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“Per amore” di Lisa Ginzburg -recensione di Ilaria Negrini

 

Un amore. Due mondi lontanissimi che si incontrano e si scelgono. Contro ogni scetticismo, ogni pregiudizio, contro tutto e tutti. Ostinatamente.
La protagonista – di cui conosciamo soltanto il nomignolo affettuoso datole dal suo amore: Vituca – lungo le pagine di questo emozionante romanzo autobiografico scritto in terza persona, è indicata con un pronome : “lei”.
È una donna forte e indipendente, ma con un bisogno estremo di amare, di donarsi, di dare.
Nata in Italia, vive a Parigi. All’inizio, nel momento della costruzione dell’ amore, pensa di trasferirsi in Brasile, compra una casa e cerca con tutte le sue forze di entrare a far parte della grande famiglia di Ramos, ma si accorge presto dell’impossibilità di questa impresa. Nonostante ciò Vituca continua a credere in questo amore. Segue Ramos ovunque. Si incontrano nei vari luoghi del mondo in cui lui lavora. Lo aspetta sempre, incurante dell’ostilità delle persone che lavorano con lui e della vulnerabilità che inevitabilmente mostra. “L’audacia, l’insistenza, il perseverare. Tutto era stato per istinto. Perché amava e non poteva fare in altro modo”.
Ramos è un artista, una grande anima con una forte spiritualità, ma quando torna a casa, in mezzo alla sua gente, si trasforma, la esclude, beve molto, nottate intere insieme a parenti e amici secondo le usanze di una vita a lei incomprensibile.
“Era un maestro Ramos… Per l’energia e l’intensità che sapeva dare alla vita: la sua e quella di chi gli era vicino”
Ballerino, attore, coreografo di condomblé (culto nato dall’unione sincretistica delle religioni africane con la religione cattolica in Brasile), Ramos sapeva creare architetture di corpi in cui tutte le emozioni, dolore, collera, allegria, potevano esistere insieme. Figure del corpo create per imbrigliare le energie della natura, quelle forze che in Brasile schiacciano gli esseri umani, lei stessa ne è stata travolta. “Ramos mai: lui nella sua terra, anche quando gli eventi rotolavano eccessivi, incontrollati sempre sapeva come muoversi. Proteggere, sé e tutti”
Ma c’era un altro Ramos, una zona segreta in lui: più lui opponeva resistenza più lo chiamava a sé.
Quell’amore che aveva lottato tanto per vincere, per cui loro avevano tanto sofferto, mostrò che non c’era più niente da fare. “L’amore restava intatto, ma le difficoltà e gli ostacoli avevano vinto”.
Dieci anni d’amore, dieci anni di immagini che scorrono, chiuse in un silenzio che brucia. Dolore come fuoco.
Ramos è morto, è stato ucciso nella loro casa in Brasile.
Vituca resta muta, soffocata da troppo dolore. Può solo pensare, ricordare, cercare di capire perché sia morto, ricostruire i suoi ultimi momenti. Fino a quando un mattino di aprile, camminando per Barcellona, comprende.
“Le sembrò in quell’istante di comprenderlo come mai prima. Era vicino. Distantissimo eppure così prossimo. Le era accanto, come può un alito di vita. Una vita che sottile rimane”
Distante e vicino, come nella loro vita insieme.
Quel giorno Vituca ha capito che poteva scrivere la sua storia con Ramos. Attraverso la scrittura rendere vivo questo amore per sempre.

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Considerazioni teoretiche su tre passi dello Scaligero

Scrive lo Scaligero:

«V’è un pensare che non è stato ancora pensato: un pensare che non può darsi come pensiero, finché è pensante nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico, che è già determinazione. È il pensare che può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: il pensiero pensante se stesso, reale perciò in quanto esprimente il proprio essere. Pensiero che non ha bisogno del momento riflesso, per manifestare la propria vita: sperimentabile perciò senza mediazione dialettica. Un tale pensare non è ancora conosciuto dall’uomo, perché non può scaturire in lui se non come originario potere del pensiero: come potere di vita. Potere di vita che non è imagine filosofica, ma percezione dell’essere radicale del mondo, nascente come forza-pensiero non vincolata ad oggetto, avente in sé tutto il pensabile, dall’essenza: essendo essa l’essenza». (Trattato del pensiero vivente, §2)

Si teorizza qui un *pensare* (all’infinito) che non è stato ancora pensato, e ciò è senz’altro vero, giacché il pensare, cioè l’atto di pensiero infinito che è il logos, non è un pensato, il quale non è pensiero e quindi non è; poi però si afferma esplicitamente che tale pensare infinito non può darsi come pensiero; ma se il logos (il pensare) non può darsi come pensiero, allora è un pensato, pertanto sarebbe insieme pensiero e pensato, essere e non essere, il che è contraddittorio. Lo Scaligero giustifica ciò scrivendo che il pensare non può darsi come tale finché è *pensante* nel processo della riflessità e limita la sua attualità al momento dialettico che è determinazione. Ora: a) il logos (il pensare) non può essere pensante nel processo della riflessità, in quanto il movimento stesso della riflessione è già di per sé un pensato (un riflesso), non è pertanto pensiero: semplicemente non è; b) l’attualità del pensare, proprio in quanto infinita, non può essere limitata al momento dialettico, poiché l’infinito non può mai essere limitato: un infinito limitato non è infinito, ovvero non è; c) la dialettica non è semplicistica determinazione: determinare significa negare, mentre la dialettica, in quanto negazione della negazione, è affermazione assoluta.

Prosegue poi lo Scaligero scrivendo che il pensare (il logos) può sorgere solo nella contemplazione dell’atto pensante: ma se l’atto pensante è infinito, essendo tale da cosa mai potrebbe “sorgere” e da chi mai potrebbe essere contemplato? L’aporia non si risolve certo teorizzando un atto pensante infinito che, sorgendo da sé, pensa se stesso ed è reale in quanto esprime il proprio essere: a) il sorgere dell’infinito da se stesso implicherebbe l’essere di un infinito, altro dall’infinito, che precederebbe l’infinito stesso, il che è impossibile; b) se l’infinito pensa se stesso non è infinito, in quanto si porrebbe in relazione con qualcosa che non è infinito: il “se stesso” che l’infinito dovrebbe pensare limiterebbe l’infinito stesso, il che è contraddittorio; c) se l’infinito è reale in quanto esprimente il proprio essere di nuovo non è infinito, in quanto l’essere nel quale dovrebbe esprimersi la realtà dell’infinito porrebbe una differenza, nell’infinito, tra l’infinito e l’essere che ne esprime la realtà, il che è assurdo.

Lo Scaligero sostiene poi che il pensare infinito non è ancora conosciuto dall’uomo in quanto sperimentabile come originario potere di vita, ovvero come percezione dell’essere radicale del mondo. a) Il logos non sarà mai conosciuto (pensato), in quanto l’atto di ogni fondazione del pensiero nel pensato non è pensabile, non è atto poiché immediatamente si nega nel suo stesso porsi, come riduzione del pensiero al pensato (dell’essere al non essere); b) se il pensare è sperimentabile come “potere di vita”, come “percezione dell’essere radicale del mondo” non è pensiero ma, appunto, sperimentazione di vita e percezione (esistenza ≡ non pensiero): determinando il pensiero come sperimentazione e (addirittura) percezione dell’essere del mondo, lo si nega di necessità in quanto pensiero, lo si riduce cioè (di nuovo) al non essere dell’esistenza.

D’altronde, lo Scaligero stesso si contraddice già dichiarando che il pensare “non è imagine filosofica” e definendolo poi sperimentazione e percezione: se infatti è vero che il pensiero non è immagine di alcunché, ma atto pensante infinito, non si capisce innanzitutto come si possa qualificare la filosofia (la teoresi pura) come immagine, né come si possa, dopo aver giustamente negato l’identità di pensiero ed immagine, definire il pensiero stesso “sperimentazione” e “percezione”, le quali appunto, in quanto immagini sensibili legate all’esistenza, non sono pensiero.

Continua poi lo Scaligero:

«Il vero pensare non può essere il pensato, o pensiero riflesso, e, come riflesso, fissato in parole; ma neppure il pensiero riflettentesi, o pensante, comunque condizionato dalla forma del suo esprimersi. Il vero pensare è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il proprio contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero. […] È percepire in enti pensiero il sovrasensibile, così come normalmente si percepisce il sensibile in forme e colori. Quando veramente si pensa, si attua il pensiero pensante, ma in quanto l’oggetto sia già un pensato che giunga a coscienza come percezione già involta di pensiero – la rappresentazione, tendente a farsi concetto – oppure come nostro o altrui pensiero: pensiero, comunque, di qualcosa. Non pensiamo mai qualcosa che non sia un tema, o un oggetto: ed un tema, un oggetto, è sempre un pensato. In quanto pensato e avuto come pensato, è astratto, non esiste, è segno, possibilità di pensiero o di ricordo, sapere». (Trattato del pensiero vivente, § 3)

Ora, se è senz’altro vero che il pensare non può essere il pensato, o pensiero riflesso, né può venire fissato in parole, che ne sedimenterebbero l’infinito fluire riducendolo al solo senso dossico (che non è pensiero), da ciò non segue affatto, se non contraddittoriamente, che il pensiero pensante, ossia l’atto perenne del pensare, si rifletta e sia quindi condizionato dalla forma del suo esprimersi; il logos infatti, proprio in quanto infinito, non si riflette né s’esprime in alcunché, meno che mai nell’illusorio se stesso che dovrebbe esserne la forma riflessa: il se stesso dell’infinito non è l’infinito, non è. L’espressione “essere del pensiero” poi, che viene *logicamente* attribuita al “vero pensare”, è priva di significato: a) il concetto di un pensare “vero” è in realtà un falso concetto, giacché implicherebbe in sé un pensare non vero (così come l’essere implicherebbe in sé il non essere), vale a dire un non pensare che, in quanto tale, non è; inoltre, essendo il pensare infinito, essendo tutto ciò che è, è già di per sé il vero senza che tale qualificazione debba essergli aggiunta; b) da ciò segue, ora sì logicamente, che un essere del pensiero è altro dal pensiero stesso, non è perciò essere, ovvero non è.

È chiaro che solo tali pesanti aporie consentono allo Scaligero di teorizzare «una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero», dalla quale altresì dovrebbe “scaturire” il cosiddetto pensiero vivente che, in modo del tutto immaginifico e fantasioso (cioè non teoretico), dovrebbe così pure esprimerla. Tale supposta corrente di vita superiore, è detta poi diversa da ciò che ordinariamente si conosce come pensiero; ma ciò che *ordinariamente* si conosce come pensiero di certo non è il pensiero, bensì la sua dossica determinazione, la sua negazione. La corrente di vita superiore dovrebbe quindi essere diversa da ciò che non è pensiero; ma ciò che è diverso dal non pensiero è di già il pensiero; ne risulta pertanto che la corrente di vita superiore, che si dovrebbe esprimere nel pensiero vivente essendone l’essenza infinita, non è pensabile: non è concetto, ma solo una suggestiva immagine esteriore all’atto stesso del pensare, aggiunta ad esso surrettiziamente. Il logos è già di per sé infinito: non può perciò darsi altro diverso da esso, né aggiungergli alcunché.

Proprio fondandosi su tali reiterati non sensi logici, vale a dire fondandosi sul non essere, lo Scaligero si spinge a teorizzare perfino una “percezione del sovrasensibile” in enti pensiero, equiparandola addirittura alla percezione sensoria di forme e colori, ossia una percezione “involta di pensiero”, una rappresentazione “tendente a farsi concetto”. Ma è ovvio che, e non sarebbe nemmeno il caso di sottolinearlo, una rappresentazione non è pensiero, giacché non è; quindi, dire che la rappresentazione tende a farsi concetto, equivale a dire che il non essere tende a farsi essere, il che è assurdo. Lo stesso vale per la percezione involta di pensiero (qualunque cosa possa mai significare questa bizzarra ed immaginosa espressione): una percezione involta di pensiero sarebbe non essere avvolto di essere; ciò vorrebbe dire che nell’essere ci sarebbe il non essere, il che è, se possibile, ancora più assurdo.

Tralascio l’analisi dell’espressione “percezione del sovrasensibile”, la cui totale estraneità ad una teoresi pura dovrebbe ormai essere manifesta.

Si legge poi: «Non pensiamo mai qualcosa che non sia un tema, o un oggetto: ed un tema, un oggetto, è sempre un pensato. In quanto pensato e avuto come pensato, è astratto, non esiste, è segno, possibilità di pensiero o di ricordo, sapere». Se è corretto sostenere che quando si pensa non si pensa mai un oggetto (un tema), in quanto l’oggetto di pensiero non è pensiero ma pensato, risulta però incomprensibile ricavarne la non esistenza dell’oggetto stesso: è ben vero che il tema pensato è un’astrazione ma, in quanto tale, di esso si può appunto dire che non essendo atto di pensiero non è; predicarne la non esistenza è di nuovo contraddittorio, poiché l’esistenza è già di per sé non essere. In tal senso, la proposizione “il pensato non esiste” equivale a “il pensato non è non essere”, ossia “il pensato è”.

In fine, equiparare il pensato al *sapere*, che è solo in quanto intero, equivarrebbe a dire che l’intero stesso è un pensato, che l’intero è determinabile come parte, ovvero che l’essere è non essere.

Veniamo ora al terzo passo:

«Chiamiamo vivente il pensiero che è prima di estinguere la propria vita nel farsi pensiero pensante, o pensante secondo un tema, essendo esso reale, invece, fuori di ogni tema. L’osservazione del processo del pensiero porta a intuirlo; ma intuirlo non è ancora sperimentarlo. Il pensiero pensante diviene vivente, se realizza la continuità della sua indipendenza da qualsiasi tema». (Trattato del pensiero vivente, §5)

Anche qui si parla esplicitamente di un pensiero vivente che è *prima* del pensiero pensante secondo un tema, nonché di “sperimentazione” e “percezione” del pensiero vivente stesso. Ora, se è vero che il pensiero è reale (non astratto) fuori da ogni tema, essendo cioè indipendente, in quanto infinito, da qualsiasi oggetto altro da sé (che non è pensiero e perciò non è), da chi dovrebbe essere sperimentato e percepito? Non certo dal finito, che in quanto pensato non è; ma nemmeno da se stesso: ciò produrrebbe nuovamente una differenza tra l’infinito e il se stesso che lo sperimenta/percepisce, il che (come abbiamo visto sopra) è impossibile; non può darsi un altro dell’infinito.

“LE DEE DEL MIELE” di Emma Fenu – Recensione di Ilaria Negrini

 

“Ho voluto raccontare la storia della mia famiglia, di quattro donne inconsapevolmente Dee, che si nutrivano di se stesse e di miele, ossia del cibo per eccellenza”
Un canto del miele intriso di poesia e di profumi che mi ha ricordato le estati della mia infanzia in Sardegna. Un profumo unico, quello della Sardegna, odore intenso di sole e di erba, di miele e di sale, di mirto e di magia.
Le quattro protagoniste di questo romanzo, che si svolge lungo tutto il Novecento, sono Caterina, Lisetta, Marianna ed Eva.
Caterina si è sposata giovanissima con il suo amato Pietro e ha dedicato la sua vita ai figli. Fra questi c’è Luigi, che da bambino viene colpito dal malocchio e lei riesce a salvarlo grazie ad una sapienza antica.
Lisetta, figlia di una “panas”, giovane mamma morta di parto, viene cresciuta dalla zia paterna, Marta. Deve rinunciare all’uomo che ama e sposarsi senza amore, lei che è un’anima piena d’ amore. E lo donerà alla figlia adottiva Marianna, dopo aver perso la sua prima bambina.
Marianna è affascinata dalle creature femminili che abitano la sua casa “alcune vive, alcune morte, alcune site in una zona di confine”.
In collegio deve imparare a reprimere gli istinti e a rinunciare ai piaceri per fortificarsi. Ma la forza per sopportare gli anni del collegio e poi la sua malattia, l’endometriosi, le viene dall’insegnamento di sua madre: “Nulla è più sacro dell’amore”. Lisetta infatti, pur vivendo una tristezza che le faceva assaporare e desiderare la morte, sapeva davvero amare e comprendere.
Marianna sposa Luigi e dal loro amore nasce Eva.
Bambina matura e intelligente, Eva è attratta dal numinoso. Da piccola vedeva anime e fantasmi. Crescendo ha perso questa capacità, ma ha ereditato il dono di famiglia, quello di “andare oltre le cose” e di “muoversi verso l’infinito”.

Sono tante le tematiche di questo romanzo intenso e affascinante. Diversi strati, diverse prospettive.
C’è la magia e la tradizione di una terra antica e profonda. C’è la forza e la bellezza di donne magiche, donne madri, non solo di figli.
E ci sono sofferenze sotterranee, personaggi che incarnano grande dolore come Lisetta, come Marta, come Monica.
Eva sente questo dolore, lo vive anche senza capirlo. Fino a quando scopre la parola, la scrittura. “I simboli lentamente si disvelavano e la storia iniziava”.
Attraverso la scrittura Eva dà un suono ai silenzi assordanti della sua infanzia e illumina con le parole ciò che non poteva essere detto.
La parola scritta, come le tele tessute dalle Janas, è il ricamo che rivela il senso e la bellezza del dolore.

“Coniugata con la vita” di Miriam Bruni (Recensione di Ilaria Negrini)

“Siamo tutti coniugati con la vita
Tutti attraversati da deserti e desideri…”
Più leggo i versi di Miriam Bruni più vivo dentro me le sue parole, il suo amore per la vita e la profonda sofferenza che la accompagna e la spinge a scrivere.
Ogni poesia rivela pensieri ed emozioni che sento come poeta e, soprattutto, come donna.
La silloge “Coniugata con la vita” è suddivisa in tre momenti: “contemplare”, “credere”, “esperire”.
Lo sguardo di Miriam si rivolge al mondo contemplandolo ed esprimendolo attraverso la parola poetica.

“Poesia è un lampo
e un germinare lento…”

Poesia è il senso ultimo del vivere, unica magia che sa legare alla Bellezza la nostra vita e che, come la seta, ha bisogno “di molto calore e di torsioni, di sacrificio e di asciugature”.
Il lavoro lento del poeta sa cogliere l’emozione, trasformarla in parole e rendere universale ogni sentimento o pensiero, persino quelli che a volte ci sembrano solo deliri. Ma fare poesia non è semplicemente trascrivere ciò che proviamo, è vivere e rielaborare dentro di noi ogni sentimento, torchiarlo fino a creare un’espressione del sentire umano in cui possiamo poi rispecchiarci tutti.
Il dolore, le difficoltà del comunicare, di capirsi fino in fondo, la fatica e la stanchezza, la gioia e l’incanto sono momenti della vita di Miriam che nei versi diventano anche nostri. Insieme a Miriam ci sentiamo quasi muti, prossimi “al silenzio delle cose senza voce”

“A volte mi sembra di invecchiare così
precocemente, di atteggiarmi
e soffrire come i matti, spudoratamente”

Poesia è anche credere. Vedere Dio intorno e dentro di noi e cantarlo.

“Quanta bellezza
nei corpi e che strane le danze
in lotta segreta col tempo, la morte o le amare
distanze in cui abitiamo”

Miriam sente la propria fragilità e assieme a lei possiamo vedere la bellezza e nello stesso tempo la caducità della nostra vita.

“A memoria
conosco lo sgomento
l’intrusione del male, della fame,
del tormento

Ma ho radici lungo il fiume della Vita
E in quelle tasche d’acqua
immergo la mia lotta: vi leggo la promessa
che non sarò sconfitta”

Siamo piccoli, fragili. Aneliamo ad un amore sconfinato perché è dall’amore che siamo nati.
Attraverso il dolore, lottando contro gli ostacoli che incontriamo, possiamo creare nuova bellezza. Alcuni di noi ce la fanno, ma è solo Lui, Dio – che Miriam chiama Madre (“Madre incessante che continuamente crea”) – che ci rende capaci di cogliere la bellezza infinita.

Ciò che Miriam definisce esperire è la vita quotidiana intrisa di sofferenze e desideri:
“dall’anima,
nell’anima singhiozzi
e l’immensità del dolore”
L’ amarezza del mattino, l’insonnia della notte, il bisogno di poesia “violenta, esorcizzante” che “preme come un travaglio”, la stanchezza che spinge a cercare il sole come fosse l’abbraccio di Dio, il bisogno di sentirsi amati: questi i momenti vissuti da Miriam, dipinti con parole che ci attraversano mostrandoci che anche il dolore è bellezza

“Davanti a te io stavo
con tutto il mio ventaglio
di passione per il Bello

e tutto il mio dolore,
la mia pienezza segreta
e quel dissidio interiore

Mi concentravo nelle dita;
alla tua mano e al tuo
avambraccio raccontavo

quello che ero, ciò che ero
stata, ciò che diverrei
se soltanto fossi amata
(così come vorrei…)”

“Oltre” di Ilaria Negrini

 

Recensione di Ilaria Biondi Titolo: Oltre Autore: Ilaria Negrini Genere: Poesia Editore: Youcanprint Data Edizione: 2016

Scivolare, all’imbrunire, sotto la corolla di pioggia che un cielo malchiuso lascia mollemente sbucare tra cortei di nuvole impoltrite. Correre, coi piedi scalzi e l’anima nuda, nel silenzio tiepido delle gocce aggrapolate, pianto di perla che scivola sul capo, mondandolo del peso caliginoso dei pensieri.

È chiara acqua raccolta, la Poesia di Ilaria Negrini, che con stille sottratte a un fulmine inquieto, scrolla dalle nostre spalle le ragnatele stanche di ore logore e impigrite, per restituirci – spogliati – all’embrione del nostro Io, alla primordiale condizione di ascolto delle nostre radici interiori, alle nostre membra sgravate degli inutili sapori guasti di una vita imbolsita. Brillìo rischiarante, la parola poetica, che aggancia le macchie torbide e rapprese della paura, il battito buio del vuoto, il taglio screpolato del dolore, l’orma immobile e pietrosa della disperazione, l’assalto incauto della memoria per affidarle, benevola e saggia, alle stanze antiche dell’infinito respiro, alla bocca cosmica di un Oltre – d’irraggiungibile e impossibile lontananza – che strappa pareti, scioglie nodi, sfronda confini e geometrie di un reale inappagato.

“ Cerco l’eterno

– stretta in un reale che non basta mai –

ogni dolore è uno strappo,

un’apertura verso l’alto,

verso quell’oltre che ci chiama,

gioioso e lontano,

inafferrabile,

ma da sempre

dentro di noi”

Raccoglie, la parola poetica di Ilaria Negrini, “il peso dell’esistere”.

Svuota l’urlo di pietra ingoiato che si annida “dentro”, a svellere grumi che incidono affilati il ciglio delle vene.

Misura, e consola quieta, il tuffo ferito di un corpo e di un cuore che invocano silenti il perduto splendore di un intreccio d’abbracci, di carezze che implorano desiderio ma si smarriscono mute nella solitaria polvere dell’assenza, nelle lacrime scabre della notte, nelle ombre sconfortate di un perpetuo, insaziato, vano protendersi.

“Impossibile raggiungerti

ora lo so

Resta il desiderio,

questo tendere all’infinito

di un finito che non si basta”

Insegue e promette azzurro d’onda, brezza di foglia e soffio d’erba, a regalare la fugace vertigine di un istante di gioia, in un mare di vento e cielo ove i capelli si fanno schiuma e i piedi nudi si specchiano nel flutto umido delle nubi, l’anima ardente si immerge nel ventre intimo della terra, congiungendosi misteriosamente col fuoco d’energia della Natura.

“Sempre più in là”, a scavare un varco nel fondo oscuro del cuore, a sgretolare quel “muro d’orizzonte” (immagine potente nella quale si ravvisa una chiara eco leopardiana) che chiude, accerchia e soffoca pensieri e anima entro i recinti impervi dell’attonita, incredula, immobile sofferenza.

Oltre il brulicare del tempo.

Oltre l’oblio, per rinascere – nuovi – nella parola.

Oltre, ove le lande senza luna si ricolmano del potere immaginifico e abbagliante della Poesia, che sola sa carpire alla materia e al silenzio astrale il frutto generoso del loro sommesso Segreto, la linea nuda della Verità.

Oltre l’Io, per risorgere – trasognati – nello stupito e tremulo alito di un Noi.

Oltre il Noi, per divenire Altro – nel transito dei giorni che assiepano frammenti da ricomporre.

Mentre complice suona la vibrante e sensuale melodia di un Altrove che sorride di luce, nel passo cadenzato delle nuvole …

“Poesia è uscire da sé

inondare la luce

del deserto

Immergersi nel mondo.

Guardare oltre.”

“Un firmamento di stelle” di Rosaria Andrisani – Recensione di Ilaria Negrini

 

È poesia ciò che emoziona e crea una realtà che prima non c’era, è un atteggiamento di stupore e meraviglia davanti al mondo e a noi stessi.
Le poesie di Rosaria Andrisani, nella silloge “Un firmamento di stelle”, esprimono questa meraviglia di fronte alla gioia e alla bellezza della vita, al “nuovo risveglio di un’alba che nasce”, ma sono anche un lucido sguardo sul dolore e sulla fatica dell’esistere.
Partendo da un’analisi della condizione umana (i nostri occhi non possono vedere “orizzonti e confini di rinnegate e disattese verità”), i versi di Rosaria mostrano la sua rinascita attraverso stati d’animo e ricordi.
Rimorso, rimpianto e disillusioni (“rimorso delle mie parole mai comprese”, “rimpianto di un tempo lontano”, “disilluso pianto dell’animo leso”) sono superati attraverso la gioia che Rosaria ritrova negli occhi della sua bambina, occhi “che sorridono pieni di un infinito di luce”
Sono versi essenziali che esprimono il bisogno di aprirsi e di rispecchiarsi nel proprio volto rinnovato dopo aver superato il dolore. Versi che raccontano una vita interiore e che mostrano come la gioia e la serenità conquistate possano inondare di luce ogni nostro attimo.

 

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