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“Per amore” di Lisa Ginzburg -recensione di Ilaria Negrini

 

Un amore. Due mondi lontanissimi che si incontrano e si scelgono. Contro ogni scetticismo, ogni pregiudizio, contro tutto e tutti. Ostinatamente.
La protagonista – di cui conosciamo soltanto il nomignolo affettuoso datole dal suo amore: Vituca – lungo le pagine di questo emozionante romanzo autobiografico scritto in terza persona, è indicata con un pronome : “lei”.
È una donna forte e indipendente, ma con un bisogno estremo di amare, di donarsi, di dare.
Nata in Italia, vive a Parigi. All’inizio, nel momento della costruzione dell’ amore, pensa di trasferirsi in Brasile, compra una casa e cerca con tutte le sue forze di entrare a far parte della grande famiglia di Ramos, ma si accorge presto dell’impossibilità di questa impresa. Nonostante ciò Vituca continua a credere in questo amore. Segue Ramos ovunque. Si incontrano nei vari luoghi del mondo in cui lui lavora. Lo aspetta sempre, incurante dell’ostilità delle persone che lavorano con lui e della vulnerabilità che inevitabilmente mostra. “L’audacia, l’insistenza, il perseverare. Tutto era stato per istinto. Perché amava e non poteva fare in altro modo”.
Ramos è un artista, una grande anima con una forte spiritualità, ma quando torna a casa, in mezzo alla sua gente, si trasforma, la esclude, beve molto, nottate intere insieme a parenti e amici secondo le usanze di una vita a lei incomprensibile.
“Era un maestro Ramos… Per l’energia e l’intensità che sapeva dare alla vita: la sua e quella di chi gli era vicino”
Ballerino, attore, coreografo di condomblé (culto nato dall’unione sincretistica delle religioni africane con la religione cattolica in Brasile), Ramos sapeva creare architetture di corpi in cui tutte le emozioni, dolore, collera, allegria, potevano esistere insieme. Figure del corpo create per imbrigliare le energie della natura, quelle forze che in Brasile schiacciano gli esseri umani, lei stessa ne è stata travolta. “Ramos mai: lui nella sua terra, anche quando gli eventi rotolavano eccessivi, incontrollati sempre sapeva come muoversi. Proteggere, sé e tutti”
Ma c’era un altro Ramos, una zona segreta in lui: più lui opponeva resistenza più lo chiamava a sé.
Quell’amore che aveva lottato tanto per vincere, per cui loro avevano tanto sofferto, mostrò che non c’era più niente da fare. “L’amore restava intatto, ma le difficoltà e gli ostacoli avevano vinto”.
Dieci anni d’amore, dieci anni di immagini che scorrono, chiuse in un silenzio che brucia. Dolore come fuoco.
Ramos è morto, è stato ucciso nella loro casa in Brasile.
Vituca resta muta, soffocata da troppo dolore. Può solo pensare, ricordare, cercare di capire perché sia morto, ricostruire i suoi ultimi momenti. Fino a quando un mattino di aprile, camminando per Barcellona, comprende.
“Le sembrò in quell’istante di comprenderlo come mai prima. Era vicino. Distantissimo eppure così prossimo. Le era accanto, come può un alito di vita. Una vita che sottile rimane”
Distante e vicino, come nella loro vita insieme.
Quel giorno Vituca ha capito che poteva scrivere la sua storia con Ramos. Attraverso la scrittura rendere vivo questo amore per sempre.

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“LE DEE DEL MIELE” di Emma Fenu – Recensione di Ilaria Negrini

 

“Ho voluto raccontare la storia della mia famiglia, di quattro donne inconsapevolmente Dee, che si nutrivano di se stesse e di miele, ossia del cibo per eccellenza”
Un canto del miele intriso di poesia e di profumi che mi ha ricordato le estati della mia infanzia in Sardegna. Un profumo unico, quello della Sardegna, odore intenso di sole e di erba, di miele e di sale, di mirto e di magia.
Le quattro protagoniste di questo romanzo, che si svolge lungo tutto il Novecento, sono Caterina, Lisetta, Marianna ed Eva.
Caterina si è sposata giovanissima con il suo amato Pietro e ha dedicato la sua vita ai figli. Fra questi c’è Luigi, che da bambino viene colpito dal malocchio e lei riesce a salvarlo grazie ad una sapienza antica.
Lisetta, figlia di una “panas”, giovane mamma morta di parto, viene cresciuta dalla zia paterna, Marta. Deve rinunciare all’uomo che ama e sposarsi senza amore, lei che è un’anima piena d’ amore. E lo donerà alla figlia adottiva Marianna, dopo aver perso la sua prima bambina.
Marianna è affascinata dalle creature femminili che abitano la sua casa “alcune vive, alcune morte, alcune site in una zona di confine”.
In collegio deve imparare a reprimere gli istinti e a rinunciare ai piaceri per fortificarsi. Ma la forza per sopportare gli anni del collegio e poi la sua malattia, l’endometriosi, le viene dall’insegnamento di sua madre: “Nulla è più sacro dell’amore”. Lisetta infatti, pur vivendo una tristezza che le faceva assaporare e desiderare la morte, sapeva davvero amare e comprendere.
Marianna sposa Luigi e dal loro amore nasce Eva.
Bambina matura e intelligente, Eva è attratta dal numinoso. Da piccola vedeva anime e fantasmi. Crescendo ha perso questa capacità, ma ha ereditato il dono di famiglia, quello di “andare oltre le cose” e di “muoversi verso l’infinito”.

Sono tante le tematiche di questo romanzo intenso e affascinante. Diversi strati, diverse prospettive.
C’è la magia e la tradizione di una terra antica e profonda. C’è la forza e la bellezza di donne magiche, donne madri, non solo di figli.
E ci sono sofferenze sotterranee, personaggi che incarnano grande dolore come Lisetta, come Marta, come Monica.
Eva sente questo dolore, lo vive anche senza capirlo. Fino a quando scopre la parola, la scrittura. “I simboli lentamente si disvelavano e la storia iniziava”.
Attraverso la scrittura Eva dà un suono ai silenzi assordanti della sua infanzia e illumina con le parole ciò che non poteva essere detto.
La parola scritta, come le tele tessute dalle Janas, è il ricamo che rivela il senso e la bellezza del dolore.

“Sogno” di Ilaria Negrini

Guardavo, attraverso la finestra, il cielo grigio di pioggia, la laguna agitata. Leonard Cohen cantava.

Uscivo senza ombrello, giravo per le piccole strade affollate. Venezia era fredda. E poi c’eri tu, il tuo impermeabile blu, i tuoi capelli neri. Mi venivi incontro, affondavo fra le tue braccia e restavo così, quasi senza respiro. Non ricordavo più l’ultima volta che ti avevo visto, il viso immobile, il corpo freddo e quel silenzio assoluto, assordante.

Quando ho ricordato avrei voluto urlare.

Mi salutavi, dicevi che partivi, cambiavi città. Io dicevo che eri pazzo, che non potevi lasciare Venezia. Sorridevi triste e ti allontanavi.

Non capivo che non ti avrei più rivisto, non sapevo che era la fine. Quando l’ho capito avrei voluto…

Ma ormai era tardi, troppo tardi per fermarti. Ero sveglia, il sole filtrava fra le persiane. E il ricordo era nitido ormai. Solo in sogno avrei potuto vedere ancora una volta i tuoi occhi.

“Claustrofobia di sé” di Mariangela Padovani

 

Le tende ora sono più viola. La luce ruota su se stessa. Inspiegabilmente.
Un suono tenue, un ghigno di morte, pervade l’aria rarefatta, tumefacendola. a poco a poco. Vecchie voci stanche gracchiano gli ultimi sospiri.
Onde si frangono sugli scogli – succede – anche se nessuno sta lì a guardarle. Il mondo continua anche senza spettatori.
Freddo. Il gelo entra invadendo ogni singola vena. Un’oscurità ombrosa grava pesante e non lascia respiro.
Respiro affannoso. La stanza si allarga e si restringe, inafferrabile.
Il fruscio degli alberi è il richiamo al silenzio del mostro. Ovunque terribili figure si dipartono dalla mente e invadono ogni angolo cospargendolo del loro amaro veleno. Non c’è pace non c’è pace.
Odori lontani si perdono nella muta ricerca insaziabile – un dolore, fitto, uccide premendo tra il petto e lo stomaco. Un bruciore che è fuoco vivo racchiuso dentro un cubo di ghiaccio.
La persona è ora come sdoppiata. Una odia l’altra e vorrebbe ucciderla.
Ma chi vuole uccidere una parte di sé uccide se stesso.
Un biancore pallido colora di morte di nulla d’angoscia questo mondo irreale che è il mondo della mente.
Lei vive nella luce cerebrale proiettata dal suo essere sul mondo, vomitato sulle cose, che diventano artigli dell’essere senza forma che la attanaglia e la soffoca. L’aria è irrespirabile.
Un ululato – e poi il silenzio.
Il tavolino beige macchiato di bianco – ricordi d’orrore. Lei odia l’altra e vorrebbe spappolarla e ucciderla e distruggerla – le dà fastidio, le dà fastidio dentro, ne sente il peso, l’odore putrefatto, la voce insistente e ossessionante. Non si respira. Non si respira.
E’ qualcosa di penetrante e spossante. Vorrebbe distruggere e distruggersi. Sparire nel nulla più vuoto. Vuoto di sé. Il mondo è irrespirabile.
Le parole si perdono nella mente come echi. Dimentica tutto, non può afferrare i pensieri, che volano via leggeri, lasciando solo i loro plumbei sedimenti di tormento. La mente soffoca e s’acceca nel silenzio – nell’urlo che è un abisso – non vede più niente e si perde nei tortuosi meandri letali di se stessa.

“I tuoi occhi” di Ilaria Negrini

Oggi mi sembra tutto irreale, anche questo vento leggero di marzo che soffia via le nuvole bianche aprendo un cielo turchese e limpido. Questa mattina mi sono alzata, ho fatto colazione, vestito la bambina e siamo uscite. Quasi senza pensare.
C’era solo un’immagine nei miei occhi, solo un’idea nella mia mente. E ora un grande buco nero dentro di me che vorrei non vedere.
Il supermercato è come tutti gli altri giorni, ma oggi mi sembra diverso, forse perché non ho fretta, non devo correre come al solito. E’ come se il tempo si fosse fermato. Metto un po’ di tutto nel carrello, non credo ci sia molto da mangiare dalla mamma. Cammino fra le corsie immersa in una calma quasi artificiale.
Dodici ore fa era già finito tutto. Papà è morto.
Dirlo non è una cosa sconvolgente, è come se fosse tutto normale eppure, nello stesso tempo, non riesco a crederci veramente, mi sembra che potrei rivederlo da un momento all’altro, non posso pensare che è morto per sempre. Non riesco a far entrare il per sempre nella mia mente ora. E’ come se vivessi una specie di finzione, come in un film. La serenità che appare sul mio viso è irreale, neppure io sono reale….

(tratto da “I tuoi occhi” di Ilaria Negrini
Fotografia di Simone Negrini)

“Aisha”

E’ entrata nella stanza sorridendo leggera nei grandi occhi neri, una bambina che deve diventare grande
Non sa cosa deve fare in quella stanza piena di donne che chiacchierano, la nonna, le zie, le vicine di casa. Sente le amiche giocare in strada, una canzone le suona dentro. Cosa vogliono da lei queste donne? Lei vorrebbe solo correre fuori con gli altri bambini.
Le hanno aperto le gambe, due donne la tengono ferma con forza. Ma perché? Mi stanno facendo male!
L’uomo entra con un coltello in mano. Cosa fa?
Aisha trattiene il respiro.
Mani da vecchio, sguardo vuoto. La lama sfiora la pelle, è fredda. Taglia improvvisa, strappando via la carne. Aisha urla impazzita credendo di morire per il dolore, per questa violenza che le stanno imponendo senza neanche dirle perché. L’angoscia sale dentro. Le donne intorno continuano a parlare e a sorriderle.
Perché non mi aiutano?
L’uomo cuce con un grosso ago, le donne fanno una fasciatura e appoggiano Aisha su un letto, coprono la parte nuda con un lenzuolo.
I bambini continuano a giocare e a ridere in strada, oltre quella porta, oltre i vetri chiusi della finestra. Aisha guarda fuori, il cielo è ancora azzurro ma lei non riesce più a vedere i colori. Fra le gambe sente un fuoco, ma ancora più forte è il dolore al petto. Sembra che voglia scoppiare.
L’urlo continua ad uscire, ma nessuno lo sente, è solo nella sua testa. Quell’urlo è una domanda: perché?
Gli occhi smarriti si guardano intorno, ma vedono il vuoto. Aisha ora conosce il male. E’ diventata donna.