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IN-FINITO (SAPERE). Saggio di Marco Cavaioni

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IN-FINITO (SAPERE)   di Marco Cavaioni

In verità, a me pare che tutto si riduca a questo: a questa “tremenda e meravigliosa” negazione del finito (il *non*- ovvero *nel*- dello *in*-FINITO), negazione innegabile ossia assoluta necessità dell’infinito (necessità che “è” l’infinito) – unica abissale libertà da sempre aperta nel cuore del finito.
Ma il cuore del finito non è “atremes”, non è cuore che non trema.
Se lo fosse, semplicemente non sarebbe più “finito”, non sarebbe cioè quel costitutivo “non poter non tremare” ovvero – in termini ontologici – quel “non poter consistere”, “non poter stare” in se stesso, ma doversi spingere oltre sé verso ogni “altro” finito, proprio per esser “sé”: è, questo, il suo contraddittorio “essere-fuori-di-sé”, la necessità cioè che il finito “divenga” ciò che “non è” [non: “intanto essendo sé, e quindi divenendo altro”, bensì: “essendo in divenire”, essendo “puro divenire”… ed il divenire come tale –…

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“Lettera d’amore” di Sylvia Plath

Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo
di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri
nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere
dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere
la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,
Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,
e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte
pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.
Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido
tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.
Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.
Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio
e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. E’ un dono.

Il Cairo

Il Cairo era un quartiere quasi disabitato. Resistevano poche famiglie all’interno, cinque o sei, o forse meno. All’interno del Cairo, dove abbondavano case diroccate, lucertole e qualche sparuta serpe, c’era il famoso campetto di calcio, privo di porte, ma in cui io con i miei amici ci saremo battuti qualche migliaio di volte contro le squadre avversarie, per anni, nei mesi estivi. Io ero nella squadra di Emilio Iotti. Un certo Paolo, Paul per gli amici, giocava con la squadra di Claudio Vacondio. Paul era un difensore assai ben piantato sulle cosce, che io vedevo come il fumo negli occhi, poiché era tanto bravo quanto scorretto e pesante fisicamente, un avversario che si poteva battere soltanto in velocità. Una delle tattiche era cercare un fallo laterale nei pressi della porta avversaria. Smarcarsi sulla ripresa immediata e fare gol di testa, giungendo come un fulmine dalle retrovie. Tieni presente che il campo era largo come questa stanza, ma lungo più del triplo. In più, sul lato di via Agosti, c’era il muro che dava sulla strada, esteso come il campo stesso. Ed ecco che, per superare l’avversario, bastava far rimbalzare il pallone contro il muro, e lo si dribblava. Il campo era un immenso calcio balilla del tipo di quello che avevo a casa, che mi ero assicurato dopo un paio di annetti di raccolta dei punti VDB, quando avevo sei o sette anni. Sì, il campo del Cairo era proprio così. Il gioco di sponda richiedeva una certa abilità, uno scatto felino, e un felice tentare la sorte con dei tiracci a volte sparati alla meno peggio. Nulla di più anarcoide e divertente. Emilio però aveva la tattica impietosa e terribile del fallo laterale. Era dotato di una buona rimessa con le mani. Il pallone magicamente mi arriva all’altezza della testa che veleggiava all’improvviso, a due passi dalla linea della porta, e il gol era fatto. Non era però facile attestare il gol, in quanto il limite della porta era fissato con delle pietre, messe una sull’altro e non c’era un limite in altezza. A volte la difesa gridava alto!!, a prescindere, senza manco guardare la traiettoria del pallone, oppure la palla colpiva le pietre, palo interno o palo esterno? Da qui nascevano infinite questioni. Così una partita era capace di durare anche quattro o cinque ore, pure in assenza di invenzioni recenti come il VAR. il VAR era allora il Vox Anarchica Ragazzi e basta. Alla fine, o il gol era netto o quasi mai valeva.
Io ero il secondo di Emilio e, quando non segnavo, qualcuno ironizzava dicendo: Oh, oggi Pelè non segna!” Paul era il secondo di Vacondio. Una volta i due amici bisticciarono. Paul smise di giocare e s’eclissò dietro la selva delle case diroccate. Continuammo a giocare. Uno dei ragazzini arrivati a partita iniziata, allora ce n’era un sacco e una sporta, di giovani vogliosi di giocare, prese il posto di Paul e cominciò a marcarmi con la ghigna ringhiosa e assetata di sangue. Ma Paul, intanto, dove diavolo s’era cacciato?
Lassù!
Era salito su quelle scale in disuso da anni e si era piazzato in piedi davanti all’apertura, probabilmente il vuoto di una veranda crollata, al terzo piano, il più alto dell’edificio diroccato, che dava direttamente sul vuoto. Ehi, guardate dov’è Pedro (altro nome di Paul)! Tutti alzammo il naso e rimanemmo sorpresi da un coraggio che rasentava la follia. Appena si accorse che il gioco s’era fermato per causa sua, si sedette sfrontato sul ciglio con le gambone penzoloni, sguardo perso, irato e maledicente nei nostri confronti, che manco avevamo capito le ragioni del suo dissidio da Claudio, e come pronto a buttarsi nel nulla da un momento all’altro.
Digli qualcosa, Vacca! (soprannome di Claudio). Vacca disse di no, che si buttasse pure, non erano affari suoi e si riprese a giocare. Ma io resi pochissimo, perché soffrivo quelle vertigini che Pedro non mostrava di avere. Avevo paura per lui e per me, pensa se io fossi lassù con le gambe sospese nel vuoto!
La partita finì, forse ventitré a diciotto, o quarantacinque a trentasette, eravamo molto prolifici in attacco, un po’ scarsini in difesa, e Pedro, fino ad un attimo prima della fine (erano le sette e dovevamo rincasare) era là, ma, quando fu deciso che era ora di finirla che si era tutti esausti, Pedro era sparito. All’improvviso. Non avevamo sentito nessun urlo disperato da suicida e ne deducemmo che il tipo aveva scantonato per conto suo. Già le prime ombre della sera, con quel che segue… era forse fine settembre… o agosto… o chissà che…
Non ho mai saputo né se Pedro avesse mai finito le scuole o lavorato almeno un giorno in vita sua. Forse sì, “e disen” dicono i più informati, per poco tempo, forse, e in un lontano e magico passato… ma non me ne frega proprio.
Pedro da ragazzo non era brutto, aveva solo dei grossi brufoli che celavano la sua vera espressione.
Spesso lo vedo ancora che scommette alle corse presso la ricevitoria di via Adua. Una volta o due lo vidi che stava facendo rifornimento col bancomat presso uno sportello esterno di una banca, vicino a via Regina Elena. E’ sempre in bici, mai visto guidare un’auto. Chissà cosa gli rimase mai di quell’esperienza temeraria. La sua vita è stata di certo un unicum, come quella sua ardita protesta, rappresentata una volta per tutte per la nostra generazione di ragazzetti, ognuno con la sua vita futura e qualcuno anche, come Vacca, con la sua morte puntualmente occorsa. Ogni tanto ripenso a quella casa più alta rimasta in piedi al Cairo. E Pedro è ancora là, coi suoi brufoli perenni, la barba bianca che li dissimula, e lo vedo sempre lassù, se chiudo gli occhi e soltanto ci penso. Ora la sua chioma è grigia, ma folta come quando aveva sedici anni. Ma, caspita, e scendi una buona volta, Pedro, per la ma’! Che, causa tua, non ho ancora combinato un fottuto tubo, oggi!

Cara amica

Mia sorella ebbe un figlio da un poco di buono che ho mal giudicato appena l’ho conosciuto. Questo tipo, pieno di soldi ma senza cervello, non volle riconoscerne la paternità e non si fece più vedere. Mia mamma l’aiutò come poté, ma mia sorella non seppe sopportare l’affronto, entrò in crisi e, quando il bimbo aveva un paio d’anni, si uccise. Quando salimmo in casa, dopo la disgrazia, il bambino disse: “La mamma è uscita dalla finestra” e continuò a giocare con una macchinina. Fu una tragedia e ancora di più una vergogna per la famiglia, specie per mio padre, che si era sempre rifiutato di aiutare economicamente la figlia. I miei genitori erano già divisi, e mio padre si era risposato con la sua nuova compagna, che gli aveva dato un’altra figlia. La famiglia intera si incontrò quando ci fu una riunione per decidere la sorte del piccolo. Tutti si pronunciarono per darlo in adozione. Io sola mi opposi. Ero poco più che ventenne e fidanzata con un coetaneo. Gli chiesi, lo implorai di sposarmi, che se non andava bene c’era sempre il divorzio, ma lui non volle. Lo lasciai. Mia sorella aveva un lavoro che la costringeva a viaggiare per tutta l’Italia ed era impensabile che potesse gestire il nipote. E allora cercai di adottarlo, ma questo non mi era consentito dalle leggi, essendo io nubile. Chiesi e ottenni l’affidamento e il piccolo Alberto venne a vivere con me. Non fu un periodo facile. Non ero abituata a tenere un bambino e a pensare prima a qualcun altro e poi a me. Mi misi a lavorare, portavo il bimbo all’asilo, e mi occupavo di lui il pomeriggio e la sera. La notte dormivo in una stanza, tendendo l’orecchio verso la sua cameretta. Talvolta lui si svegliava, pigliava paura e mi raggiungeva in piena notte nel mio letto. A pensarci ora, fu un periodo duro ma felice. Quando gli amici mi chiedevano di andare in vacanza, io ricordavo loro che avrei portato con me un marmocchio piccolo piccolo. Se storcevano il naso, cercavo di perderli di vista. Rimasero alla fine in pochi, ma sono gli amici che frequento tuttora. Quando Alberto ebbe quattordici anni il padre si ricordò di lui e, tramite avvocato, m’impose di restituirlo. Mi fu detto che, se fossi andata in causa, forse l’avrei vinta, ma io non volli negare a mio nipote la possibilità di conoscere suo padre. Lo conobbe per bene e, a diciott’anni, lo lasciò, stufo del suo grande egoismo. Non mi disse quasi nulla di quei quattro anni. Si limitò a tornare da me. Finì il liceo e andò al DAMS a Bologna. Si laureò. Mio padre, come dissi, si era risposato e aveva avuto una quarta figlia. Con lei mi son vista poche volte e non l’ho mai considerata una sorella, ma un’estranea. L’altra mia sorella invece l’ha frequentata e le due sono sempre andate d’accordo. Io no. Mai ho accettato che mio padre si fosse risposato. E non ho mai accettato che avesse avuto un’altra figlia, lui che col suo egoismo avrebbe causato la depressione di mia sorella. Che l’avrebbe portata al suicidio. Adesso se vai a casa di mio padre, vedi che in soggiorno lui tiene una foto gigante della figlia morta. Ne venera così il ricordo. Io penso che si debba fare qualcosa per gli altri quando sono vivi e non quando sono morti. Io continuo ad andare a trovare mio padre, perché ha bisogno di aiuto, essendo molto malato. Fu mio marito ad avvertirmi che, se poi moriva, non avrei mai sopportato il rimorso di averlo abbandonato. Da bambina ero innamorata di lui. Ora soffro a stare in sua presenza. Sua moglie è ancora giovane, ma fa quel che può, non guida ed è un’incapace, una persona sempre vissuta nella bambagia. La figlia è spesso fuori per lavoro e io ci vado in casa quando sono certa di non vederla. Lo faccio perché l’ho promesso a mio marito, poco prima che morisse quattro anni fa. Un infarto fulminante. Uscì di casa e poco dopo morì. Fumava, questa era stata la causa, l’unica che i medici potevano indicare. Mi lasciò sola, sola in questa villetta, che era il nostro nido. Sola con la mia famiglia. Mio padre egoista e con un cancro lento e paziente, mia madre caratteriale e quasi cieca, una sorella in gamba che non ha figli, una sorella che non voglio avere. E c’è Alberto, che vive a Bologna, ma mi chiama tutti giorni. Io a volte penso a lui come a un figlio. Forse lui pensa a me come a una madre. A volte siamo un po’ duri fra di noi, perché siamo in grande confidenza. Il padre lo rivede forse una volta o due l’anno. Ha tentato di farsi accettare dal nonno, ma si vede che il vecchio non ci tiene troppo a vederlo. Ha sempre in mente la figlioletta morta, che è diventata una santa da adorare. E il ragazzo gli rammenta qualcosa che probabilmente cova da anni dentro di sé. Qualcosa di forse sconosciuto e di terribile.

crac crac crac

Sto camminando solo per via Adua e non me ne frega nulla. Sto camminando per questa via come se niente fosse. Come se non succedesse nulla e infatti nulla succede. Nulla accade, nulla avviene, nulla occorre. Tempo fa ci scrissi una poesia su questa via. Tempo fa non è ora. Ora sto solo camminando. Me la sto godendo. Foglie per terra, è quasi inverno. Cammino su foglie rinsecchite di platani. Una bottiglia di birra vuota. Un fazzoletto di carta. Crac crac crac. Le foglie. Mi domando se mi resterà mai qualcosa di questa camminata. Crac crac crac. Nulla, spero. Una delle tante volte che le mie scarpe fanno crac crac crac su e foglie cadute dai platani. Nulla resterà se non ne scriverò. Fra un anno, due, cent’anni cosa rimarrà? Nulla, nemmeno il mio sorriso a meno che… non ne scriva da qualche parte. Ma perché dovrei farlo? Non è più bello camminare senza fretta né volontà alcuna questa fresca e ignobile mattina? Scrivere… e a che serve? A Nulla, scrivere è creare lavoro dove ce n’è già, c’è già tanta fatica voglio dire. Uno cammina, più o meno felice e soddisfatto, col sorriso vacuo di chi non cerca e non crea problemi, non ne vuole proprio sapere, di creare problemi, né di risolvere quelli vecchi, cammino e basta, sulle foglie, sorridendo, eh eh eh, crac crac crac, e non ho mica bisogno di uno che mi descriva e mi tramandi ai posteri, crac crac crac. E poi, perché non scrivere, se non serve a nulla, ma proprio a nulla, scrivere fa crac crac crac. Scrivere fa cric croc crac, si scrive per farlo leggere, altro che balle, chi?, ma gli altri!, chi se no, quando uno scrive occorre che qualcun altro lo legga, sennò è finita, lo dice sempre Jorge Luis, il lettore finisce ogni volta il lavoro dello scrittore. Ora cammino sulle foglie rinsecchite e noccioline, tutte incartocciate, che fanno crac crac crac, e nessuno mi può togliere dall’anima questa mia passeggiata che vorrei tanto definire innocente e forse lo è. Voglio soltanto camminare sulle foglie incartocciate, crac crac crac. Col tiepido sole sulla nuca, sereno e solo un po’ indaffarato nell’andare dove è la mia meta. Crac crac crac.

James e infiniti altri

Ieri, oggi o domani? …con l’eterno amico James sono andato in bici a Cavriago, direzione –> statua di Lenin, dono dell’URSS alla città di Cavriago. C’erano sette ragazzi ravennati venuti apposta dalla Romagna per ammirarla. Insomma, qualche speranza nei giovani c’è ancora! Li abbiamo fatti letteralmente scompisciare dal ridere sparando il nostro vasto repertorio di scempiaggini, inventando lì per lì una vera e propria montagnola di cazzate!, com’è nostra felice costumanza in questi casi. Avranno di certo pensato che a Reggio sono tutti matti come noi due. Ci siamo diretti poi al vecchio cimitero napoleonico, che sapevamo aperto in questi giorni. Bello, quieto e abbandonato. Zittiti i tamburi, sopite le armi, i morti ronfavano beati. Ho poi telefonato a Catia e l’ho finalmente rivista dopo trentatre (33) anni!, col paziente e simpatico maritino Lauro, a cui ho confessato la mia infatuazione per la moglie, finita, per mancanza di frequentazione, quando io avevo otto anni e lei sei. Gran bella coppia! Da oggi anche James rientra fra i cugini di Catia e di Lauro, James resta sempre il mio grande e insostituibile fratello. Dopo abbiamo approfittato dell’unico bar aperto di domenica, ovviamente cinese. Due ginseng e tre partite a bigliardino con dei ventenni che hanno dovuto darsi il cambio per spuntarla almeno una volta. L’unica cosa che mi è mancato oggi, per fare tombola, è incontrare te, Roby, fratello gemello separato alla nascita. Chissà se un giorno ci si rivedrà tutti, tu, Catia, James, i ravennati, i giocatori di calcio balilla e lui, il povero anziano, ma sempre lucidissimo, testa d’uovo Ilich Ulianovic! Dove non importa. Quel che vale è il nostro piccolo muscolo cardiaco, sempre così strambo, nudo e affamato di vita!