant, si precisa che “assolutamente” è l’avverbio di modo privilegiato del Sopracciò. Assolutamente.

“E’… molto… negativa…” – quando “qualcuna” non la dà e al contempo pare spenta, priva di bollori, destinata a una vita infame, non troppo meritevole di sopravvivere. Tono negativo, gestualità: naso arricciato.

“Era un tipico esemplare di duecoppismo…” – allusione a un marito che si arroga esclusivamente le decisioni basilari per la famiglia, ad esempio: con quale tipo di benzina fare il pieno la propria macchina, la Super verde o la Super verde +.

“Come si fa a non volerti bene!”, rivolto anche ad un terzo: “Come non si fa a volergli bene!”, con fare compiaciuto ed affettuoso, gestualità che si esprime con prendere tra le mani le spalle dell’amico.

L’amico (Vice, Segretario etc) è in ritardo: “Scusa… il traffico… un semaforo… alla rotonda c’è stato un mini tamponamento… etc etc”. Il Sopracciò, davvero magnanimo, allunga la mano destra aperta verso il suddito e dice: “Ti perdono…”, voce calma, rispettosa dei tuoi diritti di povero diavolo, umana, molto umana. Il Sopracciò è un misto di umanesimo e di Superomismo niciano.

“Sì, è una persona simpatica… a dosi omeopatiche!”. Tono poco entusiasta, gesticolazione striminzita: ambedue i palmi ondeggianti e inducenti alla prudenza. Il Capo Boaro introdusse una più fine unità di misura: “.. a dosi quantistiche”.

“Oh…. Modera l’entusiasmo…”, quando a un collega viene assegnata una mansione o una pratica rognosa; con tono pacato e sorriso appena accennato.

“Oh… qui c’è gente che lavora! eh eh!”, quando dal corridoio giungono voci di colleghe che starnazzano come chiocce. Tono severo e subito dopo ilare. Gesticolare: dito indice destro che vibra lateralmente e vorticosamente. A volte, a volte spesso, il Sopracciò fa seguire al grido un applauso istrionico.

“Oh… non ti esce l’ernia!”, quando chiede un favore a un collega che sembra restio. Tono apparentemente comprensivo. Gesticolare: dito indice destro che ondeggia a velocità media.

“Uno alla volta, eh…!”, quando rivolge una domanda a un uditorio svogliato, tono ironico e mano destra che, ondeggiando su e giù lentamente, induce alla calma.

Sul modo di ridere del Sopracciò andrebbe compilato un capitolo a parte, che però si può sintetizzare in poche righe. Il Sopracciò ride in un modo fragoroso: “Ahahahahahahah!”, tono roboante e gestualità leonina. Ma anche in maniera sincopata: “Ah-ah-ah-ah…”, tono tenue, gestualità: mimica facciale che si apre lenta nell’ergersi ugualmente lento del capo. Esiste poi il personalissimo “sssss…” con la s insidiosa e sibilante, come per dire: “che ridere, eh?”. Sogghigno, gestualità assente.

“Beh…. Pelle d’oca!”, inizialmente detto per fatti antichi e memorabili, che ancora causavano pelle d’oca, poi per qualsiasi cosa ricorrente, anche se banale. Voce quasi emozionata. Gestualità: indica il proprio braccio destro.

Quando qualcuno, soprattutto il Segretario perde tempo, magari per l’ennesima inutile e flatulente stampina, il Sopracciò non manca di dire: “Dai.. borsa!” – tono affettuoso ma scocciato, gestualità rassegnata.

“Strano..” – quando un amico o un collega ripete per l’ennesima volta un comportamento assolutamente prevedibile; tono fintamente sorpreso, gestualità: sguardo girato verso l’interlocutore.

Quando questi esagera, al Sopracciò sfugge un “Ahio!”. Tono tra il divertito e il leggermente preoccupato.

“Oh… a occhio!”. Detto sempre a proposito di specificità umane e psicologiche. Tono meditabondo, gestualità assente.

“Per default!” – per attestare un fatto che si può anche discutere, ma è così e basta. Tondo enfatico, gestualità: con il solito indice destro alzato.

“Grandissima cultura liceale!” – quando un rappresentante della corte pronuncia un evento storico-filosofico-letterario che rivela un nozionismo liceale: del tipo: “Erano trecento, giovani e forti, e sono morti!”. Tono entusiasta, ci si deve alzare tutti e quanti, pena una reprimenda da parte del Sopracciò.

“Grandissima cultura post-liceale”, quando qualcuno rivela una conoscenza che va oltre la maturità scientifica o classica a seguito di una frase del tipo: “Il “Pentateuco” è parte integrante della Torah ebraica, in ebraico תּוֹרָה…” Anche qui il tono e il gesto ricalcano i precedenti.

“Mi vedete preoccupato?” – quando qualcuno gli fa notare che è stato oggetto di critica o di rimprovero verbale. Tono di voce suadente e leggermente ironico. Gestualità minima.

“Ci vediamo domattina alle 7,20…” nel tale luogo: informazione di servizio rivolta al collega ispettore. Tono serio. Gestualità: mano alla bocca per tentare di celare la bocca distesa in un’ampia ma silente sghignazzata.

“La pratica è tua, vai avanti tu!” – Tono sbrigativo. Gestualità: mano destro che accompagna l’avanzamento del collega titubante.

Talvolta il Sopracciò, per dare sollievo alla corte di un carico di lavoro che pare, talvolta, simile a quello che occupava Sisifo, ama pronunciare la frase, sicuramente blasfema: “Oh… è peggio lavorare in fonderia!”

I rapporti con il Capo Boaro sono di mutuo (ma non certo muto) rispetto. In un certo senso, un Capo Boaro è un impossibile Sopracciò, e viceversa, ma entrambi derivano dalla stessa radice contadina. Si tratta di carriere separate, con contratti eterogenei. Spesso il Sopracciò è carente di qualche utensile o modulo. In presenza del Segretario, si rivolge a lui, appunto, “per default”. In presenza unicamente del Capo Boaro prova a chiedere, già poco convinto a priori, ad esempio: “Non avresti un modulo di rinnovo dell’uso del proprio mezzo?” al gesto inequivocabile, detto della pigna, della mano destra da parte del Capo Boaro, il Sopracciò, ogni volta, esclama, quasi in tono di scusa: “Oh oh… scusami… è una domanda fuori luogo la mia…”. Gestualità minima.

La battuta che è ricorsa spesso negli anni di militanza fra questi due irriducibili amici-antagonisti, che indica per tutto e in tutto l’immensa stima reciproca, è il detto popolare tipicamente reggiano “A te’m’sa più bel che furob!”, “Mi sembri saper più di bello che di furbo”.

Ci sono poi le espressioni mediate da rappresentanti della corte, in cui il Sopracciò insinua, cinicamente, il suo contributo. Diciamo che le autorizza, appropriandosene.

Secondo l’alfiere nonché Vice del Sopracciò, chiunque è, se non deprecabile; “grandissimo”; il Sopracciò compartecipa all’espressione, dedicando al suo fido la definizione di “grandissimo millantatore!”. Tono ironico, gestualità assente. Oppure “grandissimo stratega!”, tono enfatico, gestualità soprattutto facciale. Oppure “grandissimo cattolico!”, quando una bonaria ipocrisia si stampa sul viso del celebre Mastio Rodigino, a cui il Vice va senz’altro paragonato.

Il suddetto Vice-Sopracciò, è uso dire: “Nooo!” quando qualcuno, intero o esterno alla corte, si rifiuta, adducendo anche motivi plausibile a fornire a questi un favore. Il Sopracciò si è appropriato dell’espressione che viene usata in qualsiasi situazione in cui una negazione pare necessaria, anche se non sempre vereconda.

Per quanto riguarda l’enorme figura del Vice, sarà relazionato a parte, con separato elogio critico. Basti solo, al momento, ricordare a proposito una celebre battuta del Capo Boaro: “Il Vice ebbe un’infanzia felice, che perdura tuttora, serenamente”.

Totò diceva, sollevando l’ombrello: “Questo è ovvio”. La battuta è stata ripresa più volte dal Segretario del Sopracciò. Ora il Sopracciò, quando deve parlare di un’ovvietà, esclama: “Questo è… com’è… com’è?” e qualcuno dei presenti deve dire “ovvio!” E’ anch’essa una battuta partecipata. Fare concitato, gestualità: mano che simula di tenere febbrilmente in mano un oggetto indeterminato.

Analogo tono e gestualità è quando riporta, con una certa frequenza, la famosa frase “Oh! Tira più… eh ?”, l’oh! è del tipo obbligatorio, servendo da condimento alla solita zuppa ideologica; e la frase è troncata per evidenziare in modo icastico l’attrazione pilifera. Quest’ultima espressione è adottata in special modo quando il Capo Boaro è indaffarato a imboscare il violino, cioè il personal computer, arraffando in fretta carte e plichi, diretti alla sede dove svolge le sue mansioni un celebre ufficiale di polizia giudiziaria, dalla voce roca dal seno esposto fin nei minimi termini e dai capelli fluenti.

Esiste un gesto del sopracciò, privo di audio, non facilmente descrivibile a parole. Dito pollice e indice destri accostati alle labbra mosse in maniera ritmica, come a simulare un’immissione di fiato, con la lingua che pare approssimarsi ad uscire, ma non esce, a simulazione grossolana di degustazione di un quid d’ineffabile, di un più che beato suggere il nettare, facilmente riconducibile all’oggetto del capoverso precedente.

Nel corso di lustri precedenti all’insorgere del Sopracioato, un compaesano del Sopracciò, ex pugile, ex picchiatore, tuttora simpatizzante dell’ideale avverso al Sopracciò, non per questo fu suo nemico, ma anzi ne fu profeta. Egli amava esclamare, a volte connesso ad una problematica espressa, a volte in maniera del tutto astratta da discorsi precedenti: “Per quanto…!”, voce stentorea, mussoliniana, tonante. Il Sopracciò fece tesoro di questo pur destrorso messaggio e ogni tanto esclama un “Che dire…!”, voce stemperata e rassegnata, con nessuna gestualità.

In concorso col suo Vice, il Sopracciò introdusse nell’immaginario collettivo la figura chimerica del “Menevach”, un essere chimerico, metà donna di pulizia e metà guappo ‘e vicoli, che emette strani ruggiti: “Menevach! Menevach! Menevach!”. Questa creatura tenebrosa per anni tenne un corso di dialetto napoletano al Vice, il quale, pur disertando gran parte del corso di laurea, conseguì il meritato alloro presso il prestigioso ateneo di Durazzo.

 

Per descrivere il seguente gesto, detto “sopracciata” è stato utilizzato come modello il Vice, in occasione di una partecipazione non rituale ad una videoconferenza del Nuovo Istituto: Irrigidimento del tronco, mani tese, palmi verso il basso, capo reclinato a destra di circa diciannove gradi, sguardo di compatimento intriso di una pur bonaria ferocia. Tale gesto, estremamente significativo, va utilizzato con parsimonia, non più di dodici volte al giorno e sta a significare: “un misto di costernazione, delusione, stupore e moralismo ieratico”. Desmond Morris (1960), nella sua ormai epica “Semiotica del gesto” la definisce, esplicitamente, una “sopracciata”, confermato da Roland Barthes in più parti della sua opera (1965-1969-1971), ma anche da Umberto Eco (1977), da Eric Landovski (1981) e, sia pure tra mille dubbi, anche da Thomas Albert Sebeok (1992). Un esempio: in località Bianello, presso un noto ristorante, il Sopracciò chiede se è possibile degustare della spalla cotta. Il cameriere, con ironia fuori di luogo, sostiene che in tale ristorante la spalla era cessata da qualche minuto. Al che, all’unisono, il Sopracciò e il Vice si ergono e manifestano la loro palese disapprovazione con una “sopracciata”, umiliando e spaventando il cameriere, che indietreggia.

 

C’è chi ipotizza un parallelo fra l’ascesa e la caduta del comunismo, con il fenomeno, altrettanto emblematico del nostro tempo, del Sopraccioato. La caduta del muro di Berlino avvenne in anni anteriori all’instaurarsi del processo di cui il sopracciò fu eponimo. Il sopracciò, prima della sua investitura fu comunista. A chi gli dava dell’ex comunista, egli riservava strali polemici: “Io sono un comunista, anche se fossi l’ultimo! Ex sarai tu!” e partecipava alle sedute amministrative del comune di Montecchio Emilia, quale consigliere onorario di Rifondazione. Ora, nell’anno di cui stiamo narrando le Vicende, il Sopracciò limita la sua influenza politica a invitare alla diffidenza per chi milita nel PD: “Io li conosco! E non mi fido di loro!” Lo spirito comunista è svanito in un nulla, ed è crollato insieme al muro di Berlino. Il Sopraccioato non è mai caduto, in quanto non si è mai del tutto eretto. Ha creato una corte, reificandosi in un’assemblea. Inutile controllare su Google, reificato significa che ha realizzato una compagine di individui vivi che insieme hanno vissuto un’era, non straordinaria, ma particolare, sotto l’egida di una personalità unica e dalle proporzioni abbondanti.

Nel corso del 2016, anno bisestile e travagliato, la signoria del Sopracciò subisce una serie impressionante di tracolli. Il Capo Boaro, insieme al Camerlengo, mosso da carità, si offre volontario ad accompagnarlo al confine, serenamente. Il Sopracciò sembra rinunciatario e facilmente circuibile.

Il Sopracciò, buon profeta, disse, una volta, parlando del Camerlengo, cui tanto fece una pressoché involontaria docenza: “Ho creato un mostro!”, tono soddisfatto pur con un’ombra di inquietudine, gesticolare blandamente ieratico.

Infatti, agli sgoccioli di un agosto non meno triviale di luglio, il mondo assiste a un grottesco tentativo di colpo di stato da parte dello stesso Camerlengo che, annusata aria di dimissioni, per altro mai rassegnate, tenta il golpe, il putsch, “l’uscita dal sacco”, che fallisce unicamente per la carenza di un ulteriore Camerlengo autorizzato a nominare nuovo “Sopracciò” l’ex Camerlengo.

Al giorno d’oggi, il Sopracciò mantiene la sua posizione, preferendo però come luogo dell’anima l’“altrove” all’“hic et nunc”. Più che un esiliato in patria, egli è un sovrano assente.

A chi gli domanda cosa pensa di sé, il Sopracciò rispolvera ogni volta la sua frase più celebre, l’indimenticabile e irrimediabile: “Invecchio serenamente…”.

Esiste un ultimo quesito, che ancora nessuno gli ha fatto, ma che lui forse si aspetta, trepidante e al contempo rassegnato. Sopracciò, ma per conto di chi? Di chi sei il sovrintendente? La domanda, tardiva, fu posta a un suo illustre, anonimo e ormai quasi dimenticato predecessore. Egli però non riuscì, forse, a terminare la pur immediata risposta… colto da un leggero attacco di asma.

La frase potrebbe essere pertanto monca, oppure contenere un suo bel senso compiuto: “Ad ognuno il suo…!”

Rex e l’invisibile Bill

Quella volta Rex fu chiamato dal comando dei rangers del Texas per risolvere un caso che sembrava destinato a restare insoluto. In sette mesi c’erano state altrettante rapine ai danni della diligenza che da Laredo portava a Santa Fè. Che le rapine recassero la stessa firma era fuor di dubbio per come s’erano svolti i fatti. Non si sapeva però se fossero opera di una vera e propria banda di delinquenti oppure di un misterioso fuorilegge isolato. Tutto ciò può apparire a prima vista incredibile ma… ora stammi bene a sentire…

– Papà, cosa sono i fuolilegge?

Sono quelli uomini che agiscono contro la società restando nascosti fuori dal paese. La carovana percorreva senza fastidi il suo percorso quando, ogni volta, all’improvviso…

– Pelché tu dici semple “all’implovviso”?

Perché nel West tutto accade così, d’un tratto, secondo la teoria dei quanti. Si sentivano delle schioppettate e delle grida, appariva un cavallo sellato e scosso, senza nessuno in groppa cioè. Il conducente dava subito l’alt alle proprie bestie. Una voce forte allora urlava:

– In alto le mani se vi preme la vita!

Tutti levavano in alto le mani anche se non si scorgeva nessuno. Qualcuno, o forse qualcosa, sbottonava le giacche e i panciotti degli uomini e perquisiva senza ritegno le donne. Soldi, ori e preziosi sparivano come d’incanto. Quando quella gente disgraziata si riaveva dalla sorpresa, poteva solo prendere atto di essere stata completamente spogliata di ogni avere. Il cavallo intanto era fuggito oltre alcune ripide rupi, dove probabilmente viveva allo stato brado. Ben presto si sparse la voce che esisteva un cavaliere fantasma che derubava le diligenze.

Al Comando dei rangers non credevano a siffatte leggende e il maggiore Nelson, un po’ afflitto, chiamò il buon Rex per affibbiargli il compito di sbrogliare quell’intricata matassa. Rex ascoltò attentamente il rapporto che il colonnello ansiosamente gli stava snocciolando e ogni tanto scrollava il capo. Talvolta il suo viso si faceva pensieroso, come se stesse rimuginando qualcosa. Egli era un uomo logico e pratico, che andava dritto al sodo. La vita però gli aveva riservato delle vicende al limite dell’incredibile che gli aveva aperto, che dico?, spalancato la mente. Non è che lui credesse passivamente alla magia senza dubitare nemmeno un po’, ma ammetteva sempre l’eventualità di ogni sorta di diavoleria. Ti ricordi cosa gli era capitato quella volta col bambino che aveva perso i genitori nel deserto?

– Sì, papà. Me lo lacconti ancola?

Un’altra volta, ragazzo. Ora dobbiamo occuparci di queste rapine misteriose. Quando il generale ebbe finito di parlare, Rex accettò volentieri l’incarico, ma gli spiegò che aveva una fretta del diavolo di ritornare al proprio villaggio perché doveva andare a caccia di cervi. Che dunque gli si desse carta bianca e ogni sorta d’appoggio. Assegnò al colonnello il compito di spargere la voce che il mercoledì successivo la diligenza avrebbe trasportato con sé le paghe annuali dei soldati e che non sarebbe stata scortata a causa della cronica penuria di uomini. Detto ciò, garantendo il successo del proprio piano, Rex si scusò col maggiore, che l’aveva gentilmente invitato a cena, saltò al volo sul proprio cavallo ed uscì dal fortino come un forsennato. Si diresse sulle Colline Nere, dove risiedeva una tribù assai temuta di indiani Paqui, che il ranger non temeva perché era amico d’infanzia del loro sachem, un certo Castoro Indeciso.

– Papà, cos’è un sachem?

E’ il capo degli Indiani. Giunto al villaggio Rex chiese di lui. Un anziano gli rispose che purtroppo non c’era.

– E’ forse uscito? – s’informò Rex.

– No, è stato probabilmente accoppato sette lune fa – gli rispose con pacatezza l’Indio che Rex riconobbe come Orso Fantastico, il fratello stregone del capo. Una sera, aggiunse Orso, il sachem era uscito dopo aver cenato, per fare due passi incontro alla luna. E di lui non si seppe più nulla, né fu mai rinvenuto il suo corpo.

– Sette lune fa… – bisbigliò fra sé e sé Rex – Molto interessante…. Rex si ricordava dell’esistenza di un terzo fratello, la pecora nera della famiglia…

– Pelché lo chiamavano la pecola nela?

Il suo vero nome era Lupo Tedioso ma, nonostante il nome, era la pecora nera della famiglia perché all’età di vent’anni aveva cercato di far fuori il fratello maggiore, della cui fortuna era geloso, per subentrargli come capo della tribù.

Rex gli chiese che ne era stato di lui. Orso scosse il capo e non volle rispondere. Il ranger gli si fece un po’ sotto e, delicatamente, lo prese sotto braccio, sussurrandogli:

– Sento che hai qualcosa che ti rode il fegato, amico. E’ ora che ti decida a tirare fuori il rospaccio. – Il vecchio chiese a Rex di giurare su Manitù di mantenere il segreto su quanto gli stava raccontando. Questi acconsentì. In breve. Lupo, a causa di una bionda, si era venduto tutto quello che possedeva ed era rimasto senza mezzi di sostentamento. Era diventato un ubriacone e di lui si erano perse le tracce fino ad un anno prima, quando fu rinvenuto il suo cadavere all’uscita di un saloon, presso l’abbeveratoio. Si sospettava che l’assassino fosse un baro di nome Bill, con cui Lupo Tedioso aveva fatto per anni comunella. Costui era un ladro, oltre che un giocatore di carte, ed aveva dei gravi precedenti penali. Era stato scarcerato per buona condotta, ma da allora aveva vissuto d’espedienti. Rex, che aveva ascoltato attentamente la storia raccontata dal vecchio, quando quello ebbe finito, gli disse:

– Orso, andiamo al nocciolo della questione. Tu sei stato un grande stregone che, fino all’età del pensionamento, ha strabiliato la tribù con tutta una serie di trucchi e trucchetti. Ricordo come se fosse ieri quella volta che Castoro Indeciso mi aveva invitato ad un tuo spettacolino, e in quell’occasione ebbi modo di ammirarti in un numero stupefacente. Ti eri nascosto sotto una coperta di pelle di bufala cilintrana. Poi un guerriero aveva scagliato una lancia contro di te. Poco dopo tu apparisti magicamente alle spalle del pubblico, a raccogliere i meritati applausi. E’ giunta l’ora di gettare la maschera. Era un trucco di prestigio oppure qualcosina di più…?

Orso Fantastico ebbe come un lampo negli occhi nel rammentare i trascorsi successi della sua luminosa carriera. Poi si fece serio e confessò a Rex il proprio tragico segreto. C’era un’erba sulle Colline Nere con cui si poteva preparare una specie di tisana molto olezzante. Se la si ingurgitava si diventava invisibili. L’effetto durava non più di tre ore, ma era garantito. Il mattino dopo Rex lasciò l’accampamento e si diresse al forte. Era domenica. Nei tre giorni seguenti Rex trascorse un po’ fiaccamente il tempo al saloon a condurre a buon fine dei lunghissimi solitari e… null’altro. Il capitano una volta osò chiedergli se stava prendendo seriamente l’incarico. Rex rispose di sì, sorridendo, e cambiò subito discorso. Mercoledì mattina la diligenza partì da Laredo al solito orario e senza traccia di passeggeri. All’incrocio che conduce per una via a Santa Fè e per l’altra a Lentiscosa, si sentì una schioppettata. Puntuale come una bolletta della Sip ecco giungere il solito puledro privo di cavaliere. Il nocchiero fermò il quadrupede e alzò spontaneamente le mani, senza che nessuno gli avesse detto una parola. Risuonò una voce stridula che gridò.

– In alto la mani! Mannaggia! Manco ho parlato e già questo si è arreso! Uhm! Strano!

Il cavallo si avvicinò alla carrozza e “qualcuno” spalancò la portiera. Esposta in bella vista c’era una cassetta di legno, socchiusa e assai invitante! Il suo coperchio parve sollevarsi da sé, quando una voce bofonchiò:

– Ammazzete! Mai visti tanti soldi in vita mia! Quasi quasi mi arruolo anch’io! La naja paga!

– Papà, cos’è la naja?

Il mestiere che fa il soldato. Delle mani fantasmi presero la cassetta e la caricarono sul cavallo, esclamando:

– Mi sembra tutto fin troppo facile!.

Intanto il conducente che si era subito arreso si era anche appisolato, come se si fosse annoiato a causa dell’intoppo occorsogli nel viaggio.

– Ma guarda un po’ quello lì… E’ la prima volta che… Ehi! Bada bene di non seguirmi! Intesi?

Il vetturino rispose alla voce fantasma con un ronfo basso e profondo. Il cavallo apparentemente spoglio di cavaliere prese a correre un po’ faticosamente, come se invece trasportasse un grosso peso. La salita sembrava troppo ripida per lui e ogni tanto si sentiva la voce di prima che lo spronava a galoppare.

– Giddap! Su, cavallino… un ultimo sforzo e ci siamo!

Dopo un paio d’ore la bestia, quanto mai affaticata, giunse nei pressi di una caverna. Intanto, magicamente, gli era apparso in groppa un uomo, un biondino dal ceffo poco raccomandabile.

– Parola di Bill, ancora un paio di colpi come questi e ci potremo ritirare a vita privata, che ne dici Morellino? Oggi non mi sembri per niente in forma! Prima di cambiar regione, dovremo però occuparci di quel trombone pennuto!

Bill scese da cavallo, lo legò, e si diresse all’interno della grotta. Lì se ne stava, legato come un salame, un vecchio sachem che rispondeva, guarda guarda, al nome di Castoro Indeciso.

– Hai sete, vecchio mio?, gli domandò Bill gettandogli con disprezzo una borracciata in testa, e sghignazzando. Non aveva terminato quel gestaccio incivile che Bill spiccò un magico volo andando a sbattere contro la parete dell’antro.

– Ahi! Cos’è stato?- lo si udì gridare. Qualcosa lo prese per la camicia e lo sollevò da terra, dopo di cui tornò a sbattere contro la roccia. Poi apparve Rex, come d’incanto.

– Chi sei, maledetto? – gli urlò Bill.

– Non importa tanto chi io sia, bellezza, ma cosa ti farò adesso.

Rex lo riprese in mano, come se fosse un pargoletto, e gli appioppò un pugno poderoso alla mascella. Bill accusò duramente il colpo e svenne. Il ranger liberò Castoro Indeciso e gli chiese di raccontare la sua storia. Nel corso della sua lunga prigionia, egli aveva sentito Bill vantarsi più volte di aver ucciso Lupo Tedioso, dopo che questi gli aveva confessato durante una sbornia che i suoi due fratelli erano in grado di diventare invisibili grazie ad un’erbetta magica a loro solo conosciuta. Bill aveva quindi rapito Castoro Indeciso perché Orso Fantastico gli pareva troppo pericoloso per via dei mille trucchetti magici che senz’altro praticava e che un po’ lo spaventavano. Castoro, minacciato da una colt, accettò di svolgere la mansione di fattucchiere, mestiere che aveva imparato quand’era giovane, sotto la sapiente guida di Orso. Era però sicuro che, prima o poi, Bill l’avrebbe fatto fuori perché era ormai in grado di prepararsi da solo la pozione. L’intervento di Rex gli aveva salvato la vita.

Il ranger accese un focherello con cui inviò dei segnali di fumo per avvertire i Paqui del ritrovamento del loro sachem. Dopo aver legato e caricato sul cavallo il malcapitato Bill, che era ancora esanime, salutò il vecchio amico. Unirono poi formalmente i polsi in segno di grande amicizia. Si sarebbero rivisti forse verso la primavera, in occasione di qualche raduno.

Rex prese tutti gli ori e le ricchezze rubate da Bill, lasciando nella grotta la cassa di legno contenente le paghe dei soldati. E si diresse quindi al forte.

– Papà! Pelché ha lasciato nella glotta la cassetta?

Glielo domandò anche Bill, non appena furono usciti all’aria aperta.

– E cosa gli lispose Rex?

Nulla, ma iniziò a ridere così forte, che Bill si offese come una iena maculata e non gli rivolse più la parola per tutta la durata del viaggio!

– E pelché lise?

Mah…? A capirlo poi!

– E’ un segleto?

Sì, figlio mio.