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Sull’improvvisare in musica

Ripetere ancora ed ancora una melodia… per adeguarsi ad un assoluto modello inarrivabile… C’è arte in questo?

Lo sforzo infinito di sovrapporsi ad un modello infinito in quanto assoluto è vano, ma in ciò si manifesta, tuttavia, un infinito: divenire uno ed identico all’eterno modello, un movimento che, in quanto non potrà mai avere fine, è l’infinito. Cionondimeno l’arte è creazione; ma come si può creare nell’infinito?

Nell’infinito infatti, è già da sempre compresa ogni possibile creazione, ogni possibilità è già stata prevista e realizzata; dunque non è possibile alcuna ulteriore creazione. Ma l’infinita totalità di ogni singola possibilità di creazione, può nella sua interezza essere presente alla coscienza? Essendo la coscienza un limite dell’infinito che la contiene, la creazione che in essa avviene è il divenire autocosciente di un’altra tra le infinite possibilità dell’infinito, una possibilità ancora non pensata…

Tutte le possibilità già pensate sono, proprio in quanto già sentite, pensate e sapute, proprio in quanto già apparse ed archiviate, limiti superati e sedimentati, inerti e privi di potenzialità creativa, privi cioè di vita. L’uso non convenzionale e non idiomatico di uno strumento, implica invece la messa in opera di un’ulteriore possibilità, di un’idea musicale ancora non pensata, non riconducibile ad alcuna possibilità musicale già realizzata; ovvero crea, dal nostro punto di vista che ancora non è infinito pur ad esso tentando di adeguarsi, qualcosa che prima, non essendo stato portato alla luce della coscienza, ancora non era pensabile, dunque non era per noi. L’improvvisazione quindi, come sperimentazione sul suono puro, è intuizione sintetica, è cioè intuizione che amplia la realtà da noi esperibile ed esperita, poiché aggiunge ad essa possibilità ancora non pensate. È l’orizzonte, illimitato proprio in quanto limitabile all’infinito, entro il quale può apparire ogni ulteriore possibilità di creazione.

L’improvvisazione pura tenta quindi di oltrepassare qualsiasi schema ritmico, melodico ed armonico, ovvero quelle strutture presupposte su cui si presume che la musica debba fondarsi, le quali, proprio in quanto schemi già pensati, sono inerti sedimentazioni prive di vita e movimento interni. Creare con la pura sostanza del suono, significa muoversi a monte, entro il fondamento di ogni possibile schema. Si tratta di dare espressione a puri movimenti sonori, che si organizzano autonomamente in possibili schemi. Tali schemi, che si generano da sé entro la sostanza sonora che ne è il fondamento, sono pertanto irripetibili, in quanto eventi unici ed assoluti in cui il fondamento stesso si dà alla coscienza.

Convoglio

Luoghi generici senza aggettivi
si spostano nei vetri
del mio convoglio extraurbano
bianco e blu, bianco e blu.
Resto da solo e pure circondato
dai miei riflessi al finestrino
rivedo gli abiti indossati
ombrelli, mani, umori.
Come temporale piovo
sopra i giorni del lavoro.
Tra il punto A e il punto B.

(attenzione è vietato attraversare il sovrappasso servirsi dei binari)

Stanco pendolare tra i binari
buon lavoro!
Dal mio convoglio
extraurbano
bianco e blu bianco e blu.

Akt

 

 

 

In ricordo di Rodolfo Maltese

Scomparso lo scorso 3 ottobre 2015, la chitarra del miglior
Banco del Mutuo Soccorso.

Queste sono alcune delle performances che vorrei sottolineare per descriverlo meglio, quando suonava nel progetto multietnico chiamato “Indaco”

Una particolare cover dei Pink Floyd “Set the control for the heart of the sun

Ma….. c’è un ma grande come una casa:
vorrei ricordarlo soprattutto per l’immenso lavoro svolto col Banco del Mutuo Soccorso per cui ha composto parti strepitose.

Quando lo incontrai avemmo un dialogo molto piacevole. Mi ricordo che non potei trattenermi dal mostrargli la mia gratitudine per avere composto insieme ai fratelli Nocenzi la emozionantissima Canto nomade per un prigioniero politico dall’LP
Io sono nato libero. Lui mi rispose “Sì, è vero, abbiamo fatto un lungo lavoro“.

Ecco la lunghissima e meravigliosa “Canto nomade per un prigioniero politico

Qui un estratto del suo lavoro in Canto Nomade, il punto del brano di cui parlavo con lui. Un capolavoro!

Infine, se non lo avete mai fatto, prendetevi un po’ di tempo e rilassatevi ascoltando questo album del Banco, si chiama
…Di Terra, dove Rodolfo si è confermato più volte anche come un gran trombettista, è sua infatti la tromba solista in quest’opera del 1978.

Buon relax

Alessandro Bona L’estetica come riflessione sulla forma

Alessandro Bona

L’estetica come riflessione sulla forma

[1999]

Si deve eternamente soffrire, o fuggire eternamente il bello? O Natura, incantatrice spietata, rivale invincibile, lasciami! Smetti di tentare i miei desideri e il mio orgoglio! Lo studio della bellezza è un duello in cui l’artista grida di sgomento, prima di essere vinto.

Charles Baudelaire

Ouverture

§1. Nel 1798 Franz Joseph Haydn portava a termine l’oratorio Die Schopfung: ad otto anni dalla pubblicazione della Kritik der Urteilskraft, il primo grande artefice della forma-sonata1, la quale già si avviava a divenire nucleo generatore e struttura portante dei grandi capolavori sinfonici del Romanticismo, ci offre l’intera vicenda della creazione, mirabilmente sintetizzata nelle forme e nelle modalità espressive proprie della scienza musicale.

In questo miracolo della maturità, il padre della sinfonia romantica risolve, nell’ambito della sua arte, il problema stesso di una rappresentazione del cominciamento.

Infatti, l’oratorio è preceduto da un’ampia introduzione orchestrale, intitolata emblematicamente La rappresentazione del caos, in cui vengono descritte, con rara efficacia e sorprendente profondità, la creazione del cielo e della terra e la separazione della luce dalle tenebre2. Lo scopo di tale introduzione è, quindi, rappresentare musicalmente il caos originario e la condizione informe del nulla che precede la creazione, nonché l’opera creatrice ed ordinatrice della mente divina.

Al fine di realizzare quest’intento veramente notevole, Haydn si avvale, nell’esordio dell’opera, dell’accordo più “vuoto” possibile, un do all’unisono, col quale viene appunto rappresentato il vuoto cosmico del nulla anteriore alla creazione. Da tale “accordo-matrice” si generano e scaturiscono lentamente movimenti melodici indistinti, accenni motivici vaghi e frammentari, privi di precisa direzione e dall’andamento armonico imprevedibile, i quali rendono immediatamente il senso di spaesamento e disorientamento di una condizione immane ancora priva di dimensioni, di spazio e di tempo. Il moto melodico indulge al cromatismo, e le cadenze restano irrisolte o vengono eluse, in modo da riprodurre l’assenza di forma, ordine ed organizzazione, e tutto ciò fino a quando il coro, che entra sottovoce descrivendo lo spirito divino aleggiante sulle acque, prorompe, dopo il recitativo di Raphael, nell’esclamazione esultante Und es ward Licht, in un impressionante fortissimo che risolve finalmente la cadenza in una “luminosa” tonalità di do maggiore, dissipando l’ambigua oscurità e la tensione suggerite dalle precedenti suggestioni melodiche, e conferendo forma e struttura al pensiero musicale ed alla sua espressione.

Sezione Prima

Struttura e legalità antinomica del concetto di Ineinsbildung

§2. Abbiamo voluto iniziare il nostro lavoro, che verterà essenzialmente sul concetto schellinghiano di Ineinsbildung3, citando un monumento della storia della musica contemporaneo alla nascita dell’estetica come scienza filosofica autonoma, per evidenziare e porre in risalto la profonda relazione, ed i reciproci rapporti, che intercorrono tra la riflessione filosofica e la produzione artistica. A tale proposito, desideriamo chiarire fin da ora il nostro orientamento.

L’interazione tra arte e pensiero, deve essere concepita fondamentalmente in due sensi. Dal punto di vista dell’arte, come possibilità di far emergere i propri procedimenti creativi alla luce dell’autocoscienza; dal punto di vista del pensiero, come occasione per rinvenire nell’arte non solo un concreto e vitale oggetto di riflessione, ma soprattutto la chiave per svelare ed interpretare, innanzi a se stesso, la propria interna produttività, l’intima e feconda vitalità che lo affranca dal rischio, sempre incombente, di ridursi ad un insieme di formulazioni meramente astratte, magari perfette e logicamente ineccepibili, ma cristallizzate ed incapaci di cogliere il reale fluire dell’esistenza. Ciò non significa, come acutamente nota T. Griffero, «risolvere del tutto la filosofia nell’oggettività extrafilosofica» ma «vedere in tale oggettività l’origine positiva di ciò che merita di venire discusso filosoficamente»4.

Dunque, l’estetica non si configura come dissoluzione della purezza del pensiero in qualcosa di estraneo ad esso, ma come luogo privilegiato in cui è possibile ricercare, e porre in atto, la mediazione tra riflessione filosofica e creazione artistica, scoprendo, ad un tempo, l’intima produttività del pensiero e la logica interna dell’attività artistica stessa.

Il concetto di Ineinsbildung, è, appunto, una possibile realizzazione di questa mediazione fondamentale.

§3. Fin dagli esordi fichtiani, Schelling avvertì con forza l’esigenza, assolutamente imprescindibile, di dedurre la forma della riflessione, come forma del nostro sapere in generale, da un fondamento reale ultimo, affinché il pensiero, col venir meno della relazione fondamentale all’essere, non perda il principio stesso della propria reale consistenza. Scrive Schelling:

Chi vuol sapere qualcosa, vuole anche che il suo sapere abbia realtà. Un sapere senza realtà non è un sapere […] O il nostro sapere deve essere assolutamente privo di realtà – un circolo eterno […] un caos nel quale nessun elemento riesce a distinguersi – oppure deve esserci un punto ultimo della realtà da cui tutto dipende, dal quale provengono ogni consistenza ed ogni forma del nostro sapere […] Deve esserci necessariamente qualcosa in cui e per mezzo di cui tutto quel che c’è perviene all’esistenza, tutto quel che è pensato alla realtà e il pensiero stesso alla forma dell’unità e dell’immutabilità […] Non abbiamo posto originariamente nient’altro che un fondamento ultimo della realtà di ogni sapere […] col fatto che debba essere il fondamento ultimo assoluto, ne abbiamo già determinato anche l’essere. Il fondamento ultimo di ogni realtà è un qualcosa che è pensabile solo attraverso sé stesso, solo attraverso il suo essere, e che può essere pensato solo in quanto è; un qualcosa, insomma, nel quale il principio dell’essere e quello del pensiero coincidono5.

Come si vede, fin dall’inizio il tormentato itinerario speculativo schellinghiano è tutto teso alla ricerca di un quid, in cui il principio del pensiero e quello dell’essere (che diverranno il polo ideale e il polo reale della dialettica, entro i quali il sapere filosofico si muove incessantemente) possano venire mediati, un punto di equilibrio dinamico il quale consenta all’elemento ideale della conoscenza (il pensiero) di avere un contenuto reale, che ne garantisca la concretezza, e all’elemento reale della conoscenza (l’essere) di avere una forma ideale, che ne garantisca l’universalità e la comunicabilità. Ovviamente, l’elemento reale della conoscenza varia in funzione dell’oggetto che, di volta in volta, il pensiero prende in considerazione e pone come proprio contenuto: l’estetica di Schelling ci mostra, appunto, il modo in cui il pensiero si organizza nel tentativo di penetrare l’essenza dell’arte e della bellezza, e l’Ineinsbildung è il punto di mediazione e di equilibrio, l’identità che il pensiero scopre tra se stesso e il mondo dell’arte, nella misura in cui essa divenga oggetto e contenuto della riflessione filosofica.

Ma può il pensiero, nell’elaborare un concetto della bellezza, accedere realmente all’essenza dell’arte?

§4. Il 1790, anno della pubblicazione della Kritik der Urteilskraft, segna una tappa fondamentale nello sviluppo della riflessione filosofica intorno all’arte. Difatti, in questo capolavoro del pensiero occidentale, che A. Bosi definisce «un megalito enigmatico»6 per la profondità d’indagine e la problematicità che lo caratterizza, Kant espone gli esiti più maturi del criticismo, grazie ai quali, nel dare una fondazione trascendentale alla nostra facoltà di giudicare intorno alla bellezza ed all’arte, verrà fondata l’autonomia stessa dell’estetica in quanto scienza filosofica moderna. Quest’opera, come scrive L. Anceschi, «da un lato, sistema, dandole nuovo significato, pressoché tutta la riflessione estetica precedente, dall’altro rappresenta in sé un’originale e ricca sintesi sistematica e un nuovo movimento interno del pensiero kantiano; da un lato, apre lo svolgimento seguente della riflessione estetica sia essa filosofica che poetica, dall’altro sembra anche avere un singolare e vivo significato nel presente momento della ricerca scientifica […] è un testo che si presenta, per certi aspetti e sicuramente più della altre due Critiche, vivacemente attuale»7.

La fondazione trascendentale dell’autonomia e della purezza della forma del giudizio di gusto, e la determinazione di una sua possibile legislazione a priori, forniscono al pensiero un eccezionale strumento nella considerazione del fenomeno artistico in generale, e nella formulazione di un concetto del bello.

L’a priori della legislazione propria del giudizio di gusto «non può essere mutuato né dall’intelletto e dalla sua legislazione, né dalla volontà e dalla sua legislazione. In questo caso, il Mittelglied cadrebbe sotto l’una o l’altra di queste legislazioni, perdendo la specificità della sua funzione. Pertanto, esso può trarre la sua legislazione solo da sé stesso»8. La ricerca di un Mittelglied, di un termine medio tra intelletto e volontà, che risolva il dissidio tra ragion pura e ragion pratica, e pertanto la conseguente lacerazione interna all’essere umano, porta Kant a scoprire una terza facoltà9, la facoltà del Giudizio, caratterizzata da una propria autonomia e purezza formale, e dalla possibilità di essere dedotta interamente a priori. La funzione fondamentale di tale facoltà, si esprime nel giudizio riflettente, il quale non determina l’oggetto particolare della conoscenza entro leggi scientifiche oggettive (come accade nel caso del giudizio determinante), ma riflette sull’oggetto particolare, ricercando il generale e l’universale che lo possa comprendere: «se, in tutti i casi, per giudizio si ha da intendere la facoltà di pensare il particolare come contenuto nel generale, si possono distinguere due tipi di giudizio: il giudizio determinante [die bestimmende Urteilskraft] che opera quando il particolare è assunto in un generale dato e il giudizio riflettente [die reflektierende Urteilskraft] quando è dato il particolare e il generale deve essere trovato […] Esso opera secondo un principio che, se non può ovviamente esser ricavato dalla esperienza […] non può esser tratto dalle legislazioni a priori dell’intelletto e della volontà che hanno altre funzioni, e deve, dunque, esser trovato dal giudizio solo in se stesso»10. Ma il fatto che il giudizio riflettente tragga da se stesso il principio generale della propria legislazione a priori, significa che esso, per trovare il generale entro cui comprendere l’oggetto particolare della propria riflessione, riflette in realtà su se stesso e sulla propria forma. In altri termini, nel ricercare il principio universale (quantunque soggettivo) della bellezza, vale a dire della forma generale nella quale possa essere compreso un qualsiasi oggetto che si definisce “bello” (che si predica, cioè, della bellezza), il pensiero riflette su sé stesso, scoprendo in se stesso la forma di quel principio universale definito “bellezza”.

In questo senso, l’estetica può essere definita riflessione sulla forma che il pensiero assume, nella misura in cui si esprime come giudizio di gusto, elaborando un concetto della bellezza, ovvero formulando quel principio generale, nel quale i prodotti particolari dell’arte possano essere compresi e conosciuti filosoficamente. Tale principio generale è il Mittelglied ricercato, e si configura come condizione formale a priori di ogni possibile giudizio di gusto: Kant lo definirà, a conclusione del terzo momento dell’Analitica del bello, come forma della finalità senza scopo11.

§5. A questo punto, siamo in grado di fornire una risposta, seppure provvisoria, alla domanda formulata in conclusione del terzo paragrafo.

La forma della finalità costituisce la struttura pura del giudizio riflettente: secondo una delle quattro definizioni della bellezza, che Kant ci fornisce nella terza Critica12, quando pronunciamo un giudizio di gusto, noi raccogliamo il molteplice empirico, che definiamo “bello”, in una forma della finalità priva di scopo, la cui legislazione, deducibile interamente a priori e non mutuabile dalle legislazioni dell’intelletto e della volontà (cfr. §4), ci consente di conoscere, in modo non-determinante, un dato molteplice empirico, poiché esso viene ordinato ed unificato nella forma della finalità. Scrive, a tale proposito, il Cassirer:

Alla finalità (Zweckmässigkeit) di un determinato costrutto noi oggi siamo soliti associare l’idea di una funzionalità cosciente (Bewusst-Zweckhaft), di qualcosa di prodotto deliberatamente [rispondente al fine nel senso di «pratico», «funzionale», «opportuno», «utile»], la quale idea va tenuta anzi tutto ben lontana se vogliamo cogliere la questione nella sua vera universalità. L’uso linguistico del secolo XVIII prende la «finalità» in un senso più ampio: vi vede l’espressione generica di ogni concordare delle parti di un molteplice in un’unità, non importa su quali basi tale concordanza si fondi o a quali fonti si ascriva […] Un tutto si dice «finalistico» quando vi ha luogo un’articolazione delle parti tale che ogni parte non si limita a stare accanto all’altra, ma è in consonanza con l’altra nel suo significato caratteristico. Solo in una situazione siffatta da semplice aggregato di parti il tutto muta in un sistema chiuso in cui ogni membro possiede una sua caratteristica funzione, ma tutte queste funzioni stanno fra loro in un accordo tale da fondersi tutte insieme in un unico significato complessivo e in un operare complessivo unitario13.

Come si vede, la struttura della forma della finalità (ed il principio della finalità formale ad essa correlato), intesa nell’originario significato di concordanza delle parti di un molteplice in un’unità, è la stessa forma dell’unità di cui Schelling parla nel saggio Vom Ich als Prinzip der Philosophie (cfr. §3). La forma della finalità s’identifica, quindi, con il concetto di bellezza prodotto dal pensiero nella formulazione del giudizio riflettente, ed è la forma dell’unità ricercata da Schelling quale fondamento ultimo di ogni realtà, pensabile solo attraverso se stesso. Ancora influenzato da Fichte, Schelling lo equiparerà alla forma stessa dell’io come principio incondizionato del sapere umano; ma dopo la svolta estetica del suo itinerario speculativo, essa verrà ripensata e ridefinita nel concetto di Ineinsbildung, quale uni-formazione di infinito e finito nel finito (o di ideale e reale nel reale)14.

Sostenendo ciò, intendiamo mostrare fondamentalmente tre cose, che si profilano come asse portante dello sviluppo del nostro lavoro.

a) Il concetto di Ineinsbildung, così come Schelling lo espone nella prima sezione della Philosophie der Kunst, si delinea come l’evoluzione, in senso speculativo, della forma della finalità del giudizio riflettente, e trova in essa il proprio fondamento e la propria origine più prossima15.

b) L’Ineinsbildung costituisce la realizzazione della possibilità, già latente nella terza Critica kantiana, di un uso non-determinante dell’intelletto16, vale a dire di un uso produttivo dell’intelletto stesso: nella misura in cui il pensiero s’impegna nel produrre un concetto della bellezza e dell’arte, tentando di determinarne coerentemente la forma concettuale, oltrepassa la legalità del proprio uso logico ordinario, e diviene, per così dire, “creativo”, ovvero artisticamente produttivo. In altri termini, assumendo l’arte come oggetto di riflessione, il pensiero si spinge al di là della forma logica del proprio riflettere consueto, e scopre in se stesso le medesime potenzialità produttive dell’arte; l’impiego di tali potenzialità amplia, modifica ed espande la stessa forma logica della riflessione, conferendo ad essa una validità estetica (oltre che logica) e legittimando, con ciò, la possibilità stessa di una filosofia dell’arte.

c) Nel momento in cui il pensiero inizia a riflettere esteticamente (oltre che logicamente), si produce l’idea di bellezza e la forma concettuale che la esprime, nella quale il principio di non-contraddizione cessa di avere validità esclusiva ed assoluta: ad esso subentra il principio della dialettica speculativa, grazie al quale è finalmente possibile far emergere l’interazione dinamica tra poli opposti e, con essa, il concreto movimento e la vita stessa del pensiero.

Soltanto a queste condizioni, fu possibile per Schelling mediare e conciliare gli opposti finito/infinito (o reale/ideale) nel concetto di Ineinsbildung, elaborando quindi una forma concettuale della bellezza che, in quanto uni-formazione di infinito e finito nel finito, è, di fatto, un superamento del principio di non-contraddizione, alla logica del quale essa non può che apparire come un paradosso. Infatti, la logica consueta ed ordinaria, fondata sul principio di non-contraddizione, deve limitarsi a determinare, fissare e cristallizzare nel pensiero l’uno o l’altro degli opposti, astraendolo dalla relazione e dall’interazione col suo reciproco complemento17. Ma nel concetto di bellezza, il pensiero ritrova l’unità (e la consistenza ontologica) dell’opera d’arte nell’unità finita e particolare di infinito e finito, o di ideale e reale, esprimendosi in una forma “logica” la cui logica è tale da poter espandere il movimento della riflessione contemporaneamente ad entrambi gli opposti, senza chiuderla ed isolarla in uno solo di essi, il quale, privato del suo reciproco, è una mera astrazione.

Per tali ragioni, riteniamo che il pensiero abbia facoltà di accedere realmente all’essenza dell’arte, a condizione di ricercare dentro di sé la stessa produttività dell’arte su cui riflette, senza ridurla, peraltro, alle leggi della logica della non-contraddizione, che, per sua natura, non è in grado di comprenderla, ma sforzandosi di elaborare una diversa forma logica (la logica della contraddizione), la quale possa adattarsi all’enigma assoluto che tenta di comprendere: l’enigma della bellezza.

§6. Il nostro intento di fondo, ormai apparirà chiaramente, consiste, in sostanza, in una rivalutazione ed attualizzazione dell’idea di bellezza, così come essa si manifesta nell’estetica schellinghiana.

Con ciò non pretendiamo, ovviamente, di ribadire forzosamente la validità di parametri estetici affidati ormai alla storia, che hanno significato solo nella misura in cui vengano inseriti nel contesto storico-sociale e culturale in cui sono sorti, ma di riaffermare il senso ed il valore attuale della riflessione sulla bellezza, nonché la fecondità ch’essa può apportare alla stessa riflessione filosofica, proprio in virtù dell’intrinseca ambiguità ed enigmaticità che la caratterizzano peculiarmente. Difatti, come accennato nel paragrafo precedente, riflettendo sull’essenza dell’arte, il pensiero genera in se stesso la forma concettuale del bello, l’idea di bellezza; ma tale forma si pone, dal punto di vista di un uso determinante dell’intelletto, come un paradosso enigmatico che vìola la legalità logica del principio di non-contraddizione. E proprio per questo motivo, la riflessione intorno al problema della bellezza ci appare di importanza vitale, e di pressante attualità, per il pensiero filosofico in generale. Pensando l’idea di bellezza, e tentando di produrne la forma concettuale, l’intelletto mette in discussione la validità universale ed assoluta della logica del principio di non-contraddizione (sul quale si fonda tutta la tradizione metafisica, fino a Kant), ed entra in una profonda crisi che lo conduce ai limiti estremi della legalità del proprio uso logicamente valido. L’esito di tale operazione potrebbe significare la rinuncia dell’intelletto alle proprie esigenze conoscitive strutturali (e, quindi, la dichiarazione del proprio fallimento e della propria auto-distruzione), oppure la scoperta della possibilità di un uso diverso delle proprie potenzialità conoscitive e di un tipo di logica alternativa a quella del vecchio principio di non-contraddizione: una logica dell’auto-superamento che consenta alla forma della riflessione di trasporsi nella forma della bellezza (cfr. §5). Noi propendiamo per questa seconda ipotesi.

Il pensiero della bellezza è dunque, per l’uomo, un’autentica esperienza-limite, che conduce la ragione agli estremi confini del proprio dominio intellettuale, sospingendo l’intelletto a conoscere e dare forma a ciò che, pur essendo inconoscibile ed informe per l’astratta logica della non-cotraddittorietà, è conoscibile esteticamente, e diviene formalizzabile alla luce della forma dell’idea di bellezza, la quale può essere espressa, in via del tutto ipotetica, come forma-limite inesauribile, ovvero come forma infinita e compiuta.

Si tratta chiaramente di un’antinomia, ma che riteniamo adeguata a rendere tutta intera la problematicità ed aporeticità delle definizioni kantiane della bellezza e dello stesso concetto schellinghiano di Ineinsbildung. Infatti, quale senso logico possiamo attribuire ad un qualcosa che piace universalmente ma senza concetto18, o alla forma di una finalità priva di scopo, o all’uni-formazione di infinito e finito nel finito, se non il senso di un paradosso che deroga alla legalità di un uso logicamente valido dell’intelletto? È mai possibile definire coerentemente la bellezza come ciò che piace universalmente senza concetto, se l’universalità è proprio ciò che, per definizione, è attribuibile al concetto e ne costituisce la qualità essenziale; o come forma della finalità senza scopo, quando la forma di una finalità non è concepibile, in generale, se non in connessione alla rappresentazione di un fine, in funzione del quale essa sia strutturata ed organizzata? In virtù di cosa ci è lecito, in fine, uni-formare nel finito l’infinito ed il finito, laddove infinito e finito (così come ideale e reale, essere ed apparire) sono inconciliabili e vicendevolmente si escludono?

Tutti questi sono esempi emblematici di paralogismo; eppure, dal punto di vista estetico, essi acquisiscono lo statuto di forme-limite, grazie alle quali il pensiero acquista la facoltà di adattare la forma logica della riflessione alla “logica” della produttività artistica sulla quale indaga. In virtù di esse, il pensiero riscopre dentro di sé, come energia ed alimento vitale, quella medesima produttività su cui riflette, e la forma stessa del riflettere ne fuoriesce trasfigurata, diremmo quasi “trans-formata”, verso orizzonti di conoscenza più ampi, finalmente adeguati a comprendere, in tutta la loro ricchezza e pienezza vivente, fenomeni ed aspetti fondamentali dell’esistenza, come l’arte, l’eros o la natura, che alla riflessione astratta, chiusa in sé e fine a se stessa, non possono non apparire poveri e vuoti, lontani, sterili e morti, come sterile e morta è la riflessione intellettuale che tenta di ridurli a se stessa.

Sezione Seconda

Universalità ed attualità dell’idea di bellezza

§7. Avviandoci a concludere questa esposizione introduttiva, riteniamo opportuno spendere ancora qualche parola sull’ambigua “legalità antinomica” dell’idea della bellezza, che è uno dei concetti fondamentali del nostro lavoro.

Pur essendo l’estetica una scienza filosofica di recente acquisizione nella storia del pensiero occidentale, la riflessione sul bello non è un’invenzione dell’epoca moderna: fin quasi dal suo sorgere, il logos ebbe a confrontarsi (ed a scontrarsi) con l’arte, e la definizione della bellezza costituì sempre un problema filosofico scottante e di non facile soluzione. Si pensi al celeberrimo passo platonico del Fedro, interpretabile come «la prima rigorosa formulazione filosofica della consistenza ontologica del bello»19, che non sarà vano citare per intero: «Per quanto riguarda la bellezza, poi, come abbiamo detto, splendeva fra le realtà di lassù come Essere. E noi, venuti quaggiù, l’abbiamo colta con la più chiara delle nostre sensazioni, in quanto risplende in modo luminosissimo. Infatti, la vista, per noi, è la più acuta delle sensazioni, che riceviamo mediante il corpo. Ma con essa non si vede il pensiero, perché, giungendo alla vista, susciterebbe terribili amori, se offrisse una qualche chiara immagine di sé, né si vedono tutte le altre essenze che sono degne di amore. Così solo la Bellezza sortì questo privilegio di essere ciò che è più apparente e più amabile»20.

Se, per certi versi, la formulazione platonica della consistenza ontologica della bellezza «costituisce ormai un arcaismo concettuale»21, per altri, in essa è già individuabile la struttura antinomica della forma-limite inesauribile, che caratterizza l’idea della bellezza (cfr. §6), e la rende applicabile, in quanto esperienza e concetto limite, anche alle più recenti ed attuali espressioni artistico-performative:

Ma se è vero che la “cosa” non si può dare al di fuori della relazione e che dunque, riguardando l’opera come cosa, non si può eliminare il suo carattere semiotico, non è illegittimo concludere che il vecchio principio della bellezza come valore (anche se non metafisico, né tantomeno etico) attribuito preriflessivamente alla cosa ha diritto di cittadinanza nella sfera estetica purché si tenga conto del mutamento intervenuto nelle esigenze espressive degli artisti e nella concezione stessa dell’arte […] In virtù della forte oscillazione impressa dalle correnti contemporanee al vecchio alone auratico, anche ciò che veniva considerato brutto, disdicevole, disordinato (e via via scendendo nella gerarchia assiologica, fino a giungere al vero e proprio trash) si trova ad essere ricompreso nel campo logico del concetto di “bello”, dopo che quest’ultimo si è dilatato fino a coincidere con il valore semiotico dell’opera, con il suo farsi vettore di significati in un contesto concepito a sua volta come rete di rapporti semiotici cangianti22.

Dunque, il concetto del bello può ancora trovare legittima applicazione nel campo dell’arte contemporanea, se l’opera si fa portatrice di un complesso di significati, se l’opera, cioè, esprime un qualsivoglia contenuto assiologico: non si tratta, come abbiamo visto, di un valore metafisico od etico, ma comunque di un valore, e tale valore potrebbe addirittura rivelarsi come un’autentica possibilità, per il pensiero che riflette sull’arte, di apertura all’essere23.

L’idea della bellezza, unica tra gli eterni archetipi, appare sensibilmente ed è coglibile mediante la vista (come ci attesta la formulazione platonica del Fedro); dunque, essa è la sola tra le forme intelligibili che può essere conosciuta anche con i sensi, e ciò che in essa viene conosciuto sensibilmente, non è illusione o mera apparenza: ciò significa che anche la conoscenza sensibile (e non solo quella intelligibile), potendo cogliere l’essere nella forma della bellezza, reca in sé un criterio di verità ed è caratterizzata da un valore epistemico positivo, e pertanto non deve essere considerata necessariamente ingannevole ed illusoria. Ma – ribadisce Platone – «con essa non si vede il pensiero […] né si vedono tutte le altre essenze che sono degne di amore»; eppure, «la Bellezza […] splendeva fra le realtà di lassù come Essere», ed è «ciò che è più apparente e più amabile»: si nota qui chiaramente, in tutta la sua enigmaticità, l’ambigua connotazione del bello, che, nel medesimo tempo, ci nasconde e ci rende manifesta la verità dell’essere.

In questo senso la bellezza è forma-limite inesauribile, poiché uni-forma un’inesauribilità di significato (la pienezza di senso e valore della propria consistenza ontologica), e una forma visibile (che la limita e la rende esteticamente, e sensibilmente, fruibile) nell’opera d’arte. Per tali ragioni, la bellezza si configura come forma infinita e compiuta (cfr. §6): infinita, in quanto gravida dell’inesauribilità stessa dell’essere, e compiuta, in quanto limite che rende l’essere stesso conoscibile compiutamente entro la finitezza sensoriale della nostra fruizione estetica.

§8. A questo punto, data la natura introduttiva della presente esposizione preliminare, riteniamo di aver delineato, con sufficiente chiarezza e completezza, l’evoluzione del pensiero dalla forma della riflessione su di sé, alla forma che esso assume nell’idea di bellezza (che è la forma del proprio superamento), nell’applicare cioè la forma della riflessione all’indagine intorno all’essenza della creatività artistica (cfr. §§5-6).

Si potrà legittimamente obiettare che, a tali condizioni, la filosofia perda la legittimità del proprio contenuto, e si riduca a mera deduzione dei principi costitutivi delle varie scienze su cui riflette. Ma, come nota T. Griffero, «l’orientamento schellinghiano fu esattamente l’opposto di un’epistemologia che si vanta di essere in sé stessa priva di contenuti, si configurò piuttosto come la permanente ricerca di partner ideali adatti a integrare e dare sostanza al discorso filosofico stesso […] e cioè, a seconda dei tre ipotetici periodi della sua filosofia e schematizzando molto uno sviluppo proteiforme, rispettivamente nella natura, nell’arte e nel «Dio che diviene» attraverso la mitologia e la rivelazione»24.

Difatti Schelling si rese ben presto conto dei limiti strutturali che caratterizzano la riflessione intellettuale, e, a partire dalla fase del suo pensiero che riguarda la fondazione di una filosofia della natura (o fisica speculativa), tentò di porvi rimedio superandone la forma in un sistema di pensiero di più ampio respiro che, pur senza rinunciare agli indispensabili presupposti di una fondazione trascendentale, potesse garantire alla filosofia la capacità di cogliere in concreto il senso e l’esistenza del proprio oggetto di riflessione, sia esso la natura o l’arte. Ma leggiamo cosa scrive il nostro filosofo a proposito della riflessione: «La mera riflessione è dunque una malattia dello spirito umano, non solo, ma quando estende il suo dominio su tutto quanto l’uomo, è quella malattia che uccide in germe la sua più alta esistenza, e alle radici la sua vita spirituale, che rampolla solo dall’identità»25. Pertanto, Schelling assimila la riflessione ad una «malattia dello spirito»: le conseguenze di tale malattia sono la separazione tra soggetto ed oggetto (la cosa in sé), la rottura dell’equilibrio tra il polo ideale ed il polo reale della dialettica (cfr. §3), ed il venir meno dell’identità originaria uomo-mondo (o pensiero-essere). Per tali ragioni, la riflessione «considerando il mondo come una cosa in sé che né intuizione né immaginazione, né intelletto né ragione riescono a raggiungere […], rende permanente quella separazione tra l’uomo e il mondo»; tuttavia «la filosofia deve presupporre quella separazione originaria, giacché senza di essa non avremmo alcun bisogno di filosofare. Perciò essa non accorda alla riflessione che un valore negativo. La vera filosofia parte da quella separazione originaria per riunire con la libertà ciò che nello spirito umano era originariamente e necessariamente unito, cioè per superare per sempre quella separazione; e poiché essa […] è una disciplina della ragione traviata, da questo punto di vista lavora alla propria distruzione»26.

Ed ecco, finalmente dispiegati, il senso e la necessità della riflessione sul bello. Se la mera riflessione è quella “malattia” dello spirito umano che cristallizza il pensiero nelle forme concettuali rigide di un dualismo astratto, incapace di cogliere il fluire originario della vita e la creatività assoluta dell’arte nella loro concretezza, allora la produzione dialettico-speculativa dei concetti di Organisation27 nella filosofia della natura, e di Ineinsbildung nella filosofia dell’arte, ne sono senz’altro la “cura” più efficace. Permanendo nell’ambito estetico che ci compete, potremmo dire che la produzione della forma dell’idea di bellezza, sopperisce all’incapacità ed alla debolezza strutturali dell’intelletto “malato” di riflessione, che si mostra inadeguato ad una concreta comprensione del fenomeno artistico, almeno fino a quando non deroghi alla legalità di un uso logicamente valido delle proprie categorie conoscitive: a tali condizioni, il pensiero scopre in se stesso le medesime potenzialità produttive dell’arte, e può, quindi, concepire una forma concettuale (l’idea di bellezza) adeguata a comprenderne l’essenza (cfr. §§5-6).

Solo in questo modo è possibile concepire, ad esempio, una rappresentazione del caos (cfr. §1), ossia conferire la forma della rappresentazione ad un qualcosa (il caos) che è di per sé l’assoluto informe e la totale privazione di forma: sospingendo il pensiero ai limiti estremi della logica della non-contraddittorietà, e provocando così in esso una crisi che lo porterà all’auto-distruzione, oppure (più auspicabilmente) alla produzione della forma-limite inesauribile dell’idea di bellezza (cfr. §6).

§9. Tutto quanto siamo venuti fin qui esponendo, non intende essere (come potrebbe apparire ad una prima considerazione) la riesumazione di una metafisica del bello, né pretende di aprire nuove vie alla ricerca estetica. Molto più modestamente, abbiamo ritenuto opportuno porre in evidenza quelle peculiarità dell’idea di bellezza, le quali ci sembrano adeguate a focalizzare i reciproci rapporti che intercorrono tra arte e filosofia, nonché a facilitare la comprensione e l’interpretazione filosofica dell’arte stessa.

D’altronde, i concetti che abbiamo esposto non sono certo una novità! Si leggano, ad esempio, questi versi di Vincenzo Monti, i quali, alla luce delle considerazioni svolte fino a questo punto, ci sembrano estremamente significativi:

Della mente di Dio candida figlia,

Prima d’Amor germana, e di Natura

Amabile compagna e maraviglia;

Madre de’ dolci affetti, e dolce cura

Dell’uom che varca pellegrino errante

Questa valle d’esilio e di sciagura;

Vuoi tu, diva Bellezza, un risonante

Udir inno di lode, e nel mio petto

Un raggio tramandar del tuo sembiante?

Senza la luce tua l’egro intelletto

Langue oscurato, e i miei pensier se’n vanno

Smarriti in faccia al nobile subbietto […]

Stavasi ancora la terrestre mole

Del càos sepolta nell’abisso informe,

E sepolti con lei la luna e il sole;

E tu, del sommo facitor su l’orme

Spazïando, con esso preparavi

Di questo mondo l’ordine e le forme.

V’era l’eterna Sapïenza, e i gravi

Suoi pensier ti venìa manifestando

Stretta in santi d’amor nodi soavi.28

Non sarà disagevole individuare, in un contesto neoclassico di cui Schelling fu, per certi versi, l’erede ed il continuatore, l’affiorare di tematiche di matrice neoplatonica, quali il nesso tra l’idea di bellezza e la sapienza divina; il tralucere della bellezza, come archetipo intelligibile, nell’ordine e nelle forme del mondo sensibile; la relazione tra la contemplazione delle forme sensibili, e la conoscenza della loro forma eterna ed immateriale nell’idea di bellezza. Ma soprattutto, ci colpisce il fatto (che riguarda da vicino la nostra trattazione) di un «egro intelletto», ovvero di un intelletto che, privato della luce dell’idea di bellezza, è debole e malato, ma che in essa diviene capace, nella poesia o nella musica, di rappresentare il caos, di dare forma nell’arte all’informe. Inoltre, ci sembra quanto mai sorprendente, e degna di approfondimento, l’analogia tra «l’egro intelletto» del Monti e la mera riflessione come «malattia dello spirito umano» di cui ci parla Schelling (cfr. §8).

Per quanto concerne, poi, la struttura e la legalità antinomiche dell’idea di bellezza, esse si trovano magnificamente esemplificate perfino nei seguenti versi di Charles Baudelaire:

Viens-tu du ciel profond ou sors-tu de l’abîme,

O Beauté! ton regard, infernal et divin,

Verse confusément le bienfait et le crime,

Et l’on peut pour cela te comparer au vin.

Tu contiens dans ton œil le couchant et l’aurore;

Tu répands des parfums comme un soir orageux;

Tes baisers sont un philtre et ta bouche une amphore

Qui font le héros lâche et l’enfant courageux.

Sors-tu du gouffre noir ou descends-tu des astres?

Tu sèmes au hasard la joie et les désastres,

Le Destin charmé suit tes jupons comme un chien;

Et tu gouvernes tout et ne réponds de rien […]

Que tu viennes du ciel ou de l’enfer, qu’importe,

O Beauté! monstre énorme, effrayant, ingénu!

Si ton œil, ton souris, ton pied, m’ouvrent la porte

D’un Infini que j’aime et n’ai jamais connu?

De Satan ou de Dieu, qu’importe? Ange ou Sirène,

Qu’importe, si tu rends, — fée aux yeux de velours,

Rythme, parfum, lueur, ô mon unique reine! —

L’univers moins hideux et les instants moins lourds?29

In un contesto romantico ormai decisamente orientato verso il Decadentismo, svetta con potenza incoercibile l’esperienza-limite del bello, di un qualcosa di stupefacente e paradossale (eppure concettualizzabile e rappresentabile) che ci scuote dal profondo e ci proviene, nel medesimo tempo, dalla limpida purezza luminosa dei cieli e dagli abissi infernali del caos; un qualcosa la cui nozione è talmente inconcepibile, da abbracciare insieme e cogliere in un solo sguardo il tramonto e l’aurora. L’esperienza-limite della bellezza, di un mostro affascinante e stupendo che è, insieme, angelo e sirena, ci spalanca le porte dell’infinito, e ci pone innanzi all’ambiguità stessa della natura umana, che riesce a concepire l’eternità nelle miserie della corruzione inevitabile, e la vita stessa del divino entro le pieghe del destino di morte che tutti, ineluttabilmente, ci accomuna e ci attende.

Questo è il senso profondo ed autentico dell’idea di bellezza, della forma di un limite che, proprio in quanto limitata, ci consente di cogliere, nel limite angusto della nostra temporalità, l’inesauribilità stessa dell’infinito. Tale è il paradosso, immenso e doloroso, in cui s’esperisce il significato e la destinazione etica della condizione umana, insieme all’angosciante consapevolezza della sua intrinseca irresolubilità.

Per tali ragioni, riteniamo che la forma dell’idea di bellezza, con le caratteristiche che abbiamo esposto, possa cogliere efficacemente anche il senso delle sperimentazioni artistico-performative più attuali ed estreme, quali la body-art, il tattooing ed il piercing30.

In esse, il corpo stesso dei performers diviene la materia dell’esperienza-limite dell’arte: nella totale assenza di qualsiasi connotazione auratica (originariamente associata al significato mitico-religioso di tali pratiche, legate alla ritualità tribale), le membra degli esecutori vengono incise indelebilmente, trafitte con oggetti metallici acuminati e, dopo esser state infilzate con ganci, sospese a mezz’aria o trascinate lungo il pavimento. Nell’azione scenico-performativa, i corpi nudi dei performers vengono “de-formati” e si trasformano in cyborgs, in esseri cibernetici che, come orride commistioni di membra organiche ed espansioni artificiali, in plastica e metallo, meccaniche ed elettroniche, rappresentano non solo l’assunzione, entro la forma stessa del corpo, dell’odierno disagio sociale e della dolorosa tragicità che caratterizza, da sempre, la condizione umana, ma anche il delinearsi di un radicale mutamento di forma nella percezione della dimensione spazio-temporale della corporeità, che comincia ad interessare globalmente l’umanità oltre le soglie dei labirinti imponderabili della realtà virtuale.

I futuri sviluppi e gli esiti ultimi di questa nuova forma di visione del mondo, permangono, a tutt’oggi, quanto mai imprevedibili.

1 «La forma-sonata nella sua architettura sostanziale […] presenta lo schema A-B-A1. Tale schema si riscontra soprattutto nel primo tempo della sonata, inteso come complesso; in esso A è l’esposizione dei due temi (introduzione, I tema nel tono principale, passaggio modulante, II tema in un tono affine, coda o code); B è lo svolgimento tematico, vale a dire una fantasia sui due temi esposti nella parte A e sui motivi del passaggio e delle code, qualche cosa che si può paragonare ad un complesso di ragionamenti, di deduzioni, di raffronti, per mezzo dei quali dalle premesse (temi) si arriva alle conseguenze (ripresa); A1 è la ripresa, in cui ricompare il primo tema nel tono principale, segue un passaggio modulante, quindi il secondo tema nel tono principale, e in fine la coda». A. Della Corte, G. M. Gatti, Dizionario di musica, Paravia, Torino 1956, p. 597; v. anche M. Mila, Breve storia della musica, Einaudi, Torino 1997, pp. 182-4.

2 Per la descrizione dell’introduzione orchestrale all’oratorio, ci siamo avvalsi dell’ottima guida all’ascolto di C. Toscani, cfr. Amadeus, 1/94, pp. 6-10.

3 Uni-formazione è il termine utilizzato da L. Pareyson per tradurre il concetto schellinghiano di Ineinsbildung. Essa non deve essere intesa nel senso corrente di adeguazione, o sottomissione, ma in senso etimologico, vale a dire come formazione-in-unità, ovvero mono-morfosi, che è il termine utilizzato da X. Tilliette per tradurre il medesimo concetto. L’Ineinsbildung è semanticamente collegata a Einbildung (in-formazione, formazione interna) ed a Einbildungskraft (immaginazione, facoltà della costruzione delle immagini), ed indica la perfetta coincidenza di infinito e finito nel finito, o di ideale e reale nel reale. Essa si configura, quindi, come sintesi estetica di assoluto e limitazione: è il reciproco compenetrarsi di infinito (universale) e finito (particolare), la trasfigurazione del finito ad opera dell’infinito che in esso si incarna e, essendone rivestito, è reso da esso conoscibile ed esteticamente fruibile. L’Ineinsbildung è, per Schelling, l’essenza stessa della bellezza. Cfr. F. W. J. Schelling, Filosofia dell’Arte, a c. di A. Klein, Prismi, Napoli 1997, pp. 9-50, 65-77; §§16-22, pp. 86-90 (d’ora in poi, la Philosophie der Kunst verrà citata con la sigla PdK, seguita dal numero di paragrafo e di pagina dell’edizione italiana); L. Pareyson, Schelling, Marietti, Torino 1975, p. 270.

4 T. Griffero, L’estetica di Schelling, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 7.

5 Schelling, Dell’Io come principio della filosofia, a c. di A. Moscati, Cronopio, Napoli 1991, §1, p. 31-3.

6 È, questo, il titolo del primo paragrafo dell’accurata introduzione che A. Bosi premette alla sua puntuale traduzione della terza Critica kantiana. Cfr. I . Kant, Critica del Giudizio, UTET, Torino 1993, p. 9.

7 L. Anceschi, Tre studi di estetica, Mursia, Milano 1966, p. 59. Si tratta del terzo degli studi che compongono il pregevole volume, s’intitola «Vorrede» ed «Einleitung» alla Critica del Giudizio, ed è una preziosa introduzione alla lettura della terza Critica.

8 Ibidem, p. 71.

9 Cfr. ibidem, pp. 87-8.

10 Ibidem, pp. 82-3.

11 Cfr. I. Kant, Critica del Giudizio, trad. di A. Gargiulo, riv. da V. Verra, con intr. di P. D’Angelo, Laterza, Bari 1997, §17, pp. 131-9 (d’ora in poi, la Kritik der Urteilskraft verrà citata con la sigla KdU, seguita dal numero di paragrafo e di pagina dell’edizione laterziana).

12 Cfr. KdU, §17, p. 139.

13 E. Cassirer, Vita e dottrina di Kant, pres. di M. Dal Pra, trad. di G. A. De Toni, La Nuova Italia, Firenze 1994, pp. 342-3.

14 Cfr. PdK, §16, p. 86.

15 Per rintracciare l’origine remota del concetto di Ineinsbildung, bisogna risalire al Neoplatonismo ed a Plotino (cfr. Enneadi, V, 8), passando attraverso il concetto eriugeniano di imaginatio (cfr. Giovanni Scoto Eriugena, Exp. sup. hier. cæl., 1, 3, p. l. 122, 138) ed il pensiero rinascimentale. Questa linea ermeneutica è sostenuta anche da A. Klein e W. Beierwaltes. Cfr. Klein, Presentazione alla Filosofia dell’Arte, op. cit., pp. 10-14; Beierwaltes, Platonismo e idealismo, a c. di E. Marmiroli, Il Mulino, Bologna 1987; Identità e differenza, intr. di A. Bausola, trad. di S. Saini, Vita e Pensiero, Milano 1988, pp. 241-79.

16 Cfr. Anceschi, op. cit., pp. 86-7.

17 Anche Hegel ci parla di una «forma di riflessione cristallizzata, come un mondo di essenza pensante e pensata in opposizione ad un mondo di realtà effettuale», con chiaro riferimento al noto dualismo cartesiano res cogitans-res extensa. Il compito della riflessione come ragione è, appunto, il superamento di tale cristallizzarsi del pensiero in opposti, peculiare di una prospettiva meramente intellettuale, legata alla logica della non-contraddittorietà: «Se l’intelletto fissa questi opposti, il finito e l’infinito, in modo che entrambi debbano sussistere nello stesso tempo come reciprocamente opposti, esso si distrugge; l’opposizione del finito e dell’infinito significa infatti che in quanto l’uno è posto, l’altro è tolto. Riconoscendo tale fatto, la ragione ha tolto l’intelletto stesso; il suo porre appare ad essa un non-porre, i suoi prodotti negazioni […] La ragione, unificandoli entrambi, li annienta entrambi, dacché essi sono solo in quanto non sono unificati. In questa unificazione sussistono ad un tempo entrambi; l’opposto infatti, e dunque il limitato, è così riferito all’assoluto». G. W. F. Hegel, Primi scritti critici, a c. di R. Bodei, Mursia, Milano 1971, p. 15, p. 19. Sarebbe interessante, magari in un futuro lavoro, porre in relazione il concetto hegeliano di ragione, quale esso si profila in questa fase “schellinghiana” del suo pensiero, con il concetto di Ineinsbildung: cfr. n. 26.

18 Cfr. KdU, §9, p.105. Per quanto concerne l’antinomia del gusto e la sua soluzione, cfr. KdU, §§55-57, pp. 353-71.

19 O. Meo, Metamorfosi del bello: da Platone al trash, in Poesia e nichilismo, a c. di G. Moretto, Il Melangolo, Genova 1998, p. 61.

20 Fedro, 250 c-e. La traduzione è di G. Reale, con qualche lieve modifica.

21 Meo, op. cit., p. 61.

22 Meo, op. cit., pp. 73-4.

23 Ci riferiamo, qui, alla possibilità di un’estetica ontologica aperta dal pensiero di Heidegger, che, nell’interpretare un quadro di Van Gogh (raffigurante un paio di scarpe da contadino) e la lirica Fontana romana di C. F. Meyer, scrive: «Che cos’è in opera nell’opera? […] Questo ente si presenta nel non-nascondimento [Unverborgenheit] del suo essere […] Se ciò che si realizza è l’aprimento dell’ente in ciò che esso è e nel come è, nell’opera è in opera l’evento [Geschehen] della verità. Nell’opera d’arte la verità dell’ente si è posta in opera. «Porre» significa qui: portare a stare. In virtù dell’opera, un ente, un paio di scarpe, viene a stare nella luce del suo essere. L’essere dell’ente giunge alla stabilità del suo apparire. L’essenza dell’arte consisterebbe quindi nel porsi in opera della verità dell’ente». Il porsi in opera, nell’opera d’arte, della verità dell’ente, che si presenta nel non-nascondimento del suo essere, è la presenza nell’opera stessa della verità dell’essere, ed Heidegger individua in essa la bellezza: «Nell’opera è quindi in opera la verità, e non soltanto qualcosa di vero. Il quadro che mostra le scarpe da contadino, la poesia che dice la fontana romana, non si limitano a far conoscere; anzi, a rigor di termini, non fanno conoscere nulla circa questi enti singoli, ma fanno sì che si storicizzi il non-esser-nascosto come tale, in relazione all’ente nel suo insieme […] È questo il modo in cui viene illuminato l’essere autonascondentesi. La luce così diffusa ordina il suo apparire nell’opera. L’apparire ordinato nell’opera è il bello. La bellezza è una delle maniere in cui è-presente [west] la verità». M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, in Sentieri interrotti, a c. di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1997, p. 21, p. 41; v. anche G. Vattimo, Poesia e ontologia, Mursia, Milano 1985, cap. I, pp. 9-31. Ci occuperemo più diffusamente di questo complesso di tematiche nelle conclusioni del nostro lavoro.

24 Griffero, op. cit., p. 7.

25 Schelling, Sui problemi che una filosofia della natura deve risolvere, in Pareyson, Schelling, op. cit., p.138 e seguenti.

26 Ibidem, p. 139. È interessante rilevare la profonda attinenza che lega questo passo schellinghiano, imperniato sulla riflessione intellettuale, ad uno hegeliano che concerne il medesimo argomento: «In quanto la riflessione pone a proprio oggetto se stessa, il proprio annientamento è la sua legge suprema, datale dalla ragione e mediante la quale diviene ragione. Come ogni cosa, la riflessione sussiste solo nell’assoluto, ma come riflessione è opposta ad esso; per sussistere dunque deve darsi la legge dell’autodistruzione. La legge immanente per cui si costituisce per forza propria come assoluta sarebbe la legge della contraddizione, ossia l’essere e il permanere del suo essere-posta. La riflessione fisserebbe così i suoi prodotti come assolutamente opposti all’assoluto, si proporrebbe come legge eterna di rimanere intelletto e di non divenire ragione, di persistere nella propria opera, che nulla è in opposizione all’assoluto — e all’assoluto opposta in quanto limitata». Hegel, op. cit., p. 20. Come si vede, quel superamento della logica della non-contraddittorietà, e della forma intellettuale della riflessione ad essa legata, che in Schelling si verifica nei concetti di organismo vivente (fisica speculativa) e di Ineinsbildung (filosofia dell’arte), ha luogo, in Hegel, nel concetto di ragione assoluta. Cfr. n. 17 e n. 27.

27 Così Schelling determina il concetto di Organisation: «Soltanto nell’essere organizzato le parti sono reali, ed esistono senza il mio intervento, poiché tra esse e il tutto v’è un rapporto oggettivo. A fondamento di ogni organismo sta quindi un concetto, giacché là dove vi è relazione necessaria del tutto con le parti e delle parti col tutto, ivi c’è il concetto. Ma questo concetto abita nell’organismo stesso, e non ne può venir separato: l’organismo organizza se stesso, e non è soltanto un’opera dell’arte, il cui concetto si trova fuori di essa, nella mente dell’artista». Pareyson, Schelling, op. cit., p. 141. Si noterà che Schelling, in questa fase del suo pensiero, riserva al solo concetto di organismo il superamento della forma meramente logica della riflessione in una forma vivente e reale, che possa accogliere in sé la vita stessa del pensiero. Nella Filosofia dell’arte, l’organismo vivente assolverà questa medesima funzione di superamento solo a livello reale, mentre a livello ideale sarà compito dell’arte e della bellezza come Ineinsbildung. Cfr. PdK, §§17-18, pp. 87-88; v. anche n. 17.

28 Monti, Poesie scelte, a c. di F. Carlesi, Edizioni Cremonese, Roma 1959, pp. 83-4. I versi citati sono tratti da La bellezza dell’universo (1781), vv. 1-12, 16-24.

29 Baudelaire, Les fleurs du mal, a c. di M. Bonfantini, Mursia, Milano 1985, pp. 66-9. I versi citati sono tratti dalla lirica Hymne a la Beauté (1860), vv. 1-12, 21-28. Diamo qui di seguito la traduzione di Bonfantini: «Vieni dal ciel profondo, o sorgi dall’abisso / O Bellezza? il tuo sguardo, infernale e divino, / Versa confusamente il bene ed il delitto, / E potremmo per questo paragonarti al vino. / Nell’occhio tuo racchiudi il tramonto e l’aurora; / Spandi in giro profumi di sera tempestosa / Un filtro sono i baci, e la tua bocca è un’anfora / Che fanno vile l’eroe, e il fanciullo animoso. / Esci dal nero inferno o discendi dagli astri? / Il Fato affascinato ti segue come un cane; / Vai seminando a caso e la gioia e i disastri, / Tu, che governi tutto, non rispondi di nulla […] Ma se vieni dal cielo, o dall’Ade, che importa, / Bellezza? mostro immane, spaventoso, ed ingenuo! / Se il tuo occhio, il tuo riso, il tuo piede, la porta / M’apron di un Infinito, che tanto amo, e che ignoro? / Di Satana o di Dio, che importa? Angelo o Sirena, / Che importa, se tu rendi — fata dal dolce sguardo, / Ritmo e profumo, luce, o mio unico amore! — / Meno odioso il mondo, e meno grevi l’ore?».

30 Sulle forme d’arte estrema e performativa e, in generale, sul panorama e sugli indirizzi estetici più attuali, v. M. Perniola, Il sex-appeal dell’inorganico, Einaudi, Torino 1994; M. Perniola, Disgusti, Costa & Nolan, Genova 1998; G. Savoca, Arte estrema, Castelvecchi, Roma 1999; A. Appiano, Estetica del rottame, Meltemi, Roma 1999.

Francesco Di Giacomo se ne è andato libero

Francesco Di Giacomo
Francesco Di Giacomo

21 febbraio 2015, è passato un anno dalla scomparsa di Francesco Di Giacomo, sembra l’altro ieri che arrivò la terribile notizia del malore che lo colpì mentre era alla guida della sua auto.
Di Giacomo, nato il 22 agosto del 1947, era il cantautore poeta del Banco del Mutuo Soccorso, storica band di Rock Progressivo che dal 1969 incanta con la sua musica. Le loro composizioni che spaziano dal sinfonico al jazz, dal rock all’acustico, sono la  perfetta unione tra arrangiamento sapiente e poesia più autentica con sconfinamenti anche nella saggezza e nella riflessione filosofica che hanno interessato Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi nel loro periodo studentesco. Chi non conosce il rock progressivo conoscerà comunque questo poeta cantautore per le sue fugaci apparizioni nel mainstream, per le canzoni pop che hanno caratterizzato un breve periodo della vita del Banco del Mutuo Soccorso, ma è giusto ricordare Di Giacomo per quello che è stato veramente mettendo quindi in luce la sua poetica e la sua sensibilità profonda al servizio di un’arte di cui l’Italia, paese che di certo non brilla per la qualità della sua musica, dovrebbe andare fiera.

Sicuramente non di facile ascolto questa band per chi è abituato e cresciuto con l’idea che la musica sia solo intrattenimento e prodotto commerciale, ma è musica che andrebbe estrapolata per distinguerla dall’oceano malato del panorama musicale italiano. Un fiore pieno di vita e di profumi che si scosta sensibilmente dalla sterpaglia secca, maleodorante e priva di linfa che gli giace attorno.

Il primo brano del primo album, chiamato Banco del Mutuo Soccorso, uscito nel 1972 inizia con un pensiero filosofico:

In Volo

Lascia lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo,
e sfrena il tuo volo dove più ferve l’opera dell’uomo.
Però non ingannarmi con false immagini
ma lascia che io veda la verità
e possa poi toccare il giusto.

Da qui, messere, si domina la valle
ciò che si vede, è.
Ma se l’imago è scarna al vostro occhio
scendiamo a rimirarla da più in basso
e planeremo in un galoppo alato
entro il cratere ove gorgoglia il tempo.


Altra perla di saggezza e riflessione la lirica di Metamorfosi traccia numero 4.

Metamorfosi

Uomo
non so
se io somiglio a te
non lo so

sento che però non vorrei
segnare i giorni miei coi tuoi

no no


Come quinta traccia dell’album un’autentica poesia Il giardino del mago.

Il giardino del mago

Da bambino ci montavo su
Al cavallo con la testa in giù
Galoppavo senza far rumore
Gli zoccoli di legno che volavano sui fiori
Non sciupavano i colori.

Stan cantando al mio funerale
Chi mi piange forse non lo sa
Che per anni ho cercato me
E passo dopo passo con le spine ormai nei piedi
Tanto stanco stanco.

Io sono arrivato nel giardino del mago
Dove dietro ogni ramo crocifissi ci sono
Gli ideali dell’uomo.
Grandi idee invecchiate nel giardino del mago
Io sto appeso ad un ramo dentro un quadro che balla
Sotto un chiodo nell’aria
Sono là che ho bisogno di carezze umane più di te.

E il tempo va il tempo va passa

E il tempo va il tempo va passa e va
E tu che fai e tu che fai e tu
E tu che fai e tu che fai che fai ?
Sono finito ormai quaggiù
Ma vieni via ma vieni via vieni via !
Non posso tornare resterò
Se resterai se resterai che farai ?
Ogni creatura del giardino del mago
Vive tutto il suo tempo dentro in un albero cavo

C’è chi ride chi geme
Chi cavalca farfalle
Chi conosce il futuro
Chi comanda alle stelle come un re
Comanda le stelle, comanda le stelle,
Comanda le stelle, comanda le stelle,

E’ un re che comanda da sé…

Com’è strano oggi il sole
Non si fa scuro chissà perché
Forse la sera non verrà
A uccidermi ancora
Ha avuto pietà solo ora

Per pietà della mia mente che se ne va
Il giorno aspetterà
Per me si fermerà un po’ di più
Vedo già foglie di vetro
Alberi e gnomi corrersi dietro
Torte di fiori e intorno a me
Leggeri cigni danzano
A che serve poi la realtà.

Coi capelli sciolti al vento
Io dirigo il tempo
Il mio tempo
Là negli spazi dove morte non ha domini
Dove l’amore varca i confini
E il servo balla con il re
Corona senza vanità
Eterna è la strada che va.


Sempre nel 1972 esce Darwin! Probabilmente l’album più significativo della band e che personalmente ritengo il migliore. Una perla del rock progressivo, con un argomento che afferma la genialità di questo autore. La teoria evoluzionistica di Charles Darwin è il concept dell’opera e Di Giacomo ne fa omaggio con poetica padronanza pur mantenendo intatti i valori empirici della scienza su cui si basa la teoria dell’evoluzione. Ed è proprio questa ad aprire l’album “L’evoluzione” seguita da  “La conquista della posizione eretta” a dimostrazione della profondità di questo poeta e la sua abilità nel “cantare” la scienza e la filosofia.

L’evoluzione

Prova, prova a pensare un po’ diverso
niente da grandi dei fu fabbricato
ma il creato s’è creato da sé
cellule fibre energia e calore.

Ruota dentro una nube la terra
gonfia al caldo tende le membra.
Ah la madre è pronta partorirà
già inarca il grembo
vuole un figlio e lo avrà
figlio di terra e di elettricità.

Strati grigi di lava e di corallo
cieli umidi e senza colori
ecco il mondo sta respirando
muschi e licheni verdi spugne di terra
fanno da serra al germoglio che verrà.

Informi esseri il mare vomita
sospinti a cumuli su spiagge putride
i branchi torbidi la terra ospita
strisciando salgono sui loro simili
e il tempo cambierà i corpi flaccidi
in forme utili a sopravvivere.

Un sole misero il verde stempera
tra felci giovani di spore cariche
e suoni liberi in cerchio muovono
spirali acustiche nell’aria vergine.

Ed io che stupido ancora a credere
a chi mi dice che la carne è polvere.
E se nel fossile di un cranio atavico
riscopro forme che a me somigliano
allora Adamo non può più esistere
e sette giorni soli son pochi per creare
e ora ditemi se la mia genesi
fu d’altri uomini o di quadrumani.

Adamo è morto ormai e la mia genesi
non è di uomini ma di quadrumani.
Alto, arabescando un alcione
stride sulle ginestre e sul mare
ora il sole sa chi riscaldare.


La conquista della posizione eretta

Steli di giunco e rughe d’antica pietra
odore di bestia orma di preda
nient’altro vede il mio sguardo prono
se curva è la mia schiena

Potessi drizzare il collo oltre le fronde
e tener ritto il corpo opposto al vento
io provo e cado e provo
e ritto sto per un momento

L’urlo rintrona per la volta tutta
fino ai vulcani sale e poi resto a guardare
e bevono i miei occhi i voli i salti
le mie foreste e gli altri.


Una valentia unica nell’esprimere concetti e tematiche quali l’amore, soggetto estremamente abusato nel contesto della musica pop italiana e internazionale, deturpato, trasformato nel più banale dei luoghi comuni, intriso di rime e doppi sensi che per la loro mediocrità potrebbero rivoltare nella tomba ogni poeta defunto. Francesco Di Giacomo ha saputo orchestrarlo nel concept di Darwin! In cui l’amore, con le sue problematiche e il suo carico di emozioni, viene cantato come sentimento universale innato in ogni creatura vivente in qualsiasi epoca del pianeta Terra.

750.000 anni fa l’amore?

Già l’acqua inghiotte il sole
ti danza il seno mentre corri a valle
con il tuo branco ai pozzi
le labbra secche vieni a dissetare
Corpo steso dai larghi fianchi
nell’ombra sto, sto qui a vederti
possederti, si possederti… possederti…
Ed io tengo il respiro
se mi vedessi fuggiresti via
e pianto l’unghie in terra
l’argilla rossa mi nasconde il viso
ma vorrei per un momento stringerti a me
qui sul mio petto
ma non posso fuggiresti fuggiresti via da me
io non posso possederti possederti
io non posso fuggiresti
possederti io non posso…
Anche per una volta sola.
Se fossi mia davvero
di gocce d’acqua vestirei il tuo seno
poi sotto i piedi tuoi
veli di vento e foglie stenderei
Corpo chiaro dai larghi fianchi
ti porterei nei verdi campi e danzerei
sotto la luna danzerei con te.
Lo so la mente vuole
ma il labbro inerte non sa dire niente
si è fatto scuro il cielo
già ti allontani resta ancora a bere
mia davvero ah fosse vero
ma chi son io uno scimmione
senza ragione senza ragione senza ragione
uno scimmione fuggiresti fuggiresti
uno scimmione uno scimmione senza ragione
tu fuggiresti, tu fuggiresti…


Questo invece il suo tributo alla storia dell’umanità, la sesta traccia dell’album.

Miserere alla storia

Gloria a Babele rida la Sfinge ancora per millenni si fabbrichi nel
cielo fino a Sirio
schiumino i cavalli sulla Via Lattea ma…
Quanta vita ha ancora il tuo intelletto se dietro a te scompare la tua
razza ?


Nel 1973 esce “Io sono nato libero”. Il primo brano, della durata di più di 15 minuti, è un viaggio tra il rock psichedelico e progressivo dove la lirica di Di Giacomo grida la vicenda del golpe cileno di Pinochet. L’album è quindi in parte di carattere politico e sociale, ma tutto il suo contenuto è affrontato con una maestria poetica e suggestiva. Ecco i testi di “Canto nomade”, “La città sottile” e “Dopo…. niente è più lo stesso”, scritti insieme a Vittorio Nocenzi.

Canto nomade per un prigioniero politico

In questi giorni è certo autunno giù da noi dolce Marta, Marta mia…
Ricordo il fieno e i tuoi cavalli di Normandia, eravamo liberi, liberi.
Sul muro immagini grondanti umidità, macchie senza libertà.
Ascolta Marta in questo strano autunno i tuoi cavalli gridano, urlano
incatenati ormai.
Cosa dire, soffocare, chiuso qui perchè… prigioniero per l’idea, la mia
idea perchè.
Lontano è la strada che ho scelto per me dove tutto è degno di
attenzione
perchè vive, perchè è vero, vive il vero. Almeno tu che puoi fuggi via
canto nomade,
questa cella è piena della mia disperazione, tu che puoi non farti
prendere.
Voi condannate per comodità, ma la mia idea già vi assalta.
Voi martoriate le mie sole carni, ma il mio cervello vive ancora…
ancora.
Lamenti di chitarre sospettate a torto, sospirate piano e voi donne
dallo sguardo altero,
bocche come melograno, non piangete perchè io sono nato, nato
libero, libero
non sprecate per me una messa da requiem. Io sono nato libero.


La città sottile

Tu chi sei, città non città che vivi appesa in giù alle tue corde d’aria
ferma.
Travi, tubi senza dimensioni, freddi quarzi invecchiati.
I tuoi mille ascensori di carta velina che vanno su e giù senza posa,
nessuno che scende, nessuno mai sale. Sottile non città che reggi
tutto su niente :
ogni retta poggia su se stessa, ogni curva su se stessa, assurdi
equilibri spostati.
Luci opache le tue rare stelle, il tuo sole e’ spirato.
Che altro ti resta se non l’uomo nudo che io vedo ogni giorno
quel pazzo padrone, poeta o predone che vive sull’ultima trave.
Si frega le mani poi ride, o non ride…
Saltella leggero dal trave a una curva ma oggi l’ho visto tuffarsi nel
vuoto
cosi’ d’improvviso però non so dire se urlasse o ridesse.
Qui il vento non soffia i rumori ma c’è il silenzio che sa scrivere
nell’aria ferma. Sottile non città fra i tuoi perenni grigi sola.


Dopo…. niente è più lo stesso

Forte treno impaziente treno dritto sulla giusta via sei arrivato.
Ad ogni passo baci i miei stivali, terra mia ti riconosco.
Possente terra come ti invocavo nei primi giorni in cui tuonava il
cannone.
Montagne che fermate il mio respiro, siete sagge come allora ?
Lascia il fucile la mia spalla e cade giù la gloria, gloria ?!
E torna l’uomo con la sua stanchezza infinita.
Sono questi i giorni del ritorno quando sui canneti volan basse le
cicogne
e versano il candore delle piume dentro i campi acquitrinosi e poi fra i
boschi volan via.
Sono questi i giorni del ritorno, rivedere viva la mia gente viva,
vecchi austeri dalle lunghe barbe bianche e le madri fiere avvolte dentro
scuri veli.
E piange e ride la mia gente e canta… allora è viva la mia gente… vive…
vive…
Canti e balli nella strada volti di ragazze come girasoli cose che non
riconosco più.
Per troppo tempo ho avuto gli occhi nudi e il cuore in gola, eppure
non era poca cosa la mia vita. Cosa ho vinto, dov’è che ho vinto
quando io ora so, ora so che sono morto dentro tra le mie rovine.
Perdio ! Ma che m’avete fatto a Stalingrado !?!
Difensori della patria,o amanti di libertà ! Lingue gonfie, pance piene
non parlatemi di libertà,
voi chiamate giusta guerra ciò che io stramaledico !!!
Dio ha chiamato a sé gli eroi, in paradiso vicino a lui !
Ma l’odore dell’incenso non si sente nella trincea.
Il mio vero eroismo qui comincia, da questo fango.
T’ho amata donna e parleranno ancora i nostri ventri.
Ma come è debole l’abbraccio in questo incontro.
cosa ho vinto, dov’è che ho vinto quando io,
vedo che, vedo che niente è piu’ lo stesso, ora è tutto diverso. Perdio ! Ma
che cos’è successo di così devastante a Stalingrado !?!


Si potrebbe rimanere ore ed ore incantati ad ascoltare la musica del Banco leggendo i testi che scorrono lungo la sua architettura, come una mano che accarezza l’assoluta consistenza degli arrangiamenti. Non si può non riportare altre due splendide poesie dal album del 1976 “Come in un’ultima cena”

La notte è piena

Porta i sospiri degli uomini la notte desideri innocenti o
perverse voglie.
Sulle sue ali può portare tutto : il sogno di mordere una
mela,
o la voglia di vittorie ad ogni costo.
Piena di urla disperate è la notte le distinguerai tutte una
dopo l’altra.
Se ascolti bene dentro al silenzio le senti… Sbranarsi tra di
loro.


Fino alla mia porta

Attraversato me stesso sul filo del mondo teso nello spazio fino
a raggiungermi.
Sui gradini del vostro rifiuto io sto salendo verso la mia porta
questa volta l’arpa notturna suona invano il canto delle paure.
Finalmente sono salito sopra il mio corpo più in alto del mio
cuore.
Questa notte come un atlante sopra la terra mi sono modellato
con la vita vecchia eppur così nuova non nella specie
ma nella dimensione, una nuova dimensione.


Manca e mancherà alla Musa un poeta come Francesco Di Giacomo, un uomo che si soffermava con la mente ad osservare l’idea prima di lasciarsi andare tra le sue braccia.

E mi viene da pensare

E mi viene da pensare all’entusiasmo cresciuto per strada,
quasi un dovere giocarsi tutto in un colpo solo,
e mi sentivo tanto geniale, come un’idea che non puoi fermare.
E mi viene da pensare a quante volte ho scritto canzoni, con la mano piena di rabbia
e di convinzioni e l’impossibile era normale come un’idea che non puoi fermare.

E mi viene da pensare a questo vento di primavera fiore selvaggio che cresce fra i sassi,
è come un’idea che non puoi fermare, che non puoi, non vuoi cambiare.
Forse è soltanto un’idea che nasce male forse è un’idea che cresce male,

ma la primavera è inesorabile.


 

Blemmebeya: La fine

You-Logos

Nona e ultima traccia dell’album Blemmebeya, (2011) Akt.

La fine

Guarda in alto
non c’è più colore
ma tralicci di fumo
e grovigli di calore.
Guarda in alto
non c’è più colore
anche il cielo è fuggito
nei libri di storia.
Guarda in alto
non c’è più colore
c’è soltanto
una cuspide grigia di acqua e veleno.

Scomparirà la terra,
scomparirà la guerra,
scomparirà l’errore,
scomparirà il male minore,
scomparirà ogni forma di vita,
scomparirà ogni forma di morte,
scompariranno i figli ed i padri,
scompariranno anche le madri.

Guarda in alto
se ne è andato anche il sole,
è rimasto soltanto un ricordo,
lontane parole.

Scomparirà il suono del vento,
scompariranno i corpi e il cemento,
scompariremo un mattino alle cinque,
l’indifferenza di un sole qualunque
e scomparendo, la musica e il vento,
non ci sarà più neanche il tempo,
non ci sarà neanche il tempo di dire
al mondo…

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