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Rex e la tigre bianca e nera

Rex ricevette una mattina un telegramma disperato dal Governatore del Bengala, che lo scongiurava di salpare con la prima nave diretta in India perché colà c’era bisogno di lui.
Il ranger, senza por tempo in mezzo, mandò a chiamare Lion Jack, l’Indiano d’America, e gli chiese di partire con lui alla volta del porto di Los Angeles.
Dopo una burrascosa navigazione durata circa tre mesi, i due amici sbarcarono nell’impressionante porto di Calcutta.
Gambe in spalla, raggiunsero poi il Palazzo del Governatore, dove furono accolti come dei liberatori.
– Che succede Larry?
Larry, cioè il Governatore, si mise con gesto plateale le mani nei capelli, anzi, sul turbante e cominciò a spiegare a Rex i particolari di una storia incredibile.
– Tu sai che queste zone sono da sempre infestate da bestie pericolose, soprattutto serpenti e tigri. Ogni tanto succede che una belva più feroce delle altre semini il terrore fra la popolazione. In genere basta una battuta di caccia nella foresta per risolvere la questione e tutto finisce con una gran festa e con la fiera uccisa e appesa per le zampe ad un bel gancio d’acciaio. Nel caso attuale non è andata così. Si aggira nella campagna una tigre enorme, pesante forse quasi mille libbre, che ha già distrutto ben sette famiglie…
– Come? Sette famiglie intere? E come ha fatto?
– Li ha azzannati tutti, dal primo all’ultimo, senza pietà! Quello che rende la cosa ancora più sconcertante è che pare che, ad un certo punto, la tigre cominci a volare!
– A volare!?!
– Le sue tracce spariscono all’improvviso, come per magia. L’ultima strage è occorsa ieri sera! Come in tutte le altre occasioni era una notte senza luna.
– Accompagnami sul posto. Organizzerò immediatamente una battuta di caccia!
– Come vuoi. Sappi però che l’ultima e vana battuta di caccia contro la tigre era composta da quasi cento uomini e da una quindicina di elefanti!
– Sì, ma io ho Lion con me! Lui riuscirebbe a seguire le tracce di un salmone in un torrente in piena!
– Okay… ti faccio accompagnare dal mio vice.
Giunti sul posto, Lion e Rex si gettarono alla cerca come due cani segugi. Delle impronte di un grosso felino iniziavano misteriosamente all’inizio di una radura e in quei pressi subito sparivano. Era ovvio che una bestia di quelle dimensioni non poteva non aver lasciato delle orme sul terreno ma, per quanto i due americani si dannassero, non riuscirono a cavare un ragno dal buco. Avevano scorto soltanto dei segni lasciati da un carro, che si era addentrato poi nella foresta vergine. C’era nei pressi un fiume che risaliva tutta la regione. Quando i due si furono stancati di girovagare a vuoto in lungo e in largo, tornarono al Palazzo con le pive nel sacco e con due facce un po’ appese. Rex odiava le sconfitte. Perciò cominciò ad usare con frenesia la sua celebre scatola grigia…
– Papà! Cos’è la scatola gligia?
La testa, figlio mio. Il ranger non ignorava che ad ogni problema ci doveva essere per forza una soluzione e che ci si poteva arrivare con un po’ di calma. Chiese al Governatore di fornirgli tutti i dati delle famiglie sterminate. Notò che le loro case erano situate lungo un’immaginaria circonferenza al cui interno si trovava una zona vasta diverse centinaia di ettari.
– Dimmi, Larry. Ora a chi appartengono le terre di quella povera gente uccisa?
– Sono state vendute per quattro soldi ad un misterioso acquirente di cui non si sa nulla, ma che di certo ha speculato sul dolore dei parenti delle vittime.
– Devi farmi sapere qualcosa su di lui.
– E’ impossibile. Anch’io ho pensato che la faccenda puzzava d’interessi finanziari ed ho provato ad informarmi. Quel tale si è servito di diversi mediatori, che hanno ricevuto l’ordine di comprare tramite altri intermediari, di cui però non si sa nulla. Anch’egli, come la tigre, è riuscito per il momento a far perdere le sue tracce, ma vedrai che prima o poi…
– Non abbiamo così tanto tempo! Dimmi, Larry: quanta altra gente è rimasta in quella zona e che potrebbe essere ancora trucidata?
– Solo la famiglia Ferrari.
– Ferrari? Ma non è un cognome italiano?
– Sono originari di Reggio Emilia, ma sono diventati ormai Indiani a tutti gli effetti, dopo quasi cinquant’anni di permanenza. Si occupano di import-export con l’Italia, soprattutto di formaggio grana. Hanno una bella proprietà da quelle parti. Si tratta di gente in gamba, che non si lascia intimorire facilmente.
– Domani andremo a far loro una visita.
Così fecero, di buon mattina. I Ferrari li accolsero con immensa soddisfazione, poiché conoscevano di fama quei chiari eroi, per cui il biglietto di presentazione del Governatore risultò del tutto superfluo. Il vecchio Ferrari volle far vedere ai due ospiti la proprietà, che si estendeva per quasi trenta ettari, tutta destinata alla coltivazione dell’erba da fieno e all’allevamento di bufali. In India non si potevano tenere delle vacche, poiché erano ritenute sacre dalla religione indù. I bufali fornivano dell’ottimo latte per la produzione di mozzarella, che era mischiato con quello vaccino, proveniente in gran segreto dall’Italia.
– Pelché le vacche elano sacle, papà?
– Non lo so. Se una di loro si piazzava sulle rotaie di una ferrovia, il macchinista doveva fermarsi e non poteva spostare il bovino, per cui non gli rimaneva altro che aspettare tutto il tempo.
– Come nella pubblicità?
Quasi.
– Andiamo al sodo, signor Ferrari. Lei è stato molto gentile a mostrarci la sua proprietà, ma ora dobbiamo pensare alla tigre. Io sono convinto della sua esistenza, ma credo che, in tutta questa storia, ci sia lo zampino di qualche farabutto, per cui debbo chiederle di organizzare la sua famiglia in modo da sapersi difendere eventualmente con delle armi da fuoco. Per ora, me ne torno in città. Nulla dovrebbe succedere fino al prossimo mese, quando la luna sparirà dal cielo, come in tutte le altre occasioni. Ma tenetevi sempre pronti ad ogni evenienza.
Rex tornò dal Governatore a fargli rapporto e poi si diresse col fido Lion in un saloon occidentale, dove si serviva dell’ottima birra ghiacciata e dove si poteva fare, volendo, un pokerino. Rex era reduce da numerose avventure, per cui tutto quello che desiderava ora era di stare lontano per un po’ dai guai.
– Papà! E la tigle?
E’ quello che si chiese il Governatore quando venne a sapere della vita un po’ sbandata che il gringo e l’indio stavano conducendo. Un giorno si presentò nel saloon e si avvicinò a Rex, che stava giocando a scopone coi tre figli del vecchio Ferrari.
– Rex!
– Larry?
– Ma ti sembra il modo?
– Sì, Larry.
– L’intero paese ci sta guardando e tu te ne stai a perder tempo con quello strano gioco italiano!
– Non è male, Larry.
– Vince sempre lui, Signor Governatore!
– Ascoltami, Larry. Ci vuole orecchio per il scopone!
– Ma che vuoi che me ne…
– Larry… ssstt!
Il Governatore voleva replicare ma poi, in gesto di sconforto, batté le mani a mezz’aria e si diresse all’uscita. Rex sorrise, anzi, quasi ghignò, con lo sguardo assorto su quelle sue carte perennemente vincenti.
Passarono i giorni e le settimane. Una sera Lion…
– Papà… Lion vuol dile leone?
Sì, in inglese. Lion bisbigliò qualcosa nell’orecchio di Rex, che si alzò come una molla e si congedò appena dai compagni di bagordi, che non si aspettavano una reazione così repentina da parte sua. Si erano ormai convinti che l’Americano fosse un fannullone balordo al pari di loro. Rex recuperò in un attimo tutta la sua determinazione ed efficienza.
– Dunque, Lion?
– E’ come avevi previsto. Nella foresta vicina all’azienda dei Ferrari stasera c’è stato del movimento.
– Quante persone?
– Venti persone, più o meno, e inoltre un carro trainato da due muli.
– Come immaginavo.
I due pards raggiunsero il colle da cui potevano osservare indisturbati la casa degli Italiani. Attesero il lento ed ineffabile precipitare degli eventi fino a mezzanotte. La notte era nerissima, senza neanche una luce. La vista di Rex e di Lion erano però eccezionali, per cui si accorsero di parecchie ombre in movimento a pochi metri dalla casa. I due pards accesero un focherello con cui appicciarono alcune frecce, che squarciarono il buio andando a ficcarsi sul terreno più in basso. La scena si illuminò d’incanto. Si contarono più di venti banditi a capo scoperto, armati di coltelli e di scuri, che si voltarono insieme verso il colle da dove erano piovute le frecce. I nostri amici stavano scendendo al galoppo contro di loro e ne nacque perciò una breve sparatoria. I banditi non poterono nulla contro la precisione e la rapidità con cui Rex e Lion, più protetti dal buio rispetto a loro, gli spararono alle gambe e alle braccia. In pochi minuti la battaglia cessò. I Ferrari uscirono dalla loro abitazione e cominciarono a spegnere il fuoco e a legare i prigionieri mentre…
– Mentle?
Si sentì un rumore metallico come di chi stesse aprendo una gabbia.
– Lion! Andiamo nella foresta dove c’è il carro!
Lo raggiunsero prestissimo. Si accorsero dapprima di un omino con un gran berretto di puzzola calcato in testa, che stava fuggendo verso l’intricatissima vegetazione. Lion lo fermò con una precisa freccia che gli trafisse un polpaccio e poi…
– E poi…?
Una tigre enorme, di una specie rarissima, dalle strisce bianche e nere, si avventò sul cavallo indiano di Rex, che stramazzò al suolo.
Il ranger ruzzolò a terra stando attento a non farsi male e immediatamente si rese capace della situazione. Davanti a lui c’era il più grosso felino che avesse mai visto, grande come un grizzly, quattro o cinque volte più pesante di un puma, che ora lo stava fissando con uno sguardo silente e terribile.
– Mich! Mich! Vieni… su… bello!
Lo sfottò di Rex fece infuriare ancora di più la belva, che balzò in quella porzione d’universo dove, fino ad un attimo prima, Rex si stava comodamente arrotolando una sigaretta. Ad ogni suo salto, schivato con assoluta flemma e sempre per un pelo da Rex, la tigre s’incattiviva vieppiù, ma proprio non riusciva neanche solo a sfiorare el gringo maldido. La serata era caldissima ed umida. La tigre respirava con la bocca aperta, come un pugile fuori forma. Il suo stesso peso la penalizzava. Rex era poi agilissimo.
– Col lazo, Lion!
Lion catturò la tigre con una lunga corda annodata. Il ranger ci saltò su, come se volesse addomesticare un puledrino, e cominciò a fargli sentire l’acre sapore degli speroni. Per buona misura Lion le lanciò il suo lungo coltello, che andò a piantarsi nel vasto deretano della bestia, che emise un ringhio sordo per il dolore, e cercò di sbalzare con tutta la forza che le restava in corpo il più che tenace cow-boy. I due coriacei avversari corsero tutta quella notte, ed anche il mattino e il pomeriggio del giorno appresso. La tigre ora non cercava più di scaraventare a terra Rex, ma sembrava non riuscire a fermarsi, avendo perduto, forse, il senso di quello che stava accadendo nel cosmo infinito. Rex la teneva con una mano sola, mentre con l’altra si scappellava come un clown di fronte alle signorine e si fumava decine di sigarette.
– Come va, gattino? Vuoi correre un altro po’?
A questa domanda apparentemente ironica, il felino rispose nella maniera più imprevedibile:
– Miaaaaaaaoooooooo!
Il miracolo era avvenuto. La bestia, senza più energia, né animus belli, era domata. Si fermò d’un colpo e crollò su un lato, con ancora il pugnale di Lion che le sporgeva dal sedere. Rex fece appena in tempo ad evitare di finire sotto quel terribile peso. Si accese poi l’ennesima sigaretta e si recò a far visita al tipo che aveva liberato la tigre, ancora dolorante per via del colpo al polpaccio, che era stato amorevolmente fasciato dalla moglie di Ferrari, la signora Linda. Senza dirgli nulla lo sollevò da terra con un braccio e con l’altro gli mollò uno sganassone che lo fece volare ad alcuni metri di distanza.
– Felix mi ha parlato molto male di te e dei tuoi cabrones…
– Papà… chi è Felix?
E’ il nome che Rex aveva dato alla tigre.
– E cosa sono i cablones?
Sono chiamati caproni quelli che seguono un capo-bandito…
– Ah! I complici!
Esatto. Dopo una cura pedagogica alla Rex Miller, a suon di sberle e calci, il tapino, un indigeno di nome Alì, confessò che tutte le stragi erano state effettuate dai suoi uomini e che la bestia, pur ferocissima, non aveva mai ammazzato nessuno. Aveva solo divorato in parte i cadaveri, poiché la si teneva a digiuno per una settimana prima di ogni colpo, dovendo così simulare lo sbranamento. Alì fece il nome del mandante: un certo Brambilla, un Brianzolo ricco sfondato che s’era innamorato della zona e che se la voleva accaparrare ad un prezzo irrisorio, per costruirci un immenso parco-giochi per la gioventù. Un povero pazzo! Rex andò subito a fargli visita, insieme al Governatore e al capo della polizia, portandosi appresso la tigre, ormai divenuta inoffensiva e fedelissima al ranger.
– Lex ela un velo langel, papà?
Certo. Brambilla, nel sentirsi accusato di così ignobili crimini, finse di cadere dalle nuvole. Negò tutto risolutamente. Del resto non c’erano prove contro di lui, ma solo l’infida testimonianza di un farabutto dichiarato. Rex lanciò un fischio a Felix, la quale si avventò sull’azzimato Brianzolo che, terrorizzato, confessò subito tutto e…
– Papà… ma la tigle voleva mangiallo?
Per quanto ammaestrata, una belva mantiene sempre i suoi istinti…
– E non saltò mai più addosso a Lex?
No…
– E pelché? Aveva paula?
Sì… e poi… Rex le aveva regalato una cosa importantissima…
– Quale cosa impoltantissima?
La libertà… Rex la portò con sé in America. Felix diventò l’orgogliosissima tigre da guardia del villaggio degli Zilocches…
– La legava qualche volta Lex?
Solo se c’erano in giro delle puzzole!
– E pelché?
Ahhh! Non sei stato mica attento!

Rex e il Tirannosaurus

Rex stava presiedendo il Gran Consiglio degli Zilocches quando arrivò trafelato il corriere della posta con un dispaccio urgentissimo che…
Il capo bianco degli Zilocches fece cenno al postino di sedersi a pochi metri di distanza, che prima o poi gli avrebbe dato retta. Dopo sei ore di accanite e contrastanti discussioni, i vari sachem delle strutture periferiche della tribù rinnovarono il mandato di capo assoluto a Rex, il quale, dichiarata conclusa l’assemblea, propose a tutti, anche al postino, di fumare il calumet della rinnovata alleanza. Solo allora chiese al corriere di porgli il messaggio, che proveniva da Fort Sioux e che era firmato dal colonnello Ramington in persona, il quale implorava Rex di dirigersi alla volta della Valle Perduta che era nel territorio dei Lakotas di Mano Gialla, poiché vi era sparito da ormai tre mesi Sir Abelard Harrison, il famoso paleontologo britannico, lontano cugino della regina Vittoria, che covava da anni la speranza di rinvenire colà i resti di una specie di carnosauro dalle dimensioni terribili, basando le sue celebri teorie su alcune incerte testimonianze di alcuni trappers che erano sconfinati senza volere in quella zona selvaggia.
Finito che ebbe di leggere il dispaccio, Rex diede alcune istruzioni al figlio Jim sulla gestione della tribù fino al suo ritorno. Partì poi a cavallo di gran carriera, lasciando indietro il povero corriere che lo inseguiva come un pazzo per fargli firmare la ricevuta della raccomandata.
Dopo un viaggio di tre giorni, Rex raggiunse un colle nei pressi dell’accampamento di Mano Gialla e subito ebbe la conferma dei suoi sospetti. Chissà da quanto tempo, Harrison era legato al palo della tortura. Era visibilmente sfinito, ma non sembrava ferito o in pericolo di morte. Rex si mise in testa la benda di sachem e scese al piccolo trotto il promontorio. Giunto nel villaggio sparò tre o quattro colpi in aria e cominciò a sbraitare come un’aquila:
– Ehilà! Amici! Me lo volete fare o no un caffettino? O devo tornarmene a Rodio?
In breve il ranger fu circondato da qualche centinaio di Siouxs armati fino ai denti e dal ghigno terribile. Con noncuranza il nostro eroe smontò da cavallo, che affidò ad un guaglioncello, insieme a un lecca lecca alla fragola, perché gli desse un po’ di biada e da bere. Poi si diresse, facendosi spazio fra due ali di pellerossa, in direzione della tenda più grande che sicuramente era la dimora di Mano Gialla. Il capo dei Siouxs stava dormendo come un ghiro, data l’ora pomeridiana di una giornata molto afosa.
– Manuccia! Alza le chiappine!
Mano Gialla non capiva la lingua di Rex, ma quel tono di voce imperiosa e insieme scherzosa lo fece sobbalzare e, in meno che non si dica, il grande guerriero stava già brandendo il tomahawk, con la chiara intenzione di ficcarlo nella fronte di quel folle uomo bianco che tanto aveva ardito in sua presenza. Rex gli bloccò con una mano il polso, bisbigliandogli, questa volta in dialetto Sioux:
– Calmati amigu, ci sta nu tiempu pa li saluti e nu tiempu pa a guerra!
– Chi sei?
– Sono Aquila della Notte, grande capo degli Zilocches!
– E io sono Mano Gialla, grandissimo capo dei Siouxs. Morirai per essere entrato come un ladro nella mia tenda senza farti annunciare!
– Su… non fare il permalosuccio! Sono venuto qui con un unico scopo: liberare il viso pallido…
– Papà! Pelché ha detto “viso pallido”?
E’ l’espressione con cui gli Indiani chiamano gli stranieri, che sono un po’ più chiari di pelle rispetto a loro.
– E i negli come li chiamano?
Visi pallidi dalla pelle scura!
– E i cinesi?
Piccoli visi gialli con occhi di topo!
– Quel maledetto profanatore morrà allo scadere della prossima luna! – ringhiò Mano Gialla.
– Aquila della Notte ti sfida, giovane sbarbatello e ti insegnerà il vero valore di un capo indiano, quale è ancora tuo nonno, il prode Toro Sdraiato in Carriola.
– Ti farò rimpiangere d’avermi recato tanta offesa!
– Vedremo, Manina!
A sera fu preparato il luogo del duello. Prima che la tenzone incominciasse Rex, sigaretta in bocca, prese la parola:
– Sentite, grande popolo dei Siouxs. E’ mia intenzione riportare a casa il vecchio viso pallido dai quattr’occhi che è legato da tanti giorni al palo della tortura. Egli non ha mai voluto arrecarvi offesa, come forse pensate. Egli è un grande uomo della medicina dei visi pallidi, il quale cerca sotto la terra le grosse pietre bianche, che voi adorate come le ossa dei vostri antenati, per recar loro onore. Mi rivolgo a te, Gufo Spelacchiato, grande stregone dei Siouxs. Spiega al tuo popolo che le intenzioni del vecchio non sono dettate da animo malvagio, ma solo dallo spirito avventuroso che spinge il saggio ad affrontare mille fatiche pur di raggiungere la vetta della conoscenza.
– Ugh! Sarà Manitù a decidere della sua e della tua sorte, Aquila della Notte. Se tu uscirai vincitore dal duello all’ultimo sangue con Mano Gialla, potrai andartene col vecchio viso pallido. Se vincerà il nostro sachem, perirete tutti e due.
– Papà! Ultimo sangue cosa significa?
I due avversari combatteranno fino alla morte del perdente.
– Bene!- disse Rex, gettando su un vicino focherello il mozzicone della bionda.
I duellanti furono legati ad un polso e ad una caviglia. Fu poi consegnato loro un coltello. Quello di Mano Gialla era lungo circa il doppio di quello che fu dato a Rex Miller.
– Pelché, papà?
I Siouxs volevano avvantaggiare il loro campione, è chiaro. Non è però importante la lunghezza del coltello, quanto la capacità di usarlo.
– E Rex lo sapeva usale?
Vedrai. Mano Gialla diede subito un violento strattone. Il ranger, che si aspettava una mossa del genere, rimase immobile, come se fosse conficcato nel terreno. Rex era alto quanto Mano Gialla, ma assai più forte ed esperto. Mollò un ceffone al giovane sachem e, mentre questi barcollava, avrebbe avuto buon gioco a piantargli il coltello nel cuore.
– E pelché non l’ha ucciso?
Rex non ammazza mai per un suo piacere personale, ma solo se non può proprio evitarlo. Stanco di essere legato come un salame, egli troncò di netto i legacci che lo univano al Sioux, che gli si fece sotto, infuriato come un grizzly. Il ranger mollò un calcio sul polso di Mano Gialla che fece balzare lontano il suo coltello. Quindi gettò assai lontano il proprio. Si avvicinò quindi al Pellerossa, sussurrandogli:
– Non hai speranze, grande capo!
Mano Gialla, alzandosi, gettò con una manata della polvere negli occhi di Rex, il quale barcollò per un attimo ma, riavutosi subito dalla sorperesa, seppe riprendere in mano la situazione. Contando sul proprio udito e soprattutto su un istinto belluino, Rex attese che l’avversario si decidesse ad attaccarlo. Mano Gialla ricuperò il coltello e si avventò su di lui, convinto di aver ormai vita facile contro Rex, che era rimasto immobile come una statua, fino all’ultimo istante. Quando sente vibrare il colpo si scosta quel tanto che gli basta per mandare a cogliere farfalle l’Indiano, facendogli perdere l’equilibrio. Mano Gialla cade come un sacco di patate alle spalle del valoroso cowboy. Rex gli dà allora un atroce pugno sulla nuca. Gli monta poi sulla schiena, prendendogli il coltello e puntandoglielo dritto sul collo, torcendogli nel contempo un braccio.
– Meriti di essere trafitto alla schiena come si fa coi coyotes!
– Uccidimi cane bianco! Non ho mica paura di morire, io!
– Gufo Spelacchiato! Lascerai libero il vecchio viso pallido?
– Tu hai vinto! Tu partirai con lui verso il tuo popolo!
– E’ giusto quel che volevo!
– Ma nessuno dovrà più profanare le ossa degli antenati!
– Mi sembra ben detto!
– Altrimenti i loro spiriti faranno sentire le grandi voci tonanti. Ed un ultima cosa, Aquila!
– Dimmi, Gufo!
– Ugh!!!!!
Rex si avvicinò al professore, lo liberò dal palo, lo dissetò con un mestolo di legno e quindi lo caricò sul suo cavallo, montandolo a sua volta. Partirono così, senza profferire parola. Più tardi Rex disse al professore:
– Amigo, dimentichi quelle dannate pietre. Sono sacre ai Siouxs e nessuno le può toccare. Lei è molto stanco ed affamato. Fra poco ci riposeremo.
Raggiunsero una radura, presso cui scorreva un fiume che s’infilava poi in una vasta foresta. Rex accese il fuoco, scaldò del caffè in un pentolino e diede della carne secca e salata al professore che subito la divorò. Da tanti giorni era a digiuno!
– Adagio, professore, che le fa male!
Rex decise di non montare alcun turno di guardia poiché era certo che i Siouxs non li avrebbero più molestati. Il ranger aveva un sonno leggerissimo e il suo orecchio era tanto sensibile che avrebbe udito l’accensione di un fiammifero a più di dieci miglia di distanza. I due compagni si addormentarono di botto. Nel mezzo della notte, Rex si svegliò di soprassalto, poiché il terreno stava tremando come se ci fosse il terremoto. Il professore non si accorse di nulla, essendo cotto dai terribili momenti che aveva dovuto superare.
– Oh! Che caspita di rospaccio!
Rex non voleva credere ai propri occhi! Davanti a lui, alto forse una cinquantina di piedi, c’era un tirannosauro nero a pois gialli, dalla lunga coda, ritto in piedi su delle zampe posteriori poderosissime, con due minuscoli moncherini al posto degli arti inferiori, che emise uno spaventoso ruggito.
– La voce degli antenati! – pensò Rex.
La sua bocca, enorme, era zeppa di denti aguzzi, grandi quanto un bambino. Si stava dirigendo verso il piccolo accampamento dei nostri eroi. Il professore dormiva sempre, come se nulla gli stesse succedendo intorno. Rex raccolse il fucile e cominciò a correre verso la foresta, attirando su di sé l’attenzione del rettile.
– Papà! Il tilannosaulo non ela un lettile!
Hai ragione, ma a quel tempo si pensava che lo fosse. Rex correva come un treno, col dinosauro lento ma inesorabile alle calcagna. Quando ebbe una cinquantina di metri di vantaggio, il ranger si chinò e prese la mira con calma. Sparò un colpo che centrò il ret…, volevo dire, il dinosauro alla testa. Il proiettile rimbalzò sulla fronte senza penetrare nella pelle coriacea. Rex fece fuoco altre due volte, colpendo i due occhi del mostro, che emise ruggendo un atroce e sordo urlo di dolore, che non gli impedì tuttavia di continuare la sua tragica corsa: si affidava probabilmente al suo odorato. Rex era sottovento e quindi assai facilmente individuabile dal bestione.
– Sottovento, papà?
Sì, l’aria trasportava il suo odore alle narici del mostro. La foresta era intricatissima ma, dopo qualche ora di corsa tra la vegetazione, Rex riuscì a scorgere una luce che forse indicava che era ormai al termine della corsa. Il lucertolone gli era sempre vicino. Rex ne udiva i passi, che erano inquietanti anche per un tipo coraggioso come lui. Ormai egli contava solo sulle proprie gambe perché, non avendo un cannone sotto mano, sapeva che nulla e nessuno avrebbe potuto fermare il bestione immane. Oltre l’ultimo intrico, una sorpresa lo aspettava. La vegetazione era finita e si apriva uno strapiombo profondo almeno un centinaio di metri.
– Sono fritto, dannazione!
Purtroppo, tra le tante risorse di Rex non figuravano delle alucce da angioletto:
– Se mi butto magari mi spunteranno anche!
Nei momenti più drammatici Rex non perdeva mai il suo buon umore. Quando non c’è nulla da fare, la migliore tattica consiste nel rimanere immobile, attendendo con calma l’indifferente stringa degli eventi. Essa s’accorcia e s’allunga da sé. Rex si accese un sigaro toscano puzzolente e si sedette, assai placido, sul ciglio. Dopo pochi istanti apparve dall’alto l’orrida testa del carnosauro. Rex prese con freddezza la mira e sparò. Il proiettile penetrò un po’ all’interno del naso rimanendo conficcato in una cavità ossea. Il dinosauro fece un ulteriore passo in direzione del ranger e… piombò nel vuoto! Anche Rex dovette tuffarsi, per evitare di farsi travolgere da quella montagna di muscoli e lardo.
Quando il Texano nacque era avvolto da quella pellicina trasparente, per cui si dice che uno è nato con la camicia, cioè molto, molto fortunato.
Rex non cadde alla cieca, ma rivolgendo tutta l’attenzione allo scopo di rinvenire un arbusto sporgente a cui potersi aggrappare. Lo scorse, finalmente, circa una trentina di piedi più sotto e lo brancicò al volo. Rimase penzoloni per qualche secondo, con le dita attaccate a quella provvidenziale pianticella, che cominciava però a scricchiolare. Iniziò quindi a risalire, agile come una scimmietta, e incurante del baratro che stava lasciandosi alle spalle. Dopo tre ore di corsa, Rex raggiunse la radura. Il professore si era già svegliato e stava flemmaticamente bollendo il caffè nel pentolino.
– Ormai è pronto, Sir. – disse.
– Grazie, Sir. – rispose un po’ affannato Rex.
– Trovato qualcosa di pittoresco nella foresta, Sir?
– Nulla d’importante, Sir!
– Che strada prenderemo per il ritorno, Sir?
– Vedrà che le piacerà, Sir!
– Peccato per quelle ossa, Sir! Proprio peccato!
– Lo conosce quel vecchio proverbio zilocco, Sir?
– Quale proverbio, Sir?
– Non c’è osso buco che valga una bella fiorentina, Sir!
– E che diamine vuol dire, Sir?
– Lo scoprirà presto, Sir!
– Goddam! Perché ora ride, Sir?
– Ah ah ah, Sir!
– Allora, Sir?
– Ah ah ah ah ah, Sir!

Elogio critico del Sopracciò

Elogio critico del Sopracciò

 

Sopracciò da ragazzo, in preda a malinconia misantropa, talvolta fraternamente abbraccia, solo e desolato, un albero, come se fosse a lui compagno, nel senso di uguale a sé. Egli, figlio di socialista, in giovane età aderisce alla fede comunista.

Suo padre è un uomo di spessore, presidente di una cooperativa agricola, ma si sente sempre un mezzadro. Il Sopracciò lo immagina e forse lo scorge, col cappello in mano, mentre si reca a sentire i professori del figlio, come quando ci si inginocchia al confessionale per qualche atavico peccato.

Pur parendo ombroso, spesso, in compagnia, è in grado di escogitare quell’act gratuite, degno di un André Gide; di lanciare quella battuta icastica, degna di un Vittorio Gassman, mattatore improvvisato, in grado di scompensare e, al contempo, rallegrare il gruppo di amici.

I suoi ex compagni di classe lo ricordano come un ragazzo originale, simpatico, chiuso e aperto ad un tempo, e molto spiritoso.

Ha sempre temuto gli esami orali, e affrontato le interrogazioni con malcelato terrore, affrontando serenamente gli scritti, specie se sotto forma di quiz a risposta chiusa.

Lui, ancora oggi, crede di essersi sentito, in quel periodo, troppo diverso, per essere amato, accettato, stimato dall’“altro”.

Nessuno lo sa, lui meno di chiunque, ma è in quei momenti spinosi e irregolari che il Sopracciò si spiana la strada per il suo futuro brillante.

Nel 2017 riesce finalmente ad affermare: “Ho raggiunto risultati che vanno ben oltre la mia aspettativa. Quel che la vita mi ha dato è così tanto che a volte mi chiedo se è davvero successo!” Lo dice con tono spassionato, col dito indice rivolto all’alto.

 

Alcuni decenni dopo…

 

Nei nervosi anni di fine secolo e nei primi, più monotoni, che seguirono, il Sopracciò vede crollare il mondo intorno a sé, mattonella dopo mattonella, muro dopo muro.

Provò a riedificare un nuovo edificio, in base a nuovi criteri e teorie.

Ma la vecchia ideologia, ormai fraintesa da tutti, aveva perso il suo carattere di collante.

Non cessò di essere comunista, fu il comunismo a cessare in lui.

A spegnere quella fiamma che non bruciava più, ma nemmeno più riscaldava.

Al figlio del mezzadro, non rimase che provvedere alla creazione di un nuovo mito.

Il Sé si espanse così tanto, che ormai faticava ad essere contenuto in una singola stanza.

Il suo stesso modo di camminare si trasformò. Era sempre parso un pivot condannato all’ennesimo rimbalzo in attacco, che pesantemente risaliva verso l’area avversaria. Ora il passo era, o pareva, più determinato. Rimaneva però il pur virile bacineggiare dell’ex mezzadro padano, uomo dotato dalla natura di un paio di anche ipertrofiche.

Quando il suo Sé non fu più in grado di entrare in ufficio, l’ufficio finì, inevitabilmente, ad entrare in lui.

 

Il sopracciò

 

A Bologna, durante il corso per ispettori, il Sopracciò stabilì il record di un mese intero di scrocco. Al bar toccava sempre offrire ai suoi due epigoni, leggasi gli attuali “Segretario” e “Capo Boaro”. In tali casi egli aggiungeva un Ferrero Rocher a testa, ai due offerenti e a qualche astante casuale.

Amava allora ricordare che gli capitò di incantonare un noto scroccatore di Montecchio, a cui riuscì di far offrire addirittura un pranzo. E rideva, pensando così di allietare i pur amati solidali, nella loro miserevole condizione di lavoratori sfruttati dal collega emergente. Al che, il futuro Capo Boaro, non ancora tale solo dal punto di vista nominalistico, obbiettò: “Con quello facesti bene, ma noi, che c’entriamo?

Nella sua matura età, il Sopracciò non ha rinunciato a questo vezzo, a quest’erogazione forzata da parte della corte di tributi, ma talvolta sa sorprendere l’uditorio con una smodata mega offerta di caffè, paste e dolcetti vari. Durante quest’epifania di doni, il Sopracciò non manca di sottolineare ripetutamente che è lui ad offrire: “Oh! Sono io che ho offerto oggi! Volevo solo farlo notare!”, tono stentoreo, gesticolare impetuoso, con braccio destro levato come un’asta, su cui sventola la bandiera del suo essere quello che è: l’Unico e il Genuino, insomma il Sopracciò! L’effetto dura l’espace d’un matin, ma è cosa significativa, miracolosa, meravigliosa. C’è però da distinguere fra le due offerte. Quella del Sopracciò che elargisce “benevolmente” cibo e bevande alla corte, e l’inverso, quando la corte “omaggia” il Sopracciò. Il primo gesto è dettato da magnanimità, ed è “assolutamente” franco da vincoli o debiti. Il secondo è un atto “tradizionalmente” dovuto, un’offerta disciplinata da regole. Anche e non solo per questo, più onerosa. Il suddito sa bene che al Sopracciò spetta non solo una pasta (in genere un cannellino), un, pur piccolo, panino (al prosciutto per lo più), un te caldo, ma anche, “assolutamente” e “necessariamente” una bottiglietta di acqua naturale che, con autorità, il Sopracciò direttamente stacca dal frigo del bar aziendale, ammonendo l’offerente con le consuete parole: “Oh… c’è anche questa “ovviamente”!” – tono sereno, autorevole, e mai autoritario; gesto “plastico”.

 

Il Sopracciò scoprì, solo intorno ai trent’anni, di essere alto più della media.

Soltanto verso i quaranta, ebbe la gradita sorpresa di attestare di possedere un glande superiore al normale. Del prepuzio non ha, alla presente età, ancora notizie attendibili.

Questo lo porta talvolta a considerare alcuni amici, nonché membri della corte, in una maniera superlativa, dicendo di uno di loro, il Capo Boaro, per esempio: “E’ un genio e non lo sa!” Esagera? No, è il sopracciò. Non esagera mai il Sopracciò, ma esaltate sono, per principio, le sue parole.

Il Sopracciò allude con una certa frequenza alle esperienze vissute e alla farmacopea assunta da parte di un fantomatico cugino, mai identificato. Quando ne parla, ghigna.

Su un unico dogma si fonda il sopracioato, ma in fondo è lo stesso su cui si reggono tutti gli autocratismi di questo mondo. Egli è incapace di aver torto. Al contempo, talvolta ammette, rivolto ad un membro della corte: “Mi tocca darti ragione!”, tono complice, gesticolare: una pacca sulla spalla rasserenante.

Una caratteristica del Sopracciò è la congenita incapacità di uscire da una gaffe, rifugiandosi in off side, o cambiando argomento, come farebbe un comune mortale. Lui, addentrandosi in un torbido cul de sac, deve soltanto amplificare. Proviamo ad immaginarlo in un bagno della Direzione Territoriale del Lavoro di Reggio Emilia. Vorrebbe lavarsi le mani, ma purtroppo il lavabo è impegnato. Per affetto, come fa solitamente, deposita la mano destra sull’omologa chiappa dell’altro avventore. Il quale si volta e rivela di essere il Dr. S. M., pregiato direttore del Dipartimento Emilia-Veneto. Il Sopracciò, lievemente imbarazzato, si profonda in scuse: “Credevo…”, no, siamo sinceri, dice: “Cre…cre…credevo fosse Ver-ver-Verdolotti!” “Ah sì?” Ver-Ver-Verdolotti è l’ispettore capo della sede reggiana. “no… vo-vo-volevo dire… che non sapevo fosse lei!” “Ho capito!”, “Nie-niente… io e Ver-Ver-Verdolotti siamo in ottimi rapporti…” “Capisco!” “da … da a-a-amici… però!” “Voglio sperare…” “La sa-sa-sa-luto!” “Anch’io!”.

Il dottor S. M. provvederà poi a chiedere a Ver-Ver-Verdolotti quanto profonda sia l’amicizia di questi con il Sopracciò… Da notare che, caratteristico in tutta la sua infanzia e buona parte dell’adolescenza, oggi il balbettio del Sopracciò è ormai residuale, e solo rispolverato per le grandi occasioni.

 

Talvolta un suddito cerca di accattivarsi la simpatia e il favore del Sopracciò, come se ciò fosse possibile. Egli già vuol fin troppo bene ai propri sudditi. Allora si assiste al timido far presente, da parte del membro della corte, che “grazie a lui” e al suo “prezioso consiglio” il Sopracciò ha tratto un giovamento nell’espletamento di una delle sue elevate attività. La risposta del Sopracciò dà poco spazio a tali ipocrite speranze: “E allora? A cosa mi servi?”, chiede Egli giustamente. La ragione di un fedele servizio deve bastare e avanzare.

Il Sopraccioato non è ispirato da principi di democrazia liberale.

E’ il Sopraccioato, punto.

Egli, il Sopracciò si pone al centro della corte, da cui si irradia il Suo Carisma.

Talvolta capita al Capo Boaro di giungere in ufficio nel primo pomeriggio, dopo una mattinata intera in cui il Segretario è rimasto sottoposto ai raggi del Sopracciò.

Al che non è possibile non constatare che il Segretario è stato sommosso da una forza panica. Egli appare insolitamente vispo, ebbro e fin troppo faceto, a volte quasi istrionico.

Il Sopracciò non è tale per diritto divino o per volontà popolare, bensì per decisione autoreferenziale e inoppugnabile.

Il paradosso di Russell insegna che “L’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso.”Il Sopracciò non si appartiene e, al contempo, non appartiene a null’altro che a sé.

Tutto questo richiede un atto di fede.

Egli non crea, né inventa, interpreta, interpola, estrapola, personalizza.

Egli ruba l’altrui genialata perché la proprietà è un furto, ma subito la immerge, l’eroga nell’ambiente.

In più di un’occasione il Capo Boaro, il “callido Boaro”, così lo cantò l’immaginifico D’Annunzio, emise tra sé e sé una battuta delle sue, che fu colta solo dal Sopracciò. Essa era destinata a disperdersi all’aere e alla conseguente entropia cosmica. Il Sopracciò seppe coglierla, valorizzarla, facendola sua, e la sghignazzò a voce stentorea. L’assemblea ebbe dapprima un sussulto, ma poi levò in Suo onore un’interminabile e omerica risata.

Nulla del suo pensiero orale è originario, ma tutto è nuovo e, mi si permetta l’ardire, di un’alchimistica diversità da quanto lo precedette.

Per lui gli uomini si dividono, necessariamente, in persone e personaggi, come per tutti, in un certo senso. La differenza è che, per il sopracciò, i personaggi sono la stragrande maggioranza. Si è tali solo ad un certo punto del percorso effettuato. Scatta, imprevedibile, un meccanismo e l’anima prava si trasforma.

Una delle esclusive competenze del Sopracciò è la capacità di ‘caricare’ (dal reggiano ‘cargheer’), cioè di incrementare il difetto o l’eccesso di una persona, nonché le ragioni che questi propugna. L’azione ha un carattere rituale. Anticamente, durante il duro lavoro nei campi, presto sopraggiungeva la fatica, ma soprattutto la noia. Ecco che l’esasperare la vittima di turno, un po’ prendendola in giro, un po’ enfatizzando le sue caratteristiche negative, un po’ assicurandole un ipocrita compatimento per la sua sorte, questa finiva inesorabilmente per esagerare, in un senso o nell’altro. Quando era caricata a dovere, scoppiava di botto.

“Ognuno ha il suo percorso” da Osho Rajneesh, diventa, per la solita figura retorica della battuta partecipata: “Ognuno ha il suo…?” Al che bisogna aggiungere “…percorso…” tono magistrale, gestualità: indice destro che punta verso l’alto.

Anche lui (pausa) … è una bestia che soffre – alludendo ad un’anima angustiata (il problema riguarda circa 7 miliardi di individui). Voce serena. Gestualità assente.

Il Sopracciò si autodefinisce “uccello pilota”, in quanto è consapevole che il suo cammino lo porterà a deviare continuamente dal tragitto previsto dalle norme e dalle consuetudini, previsto per la specie di bipedi a cui egli appartiene, secondo i dotti studi del Linneo. Dov’egli andrà non si sa, ma di certo non gli porterà né onta né disgrazia. “Alla mia età, ormai” – egli ama considerare – “non me ne frega più nulla di nulla!” Egli sa che non tutti, ma solo alcuni fidati compagni lo seguiranno. Tale istituzione sociale si chiama propriamente ‘corte del Sopracciò’. Il primo emendamento della mai scritta costituzione della corte prevede che quando entra in scena per la prima volta nella giornata il Sopracciò, un membro della corte è tenuto ad abbracciarlo. Se si è in stanza in tre, ci si abbraccia in tre (threesome), in quattro, o più: tutti sono tenuti ad abbracciare tutti, ecumenicamente. Tale abbraccio fra i singoli membri della corte è facoltativa, assai spontanea ed apprezzata da ognuno.

 

Alla sua destra (o sinistra), a seconda di dove deposita i suoi tre zainetti, c’è il Vice, sempre solidale con il Sopracciò, vera e propria ipostasi dello stesso.

Su un piano (molto) inferiore, decisamente subordinato, c’è il Segretario, che raccoglie e mai disvela segreti e funge da stampatore e fotocopiatore di ogni dispaccio rientri nell’interesse del Sopracciò, e da magazziniere d’ogni tipologia di oggetto (biro, cavalieri, spilli e, all’occorrenza, vinavil, etc etc).

Merita un capoverso a parte il Capo Boaro, anch’egli auto-nominatosi tale. Alla domanda del Vice: “Cosa vorresti rappresentare all’interno della corte del Sopracciò?”, egli rispose: “Se c’è un posto da Capo Boaro, mi va bene; altrimenti, nulla si farà.”

Su un gradino inferiore, anche da punto di vista generazionale, c’è il Camerlengo, chiamato il ragno delle Dolomiti, in quanto la sua aspirazione è di scalare in tempi brevi tutta la china che lo porterebbe al Sopraccioato.

Figure minori, ma essenziali in quanto uniche nel loro genere:

il Gran Ciambellano: dalle mansioni incerte; essendo appassionato studioso di storia, il suo compito, ancora non ufficializzato, potrebbe essere quello di cronista di corte;

il Giullare di corte, la cui natura vieta il riso, ma solamente un mite e pacioso sorriso;

il Canaro, uomo dalle possenti membra, il quale esercita mansioni superiore di gestione puledri di razza e purosangue. Vedi diatriba sindacale denominata “Il Canaro contro tutti”.

Tra il Sopracciò e il suo Capo Boaro esiste un’intesa ultra-trentennale. Vi sono anche riferimenti biografici che ne determinano le assonanze e… le dissonanze. Il primo atto di rivolta, il padre di ogni ribellismo futuro, nacque inaspettatamente da una criticità sorta fra questi due personaggi. Il Capo Boaro in quel tempo non mise in discussione l’autorità del Sopracciò, ma semplicemente uscì dalla corte, a testa alta, lasciando un vuoto incolmabile nel suo ruolo, che nessuno cercò di rivestire, nemmeno ad interim o formalmente. Permase però un reciproco rispetto fra le due figure. Il Sopracciò è, agli occhi del Capo Boaro, l’”unicum” che non va messo in discussione come Sopracciò, ma giudicato, come uomo, caso per caso. Il Capo Boaro è, per altruistica millanteria, super stimato dal Sopracciò. Sovente, a seconda del valore della battuta, il Capo Boaro è da lui definito un “ecco… la solita genialata”, tono fiducioso; gestualità: la mano destra col palmo verso l’alto che indica il Capo Boaro. Oppure: “Vedi, è un genio, ma non lo sa!” Il Capo Boaro ha il dono della sintesi, a differenza del Segretario che è sempre esauriente, esaustivo, ma un po’ ridondante. Perciò il Sopracciò non manca di farlo notare al più fedele dei sottoposti: “Non hai dono della sintesi!”, tono rassegnato, gestualità: viso più o meno come il tono. Una breve battuta del Capo Boaro diventa, invece, secondo il giudizio inappellabile del Sopracciò, un “ecco… due parole e ha fatto… un affresco!…” – tono a volte commosso, gestualità animosa e irrequieta.

Dopo un anno e più di reciproco allontanamento, il Sopracciò disse all’ormai ex Capo Boaro: “Tu sei stato il primo che si è ribellato, e da allora lo stesso Segretario ha cominciato a mostrare incertezze, il Camerlengo ha tentato di succedermi, e nulla è stato come prima!” Il Capo Boaro, di botto, inaspettatamente rispose, con la consueta laconicità: “Eccomi, Sopracciò… Sono tornato!” Un abbraccio commosso sancì la nuova intesa. Si aggiunse immediatamente il Segretario e avvenne, dopo tanto tempo, un threesome.

 

Un detto che il Sopracciò adopera con frequenza rara, ma sempre in momenti topici: “Oh…! Sono stronzo!… eh…?!”- tono ridente, sguardo leggermente ammiccante. Un esempio del perché un Sopracciò è a volte come si è definito. Una volta decise di vendere i ricordi a cui teneva di più, libri e carte antiche soprattutto. Il tutto faceva parte di un piano di auto-rigenerazione. Contattò per una serata il Capo Boaro e il Segretario. Mostrò loro i suoi prodotti, le sue merci catartiche. Il Segretario fu quasi convinto a comprare una libreria. Il Capo Boaro selezionò un numero ingente di libri e di giornalini. Poi fece un’offerta, badando bene a non offendere la finissima sensibilità del Sopracciò e disse: “180 euro!”. Al che il Sopracciò, mal simulando l’evidente sorpresa per l’alto importo dell’offerta, rispose pronto, stringendo vorticosamente la generosa mano del Capo Boaro: “Ci sto! 190!” In questo episodio, fece a meno di pronunciare la battuta sulla sua stronzaggine. Era palesemente pleonastica. Ma aggiunse il suo solito: “Sopracciò…! Sono il Sopracciò”, liberatorio, appunto: catartico.

“La natura è stata matrigna con te…” – allusione alle fattezze non apollinee del Capo Boaro e del Sopracciò. Tono commiserevole. Gesticolare incerto.

Altre volte è più rassicurante, quando blandisce un sottoposto e gli sussurra, dolce ma infido: “Ce la puoi fare!”, discorso mirato ad un’eventuale agognata preda femminile. Tono tranquillo, gestualità affettuosa, ma trattenuta.

 

Detti celebri del Sopracciò

 

“Mi avete stufato” – aria che simula fastidio; gestualità: si alza e se ne va.

“Ho forse esagerato…?” – fare interrogativo. Tono fintamente compunto. Mani aperte in segno di egualmente finto rispetto.

“Oh signor…!” – fare tra lo stupito e il rassegnato. Gestualità: sguardo verso l’alto.

“Tipo ‘o signor’…” – fare rassicurante; gestualità: col dito alzato.

“Non proprio ‘O signor’… tipo…” – comportamento analogo al precedente.

“Offri tu, vero?” – fintamente compagnone, gestualità: a volte la scena continua in un abbraccio.

“Me ne faccio una ragione…” tono pacato, gestualità assente.

“Con una donna non bisogna scopare in maniera divina, sennò ti cercherà sempre, ti romperà le palle… Né far brutta figura, che poi parla. Bisogna fare una figura media. Ma non è facile…” fare esplicativo, didattico; gestualità assente.

“E’ ‘riduttiva”, cioè una donna a cui il sesso risulta essere un aspetto riduttivo dell’esistenza. Fare rassegnato, ma non triste, gestualità assente.

Il termine ‘riduttivo’ è stato mediato dalla consorte del Sopracciò, la quale non è assurta al rango di Sopracciò regina, bensì di non troppo umile consorte, rappresentante di quella “buona borghesia meridionale”, varietà di eterno femminino tanto fascinosa per chi nacque, in ‘illo tempore’, in quel di Montecchio Emilia, figlio di mezzadri.

Si evidenzia che il Sopraccioato è un’istituzione che non prevede l’ingresso di femmine, neppure delle migliori esemplari del gentil sesso, se non nei discorsi, dove esse rappresentano l’oggetto più presente, anzi, ostinatamente costante. La presenza di una donna nella corte creerebbe pertanto imbarazzi di tipo marcusiano, per cui l’eros non coinciderebbe più con la civiltà, ma con la mestizia matrimoniale. Tutti i componenti della corte, infatti, sono sposati, fatta eccezione dell’infante camerlengo. Tutti coniugati, senza alcuna necessità di esecrabili avverbi di modo. Occorrerebbe, in presenza di qualche dama, cambiare all’improvviso argomento e quale altro potrebbe reggere il confronto con quello della Donna, quest’immenso, assurdo, ineffabile e spudorato Essere. Le accuse ripetute di maschilismo nei confronti dell’Istituzione del Sopraccioato valgono quanto le ragioni dell’Istituzione stessa. I due sessi vivono nel diverbio, nella diatriba reciproca, e se la coppia persiste, persisterà sempre, o quasi, nel dissidio. Un membro della corte venne un giorno mandato a fare in culo dalla moglie. Rispose, immediato: “Altrettanto, cara! Ma non insieme!”

Il Sopraccioato rappresenta un’isola di libertà, dove i naufraghi hanno eletto il proprio eu-topos, bel luogo, in mancanza di un u-topos, un alcun luogo. “Piuttost che gnint, l’è mei piuttost.” Il Sopraccioato non è un luogo di democrazia, in quanto uno non vale uno, ma lo è in quanto solo tu vali compiutamente come te.

“Figlio di mezzadro” è l’unico soprannome autorizzato del Sopracciò presso la sua benemerita corte. Altri appellativi, come ad esempio “Scroc” e “Interracial” son mal sopportati all’interno di essa.

Di origine ostuniana, e quindi coniugale, è “Ti meriti una ceccia!”, accompagnato da un bel colpo al collo dello sventurato astante, erogato soprattutto quando l’infelice ha svolto un compito di utilità generale. Tono amorevole, gestualità impietosa.

V’è un’altra interiezione, praticata dal Sopracciò, di salentina provenienza: “Per piaceeeereee!”, gridato dallo stesso con voce melliflua e muliebre, in imitazione di un’esclamazione tipica della consorte. Il sopracciò usa tale espressione ovunque, ma principalmente nel bar aziendale, quando si rivolge alla barista che egli chiama, urlando, convenzionalmente, “Patriiiiiciuaaaaaaaaa!”. I due gridi sono espressivamente gravi, la gestualità è quella tipica del piccolo di condor che aspetta il cibo dall’amata madre.

Similmente si comporta con la collega Loglisci. Parlando a lei o di lei in terza persona essa viene indicata, con grido molto acuto, come “Grandissima Logliiiiiiiisciiiiiii!”, espressione in cui viene torta la bocca a destra in uno spasmo di apparente, ma del tutto fittizia fatica. Più avanti, si vedrà come il superlativo assoluto, che pare tipico del Sopracciò, in realtà è mediato dal Vice.

“E’ una… vorrei ma non posso”: una ‘riduttiva avanzata’. Sogghigno, gestualità assente. “Vorrebbe, ma è una che parla…”, comunque vada a finire. Tono sicuro di sé, gestualità: mano destra aperta sulla mediana della bocca.

“Non sa quello che perde!” alludendo ad una rappresentante del gentil sesso un po’ tiepida nei suoi confronti. – Voce rancorosa. Gestualità assente.

E, pronto, aggiunge: “Ohhh! Nove testa larga!” – tono trionfale. Gesto che simula un cerchio con i due pollici e i due indici. Correlata è l’altra espressione: “Beh, in effetti, le dimensioni non contano, ah ah ah!” – riso di chi sa perché ride. Gestualità: mano destra benedicente.

“Oh, se la vuol capire!” – detto di donna che ha ricevuto un complimento un po’ sopra le righe. Tono dubitativo, ma speranzoso. Gestualità: mani che si allargano verso l’esterno e l’alto, fermandosi all’altezza del petto.

“E’ assolutamente consapevole…”, dicesi di donna ricca di charme e consapevole del suo fascino. Tono rispettoso; gesticolazione: palmi della mano distesi in avanti. En passant, si precisa che “assolutamente” è l’avverbio di modo privilegiato del Sopracciò. Assolutamente.

“E’… molto… negativa…” – quando “qualcuna” non la dà e al contempo pare spenta, priva di bollori, destinata a una vita infame, non troppo meritevole di sopravvivere. Tono negativo, gestualità: naso arricciato.

“Era un tipico esemplare di duecoppismo…” – allusione a un marito che si arroga esclusivamente le decisioni basilari per la famiglia, ad esempio: con quale tipo di benzina fare il pieno la propria macchina, la Super verde o la Super verde +.

“Come si fa a non volerti bene!”, rivolto anche ad un terzo: “Come non si fa a volergli bene!”, con fare compiaciuto ed affettuoso, gestualità che si esprime con prendere tra le mani le spalle dell’amico.

L’amico (Vice, Segretario etc) è in ritardo: “Scusa… il traffico… un semaforo… alla rotonda c’è stato un mini tamponamento… etc etc”. Il Sopracciò, davvero magnanimo, allunga la mano destra aperta verso il suddito e dice: “Ti perdono…”, voce calma, rispettosa dei tuoi diritti di povero diavolo, umana, molto umana. Il Sopracciò è un misto di umanesimo e di Superomismo niciano.

“Sì, è una persona simpatica… a dosi omeopatiche!”. Tono poco entusiasta, gesticolazione striminzita: ambedue i palmi ondeggianti e inducenti alla prudenza. Il Capo Boaro introdusse una più fine unità di misura: “.. a dosi quantistiche”.

“Oh…. Modera l’entusiasmo…”, quando a un collega viene assegnata una mansione o una pratica rognosa; con tono pacato e sorriso appena accennato.

“Oh… qui c’è gente che lavora! eh eh!”, quando dal corridoio giungono voci di colleghe che starnazzano come chiocce. Tono severo e subito dopo ilare. Gesticolare: dito indice destro che vibra lateralmente e vorticosamente. A volte, a volte spesso, il Sopracciò fa seguire al grido un applauso istrionico.

“Oh… non ti esce l’ernia!”, quando chiede un favore a un collega che sembra restio. Tono apparentemente comprensivo. Gesticolare: dito indice destro che ondeggia a velocità media.

“Uno alla volta, eh…!”, quando rivolge una domanda a un uditorio svogliato, tono ironico e mano destra che, ondeggiando su e giù lentamente, induce alla calma.

Sul modo di ridere del Sopracciò andrebbe compilato un capitolo a parte, che però si può sintetizzare in poche righe. Il Sopracciò ride in un modo fragoroso: “Ahahahahahahah!”, tono roboante e gestualità leonina. Ma anche in maniera sincopata: “Ah-ah-ah-ah…”, tono tenue, gestualità: mimica facciale che si apre lenta nell’ergersi ugualmente lento del capo. Esiste poi il personalissimo “sssss…” con la s insidiosa e sibilante, come per dire: “che ridere, eh?”. Sogghigno, gestualità assente.

“Beh…. Pelle d’oca!”, inizialmente detto per fatti antichi e memorabili, che ancora causavano pelle d’oca, poi per qualsiasi cosa ricorrente, anche se banale. Voce quasi emozionata. Gestualità: indica il proprio braccio destro.

Quando qualcuno, soprattutto il Segretario perde tempo, magari per l’ennesima inutile e flatulente stampina, il Sopracciò non manca di dire: “Dai.. borsa!” – tono affettuoso ma scocciato, gestualità rassegnata.

“Strano..” – quando un amico o un collega ripete per l’ennesima volta un comportamento assolutamente prevedibile; tono fintamente sorpreso, gestualità: sguardo girato verso l’interlocutore.

Quando questi esagera, al Sopracciò sfugge un “Ahio!”. Tono tra il divertito e il leggermente preoccupato.

“Oh… a occhio!”. Detto sempre a proposito di specificità umane e psicologiche. Tono meditabondo, gestualità assente.

“Per default!” – per attestare un fatto che si può anche discutere, ma è così e basta. Tondo enfatico, gestualità: con il solito indice destro alzato.

“Grandissima cultura liceale!” – quando un rappresentante della corte pronuncia un evento storico-filosofico-letterario che rivela un nozionismo liceale: del tipo: “Erano trecento, giovani e forti, e sono morti!”. Tono entusiasta, ci si deve alzare tutti e quanti, pena una reprimenda da parte del Sopracciò.

“Grandissima cultura post-liceale”, quando qualcuno rivela una conoscenza che va oltre la maturità scientifica o classica a seguito di una frase del tipo: “Il “Pentateuco” è parte integrante della Torah ebraica, in ebraico תּוֹרָה…” Anche qui il tono e il gesto ricalcano i precedenti.

“Mi vedete preoccupato?” – quando qualcuno gli fa notare che è stato oggetto di critica o di rimprovero verbale. Tono di voce suadente e leggermente ironico. Gestualità minima.

“Ci vediamo domattina alle 7,20…” nel tale luogo: informazione di servizio rivolta al collega ispettore. Tono serio. Gestualità: mano alla bocca per tentare di celare la bocca distesa in un’ampia ma silente sghignazzata.

“La pratica è tua, vai avanti tu!” – Tono sbrigativo. Gestualità: mano destro che accompagna l’avanzamento del collega titubante.

Talvolta il Sopracciò, per dare sollievo alla corte di un carico di lavoro che pare, talvolta, simile a quello che occupava Sisifo, ama pronunciare la frase, sicuramente blasfema: “Oh… è peggio lavorare in fonderia!”

I rapporti con il Capo Boaro sono di mutuo (ma non certo muto) rispetto. In un certo senso, un Capo Boaro è un impossibile Sopracciò, e viceversa, ma entrambi derivano dalla stessa radice contadina. Si tratta di carriere separate, con contratti eterogenei. Spesso il Sopracciò è carente di qualche utensile o modulo. In presenza del Segretario, si rivolge a lui, appunto, “per default”. In presenza unicamente del Capo Boaro prova a chiedere, già poco convinto a priori, ad esempio: “Non avresti un modulo di rinnovo dell’uso del proprio mezzo?” al gesto inequivocabile, detto della pigna, della mano destra da parte del Capo Boaro, il Sopracciò, ogni volta, esclama, quasi in tono di scusa: “Oh oh… scusami… è una domanda fuori luogo la mia…”. Gestualità minima.

La battuta che è ricorsa spesso negli anni di militanza fra questi due irriducibili amici-antagonisti, che indica per tutto e in tutto l’immensa stima reciproca, è il detto popolare tipicamente reggiano “A te’m’sa più bel che furob!”, “Mi sembri saper più di bello che di furbo”.

Ci sono poi le espressioni mediate da rappresentanti della corte, in cui il Sopracciò insinua, cinicamente, il suo contributo. Diciamo che le autorizza, appropriandosene.

Secondo l’alfiere nonché Vice del Sopracciò, chiunque è, se non deprecabile; “grandissimo”; il Sopracciò compartecipa all’espressione, dedicando al suo fido la definizione di “grandissimo millantatore!”. Tono ironico, gestualità assente. Oppure “grandissimo stratega!”, tono enfatico, gestualità soprattutto facciale. Oppure “grandissimo cattolico!”, quando una bonaria ipocrisia si stampa sul viso del celebre Mastio Rodigino, a cui il Vice va senz’altro paragonato.

Il suddetto Vice-Sopracciò, è uso dire: “Nooo!” quando qualcuno, intero o esterno alla corte, si rifiuta, adducendo anche motivi plausibile a fornire a questi un favore. Il Sopracciò si è appropriato dell’espressione che viene usata in qualsiasi situazione in cui una negazione pare necessaria, anche se non sempre vereconda.

Per quanto riguarda l’enorme figura del Vice, sarà relazionato a parte, con separato elogio critico. Basti solo, al momento, ricordare a proposito una celebre battuta del Capo Boaro: “Il Vice ebbe un’infanzia felice, che perdura tuttora, serenamente”.

Totò diceva, sollevando l’ombrello: “Questo è ovvio”. La battuta è stata ripresa più volte dal Segretario del Sopracciò. Ora il Sopracciò, quando deve parlare di un’ovvietà, esclama: “Questo è… com’è… com’è?” e qualcuno dei presenti deve dire “ovvio!” E’ anch’essa una battuta partecipata. Fare concitato, gestualità: mano che simula di tenere febbrilmente in mano un oggetto indeterminato.

Analogo tono e gestualità è quando riporta, con una certa frequenza, la famosa frase “Oh! Tira più… eh ?”, l’oh! è del tipo obbligatorio, servendo da condimento alla solita zuppa ideologica; e la frase è troncata per evidenziare in modo icastico l’attrazione pilifera. Quest’ultima espressione è adottata in special modo quando il Capo Boaro è indaffarato a imboscare il violino, cioè il personal computer, arraffando in fretta carte e plichi, diretti alla sede dove svolge le sue mansioni un celebre ufficiale di polizia giudiziaria, dalla voce roca dal seno esposto fin nei minimi termini e dai capelli fluenti.

Esiste un gesto del sopracciò, privo di audio, non facilmente descrivibile a parole. Dito pollice e indice destri accostati alle labbra mosse in maniera ritmica, come a simulare un’immissione di fiato, con la lingua che pare approssimarsi ad uscire, ma non esce, a simulazione grossolana di degustazione di un quid d’ineffabile, di un più che beato suggere il nettare, facilmente riconducibile all’oggetto del capoverso precedente.

Nel corso di lustri precedenti all’insorgere del Sopracioato, un compaesano del Sopracciò, ex pugile, ex picchiatore, tuttora simpatizzante dell’ideale avverso al Sopracciò, non per questo fu suo nemico, ma anzi ne fu profeta. Egli amava esclamare, a volte connesso ad una problematica espressa, a volte in maniera del tutto astratta da discorsi precedenti: “Per quanto…!”, voce stentorea, mussoliniana, tonante. Il Sopracciò fece tesoro di questo pur destrorso messaggio e ogni tanto esclama un “Che dire…!”, voce stemperata e rassegnata, con nessuna gestualità.

In concorso col suo Vice, il Sopracciò introdusse nell’immaginario collettivo la figura chimerica del “Menevach”, un essere chimerico, metà donna di pulizia e metà guappo ‘e vicoli, che emette strani ruggiti: “Menevach! Menevach! Menevach!”. Questa creatura tenebrosa per anni tenne un corso di dialetto napoletano al Vice, il quale, pur disertando gran parte del corso di laurea, conseguì il meritato alloro presso il prestigioso ateneo di Durazzo.

 

Per descrivere il seguente gesto, detto “sopracciata” è stato utilizzato come modello il Vice, in occasione di una partecipazione non rituale ad una videoconferenza del Nuovo Istituto: Irrigidimento del tronco, mani tese, palmi verso il basso, capo reclinato a destra di circa diciannove gradi, sguardo di compatimento intriso di una pur bonaria ferocia. Tale gesto, estremamente significativo, va utilizzato con parsimonia, non più di dodici volte al giorno e sta a significare: “un misto di costernazione, delusione, stupore e moralismo ieratico”. Desmond Morris (1960), nella sua ormai epica “Semiotica del gesto” la definisce, esplicitamente, una “sopracciata”, confermato da Roland Barthes in più parti della sua opera (1965-1969-1971), ma anche da Umberto Eco (1977), da Eric Landovski (1981) e, sia pure tra mille dubbi, anche da Thomas Albert Sebeok (1992). Un esempio: in località Bianello, presso un noto ristorante, il Sopracciò chiede se è possibile degustare della spalla cotta. Il cameriere, con ironia fuori di luogo, sostiene che in tale ristorante la spalla era cessata da qualche minuto. Al che, all’unisono, il Sopracciò e il Vice si ergono e manifestano la loro palese disapprovazione con una “sopracciata”, umiliando e spaventando il cameriere, che indietreggia.

 

C’è chi ipotizza un parallelo fra l’ascesa e la caduta del comunismo, con il fenomeno, altrettanto emblematico del nostro tempo, del Sopraccioato. La caduta del muro di Berlino avvenne in anni anteriori all’instaurarsi del processo di cui il sopracciò fu eponimo. Il sopracciò, prima della sua investitura fu comunista. A chi gli dava dell’ex comunista, egli riservava strali polemici: “Io sono un comunista, anche se fossi l’ultimo! Ex sarai tu!” e partecipava alle sedute amministrative del comune di Montecchio Emilia, quale consigliere onorario di Rifondazione. Ora, nell’anno di cui stiamo narrando le Vicende, il Sopracciò limita la sua influenza politica a invitare alla diffidenza per chi milita nel PD: “Io li conosco! E non mi fido di loro!” Lo spirito comunista è svanito in un nulla, ed è crollato insieme al muro di Berlino. Il Sopraccioato non è mai caduto, in quanto non si è mai del tutto eretto. Ha creato una corte, reificandosi in un’assemblea. Inutile controllare su Google, reificato significa che ha realizzato una compagine di individui vivi che insieme hanno vissuto un’era, non straordinaria, ma particolare, sotto l’egida di una personalità unica e dalle proporzioni abbondanti.

Nel corso del 2016, anno bisestile e travagliato, la signoria del Sopracciò subisce una serie impressionante di tracolli. Il Capo Boaro, insieme al Camerlengo, mosso da carità, si offre volontario ad accompagnarlo al confine, serenamente. Il Sopracciò sembra rinunciatario e facilmente circuibile.

Il Sopracciò, buon profeta, disse, una volta, parlando del Camerlengo, cui tanto fece una pressoché involontaria docenza: “Ho creato un mostro!”, tono soddisfatto pur con un’ombra di inquietudine, gesticolare blandamente ieratico.

Infatti, agli sgoccioli di un agosto non meno triviale di luglio, il mondo assiste a un grottesco tentativo di colpo di stato da parte dello stesso Camerlengo che, annusata aria di dimissioni, per altro mai rassegnate, tenta il golpe, il putsch, “l’uscita dal sacco”, che fallisce unicamente per la carenza di un ulteriore Camerlengo autorizzato a nominare nuovo “Sopracciò” l’ex Camerlengo.

Al giorno d’oggi, il Sopracciò mantiene la sua posizione, preferendo però come luogo dell’anima l’“altrove” all’“hic et nunc”. Più che un esiliato in patria, egli è un sovrano assente.

A chi gli domanda cosa pensa di sé, il Sopracciò rispolvera ogni volta la sua frase più celebre, l’indimenticabile e irrimediabile: “Invecchio serenamente…”.

Esiste un ultimo quesito, che ancora nessuno gli ha fatto, ma che lui forse si aspetta, trepidante e al contempo rassegnato. Sopracciò, ma per conto di chi? Di chi sei il sovrintendente? La domanda, tardiva, fu posta a un suo illustre, anonimo e ormai quasi dimenticato predecessore. Egli però non riuscì, forse, a terminare la pur immediata risposta… colto da un leggero attacco di asma.

La frase potrebbe essere pertanto monca, oppure contenere un suo bel senso compiuto: “Ad ognuno il suo…!”

Rex e l’invisibile Bill

Quella volta Rex fu chiamato dal comando dei rangers del Texas per risolvere un caso che sembrava destinato a restare insoluto. In sette mesi c’erano state altrettante rapine ai danni della diligenza che da Laredo portava a Santa Fè. Che le rapine recassero la stessa firma era fuor di dubbio per come s’erano svolti i fatti. Non si sapeva però se fossero opera di una vera e propria banda di delinquenti oppure di un misterioso fuorilegge isolato. Tutto ciò può apparire a prima vista incredibile ma… ora stammi bene a sentire…

– Papà, cosa sono i fuolilegge?

Sono quelli uomini che agiscono contro la società restando nascosti fuori dal paese. La carovana percorreva senza fastidi il suo percorso quando, ogni volta, all’improvviso…

– Pelché tu dici semple “all’implovviso”?

Perché nel West tutto accade così, d’un tratto, secondo la teoria dei quanti. Si sentivano delle schioppettate e delle grida, appariva un cavallo sellato e scosso, senza nessuno in groppa cioè. Il conducente dava subito l’alt alle proprie bestie. Una voce forte allora urlava:

– In alto le mani se vi preme la vita!

Tutti levavano in alto le mani anche se non si scorgeva nessuno. Qualcuno, o forse qualcosa, sbottonava le giacche e i panciotti degli uomini e perquisiva senza ritegno le donne. Soldi, ori e preziosi sparivano come d’incanto. Quando quella gente disgraziata si riaveva dalla sorpresa, poteva solo prendere atto di essere stata completamente spogliata di ogni avere. Il cavallo intanto era fuggito oltre alcune ripide rupi, dove probabilmente viveva allo stato brado. Ben presto si sparse la voce che esisteva un cavaliere fantasma che derubava le diligenze.

Al Comando dei rangers non credevano a siffatte leggende e il maggiore Nelson, un po’ afflitto, chiamò il buon Rex per affibbiargli il compito di sbrogliare quell’intricata matassa. Rex ascoltò attentamente il rapporto che il colonnello ansiosamente gli stava snocciolando e ogni tanto scrollava il capo. Talvolta il suo viso si faceva pensieroso, come se stesse rimuginando qualcosa. Egli era un uomo logico e pratico, che andava dritto al sodo. La vita però gli aveva riservato delle vicende al limite dell’incredibile che gli aveva aperto, che dico?, spalancato la mente. Non è che lui credesse passivamente alla magia senza dubitare nemmeno un po’, ma ammetteva sempre l’eventualità di ogni sorta di diavoleria. Ti ricordi cosa gli era capitato quella volta col bambino che aveva perso i genitori nel deserto?

– Sì, papà. Me lo lacconti ancola?

Un’altra volta, ragazzo. Ora dobbiamo occuparci di queste rapine misteriose. Quando il generale ebbe finito di parlare, Rex accettò volentieri l’incarico, ma gli spiegò che aveva una fretta del diavolo di ritornare al proprio villaggio perché doveva andare a caccia di cervi. Che dunque gli si desse carta bianca e ogni sorta d’appoggio. Assegnò al colonnello il compito di spargere la voce che il mercoledì successivo la diligenza avrebbe trasportato con sé le paghe annuali dei soldati e che non sarebbe stata scortata a causa della cronica penuria di uomini. Detto ciò, garantendo il successo del proprio piano, Rex si scusò col maggiore, che l’aveva gentilmente invitato a cena, saltò al volo sul proprio cavallo ed uscì dal fortino come un forsennato. Si diresse sulle Colline Nere, dove risiedeva una tribù assai temuta di indiani Paqui, che il ranger non temeva perché era amico d’infanzia del loro sachem, un certo Castoro Indeciso.

– Papà, cos’è un sachem?

E’ il capo degli Indiani. Giunto al villaggio Rex chiese di lui. Un anziano gli rispose che purtroppo non c’era.

– E’ forse uscito? – s’informò Rex.

– No, è stato probabilmente accoppato sette lune fa – gli rispose con pacatezza l’Indio che Rex riconobbe come Orso Fantastico, il fratello stregone del capo. Una sera, aggiunse Orso, il sachem era uscito dopo aver cenato, per fare due passi incontro alla luna. E di lui non si seppe più nulla, né fu mai rinvenuto il suo corpo.

– Sette lune fa… – bisbigliò fra sé e sé Rex – Molto interessante…. Rex si ricordava dell’esistenza di un terzo fratello, la pecora nera della famiglia…

– Pelché lo chiamavano la pecola nela?

Il suo vero nome era Lupo Tedioso ma, nonostante il nome, era la pecora nera della famiglia perché all’età di vent’anni aveva cercato di far fuori il fratello maggiore, della cui fortuna era geloso, per subentrargli come capo della tribù.

Rex gli chiese che ne era stato di lui. Orso scosse il capo e non volle rispondere. Il ranger gli si fece un po’ sotto e, delicatamente, lo prese sotto braccio, sussurrandogli:

– Sento che hai qualcosa che ti rode il fegato, amico. E’ ora che ti decida a tirare fuori il rospaccio. – Il vecchio chiese a Rex di giurare su Manitù di mantenere il segreto su quanto gli stava raccontando. Questi acconsentì. In breve. Lupo, a causa di una bionda, si era venduto tutto quello che possedeva ed era rimasto senza mezzi di sostentamento. Era diventato un ubriacone e di lui si erano perse le tracce fino ad un anno prima, quando fu rinvenuto il suo cadavere all’uscita di un saloon, presso l’abbeveratoio. Si sospettava che l’assassino fosse un baro di nome Bill, con cui Lupo Tedioso aveva fatto per anni comunella. Costui era un ladro, oltre che un giocatore di carte, ed aveva dei gravi precedenti penali. Era stato scarcerato per buona condotta, ma da allora aveva vissuto d’espedienti. Rex, che aveva ascoltato attentamente la storia raccontata dal vecchio, quando quello ebbe finito, gli disse:

– Orso, andiamo al nocciolo della questione. Tu sei stato un grande stregone che, fino all’età del pensionamento, ha strabiliato la tribù con tutta una serie di trucchi e trucchetti. Ricordo come se fosse ieri quella volta che Castoro Indeciso mi aveva invitato ad un tuo spettacolino, e in quell’occasione ebbi modo di ammirarti in un numero stupefacente. Ti eri nascosto sotto una coperta di pelle di bufala cilintrana. Poi un guerriero aveva scagliato una lancia contro di te. Poco dopo tu apparisti magicamente alle spalle del pubblico, a raccogliere i meritati applausi. E’ giunta l’ora di gettare la maschera. Era un trucco di prestigio oppure qualcosina di più…?

Orso Fantastico ebbe come un lampo negli occhi nel rammentare i trascorsi successi della sua luminosa carriera. Poi si fece serio e confessò a Rex il proprio tragico segreto. C’era un’erba sulle Colline Nere con cui si poteva preparare una specie di tisana molto olezzante. Se la si ingurgitava si diventava invisibili. L’effetto durava non più di tre ore, ma era garantito. Il mattino dopo Rex lasciò l’accampamento e si diresse al forte. Era domenica. Nei tre giorni seguenti Rex trascorse un po’ fiaccamente il tempo al saloon a condurre a buon fine dei lunghissimi solitari e… null’altro. Il capitano una volta osò chiedergli se stava prendendo seriamente l’incarico. Rex rispose di sì, sorridendo, e cambiò subito discorso. Mercoledì mattina la diligenza partì da Laredo al solito orario e senza traccia di passeggeri. All’incrocio che conduce per una via a Santa Fè e per l’altra a Lentiscosa, si sentì una schioppettata. Puntuale come una bolletta della Sip ecco giungere il solito puledro privo di cavaliere. Il nocchiero fermò il quadrupede e alzò spontaneamente le mani, senza che nessuno gli avesse detto una parola. Risuonò una voce stridula che gridò.

– In alto la mani! Mannaggia! Manco ho parlato e già questo si è arreso! Uhm! Strano!

Il cavallo si avvicinò alla carrozza e “qualcuno” spalancò la portiera. Esposta in bella vista c’era una cassetta di legno, socchiusa e assai invitante! Il suo coperchio parve sollevarsi da sé, quando una voce bofonchiò:

– Ammazzete! Mai visti tanti soldi in vita mia! Quasi quasi mi arruolo anch’io! La naja paga!

– Papà, cos’è la naja?

Il mestiere che fa il soldato. Delle mani fantasmi presero la cassetta e la caricarono sul cavallo, esclamando:

– Mi sembra tutto fin troppo facile!.

Intanto il conducente che si era subito arreso si era anche appisolato, come se si fosse annoiato a causa dell’intoppo occorsogli nel viaggio.

– Ma guarda un po’ quello lì… E’ la prima volta che… Ehi! Bada bene di non seguirmi! Intesi?

Il vetturino rispose alla voce fantasma con un ronfo basso e profondo. Il cavallo apparentemente spoglio di cavaliere prese a correre un po’ faticosamente, come se invece trasportasse un grosso peso. La salita sembrava troppo ripida per lui e ogni tanto si sentiva la voce di prima che lo spronava a galoppare.

– Giddap! Su, cavallino… un ultimo sforzo e ci siamo!

Dopo un paio d’ore la bestia, quanto mai affaticata, giunse nei pressi di una caverna. Intanto, magicamente, gli era apparso in groppa un uomo, un biondino dal ceffo poco raccomandabile.

– Parola di Bill, ancora un paio di colpi come questi e ci potremo ritirare a vita privata, che ne dici Morellino? Oggi non mi sembri per niente in forma! Prima di cambiar regione, dovremo però occuparci di quel trombone pennuto!

Bill scese da cavallo, lo legò, e si diresse all’interno della grotta. Lì se ne stava, legato come un salame, un vecchio sachem che rispondeva, guarda guarda, al nome di Castoro Indeciso.

– Hai sete, vecchio mio?, gli domandò Bill gettandogli con disprezzo una borracciata in testa, e sghignazzando. Non aveva terminato quel gestaccio incivile che Bill spiccò un magico volo andando a sbattere contro la parete dell’antro.

– Ahi! Cos’è stato?- lo si udì gridare. Qualcosa lo prese per la camicia e lo sollevò da terra, dopo di cui tornò a sbattere contro la roccia. Poi apparve Rex, come d’incanto.

– Chi sei, maledetto? – gli urlò Bill.

– Non importa tanto chi io sia, bellezza, ma cosa ti farò adesso.

Rex lo riprese in mano, come se fosse un pargoletto, e gli appioppò un pugno poderoso alla mascella. Bill accusò duramente il colpo e svenne. Il ranger liberò Castoro Indeciso e gli chiese di raccontare la sua storia. Nel corso della sua lunga prigionia, egli aveva sentito Bill vantarsi più volte di aver ucciso Lupo Tedioso, dopo che questi gli aveva confessato durante una sbornia che i suoi due fratelli erano in grado di diventare invisibili grazie ad un’erbetta magica a loro solo conosciuta. Bill aveva quindi rapito Castoro Indeciso perché Orso Fantastico gli pareva troppo pericoloso per via dei mille trucchetti magici che senz’altro praticava e che un po’ lo spaventavano. Castoro, minacciato da una colt, accettò di svolgere la mansione di fattucchiere, mestiere che aveva imparato quand’era giovane, sotto la sapiente guida di Orso. Era però sicuro che, prima o poi, Bill l’avrebbe fatto fuori perché era ormai in grado di prepararsi da solo la pozione. L’intervento di Rex gli aveva salvato la vita.

Il ranger accese un focherello con cui inviò dei segnali di fumo per avvertire i Paqui del ritrovamento del loro sachem. Dopo aver legato e caricato sul cavallo il malcapitato Bill, che era ancora esanime, salutò il vecchio amico. Unirono poi formalmente i polsi in segno di grande amicizia. Si sarebbero rivisti forse verso la primavera, in occasione di qualche raduno.

Rex prese tutti gli ori e le ricchezze rubate da Bill, lasciando nella grotta la cassa di legno contenente le paghe dei soldati. E si diresse quindi al forte.

– Papà! Pelché ha lasciato nella glotta la cassetta?

Glielo domandò anche Bill, non appena furono usciti all’aria aperta.

– E cosa gli lispose Rex?

Nulla, ma iniziò a ridere così forte, che Bill si offese come una iena maculata e non gli rivolse più la parola per tutta la durata del viaggio!

– E pelché lise?

Mah…? A capirlo poi!

– E’ un segleto?

Sì, figlio mio.

Rex e l’Idra di San Diego

Rex, il nostro carissimo amico, era reduce dal “Gran Festival di San Diego dell’Unità fra le Tribù Pellerossa e la Gente di Frontiera”, dove erano intervenuti vari personaggi illustri, tra cui Jim Carson, che non ha di certo bisogno di presentazioni; Buffalo Bill, micidiale tanto con la pistola che con la carabina; Mike Fink, capace di colpire una tazza di whiskey posta sulla testa di una persona; Pecos Bill, che affrontò orsi, cavalcò puma e strozzò crotali, e che mai morì; Davy Crockett, che era di considerevole bruttezza, ma capace di montare baldanzoso su una saetta; Wild Bill Hitckok, che sparava con due fucili alla volta, oppure appoggiando l’arma sull’anca; il bufalesco Paul Bunyan, alto quasi tre metri, con la sua vacca che una volta inghiottì una stufa; Pat Garrett, un po’ invecchiato, ma sempre assai scaltro; Billy the Kid, finalmente rinsavito e con qualche capelluccio bianco; la fedifraga Calamity Jane, completamente riabilitata dopo un piccola pena detentiva; la tenace Mira Bella, moglie fedele di due mariti d’ambo i colori; il colonnello Joseph Brant, grande sachem degli Irochesi, poi guerriero filo-inglese e feroce nemico degli Jankees, e che ora vivacchiava con la pensione minima dell’esercito; e poi Doc Holliday, Butch Cassidy, i fratelli Earp, i Pinkerton, Nat e Dan, Jesse James, Toro Seduto, ormai novantatreenne, Cavallo Folle, Dente d’Oro della tribù dei Corvi, Coda Macchiata, sachem dei Piedi Bruciati, Curley il Navaho, Falco Nero, sachem dei Sacs, Nuvola Bianca, Nuvola Rossa, Nuvola Grigia, tre valorosi capi di tre diverse colori indiani, perennemente obnubilati ed in lotta fra di loro, il sempre aitante ed irriducibile Geronimo, l’ultimo guerriero, e il primo a non arrendersi mai, il saggissimo Cochise, suo spietato e lungimirante predecessore, Cavallo Bianco, d’animo serafico e conciliante, e tanti altri eroi dell’epopea western.
Tutti insieme, allora e per sempre!
Si era festeggiato, discusso, ballato, suonato, cantato, mangiato, bevuto e, soprattutto, gozzovigliato. La manifestazione era iniziata con l’ufficialità del grande incontro, ma quel poco di prosopopea che caratterizzò i discorsi dei primissimi giorni si trasformò in un “troviamoci tutti al bar che c’è sempre qualcuno che offre da bere”. In breve il Festival dell’Unità divenne una specie di mega-raduno degli Alpini, in cui “si schiudevano tutti i cuori, scorrevano tutti i vini”.
Jim Carson si mostrò subito assai sensibile al fascino di Bacco, Tabacco (e Venere!). Rex, invece, fu sufficientemente parco nel mangiare e soprattutto nel bere, ma non poté ogni volta esimersi dall’offrire e dall’essere offerto. E la compagnia del vecchio amico baffuto fu per lui un po’ traviante.
Quando mancavano ancora tre giorni alla fine del meeting, con la scusa che era nata una creatura alla figlia di suo cognato, di cui era stato nominato padrino, Rex si congedò da quegli amici chiari e se ne partì in tutta fretta verso la riserva degli Zilocches, assai desideroso d’immergersi nel tran tran quotidiano, che per lui poteva anche significare gettarsi a nuoto nelle rapide, inerpicarsi per cippi innevati, essere coinvolto in una pericolosa sparatoria oppure affrontare in duelli mortali micidiali bounty- killer…
– Papà! Chi sono i bantichille?
Erano dei loschi tipi che giravano il paese cercando di uccidere i banditi per quattro soldi. A volte lo stesso Rex dovette misurarsi con alcuni di loro, per difendere se stesso o i suoi cari.
Ancora un po’ stanco per i bagordi dei giorni passati, Rex decise di fare una sosta sotto una mangrovia che ombreggiava ai piedi di una collina.
– Chissà, forse mi sto rammollendo!
Non aveva neppure finito di formulare questo pensiero che udì uno straziante urlo di donna.
– Aiuto!
Rex corse immediatamente nella direzione da cui era stato lanciato il grido e s’imbatté in una giovane donzella vestita stranamente che, tutta piangente, lo implorò di fermarsi e di ascoltare la sua storia.
– Sono la contessina Genoveffa de Pilzettis, figlia di re Dagoberto di Toscana. Il mio fidanzato è Gustavino de Penellis, figlio del Gran Duca d’Arezzo. Siamo dovuti fuggire dal reame di papà a causa di una congiura di palazzo che ha portato al potere il crudele cugino Arcibaldo de’ Pazzi. Tra l’altro io sono… pure incinta!
– Auguri!
– Grazie!
– Siete Italiani?
– No. Toscani.
– E cosa ci fate in America?
– Cosa?
– Dove si trova ora quel Gustavino?
– Sta combattendo da solo con un’Idra!
– Mi ci porti!
– Fatemi montare sul vostro destriero, signor cavaliere, presto!
Dinamite, il velocissimo caballo niuro di Rex, divorò la strada che recava al luogo della tenzone fra Gustavino e la misteriosa Idra.
– Che sarà mai questa Idra? – si chiedeva Rex Miller.
– Dietro quel dosso c’è Gustavino! Speriamo che sia ancora vivo! – gridò, con voce straziata, la ragazza.
Gustavino era ancora vegeto e agguerrito, armato di una lunga e pesante alabarda, ma ridotto quasi in canotta e mutande. Davanti a lui c’era un bestione grosso quanto quel tirannosauro che Rex aveva già affrontato con successo in una passata avventura.
– Me la lacconti ancola, papà?
Più tardi, ora Gustavino ha troppo bisogno di noi o, meglio, di Rex Miller. L’Idra emetteva da ognuna delle sue quattro teste delle tremende zaffate di fuoco e dei rimasugli non digeriti di alberi e vegetazione e di piccoli roditori di cui probabilmente era assai ghiotto. Le vampe non erano tali da carbonizzare Gustavino che però, ad ogni scontro, ci rimetteva una parte significativa del suo abbigliamento. Era ormai rimasto quasi in deshabillé. Il mostro era assolutamente terrificante. Al suo confronto il dinosauro dei Siouxs era un animaletto da cortile, facilmente gestibile anche da un bambino di cinque anni.
– Anche io ci liuscilei, papà?
Certamente! L’Idra era di color beige con dei grandi ocelli azzurri su buona parte del corpo. Gustavino non era un cattivo paladino. Anzi, riusciva a colpire talvolta l’Idra, pur senza sortire effetto alcuno. L’unica parte molle del mostro era data dai suoi lunghi colli, che talvolta Gustavino giungeva a troncare, come si fa con la falce quando si combatte con l’erba alta, separandoli dal voluminoso corpo, tanto grasso da rendere un po’ tardi i movimenti del rettile. Ogni volta però che il prode de Penellis, rischiando di bruciacchiarsi tutto, riusciva a decapitare una testa, entro un paio di minuti cominciava a spuntarne una coppia, ognuna delle quali iniziava presto a sputacchiare tizzoni ardenti. Le teste ora erano diventate cinque.
– Gustavino! – grido Genoveffa.
– Mia amata, fuggi da qui! “Procomberò sol io”!
– Non ti abbandonerò mai!
– Invece lo abbandoneremo subito!
– No, messere, Vi prego!
– Signorina! La porterò al sicuro e poi correrò in aiuto del suo promesso sposo!
Detto questo, Rex galoppò in direzione di un fiumiciattolo che aveva visto scorrere lì nei pressi.
– Se per caso si fa vivo il mammolone, si butti subito a mollo. L’acqua è bassa e la corrente leggera.
– Ora andate dal mio Gustavino, nevvero?
– Vado e torno!
A Rex stava spuntando in capo un’idea per un piano che forse poteva riuscire, con un po’ di fortuna e di buona volontà. Si ricordava di una caratteristica del terreno di una zona vicina che poteva servire allo scopo. L’unica difficoltà consisteva nel convincere l’Idra a seguirlo fin là.
– Tieni duro, Gustavino!
– Messere, dove avete recato la mia futura sposa?
– Al sicuro, a differenza di noi due!
– Vi sarò debitore fin che vivrò!
– Se vuol vivere ancora parecchi anni le conviene montare dietro di me!
– E la Bestia Immonda?
– Ci seguirà!
Detto questo, Rex girò attorno all’Idra cominciando a sparargli nel sedere.
Le pallottole rimbalzavano su quella sua pellaccia, come era prevedibile. Il ranger mirò ai colli e li forò tutti quanti. In tal modo il fuoco che saliva incandescente dallo stomaco un po’ tracimava dai buchi causati dai proiettili. Una rapida cicatrizzazione, però, presto ricuciva lo strappo. Mentre Gustavino montava dietro al ranger, la Bestia Ignea cominciò a rendersi conto che c’era un nuovo avversario da abbrustolire. Sputò ancora il suo fiato mefitico e incandescente, che terminò di bruciacchiare la canotta di Gustavino. Ormai Rex galoppava in direzione del luogo ove aveva stabilito di portare a termine il suo piano. Non correva troppo forte, perché non voleva che l’Idra lo perdesse di vista. Non poteva lasciarlo libero di scorrazzare nella prateria ed incendiare i villaggi dei suoi Zilocches. Doveva assolutamente renderlo inoffensivo. Era ormai visibile la Terra delle Caverne Sotterranee, dove d’estate i bimbi della tribù erano soliti giocare ai quattro cantoni. Giunto colà, Rex condusse il cavallo nel vano interno di una grotta, costellata da numerose aperture naturali, da cui si poteva intravedere quanto accadeva all’esterno.
– Come nei sottomalini, papà?
Esatto!
– Eccoci! Scendiamo da cavallo e cominciamo pure i fuochi artificiali.
Rex si sporse da un anfratto e sbraitò qualcosa di incomprensibile all’indirizzo dell’Idra. In realtà aveva detto in perfetto Zilocchese:
– Marameo cucù! Marameo cucù!
L’Idra se ne ebbe a male e spedì verso il ranger, senza per altro sfiorarlo, una folata di salivaccia bollente!
– Che maniere! Sei peggio di un cammello!
Rex rispuntò dalla medesima apertura e ripeté la grave ingiuria:
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
Poiché il ranger si era ritirato prima di farsi prendere di mira, l’Idra a mo’ di struzzo, aveva infilato uno dei suoi cinque colli dentro la fessura. Rex fu rapidissimo ad intrappolare la testa, e a legarla con il lazo ad un spuntone acuminato, in un modo così serrato che non poteva né liberarsi né muoversi. Se l’Idra voleva sputare fuoco in quel pertugio poteva farlo ora in una sola direzione.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
E la seconda testa fu intrappolata!
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
Anche la terza capoccia seguì la sorte delle prime due.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
Toccò quindi alla quarta zucca.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
La quinta testa penetrò in una delle gallerie ma, nel frattempo, Rex era riemerso in superficie e montato a cavallo, avendo utilizzato un’uscita d’emergenza della caverna. Si era posto ad una rispettabile distanza dal bestione. Vicino alla grotta c’era un palo del telegrafo che suggerì un simpatico diversivo al ranger. Rex faceva da lì capolino.
– Akkavella yu yu! Akkavella yu yu!
L’ultima testa libera dell’Idra, assai accigliata, se ne uscì dal buco e, individuato, il cowboy sfottitore, cominciò a bombardarlo di lapilli. Rex si era piazzato oltre la gittata massima di quello sputafuoco, per cui i tentativi di incenerimento altro non fecero che bruciacchiare un po’ i cespugli della prateria, disturbando quella piccola fauna fatta soprattutto di topi, di serpenti a sonagli e di piccoli mustelidi. Rex formò dei giri sempre più ampi al suo lazo che finalmente lanciò, catturando al primo colpo l’unico collo rimasto alla bestia. In breve legò un capo della corda ad un tronco di quercia già semidistrutto da un lampo. Girò poi attorno all’animalone e ci montò in coppa.
– Giddap! – urlò scappellandosi, da bravo ex mandriano. Raggiunse poi la bocca dell’Idra e la chiuse con del fil di ferro. Sceso da quella Chimera, ormai resa innocua quanto un cincillà, Rex sistemò in simil guisa anche le altre quattro teste.
I due nuovi compagni si recarono al fiumiciattolo dove li stava aspettando ansiosamente la bella Genoveffa.
– Finalmente siete venuti! Quanto tempo però!
– Abbiamo avuto da fare, signorina!
– Messer Rex ha ridotto all’impotenza quell’Idra funesta!
– E mo’, galantuomini?
– Avrei una mezza idea. – disse il ranger del Texas.
I due fidanzatini si rivolsero l’un l’altro uno sguardo interrogativo.
– Gustavino mi ha spiegato durante il viaggio che il castello del Re di Toscana sorge a poche miglia da qui. Faccio un po’ fatica a crederlo, ma oggi mi sono imbattuto in così tante assurdità che non mi posso permettere di dubitare delle vostre parole. A quanto pare il cugino Arcib… Arcib…
– Arcibaldo! – gli suggerì Genoveffa.
– Che caspita di nome! Okay, quel tale ha usurpato il posto che spetta di dovere a suo padre. La Guardia Reale è stata imprigionata insieme al re dagli sgherri del vile cuginastro e perciò ora quel tanghero è padrone del campo. Noi siamo solo in tre e… mezzo! E solo io porto armi da fuoco.
– Sono fantastiche! Rex, mi devi insegnare ad usarle!
– Promesso, Gustavino! Ma ora non c’è tempo. Noi abbiamo però un’arma terribile che quei marrani ignorano!
– Quale? – chiesero all’unisono i due cuori innamorati.
– Il lucertolone!
– Ah!
– Non male vero?
– Come no! E chi ce la fa a portarlo?
– Verrà da solo!
Rex sistemò le mandibole dell’Idra con un ingegnoso sistema di fili di ferro che a piacere consentivano l’apertura e la chiusura delle cinque bocche da fuoco. I due Peynet furono poi comodamente sistemati su una cesta posta sulla schiena del rettile. Irridendolo con il solito richiamo zilocco, Rex guidò l’Idra disarmata fino al tanto vagheggiato Castel Nuovo di Firenze. A quel punto Rex affidò Dinamite al valoroso paladino toscano.
– Andiamo Gustavino, che c’è gloria per tutti!
L’Aretino a cavallo, con l’alabarda ben tesa, e il Texano, con le sue fide colt e le cinque sputa-fuoco biologiche, seminarono il panico tra gli sgherri di Arcibaldo de’ Pazzi che, in meno che non si dica, si arresero, sconvolti più che altro dal punto di vista psicologico. Il re fu liberato e il suo primo nobile atto fu di prendere a calci nel sedere l’ambizioso cuginastro che implorò tra le lacrime il perdono, promettendo che non avrebbe mai più attentato alla vita del sovrano!
– Maledetto! E pensare che giocavamo insieme a strummulu!
– Lo lasci perdere, maestà! Mi pare che si sia davvero pentito della sua scelleratezza!
– Messer Rex! Consentitemi di nominarvi conte. Vi sono debitore di un Reame e di una figlia! E anche di un genero!
– E anche di un nipotino!
– Cosa?
– Sì papà… sono incinta di tre mesi!
Il re rimase senza parole, per alcuni interminabili istanti, e con la bocca assolutamente spalancata!
– Sire! Ehm… Che ne facciamo del… ehm… lucertolone?
– Ve lo potete anche tenere, messere!
– Come!?!
– Ho detto che ve lo potete tenere!
– E che ci faccio? Lo metto nel parco giochi della tribù?
– Affari vostri, messere!
– Ma che diamine! E non mi si era fatto conte, tra l’altro?
Rex si rigirò parecchie volte, assai innervosito, nel sacco a pelo di vero castoro texano, che egli recava sempre appresso, sia che andasse incontro a qualche avventura sia che fosse diretto a caccia o a qualche festa di paese.
– Mmmmm! E se stessi solo sognando? – bofonchiò tra sé e sé – E’ probabile! Mi deve aver fatto male, tra l’altro quell’indigesto stracotto d’asina seminole che Jim mi ha fatto ingurgitare a tutta forza ieri sera. Ma come cavolo si fa a svegliarsi! Proverò con un pizzicotto! Ahi! Un altro! Ahi! Ma allora! Era solo un sogno! Ah ah ah! L’Idra! Genoveffa incinta! Gustavino d’Arezzo! E Arcibaldo! Ah ah ah! “Non lo faccio più! Prometto!” Però non era malaccio da cavalcare, quel Dragone puzzolente! Buono soprattutto per accendere quei fragranti ed aulenti Toscani! Ah ah ah! Hasta luego, amigos! Ah ah ah!
Hasta a te, caballero!

Yakim e il Drago

Se vuoi ti racconto quella di Yakim e il Drago…
– No… papà… Non mi piace! Ti plego… laccontami ancola quella di Daniele!
No! Non puoi chiedermi questo! Andrà a finire che te la scriverò, così quando saprai leggere…
– Allola dimmi quella di Cappuccetto Lotto! Mi piace tanto quando la nonna cambia voce e dice: “Vulite nu poco li…”!
Assolutamente no! Non sono in vena!
– Allola quella del cobla leale!
No… mi scoccia… e poi non era affatto leale!
– Quella della tigle!
Non me la ricordo proprio!
– Quella del bambino che ha pelso i suoi genitoli e poi incontla Lex Millel e …
Senti, bello! Oggi ti racconto di Yakim! Altrimenti ti metti a giocare da solo cui pazzielli tui! Chiaru?
– E va bene! Pelò dopo me ne lacconti un’altla!
C’era una volta, in un villaggio chiamato Pixuntum, un drago di nome Ciru, che era molto ben voluto dalla comunità, che l’aveva adottato quando era ancora un giovane ramarro che si nutriva di piccoli arboscelli. Il rettile fu addomesticato da quella brava gente e finì presto per svolgere un lavoro utilissimo per chi doveva tagliare le erbacce spontanee che crescevano in talune proprietà poco curate. Uno dei segreti per liberarsi di tali erbacce è di non farle crescere affatto, tosando spesso i prati. Questo non è però sempre possibile e in poco tempo delle erbe e dei fiori di campagna alti quasi quanto un uomo invadono i prati e occorre usare un tagliaerbe munito di lacci o di lame, magari affidando il lavoro a un ragazzotto del paese, a non meno di venticinquemila lire all’ora. Il draghetto era invece gratis e in due o tre pomeriggi era capace di ingurgitare tutta l’erba cresciuta in un ettaro di terreno.
Nel pieno della sua giovinezza a Ciru capitò un brutto inconveniente che gli alienò per un po’ di tempo la simpatia dei Pixuntiani. Tutto cominciò in uno splendido inizio di primavera. Molte persone sono soggette in questo periodo dell’anno all’allergia ai pollini, che le fa starnutire continuamente, tanto che sono costrette a rimanere in casa quando delle assolate giornate le spingerebbe a uscire. Anche Ciru era colpito da un fastidio di quel tipo. Non poteva farci niente. Lui era follemente attirato da alcuni fiori viola che, quando erano annusati da vicino, emanavano un profumo mirabilmente dolce. Purtroppo il loro polline procurava a Ciru uno starnuto dalle conseguenze terribili. Ad ogni scoppio, egli bruciava un fienile, o nu caserieddu, o un’auto parcheggiata, oppure un praticello d’erba matta. Dovevano intervenire i pompieri o quelli della Comunità Montana per spegnere l’incendio, poiché la stagione era già molto calda e il sole batteva assai forte, favorendo il suo rapido e progressivo espandersi. I cittadini del piccolo paese cilintranu non potevano più tollerare la situazione. Pur avendo a cuore la sorte di Ciru, decisero di correre ai ripari. Essi non avevano capito il perché si fosse messo a combinare quei tremendi falò. Non erano esperti di veterinaria né di idioma draghesco. Credevano che quegli eccessi fossero dovuti ad una tragica depressione dell’animale o ad un suo improvviso e folle inselvaticamento. In un’infuocatissima seduta comunale fu deciso di chiamare dall’Africa Yakim, re della giungla, primo cugino di Tarzan e suo valente collega. Pur costando la metà, anche Yakim, come Tarzan, sapeva volare agilmente da una liana all’altra, conosceva le lingue degli animali ed era capace di combattere a mani nude contro un leone, essendo dotato di un fisico davvero considerevole. L’unica grande differenza fra le due così dette scimmie bianche era dato dal colore del loro slip, che era nocciola scuro in Tarzan e vivacemente leopardato in Yakim. I due selvatici ragazzi si conoscevano, si apprezzavano e talvolta andavano perfino a fare le vacanze insieme…
– Dove, papà?
A Reggio Emilia, più precisamente a Gavassa, piccolo centro agricolo a pochi chilometri dalla città emiliana, dov’è nata tua nonna. Dopo tanta foresta, un po’ di pianura piatta e spoglia di alberi era quel che ci voleva per loro. I due cugini ci svernavano in genere verso novembre, nei giorni di San Prospero, pur non essendo particolarmente devoti a quel santo, poiché adoravano la nebbia, così gelidamente e misteriosamente avvolgente, un vero paradiso per chi era abituato al clima torrido dell’equatore. A sera se ne stavano fino a tarda ora a torso nudo e spaparanzati nell’aia a mangiucchiare ciccioli, a bere lambrusco rubino e a riempirsi i polmoni di quell’aria così umida e fresca.
Yakim arrivò a Pixuntum in un battibaleno. Aveva saltato da un albero all’altro dall’Africa Nera fino alla costa tunisina, evitando accuratamente il deserto del Sahara. Si era gettato quindi a nuoto, approdando sulla costa calabra. Era giunto infine nella Città del Sole, cioè a Pixuntum, passando per Maratea, Sapri, Scario, Camerota e, infine, Palinuro.
L’uomo volatile contattò per prima cosa il Sinnacu del paese cilintranu che lo informò subito dei fatti. Alla fine u Capu ru Paisi concluse:
– Mi raccomando, Yakim. Sia prudente ma deciso. Si tratta sempre di nu buonu riavulu, e non è forse colpa sua se gli è dato di volta u cerviellu. Ma a questo punto, lo capirà bene anche lei, la faccenda ci è intollerabile!
– Non si preoccupi, Sinnacu! Nella mia vita ne ho viste di tutti i colori! Mi porti pure da Ciru.
Ciru stava brucando tranquillamente delle ortiche in un boschetto ceduo di Rodiu. L’arrivo di Yakim lo sorprese un po’. Lo sapeva operante in Africa e…
– Papà! Ma è più folte Yakim o Talzan?
Ciascuno gestisce una specifica zona del continente nero, senza entrare mai in competizione con l’altro. Gli animali di Yakim obbediscono ad Yakim e quelli di Tarzan rispettano invece Tarzan.
– Un animale di Talzan può uccidele Yakim?
Non credo. Ormai tutti gli animali del mondo sono a conoscenza degli ottimi rapporti esistenti fra i due cugini. Del resto, a parte l’elefante, nessun animale è più forte di loro due.
– Nemmeno il golilla?
Il gorilla è più forte di Tarzan e di Yakim, ma non lo sa. E poi è un po’ lento nei movimenti. Tu sai inoltre che il miglior amico di Yakim è Kor, il più forte gorilla della foresta.
– Ma la moglie di Yakim è amica di quella di Talzan?
Non troppo. Hanno due caratterini un po’ simili. Torniamo però al draghetto pixuntiano, che era davvero un po’ in crisi. Yakim gli disse, a mo’ di saluto, nel suo vernacolo draghesco:
– Ahu! Uagliù! Che t’ha prisu?
– Uhe, Yakìm! Che mi rici?
– U fiatu tuu stra vrusciandu u munnu!
– E che ci facciu?
– E nu lu fai!
– Ma nu tengu culpa!
– E chi la tene?
– U sciuriddu!
– Che sciuriddu?
– Chiddu viola!
– E te fà starnutì?
– Solo se l’annusu!
– E se l’annusi, starnutisci, e poi vrusci tutte cose?
– L’hai dittu!
– E con gl’ati sciuri?
– Nienti!
– E perché nu li annusi?
– Nu mi vannu!
– Chiddi russi nu su boni?
– Mi fannu schifu!
– Chiddi verdi su tantu odurusi!
– Su boni ma… nu ci vavu pacciu!
– Teni ‘na capa tuosta!
– Lu sacciu!
– U dicià mammema: “Tot i cuion aghan la so passion!”
– U viziu è u viziu!
– Mannaggia!
– Aggiù morì?
– Ciru! Nu fa cusì!
– O m’ammazzu iu, o m’accide n’atu!
– Nu fa u tragicu. Tengu n’idea!
– Tu teni sempe n’idea!
Yakim si raccomandò a Ciro di rimanere per un paio di giorni nei pressi di quel boschetto perché aveva notato che non c’erano fiori viola. Si recò poi in paese per fare delle compere. Ovviamente non trovò a Pixuntum quanto cercava, per cui fu costretto ad arrivare, di ramo in ramo, fino a Casalvelino Scalo, da dove tornò abbastanza soddisfatto di alcune spese che aveva fatto: un barattolo di tintura viola, dal colore uguale a quello dei fiori responsabili degli starnuti del giovane drago, un altro barattolo di tintura color sabbia dei Caraibi, una pennellessa, una forbice da giardinaggio e un grosso rotolo di spago.
In due giorni d’intenso lavoro Yakim fu in grado di pitturare di color sabbia tutti gli sciuri viola e di color viola tutti gli altri sciuri. Lasciò poi Ciru libero di girare per le contrade. Questi dimostrò in breve la veridicità di quella teoria che pretende che ogni vizio dell’uomo possa essere neutralizzato, solo che si voglia comprendere il cuore del vizioso. Ciru non tardò a capire l’operato di Yakim, ma ugualmente non provò più ad annusare i fiori viola ora pitturati di quel pallido ed insignificante giallino. Era invece attirato dai nuovi fiori viola che non gli davano più quella deleteria ed infuocata allergia. Yakim sapeva però che presto sarebbero nati nuovi sciureddi viola al posto di quelli giallini. Provvide quindi ad un innesto di tutti quegli sciuri viola cu chiddi russi, tantu addurusi, ma completamente innocui per Ciru. Completò poi l’operazione inversa. Ora i sciureddi nascevano o viola e col polline innocuo, oppure rossi e col polline allergetico. Il problema fu quindi splendidamente risolto. E in maniera naturale!
Tutta la cittadinanza fu grata ad Yakim non solo di aver impedito il progressivo falò di tutta la zona, ma anche, e soprattutto, di avergli restituito un amico e, soprattutto, un aiuto tanto prezioso per la campagna. Ciru veniva infatti utilizzato non solo per il tagliu dell’eriva, ma anche per l’aratura, la zappatura, la potatura, per la tostatura delle ulive e, addirittura, per la raccolta di nuci e crisommule.
– Papà! Come faceva a laccogliele le noci che sono così piccoline?
Me l’ha spiegato più d’un paisanu, ma ancora… nu l’aggiu capitu beni!
– E adesso… papà! Mi lacconti di Lex e…
– Di quando anche Rex dovette affrontare un drago?
– Sì!
– Magari prima schiaccio un sonnellino…
– No… ti plego… subito!
Prima il pisolino!